DIARIO DI UNA QUARANTENA

Nuova rubrica, preferivo quelle sul tango ma tant’è.

Se avessero ipotizzato solo 3 settimane fa che la vita di tutti sarebbe cambiata repentinamente mettendo interi paesi in quarantena, avrei pensato al rimando a una nuova serie tv mica a vita vera.

Invece siamo qui, ognuno a casa sua, molti anche separati dagli affetti più vicini e più cari, per non parlare dei malati e di chi li assiste in prima linea.

In questi tempi così impossibili, nelle mie maree emozionali che si alternano tra momenti in cui sono sul pezzo ed altri in cui ogni sorta di spiacevolezza emotiva mi pervade, ho pensato che bisognasse far tesoro dell’esperienza che – di sicuro – qualche insegnamento positivo per il futuro ne avrei ricavato.

Oggi, credo di essere alla 1° settimana di “vera” quarantena, poiché non devo uscire per recarmi al lavoro, faccio il mio primo bilancio.

La difficoltà maggiore, in primis da accettare intellettualmente, è quella che non si può uscire di casa. Premetto che a casa (sarà l’età?) ci sto benissimo, ma, una cosa è scegliere di starci, altro è esserne costretti. Dopo i primi giorni in cui le pareti sembravano cadermi in testa, con rassegnazione, mi sto – lentamente- abituando.

Mi rimane vitale cercare di muovermi, muovere il corpo, far circolare 2 endorfine di numero che il movimento procura. Fortunatamente, fosse mai stato un segno premonitore?, l’estate scorsa acquistai una app di esercizi da fare a casa, all’epoca per sopperire la chiusura agostana di due settimane della palestra preferita, mai acquisto fu più lungimirante, pur senza saperlo.

La forzata solitudine ineluttabilmente porta a doversi confrontare – in silenzio – con i propri fantasmi. Beh, lo ammetto, i miei hanno deciso di organizzare un volo charter per venire a trovarmi. Superati i primi momenti di conoscenza, direi che adesso abbiamo raggiunto una pacifica convivenza.

Oggi mi è venuta in mente mia nonna Natalina, classe 1909, quando ero piccola mi raccontava la sua vita in tempo di guerra. Un episodio, tra i tanti, che maggiormente mi colpì all’epoca fu quando venne alla luce mia madre, sotto un bombardamento, nacque prematura di 7 mesi. I miracoli che la nonna fece per farla sopravvivere, per nutrire quella creaturina così piccola e fragile.

Raffronto quelle difficoltà a quanto sto vivendo io, alla prima (per fortuna e speriamo pure l’unica) quarantena della mia vita a quanto noi tutti facciamo fatica ad adeguarci.

Già penso a come era bella la vita di prima, quando, al contrario, mi sembrava grigia e triste o forse, semplicemente, molto banale. Prima ero libera, potevo ballare il mio amato tango abbracciando gli sconosciuti, oggi, non avvicino nemmeno mia madre, temendo di poterla contagiare.

Il pensiero di quarantena di oggi è proprio questo:

rimodulare le abitudini, pensare ed agire in modo diverso, apprendere nuove abitudini.

Una faticaccia, specie per chi non è più nell’età verde.

Ma la forzata reclusione, probabilmente, anche a questo servirà, a riscrivere da zero le nostre vite, lasciando dietro quello che non può più stare con noi, scoprendo anche le sorprese che il nuovo con sé porta.

UN VIRTUALE ABBRACCIO,

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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LEGGERE IL POST ASCOLTANDO QUESTA MUSICA

PANTONE 021C

Il colore di oggi.

Tutta la penisola dentro un codice arancione perché comprendere tutta l’Italia in zona rossa è troppo inquietante.

L’arancione è il colore solare per eccellenza “è simbolo di armonia interiore, di creatività artistica e sessuale, di fiducia in sé stessi e negli altri. (…). L’Arancione, simboleggia la comprensione, la saggezza, l’equilibrio e l’ambizione.” (cit. da qui )

Siamo tutti in quarantena forzata e non ci piace per niente. Sebbene la mente razionale sia perfettamente consapevole (si fa per dire) della necessità di queste restrizioni, credo che ognuno di noi abbia patito un motto emotivo di ribellione. Io per prima.

Ho immaginato i prossimi giorni, chiusa nel mio piccolo appartamento, limitata nella libertà di uscire e, per un attimo, ho sperimentato una sensazione di smarrimento e di solitudine. Per fortuna durati un attimo.

La città comincia finalmente a svuotarsi e, i volti che si incontrano per strada, non portano la radiosa luce della primavera, come dovrebbe essere in questo momento dell’anno.

Arancione è il colore di oggi.

Più guardo il pantone più gorgoglia dentro di me quella vibrazione positiva che mi fa pensare che, pure reclusa a casa, posso trovare mille e una attività da svolgere, sport compreso.

Natura, leggete questa bellissima riflessione di Francesca Morelli qui, ci obbliga a cambiare molti punti di vista sulla vita e sui modi in cui la conduciamo, a partire da noi stessi.

Ecco perché l’arancione di una crisi si trasforma in un momento di creazione e di cambiamento positivo.

Per non perdere il focus che si sta mettendo a fuoco dinnanzi allo sguardo, sto compilando una lista di cose da fare, pensare, leggere, creare, modificare, immaginare, eliminare… che saranno la mia compagnia in questo periodo.

Speriamo che ci serva, a stare sani e a riflettere. Ne abbiamo davvero molto bisogno.

Pimpra

PS Caro Fabio B. questo è il TUO pantone, goditelo come merita! 🙂

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CORONAVIRUS E IL TEMPO DELLA NOIA

Non vedo l’ora arrivi il tempo in cui la grande emergenza epidemiologica mondiale sia rientrata, aspetto quel momento come tutti, nel frattempo, cerchiamo di sopravvivere.

La mia solidarietà a tutti coloro che rischiano il lavoro a causa delle misure restrittive per contenere il contagio. Spero che il Paese sappia rialzarsi, la nostra storia lo racconta, a noi tutti dimostrare che siamo capaci, una volta in più.

Il momento che stiamo vivendo ha mutato in noi tutti e senza preavviso, le abitudini, dal lavoro alla vita di famiglia a quella sociale passando per gli sport e il tempo libero.

Come una gigantesca onda siamo stati travolti e, pur con estrema fatica, malcelata rassegnazione, siamo chiamati ad attenerci strettamente alle nuove – restrittive – regole del vivere civile.

A nessuno piace subire una decisione, specie se la stessa ci priva del diritto sacrosanto alla nostra libertà, anche se la ragione è di salute pubblica, quindi assolutamente condivisibile.

Sono rimasta colpita dalla sofferenza di molti nel non sapere come riempire il tempo, svuotato dalle abituali attività.

Adulti che faticano immensamente a gestire LA NOIA.

Cos’è esattamente?

Da Treccani on line: nòia s. f. [prob. dal provenz. nojaenoja; v. noiare e annoiare]. – 1. a. Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana (…)

Mi soffermo su “Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività” . Come adulti, fatichiamo a gestire la “mancanza”, essere privi di qualcosa che riempie qualcos’altro, un vuoto nascosto.

Sono la prima della fila a temere la noia, quindi vi capisco, ma posso anche aggiungere che la noia serve, ci insegna molte cose.

La prima, per me la più interessante, è che ci costringe a stare in silenzio, in compagnia di noi stessi. Cosa affatto facile, specie se il silenzio esteriore, amplifica il caos interiore. Se non lo facciamo mai, questo contatto, può essere estremamente pauroso, inquietante, ansiogeno perché a se stessi non si sfugge, meno che meno ai propri demoni, alle inquietudini che portiamo.

Perché ho imparato ad apprezzare la noia?

Mi ha insegnato moltissimo, mi ha portata ad esplorare dei territori dove non volevo assolutamente andare, ho scoperto aspetti interessanti che non conoscevo, ho visto in faccia i miei demoni.

Con la noia abbiamo una possibilità di crescere, per questo gli educatori invitano gli adulti a creare spazi di noia per i propri figli, ci si confronta con le parti più nascoste di noi, si scoprono risorse.

La noia indolente di questi giorni, per esempio, mi ha spinta a provare a far funzionare la macchina da cucire. Ho fatto più tentativi, ho provato frustrazione, ma ho insistito e alla fine ce l’ho fatta. Non mi ci sarei mai messa, nel mio quotidiano vivere, presa da altre attività più pressanti. Invece, il periodo di noia, impedendomi di disperdere il mio tempo, mi ha portata esattamente dove il mio sé più nascosto, quello legato alla creatività, voleva andassi.

Mi piace condividere con voi questa piccola riflessione, perché se impariamo a trovare l’opportunità in un contesto che sembra solo funesto, vivremo meglio.

La noia è un tema caro alla letteratura, approfittiamo di questo strano tempo per annaffiare lo spirito, sono certa che germoglieremo insieme alla primavera nascente.

Pimpra

Suggestioni: qui, qui, qui, qui, qui

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BERLIN ICH LIEBE DICH

La mia prima volta a Berlino indossando tutta la curiosità di cui sono capace.

I tedeschi, manco a dirlo, sono una garanzia: di organizzazione, di precisione e, mi è sembrato, di rispetto delle regole del vivere in comune.

Un esempio? Il pagamento del titolo di viaggio è lasciato alla responsabilità civile del fruitore.

La metropolitana non ha le barriere d’ingresso, si sale e si va. Controlli a campione non ne ho visti. La stessa situazione in Italia? 90% della popolazione senza titolo di viaggio.

Non so quale magia ci sia nell’aria ma mai mi sarebbe venuta in mente l’idea di viaggiare a scrocco.

Berlino ha il fascino della modernità architettonica più spinta, insieme alla volontà di mantenere viva la memoria del suo passato più recente. Attraversare i luoghi della storia lascia un segno profondo.

Nei tre giorni della mia visita, non so se ho incrociato un solo tedesco DOC, così come non ho mangiato cucina tipica made in Germany. La città offre proposte gastronomiche di tutte le etnie possibili, mentre la cucina locale è diventata quasi marginale tanto che si fatica a trovarla. Altro discorso per lo street food che a Berlino è una religione con un’offerta di degustazione capace di accontentare tutti i palati con proposte di buona qualità.

A livello urbanistico si viene letteralmente rapiti dal fraseggio degli edifici: ristrutturazioni che fanno da contralto moderno a edifici più antichi, dialoghi architettonici assolutamente geniali, sperimentalismo, eppure tutto condito da un estremo rigore e da un senso immutato di grandezza quasi marziale.

A fare da contralto allo skyline della città, la pulizia urbana, il rispetto per l’ambiente, le scelte in linea con l’ecologia, piste ciclabili ovunque, l’invasione di monopattini elettrici a nolo, così come di biciclette.

Berlino è una città decisamente a misura d’uomo e di turista, questa la sensazione che mi ha lasciato.

Non sono riuscita a fare una foto decente perché le cose belle stavano tutte per aria e con i mezzi fotografici a mia disposizione era impresa impossibile.

I miei luoghi:

  • SONY CENTER (arch. Helmut Jahn), Potsdamer Platz: architettura che strabilia, emoziona. Godetevi un pausa seduti in uno dei numerosi caffè della piazza centrale coperta da un tetto di vetro e tenda, l’effetto è straordinario, così come il rifrangersi della luce sul vetro che ricopre le facciate dei palazzi che la circondano. Museo del cinema e mille altre stuzzicanti proposte in questo interessantissimo sito.
  • HOLOCAUST MANHMAL (arch. Peter Eisenmann): ingresso libero. 2711 stele di cemento grigio, larghe uguali ma di altezze diverse occupano uno spazio grande quanto un campo di calcio sorgono su un terreno in discesa. L’installazione si visita percorrendone i corridoi simili a un labirinto. Garantisco che, dopo un po’, l’effetto di disorientamento, la claustrofobia vi prendono, donando profonda emozione. Possibilmente non andateci in orario di punta. Possibilmente…
  • TOPOGRAFIA DEL TERRORE: mostra permanente, ingresso libero, disseziona la struttura del potere della Germania nazista. Foto e documenti d’epoca che vale la pena di vedere per non dimenticare quello che è stato. Molto toccante.
  • QUARTIERE DI “KOTTI” (stazione U-bahn di Kottbusser Tor detta Kotti) per deliziarvi a trovare il vostro ristorantino preferito, prima di darvi alla pazza gioia in uno dei bar che troverete sul vostro tragitto. Suggerisco Roses se siete incuriositi da una Berlino alternativa.
  • MERCATINI DELLE PULCI: alla domenica il Trodelmarkt Arkonaplatz, piccolino si trova in una grande piazza circondata da alberi e da caffè, atmosfera deliziosa. A seguire si procede per il Flohmarkt in Mauerpark molto più grande con una interessante proposta di street food dove rifocillarvi per bene.
  • FRAU TONIS PARFUM: non ho resistito alla seduzione di mixare un profumo personalizzato, riordinabile anche on line.
  • RAUSCH CIOCCOLATERIA: sicuramente in città ne troverete tante altre, questa mi ha letteralmente rapito per l’ottimo dolce che ci ho mangiato. Si acquista anche on line.

Trascorrere a Berlino un weekend, specie se non si conosce la città, è un tempo sicuramente troppo risicato per apprezzarla come merita.

Che ve lo dico a fare, dovrò sicuramente tornarci!

Pimpra

AMORE A-TOSSICO

Guardavo i tuoi occhi nocciola intenso, uno sguardo su cui poso il mio da tantissimo tempo. Oggi siamo quasi dei veterani, i sopravvissuti della relazione.

Ti guardo, amando i segni che la vita poco a poco ti ha scritto sul volto e sul corpo, li sento miei. So che vedi lo stesso in me e mantieni lo sguardo, in un legame che ha superato tempeste, celebrato estati, oltrepassato impenetrabili nebbie.

La tua mano mi riscalda ancora, anche se è sempre fredda, così i tuoi pensieri che poche volte mi sveli ma che mi arrivano comunque.

Un tempo non sapevo amare. Mi sono impegnata per riuscire a farlo e ci lavoro ancora.

Amare non è “facile”. Innamorarsi lo è, essere presi da passione lo è.

Amare è lo schema successivo, quello per pochi, solo per chi lo vuole veramente. E’ la ricerca del guizzo che mantiene viva la fiamma che si trasforma, perdendo quella sembianza di fuoco, ma aumentando considerevolmente il calore.

Amare è una scelta. Concentrarsi su una persona alla volta.

Quante volte sono rimasta intrappolata in relazioni “tossiche”…

Le più temibili sono quelle che si nascondono sotto il velo iridescente dell’amore mentre iniettano il loro veleno poco a poco fino a farci stare male, in un’agonia senza fine.

E’ difficile riconoscerle perché è impossibile accettare che l’amore possa fare male. Ma così è, semplicemente perché di amore non si tratta.

Come uscirne?

Credo che la ricetta sia trovare il coraggio di guardare la situazione come è in realtà e in verità e scegliere di salvare il proprio c…o. Non si può immaginare di “redimere” il/la tossico/a se questi non vogliono ed è davvero sciocco continuare a perdere tempo in situazioni dove il dolore della relazione si è cronicizzato.

Continuo a guardare i tuoi occhi nocciola intenso, uno sguardo su cui poso il mio da tantissimo tempo. Ho capito che siamo molto fortunati.

Pimpra (in love San Valentino is coming!)

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PRIMI PASSI: andare a lezione

Nella mia memoria, andare al corso di tango, è sempre stato un momento di gioia, l’occasione per una boccata di ossigeno dai fastidi della vita quotidiana.

Ricordo anche di aver fatto le peggio litigate con il mio partner di allora, quando, né lui né io, eravamo capaci di riprodurre i movimenti e ci accusavamo a vicenda.

Sono passati molti anni da quei primi esordi ma il piacere che mi regala la lezione, resta intatto.

Anche in questo periodo ne frequento una e sono ripartita da zero, dal corso principianti che, quando si è principianti assoluti, non si vede l’ora di superare, che invece si apprezza quando si ha molta storia di ballo sui piedi.

Ri-parto perché studio da uomo. Mai potei fare scelta migliore.

Osservando i miei compagnucci/e, mi rendo conto che quando si è proprio debuttanti, le lezioni di tango non si sanno “usare” al meglio.

Mi permetto quindi di dare qualche suggerimento a tutti gli Amici che hanno da pochissimo iniziato questo meraviglioso viaggio.

Come precedentemente scritto qui, c’è sempre una distinzione di atteggiamento tra chi frequenta il corso “al cazzeggio” e chi, invece, è seriamente desideroso di imparare.

Credo che i seguenti punti però, possano valere per entrambi:

  • LASCIA IL CERVELLO A CASA: ok scritto così è estremo ma l’idea è che la mente deve essere sgombra dai pensieri pesanti della giornata lavorativa/familiare/ecc. perché solo facendo spazio tra i pensieri, capirò quanto i Maestri mi insegnano
  • VIVI LA DIMENSIONE GIOCOSA del corso: questo non vuol dire prenderla sottogamba o senza metterci impegno, significa che, se predisponiamo il nostro animo nella modalità del gioco, tutte le difficoltà che incontreremo, sembreranno meno difficili.
  • IL PARTNER E’ IN DIFFICOLTÀ COME TE: le coppie nella vita, in particolare, devono prestare attenzione a questo punto. Il tango non diventi il campo di battaglia di tutti i conflitti. Quelli (il tango sicuramente li fa affiorare) risolveteli a casa, parlando.
    Ogni allievo/a affronta un indice di complessità notevole, specie da principiante assoluto, quando deve condividere con il partner i movimenti richiesti. Ricordatevi che CONDIVIDERE non è affatto banale.
  • FATE DOMANDE: anche se tutti intorno a voi riescono (almeno così vi sembra), non cadete nella frustrazione e… chiedete. Fatevi spiegare i motivi per cui vi siete incartati come singolo o come coppia. Chiedete e vi sarà dato.
  • ESERCITATEVI: provate i movimenti più che potete. Inizierete a “ballare” quando il corpo li riprodurrà senza che voi ci pensiate su. Ci vuole molta costanza, pazienza e umiltà.
  • NON ABBIATE FRETTA: è impensabile che possiate ballare a livello di chi ha molti ma molti più KM di voi nelle gambe. Non illudetevi di poter scimmiottare grossolanamente i passi che vi piacciono, le combinazioni che vedete interpretare dai tangueros più esperti. Ci vuole tempo, pazienza, e un quantitativo di esercizio che non finisce mai.
  • I FONDAMENTALI: ciò che i vostri Maestri scriveranno nella vostra mappa genetica di futuri ballerini, vi accompagnerà per tutta la “carriera”. Lasciateli lavorare, se dicono che non siete pronti per il corso successivo, ripetete quello principiante (magari vi offriranno un piccolo sconto). L’umiltà di affidarsi al giudizio di chi sa, vi mette al riparo da figure barbine che fanno – sempre – i/le presuntuosi, quelli che “si credono” arrivati ma che, in realtà, non sono mai partiti. Le BASI sono FONDAMENTALI. Costruitele bene e poi TUTTO verrà in modo fluido, naturale, piacevolissimo, divertente, fantastico.

Mi fermo qui.

Pimpra, del corso principianti, vi saluta!

🙂

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PRIMI PASSI: la prima volta in milonga

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Per tutti lasciare il nido la prima volta è un momento solenne, importante, spaventoso anche. Però, prima o poi, bisogna farlo.

Per i neofiti tangueros/as accade lo stesso: la prima uscita di ballo al di fuori delle pareti protettive della scuola. Un momento importante nella vita danzereccia di chiunque.

Da vecchia giaguara della pista, voglio dire qualcosa ai pulcini che si apprestano alla loro prima esperienza affinché possa essere una gioia per loro e non un fastidio per gli altri.

IL MIO PICCOLO BREVIARIO DELLA “PRIMA VOLTA”

  • L’ATTEGGIAMENTO MENTALE: gioioso/rilassato. Il secondo sarà difficile da mantenere perché, specie gli uomini, sentiranno pesare forte l’ansia da prestazione, ma voi tutti provateci
  • L’ANSIA: l’ansia da prestazione si controlla: a. ascoltando la musica PRIMA di muovere i passi b. ascoltando la ballerina, prendendosi il tempo per stabilire la connessione nell’abbraccio c. si va nella ronda interna, quella più lenta dove non arrecare fastidio a chi si muove con una dinamica più fluida
  • EDUCAZIONE: rispettate le pause degli altri, non correte travolgendo chi trovate sulla vostra strada, se dovesse accadere un contatto indesiderato SCUSATEVI anche se credete che la colpa non sia la vostra.
  • LA RONDA: la milonga non è una giungla, non è una gincana dove sgommare con i pneumatici, non dovete arrivare primi da nessuna parte. La milonga è un organo che vive, respira, pulsa, non dovete creare disturbo a nessuno.
  • LA BALLERINA: Non si usa la ballerina per provare passi. Se ballate o non ballate con la partner del vostro corso, in milonga, NESSUNO E’ PROFESSORE. Se lei sbaglia, probabilmente avete marcato male, oppure lei ha semplicemente sbagliato. Non si giudica l’errore, non si danno consigli su come fare un’azione, non si esprime a voce l’intento di quel passo. NO! Né da principianti, né MAI! Questo punto dovete ficcarvelo bene in testa! TUTTI, uomini e donne.
  • IL BALLERINO: NON è un palo da lap dance. Signore, anche se avete speso centinaia di euro in lezioni di tecnica femminile, adornos compresi, guai a voi se scambiate il vostro partner di ballo come appoggio da usare per i vostri giochetti. NO! L’intento è di ballare INSIEME, di trovare un’armoniosa comunicazione, di fluire.
  • RISPETTO PER GLI ALTRI: quindi mantenete la ronda, evitate gambe all’aria in movimenti allucinanti che potrebbero atterrare malamente su piedi o corpi di coloro che avete intorno. Il tango si arricchisce di giochi dopo tantissimo studio, dopo tantissimi km passati a ballare, dopo tantissimo tempo. Siete principianti, alle prime armi, non siete in grado di gestire il vostro corpo/il tempo della musica/la marca che ricevete per inoltrarvi in un terreno minato
  • SORRIDETE: si va in milonga per godere di un tempo gioioso e piacevole, per conoscere persone, per chiacchierare. La milonga è il luogo della distensione, dell’amicizia. Non dovete performare, non dovete dimostrare nulla a nessuno, solo stare bene, in felicità.
  • POSATE UNO SGUARDO AMOREVOLE SULLE COPPIE CHE DANZANO: come guardiamo gli altri, condiziona la nostra vita. Se cerchiamo il bello e il buono in ciò che abbiamo davanti, lo troviamo sempre. In milonga si osserva il tango delle altre coppie, GODENDO di ciò che vediamo, NON criticandone gli elementi tecnici e/o peggio i ballerini. NO! Il bordo pista deve essere uno sguardo comunitario e amorevole su tutti. Ripeto, nessuno deve fare una gara di “bravura, capacità tecnica, musicalità, figaggine” siamo in milonga per stare bene, per ballare, per scambiare sensazioni/emozioni/suggestioni.
  • TIRARSELA: eliminate questo verbo dal vocabolario (è utile anche per la vita fuori dalla milonga). Nessuno è superiore a un altro, anche se sapete di essere i migliori del vostro corso o della vostra scuola. Avrete un universo di ballerini/e migliori di voi. E’ un fatto. Perciò, mantenete un basso profilo e siate aperti agli altri, in termini di socialità danzereccia che significa: iniziate da subito a BALLARE CON TUTTI! Con i belli con i bravi e con i brutti! Si impara e si evolve e si migliora solo DALLO SCAMBIO. Inutile che vi incaponite nella ricerca della tanda con il ballerino/a di grande esperienza, schifando i vostri simili. Tornate sulla terra e sporcatevi le scarpe. Solo così, forse, un giorno, sarete ballerini/e di qualità!
  • LA MIRADA: in milonga dimenticate di avere le mani o la voce. Per invitare si usano gli occhi. Se i vostri Maestri non l’hanno ancora fatto, chiedete loro di spiegarvelo

Sicuramente, avrei ancora tanto altro da aggiungere, ma tanto. Mi sono limitata a questi piccoli suggerimenti che, se messi in pratica, credo possano iniziare alla vita della milonga, ballerini/e garbati e piacevoli. Il resto poi viene da solo. Si spera!

Pimpra

TANGO, PIEDI E TACCHI. Suggerimenti d’uso per i principianti.

Lungi da me la volontà di ingannare i feticisti all’ascolto. Questo articolo tratta un aspetto, molto spesso trascurato o non tenuto in debita considerazione, specie dai neofiti.

Come espresso più volte i movimenti del tango argentino coinvolgono armoniosamente tutto il corpo. Se avete sentito parlare di grounding, sapete che l’energia, il movimento, la dinamica, la prendiamo dalla terra (il pavimento) per portarla in una spirale meravigliosa a fluire verso l’alto.

Stare a terra, “radicare” è estremamente importante e farlo bene non è così scontato.

Uno degli errori tipici che si fanno, specie all’inizio e specie le signore, è quello di farsi prendere dall’entusiasmo e dalla bellezza delle calzature da tango, dimenticando che, la scarpa da ballo è, innanzitutto, una scarpa tecnica.

Di seguito alcuni suggerimenti di cui tenere conto per i vostri futuri acquisti:

LA SCARPA:

Indossando le vostre scarpe, la pianta del piede deve essere rilassata, non costretta, permettendo alle dita di estendersi e di lavorare a pressione sulla suola.

E’ fondamentale “percepire” il pavimento.

I TACCHI

Ovviamente più sono alti più ci piacciono, attenzione però, vanno gestiti.

Un’altezza di tacco eccessiva, porta il corpo a spostarsi in avanti, sicché se non controllate perfettamente la vostra postura e il vostro asse, finirete addosso, pesanti come un armadio, al ballerino di turno che – credetemi -dimenticherà immediatamente le vostre bellissime gambe e maledirà i tacchi esagerati che state indossando…

Il tacco alto, dai 9 cm in su, è appannaggio delle professioniste che si esibiscono, delle ex danzatrici classiche che hanno sviluppato una naturale iperestensione della caviglia, delle donne che – da sempre –fanno uso di tacchi altissimi. Per tutte le altre, è meglio fermarsi ad altezze più moderate.

I benefici del tacco più basso sul piede sono evidenti: si scongiura/non si peggiora l’alluce valgo, si evitano le borsiti sulla pianta, la caviglia viene sottoposta a minor stress con minor rischio di distorsioni.

Le migliori scarpe sul mercato sono tutte dotate di appoggio su memoform che altro non è che la suola ammorbidita. Il vantaggio è evidente: oltre ad essere una scarpa estremamente comoda, aiuta a contrastare i traumi a cui il piede della ballerina è sottoposto.

Una ballerina che porta bene i suoi piedi, resta bella, eterea, elegante anche indossando il tacco 7. Bisogna solo diventare brave.

PIANTA DEL PIEDE E LE CAVIGLIE

Se non provenite dalla danza o da attività sportive quali l’atletica, forse non sapete che i muscoli del piede possono essere allenati.

Nel caso del tango argentino, è bene vengano sviluppati, per entrambi i sessi.

La spinta, la dinamicità, il flow, coinvolgono in modo molto consistente i piedi.

Vi sono numerosissimi esercizi che potete fare per conto vostro per rinforzare le estremità. Chiedete ai vostri Maestri che vi sapranno sicuramente consigliare.

L‘IGIENE DELLE CALZATURE

L’ultimo punto, forse banale, ma neanche tanto, è l’igiene delle vostre calzature.

Dopo la lezione o la milonga, non rinchiudete le scarpe da ballo dentro il loro sacchetto portatile, lasciatele all’aria, ad asciugare.

Esistono in commercio degli ottimi spray che disinfettano la suola, uccidendo i batteri puzzoni. Leggete con attenzione l’etichetta e assicuratevi che siano presidio medico chirurgico, dovreste leggervi “disinfettante germicida”, sarete così tranquilli che le vostre amate scarpette resteranno profumate.

BUON TANGO A TUTTI!

Pimpra

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