
Serata di stelle cadenti.
Le ho aspettate ad occhi chiusi.
Lucciole dentro di me.
Nel silenzio della mia casa,
un lunedì afoso di fine estate.
La stella sei tu.
Non hai bisogno di altri desideri.
Pimpra
IMAGE CREDIT DA QUI

Serata di stelle cadenti.
Le ho aspettate ad occhi chiusi.
Lucciole dentro di me.
Nel silenzio della mia casa,
un lunedì afoso di fine estate.
La stella sei tu.
Non hai bisogno di altri desideri.
Pimpra
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Pubblicato da Pimpra in 11 agosto 2026
https://pimpra.blog/2026/08/11/nessun-desiderio/
Pensieri del 2015 che sento sempre attuali.
L’autunno porta pensieri, si sa.
L’alternarsi delle stagioni posa lo sguardo su un limite più vicino, si osserva la vita da una distanza ravvicinata, potendone quasi sentire l’odore.
Le caldarroste tra poco compariranno, il loro profumo caldo ed invitante sferzerà le giornate sempre più corte, più fredde e melanconiche.
E la polaroid che mi rimane in mano parla chiaro, qualcosa è cambiato.
Le serate di questo autunno improvviso mi hanno trovata preparata, a non farmi sorprendere dalla solitudine, a non lasciarmi travolgere da quell’onda di sottile depressione che, fino a poco tempo fa, entrava impregnando di sè l’essere.
Tanto mi aveva fatto paura la solitudine quanto sto imparando ad amarla. Tanto mi sentivo una disadattata per non essere stata capace di costruire un nulla famigliare, di coppia, di progetto di vita, quanto la libertà di cui godo è – finalmente – vissuta come il più grande dei regali.
Non ho…
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Pubblicato da Pimpra in 2 ottobre 2020
https://pimpra.blog/2020/10/02/un-tete-a-tete-tra-me-e-me-2/

Questa è solo la minima parte del mio personale parco scarpette da tango. Queste sono le bimbe che, attualmente, mi seguono nelle peregrinazioni sulle piste.
Ho sbagliato tempo dei verbi: devo usare il passato remoto.
Ci passo davanti ogni giorno, le accarezzo con lo sguardo, ogni paio mi ricorda momenti fenomenali della mia vita, ore di piacere, di gioia, a volte anche di cocenti delusioni, di dispiacere.
Le mie scarpette da tango raccontano la mia vita, quella degli ultimi 15 anni.
Ogni giorno mi osservo i piedi, li vedo senza lividi, senza calli, senza unghie rotte, dovrei essere contenta, invece ci leggo il segno della pausa, della sosta obbligata a cui siamo stati costretti.
Ammiro molto gli amici e i maestri che, determinati, hanno continuato a ballare, ad allenarsi a distanza, a perfezionare la tenica.
Io faccio fatica, perché mi prende come un dolore dentro, vivo una sorta di lutto, perché mancano gli abbracci, come non mai.
Ho letto che in alcune regioni d’Italia, con prudenza, stanno riaprendo le scuole di ballo, ed è una cosa meravigliosa. Da me, nel lontano nord est ancora vige il divieto, ma sono e voglio restare ottimista.
Ho una grande paura: riuscirò a ballare ancora? Sarò in grado? Il corpo non allenato, rimasto per mesi in quasi totale inattività fisica, recupererà?
Sono sopraffatta dal desiderio e dal timore, dal bisogno di riprendere e dalla paura di non farcela.
Le mie scarpette sono lì, mi guardano e continuano a ricordarmi come ero e come era bello ballare.
Non metto più i tacchi da tantissimo tempo, perché se non posso ballare, è come se la mia “donna” portasse l’abito del lutto.
Ma il tango tornerà ed è bene farsi trovare pronti.
Oggi indosserò il paio da studio e muoverò i primi passi, in fondo la vita è questo: RICOMINCIARE.
Pimpra
Pubblicato da Pimpra in 26 Maggio 2020
https://pimpra.blog/2020/05/26/malinconia-tanguera/

Ricordo che quando ero una bambina, guardavo a quelli che mi sembravano i vecchi, sempre con occhi dolci e grande rispetto. Gli anziani, nel mio target relazionale, sono stati sempre un soggetto preferito.
Mi piaceva starci insieme perché era bello farsi raccontare le storie della loro vita così lontana nel tempo, nello spazio e nelle abitudini, dalla mia.
Guardavo i volti segnati dalle rughe che disegnavano solchi carichi di esperienza. A volte erano visi sorridenti, altre carichi di vita, altre ancora pieni di malinconia se non di dolore.
Forse è per questo che mi sono stati sempre molto cari i vecchi che ho incontrato, perché i miei occhi cristallini di bambina erano capaci di cogliere le sfumature dei loro, annacquati di ricordi che andavano e svanivano, come onde.
I vecchi più felici non erano quelli più abbienti, ma quelli circondati dai loro bambini, dai figli e dai nipoti, dalla loro linea della vita che si affacciava fresca alla finestra dell’esistenza.
Le mani degli anziani sono fresche, come il ruscello che scorre limpido, oppure sono calde. Non hanno quasi mai la temperatura di tutti gli altri.
Le mie anziane profumavano di viola, oppure di mughetto o di Chanel n. 5. Ricordo ogni sfumatura del loro odore, della lavanda di cui erano impregnati i fazzoletti di stoffa, la lacca sui capelli, lo smalto sulle affilatissime unghie rosse.
Ieri ho trascorso la prima giornata di primavera all’Itis di Trieste, un tempo considerato l’ospizio dei poveri, dove i miei amati “vecchi” venivano abbandonati nelle mani della morte che tardava sempre troppo a portarseli via, lasciandoli soli, nel buio vuoto della loro vecchiaia.
Adesso l’istituto è stato completamente rinnovato ed è diventata una residenza dove, gli anziani, non sono più buttati via come cenci usati, ma un luogo caldo e accogliente dove possono trascorrere il tratto finale della loro esistenza, circondati da un calore che prima non c’era.
Nel bar che è il cuore della struttura, tavolini in stile barocco e poltroncine di velluto rosso accolgono ospiti e residenti, simulando da vicino i caffè tanto cari ai triestini. Nella Hall, un pianoforte a coda a disposizione di chi vuole accarezzarne i tasti per riempire di melodia le pareti marmoree e monumentali dell’ingresso. Alle pareti quadri moderni, a indicare il fluire della modernità sul passato, in un legame indissolubile tra ciò che è stato e ciò che sarà.
Amiamoli questi vecchi, tutti i vecchi del mondo, che sono la nostra memoria, i battiti del nostro cuore, il nostro passato e che, con i loro occhi acquerellati ci raccontano di infinita malinconia.
Ho ancora negli occhi l’immagine di una giovane ragazza che leggeva Roth a una anziana signora in carrozzina che, ad occhi chiusi, le teneva una mano mentre godeva del racconto riprendendo a sognare.
Pimpra
Foto mia, ieri, primo giorno di primavera.
Pubblicato da Pimpra in 21 marzo 2017
https://pimpra.blog/2017/03/21/7021/

Pausa pranzo.
Dopo una bella sciabolata di carta di credito affondata in compagnia della la mia fedele compagna di merende, incappando in modo assolutamente casuale nei saldi di un negozio fornitissimo di scarpe, ma di quelle giuste, al fine di riconfortare le nostre coscienze improvvisamente lerce come quelle di un serial killer dopo l’efferato delitto ai nostri rispettivi conti correnti, la mente, chissà perché, è partita indietro nel tempo… ma tanto indietro…
Quando portavo i pantaloni corti, era la fine degli anni ’70.
Eravamo un po’ tutti come i bimbi della foto: stessi semplici vestitini, le scarpine con gli occhi, le Superga blu e bianche, gli zoccoli di legno (vero e non di plastica), i capelli tagliati con la scodella, i calzini bianchi a metà polpaccio.
Eravamo sempre molto sporchi, d’estate, perché giocavamo all’aria aperta: chi nel cortile di casa, chi in campagna, chi per le vie del suo quartiere.
I più fortunati, come me, potevano spaziare in tutti questi luoghi.
La campagna delle mie zie era il mio luogo del cuore. Ogni mese aveva il suo particolare colore, il suo sapore unico.
A giugno, quando finiva la scuola, si sfogavano le gambe con grandi corse in bicicletta, si facevano infinite sessioni di nascondino in notturna che era molto più divertente. Si piantavano le insalate, si raccoglievano i cetrioli ed il radicchio.
I bambini inventavano i giochi più incredibili con niente: scatole di ferro, confezioni di lucido da scarpe, cassette di legno utilizzate per portare al mercato la verdura. Era tutto così bello e divertente, comprese le “ferite di guerra” provocate dai ruzzoloni fatti in bicicletta, o cadendo dagli alberi.
Non si perdeva tempo a disinfettare con alcol, a volte con quello rosso, se c’era, di solito, la prova da superare era quella di urlare meno possibile quando la nonna, sulla ferita aperta (e normalmente idonea a un bel passaggio di punti di sutura), riversava del succo di limone. E tutti gli amichetti vicini incoraggiavano il malcapitato a resistere e a non far rumore, perché così si diventava “grandi”.
A luglio si stava fuori alla sera e si raccontavano le storie, ascoltando il canto delle cicale e contando le stelle nel cielo. “Quella te la regalo”, “quell’altra ha il tuo nome” nelle dolci e innocenti mosse di corteggiamento che si potevano fare a 8/9 e 10 anni. E si amava, si amava davvero, anche allora.
Agosto erano i fuochi, bruciare le sterpaglie e non c’era anno in cui, la mia amatissima zia Mara, non provocava un vero incendio ed arrivavano i pompieri. E poi, una volta spento, tutti insieme a festeggiare lo sventato disastro bevendo vino di casa e mangiando prosciutto.
Erano le salite sull’albero di fico, i cui rami elastici e privi di corteccia abrasiva, accoglievano ognuno di noi e ci regalavano dolci e meravigliosi frutti.
Settembre, anche per noi bimbi, era già la stagione della malinconia. I cuginetti tornavano a Milano, la scuola riprendeva di lì a poco e bisognava completare i maledetti compiti delle vacanze, lasciati per tutta l’estate, in un angolo nascosto del cassetto.
Chissà perché, oggi, ho rivissuto questo poetico amarcord, così tanto veritiero da sentirne il profumo.
Era il tempo dei pantaloni corti e delle ginocchia sbucciate. Un tempo che resterà solo un dolce ricordo nella memoria. Felice di averlo vissuto…
Pimpra
IMAGE CREDIT DA QUI
Pubblicato da Pimpra in 25 luglio 2016
https://pimpra.blog/2016/07/25/quando-portavo-i-pantaloni-corti/
C’è una via, a Trieste, che mi è particolarmente cara.
Si snoda dal colle di San Giusto fino ad arrivare in Sacchetta, all’affaccio della città sul mare.
E’ la via della malinconia.
Ogni volta che la percorro, in qualunque stagione, riesce a sfiorarmi l’animo d’una patina di dolente struggimento.
La preferisco nelle stagioni di mezzo, perché esprimono al massimo la sua poesia.
Il giardino Basevi che vi si affaccia, si erge montando anch’egli la collina di San Giusto, regalando le sfumature rosso sambuco dell’autunno carsico unite al delizioso verde smeraldo delle giovani foglie a primavera.
Oggi, più che la vista, è stato rapito l’olfatto poiché, d’un tratto, sono entrata in una nuvola di profumo di foglie bagnate, di muschi e di pioggia.
Il mio momento di poesia ad inizio di giornata.
La mia connessione con il farsi del tempo, con la malinconia di novembre alle porte, con la vita che ti guarda e a volte ti schiaffeggia, a volte ti sorride …
Pimpra
IMAGE CREDIT: foto di Alessandro K., tratta da qui
Pubblicato da Pimpra in 29 ottobre 2015
https://pimpra.blog/2015/10/29/profumo-di-malinconia/
A voler ben guardare c’è di che essere felici. A voler ben guardare.
La nuova stagione si affaccia alle finestre, le giornate poco a poco si stanno allungando, la luce del giorno è più piena e, in qualche modo, anche più calda.
La primavera nascente mi ha sempre regalato ottimo umore. Perchè sono creatura di luce, non c’è nulla da fare. Datemi fotoni e mi fate contenta.
Nonostante tutto, però, ho un filo di malinconia che impedisce un largo sorriso, non riesco a gioire appieno.
A ben guardare non c’è molto di cui essere felici, la situazione internazionale tesa come una polveriera, la vita di noi piccoli umani resa sempre più difficile da una serie infinita di complicanze, deviazioni, difficoltà…
Eppure è fondamentale trovare quella lucina che tutto fa risplendere.
Non so se questa malinconia è frutto di ciò che mi scorre intorno e che lascia un segno, oppure, semplicemente la patina dolce amara del tempo che passa e che, di tanto in tanto, si adagia sul cuore…
A ben guardare, è meglio che posi lo sguardo fuori dalla finestra.
Pimpra
IMAGE CREDIT DA QUI
Pubblicato da Pimpra in 19 febbraio 2015
https://pimpra.blog/2015/02/19/a-ben-guardare/
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