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DI TANTO IN TANGO: tutto quello che le donne non dicono ma pensano e poi si lamentano.

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Chi mi conosce lo sa, a me piace dire quello che penso.

Oggi affronterò un tema spinoso, giustamente stimolato dalla domanda di un amico “Ma le donne, quando ballano, cosa si aspettano?”

Che dire, una gran bella domanda.

Ne ho parlato con più di una ballerina e, di seguito, esporrò quanto ne ho ricavato.

PREMESSA

Prima di partire con qualsiasi disquisizione è necessario accettare il postulato che, nel tango come nell’amore e nel sesso i gusti sono molteplici, come le sensibilità e le aspettative personali. Perciò tentare di definire o dare una visione apparentemente “universale”, “generalista” di quanto una ballerina si aspetta è comunque una visione parziale, affatto neutrale,  o super partes.

Perciò, vi racconterò che cosa  mi aspetto io e le Amiche Giaguare come me.

Credo che la mia positiva vibrazione con un ballerino arriva se, da subito, capisco che ASCOLTIAMO il brano con lo stesso orecchio. Che vuol dire con la stessa sensibilità e, passatemi il neologismo, “SESSIBILITA‘”.

L’ascolto è la leva prima che ci fa muovere sulle assi di legno di una pista a raccontare di noi, della nostra coppia, delle nostre Anime danzanti, di quanto succede, delle emozioni che scaturiscono in quel momento.

Il mio ballerino ideale MI BALLA. Che significa che cerca di capire chi sono, che indole ho, la mia sensibilità, l’energia, la femminilità e con questi elementi si connette con i suoi: la sua virilità, la sua sensibilità musicale, la sua emozione.

BALLARMI non vuol dire USARMI come palo per una sua esibizione di qualità tanguere di taglio onanistico.

Ça va sans dire.

Voglio un ballerino NUDO. Un uomo con così tanto coraggio da farsi “leggere” nel tango, senza paura, per quello che è.

L’ho detto più volte che l’abbraccio non mente, però, per non scoprire le segrete dell’animo del danzante, può diventare estremamente tecnico e freddo, proprio perché non vuole comunicare. Ecco, a me, di ballare con un iceberg, nemmeno ad agosto. No grazie.

Mi piacerebbe moltissimo trovare un ballerino CORAGGIOSO di quelli che non vogliono proporre solo loro, ma che amano la sfida civettuola della donna che sa proporre, in modo lieve, il suo punto di ascolto e quindi di interpretazione.

Mi piace il ballerino che sa essere INTENSO, INTIMISTA E PASSIONALE quando ci vuole (ovvero quando la musica chiama), mi piace il ballerino DIVERTENTE, GAIO, ALLEGRO quando ci vuole.

Amo le sfumature di colore, di densità di senso, di interpretazione.

I MIEI NO.

Non credo di averne moltissimi.

Il primo, fondamentale e assoluto è che non voglio il BALLERINO-PADRONE, quello che “non deve chiedere mai” che ti marca anche il respiro che devi fare e quando, lo psicomaniaco del controllo quello che nell’abbraccio ti regala una gabbia.

Per me, no grazie. Ma ci sono donne che amano il genere, a conferma della premessa in testa di articolo.

No anche al contrario, ai ballerini ETEREI a quelli che non ti toccano neanche. A me sembrano uccellini spauriti, caduti dal nido e, oltre a spegnermi tutto il sacro fuoco tanguero, mi restituiscono una vibrazione negativa sul mio corpo. Con loro mi sembra di pesare una tonnellata, di essere “troppa, tanta, abbondante” sia fisicamente, sia energeticamente.

Per chiudere con una bella immagine che mi ha regalato la Eva, dico anche io che, un bel tango riuscito è quello che ti fa sentire come se “(cit.) ti trovassi sul divanetto, vicino vicino, a guardare un bel film, in compagnia, condividendo la stessa copertina”.

Direi che con questo ho detto tutto… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

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DI TANTO IN TANGO: MA TU, PERCHÉ BALLI?

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Sembra una domanda banale posto che la sottoscritta calca il parquet da due lustri abbondanti. Invece…

Molto spesso intorno a me sento dare delle motivazioni che trovo così distanti dal mio modo di pensare che mi è venuto voglia di scriverci su.

Il tango è una danza popolare, nata nei sobborghi di Buenos Aires in un periodo storico particolare e, sotto certi aspetti, molto difficile, in un paese affascinante quanto distante dall’Europa. La genesi del tango è e rimarrà sempre la terra di Argentina, poi il mondo si è accodato, da Parigi che lo ha fatto conoscere in Europa al globo intero.

Ma la carne, la polpa, il “sangue e arena” resta il fuoco argentino.

E tutti noialtri non possiamo che essere semplici seguaci, amanti affettuosi o pure passionali ma NON saremo MAI argentini. Nel bene e nel male, ovviamente.

Tutto ciò premesso, la magia del tango sta proprio nella sua universalità che ha fatto sì potesse diventare una sorte di esperimento sociale riuscito di un “esperanto della danza”, un linguaggio universale, noto a tutti.

Perché ballo.

Molti anni or sono, rimasi folgorata dalle note di un tango che iniziava la lezione successiva alla mia di latino-americani dove lasciavo l’allegria. Il mio orecchio è stato rapito dalla feroce malinconia di un tango tradizionale, dal suo calore nostalgico, dalla sua intima poesia.

Ho chiesto alla mia insegnante di allora di farmi provare la lezione e, il mio partner (al tempo marito) ed io restammo letteralmente rapiti. Dopo pochi mesi la salsa e i latini erano archiviati e il tango, come un fiume in piena, ci aveva letteralmente travolti.

Per l’uomo sono stati anni difficili di studio, di memorizzazione, di comprensione di dinamiche nuove, di ascolto di musica e del partner, elementi di grande complessità sia fisica che emotiva.

Per me i primi tempi, in realtà anni, sono stati un’incredibile battaglia interiore. La mia personalità dominante, abituata a comandare, a gestire, doveva improvvisamente farsi da parte per quella Donna che ancora non avevo conosciuto né ancora incontrato .

Nonostante vivessi con brutalità il mio conflitto, mai, per un solo istante, ho pensato di abbandonare, di permettere a quella me del “fuori dalla pista” di uccidere la Donna che il tango argentino aveva fatto nascere. Ormai ero sua.

Nel tempo quella Lei è cresciuta, si è fatta largo con prepotenza, fino a trovare la sua perfetta collocazione nella figura della donna “Giaguara” che altro non è che il Femminile consapevole, la maturità, l’accettazione della bellezza di un ruolo, la comprensione e l’accettazione gioiosa e grata della pienezza e della “rotondità” di anima e corpo.

Ecco perché molti parlano di tango terapia. Non si tratta di una cazzata modaiola.

Ballare è, in primis, terapia dell’anima, riscoperta e ritrovamento di parti di sé a lungo nascoste (o mai emerse), connessione totale con se stessi e il proprio partner, sia che si abbia la fortuna di condividere il percorso con la persona del proprio cuore, sia lo si faccia con un/a partner di ballo. In verità, connessione è sempre, con tutti. Almeno così dovrebbe essere.

Uccidiamo il Narciso.

Ogni ballerino/a che affronti una pista, mette in mostra se stesso, è ovvio. Però, a mio parere, l’attenzione del danzante non deve mai stare fuori, al pensiero di chi lo guarda. MAI!

Muovere i passi dentro un brano, abbracciando sentitamente il partner, è la promessa di un viaggio dalle potenzialità meravigliose e, al contempo, dalle insidie tremende. Però bisogna rischiare TUTTO. Bisogna DARSI senza sconti, senza freno a mano tirato. Quando si balla il tango SI E’, nel qui e nell’ora, nella presenza e nella sostanza.

Ecco un altro aspetto della “terapia”.  Per ballare bene, di qualità, non si può pensare ad altro, distrarsi o non concedersi, ballare in percentuale: con te il 100% perché sei un figo/a , con te l’80% perché non mi va tanto, con te –  “Vabbè dai ti regalo questa tanda” – e sto al 30%.

STICAZZI.

Tangueros/as che non hanno capito NULLA. Che non saranno mai straordinari ma solo piccole imitazioni del loro potenziale che, ricordiamocelo, è sempre un potenziale UMANO e non di performance.

Mi fermo qui, per oggi, ma avrei molto altro da aggiungere… OLE’!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT: VINCENZO CERATI E ARIELLA BRUSCAINI

 

DI TANTO IN TANGO: I PRIMI PASSI

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Settembre è il mese degli inizi. Riprende la scuola e, con essa, anche per gli adulti, tutte le attività extra lavorative: dalla palestra ai corsi di lingua, passando per quelli di fotografia e, ovviamente, di ballo.

Questo settembre, per me, è stato come ritornare a scuola, in prima elementare, mi pare che non si dica più così. Ho iniziato il primo corso principianti di tango argentino, indossando le vesti da leader.

Ho avuto la gioia estrema e il piacere immenso di godermi, ancora una volta, tutte le emozioni dell’inizio, come quelle che si provano allo sbocciare di un nuovo amore.

Anche se nulla so di guida maschile, in realtà “so”, perché tutti gli anni trascorsi a studiare il tango nel mio ruolo di follower, in realtà, hanno lasciato infiniti insegnamenti su quanto l’uomo debba fare, anche se non ne ero consapevole. Aggiungo che, ballando da lustri come donna, conosco perfettamente tutti gli indici di difficoltà di certe azioni, quindi, nella mia versione “maschia”, presto particolare attenzione alle sfumature.

Quanto è bello studiare, farlo con una dama già ballerina che, come me, desidera approfondire, migliorarsi, per assaporare le sfaccettature di questa danza infinita come l’universo, terapeutica per l’anima e il corpo, introspettiva e sociale, gioiosa e melanconica.

Come sono felice, amici miei tangueri/e, di questo nuovo percorso che so, con certezza, mi arricchirà come ballerina, come donna, come essere umano in generale perché, adesso mi è chiaro, l’Universo mi ha messo vicino il tango perché potessi meglio ascoltare, connettermi con il mio prossimo, leggerlo dentro,  scoprirne ed assaporarne i colori e, senza giudizio, imparare ad amarli.

Olè.

Pimpra

TANGO DAL GRANDE CUORE. ETDS 2017

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Ti fai prestare la macchina, avvisi lo zio delle Gattonzole che se ne occupi per due giorni, ti prepari e vai.

Punti il muso della Volvo in direzione Bologna. Sai che laggiù c’è qualcosa che ti aspetta. Anche se non sai esattamente cosa.

Il periodo non è dei migliori, nuvole oscure di depressione hanno “ferito la giaguara” (grazie Giancarlo per questa meravigliosa immagine), ma resti sempre una giaguara, metti un bel cerottone dove serve e vai.

Sai che laggiù c’è la tua terapia, lo senti, perché lo hai già sperimentato una volta.

Il miracolo si compie e tu, ricevi, ricevi, ricevi, ricevi.

Il modo del tango è una comunità, una grande, estesa, multiculturale comunità. Incontri persone che provengono da tutta la penisola, da tutta Europa e da ben più oltre. Ci lega un filo, quella passione artistica che si snoda intrecciando melodie e corpi, in un’unica dimensione, il tango.

La chiamo “la terapia degli abbracci”. Non è una novità.

Il valore più alto, assoluto, è che guarisci da te stesso senza dover usare parole, senza dover pronunciare parole, solo “essendoci, restando, scambiando” un abbraccio.

Ci pensa l’altro ad attivare quel volano di energia, mutuato dalla musica, che riattiva tutte le sinapsi del tuo benessere psicofisico.

Non tutti sono capaci a cimentarsi in questa sfida, perché se vuoi ballare e stare meglio, devi affrontare la pista nudo.

La nudità non sta nell’abbigliamento (anche se, con il caldo che fa a volte servirebbe), ma nell’anima che deve mostrarsi. Non ci sono pretesti, non ci sono scuse, bisogna avere il coraggio di esistere, per quello che si è e per come si è.

Poi arriva tutto ciò di cui si ha bisogno: l’espressione del proprio io danzante che si libera e crea, la connessione con l’altro ballerino che ascolta, recepisce e propone, in un duetto che diventa corale e abbraccia, letteralmente, tutta la pista.

Ma, dicevo, il valore aggiunto è rappresentato dalla comunità tanguera.

Sento già i fischi dei detrattori che diranno “bugie! c’è gente brutta, cattiva, malefica, odiosa, gente che parla male bla bla bla”. Rispondo decisa che sono tutti starnazzamenti inutili di coloro che non si pongono con l’animo giusto e che, di fatto, sono quelli “tagliati fuori” dalla comunità a cui mi riferisco. Perché la comunità è più forte degli stronzi, e perdonate il francesismo.

Badate bene, parlo di “comunità”, non di gruppo!

Quale è la differenza? Sostanziale direi: comunità= cum / con essa ACCOGLIE, cresce, si modifica, include.

Il gruppo, può essere numerosissimo ma non diventare mai comunità. Capito la differenza, vero?

A Bologna c’era la comunità, quel caldo abbraccio che ti aspetta, la copertina che ti riscalda l’animo, il sorriso aperto di chi ti prende in giro per come sei dandoti baci sulle gote.

Simona e tutto lo staff di SpaziotangoBologna, hanno fatto il miracolo di San Gennaro anche quest’anno, donando momenti magici a tutti i presenti, facendo battere all’unisono il cuore grande del tango.

GRAZIE.

Pimpra

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QUI ED ORA. (PIPPOLOTTO, VI AVVISO!)

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Quanto sono belle le serate trascorse con una cara amica che non vedi da tempo con la quale resta sempre intatta la confidenza, lo scambio, e un grandissimo affetto.

Nel suo piccolo appartamento, come il nido di un uccellino, delicato e dolce come è lei, pulito, deliziosamente arredato con un’attenzione ai piccoli dettagli che sussurrano la sensibilità vibrante della padrona di casa, mi sono presentata con un frizzantino rosè e Tupperware al seguito….

Le parole sono scivolate fluide, intervallate da argomenti leggeri o seri, così come le donne sono abituate a discorrere.

Lei, come molti di noi, ha visto naufragare un rapporto su cui aveva scommesso “per la vita”, ma così non è stato. Le ossa rotte, l’anima e il cuore feriti, ha ripreso la sua vita tra le mani, con il coraggio e la determinazione che servono ogni volta che si riparte da capo, e si è rimessa nel flusso delle cose.

La dolorosa esperienza, tra i tanti segni che le ha lasciato, ha messo un tarlo nella testa, ovvero: chi si prenderà cura di me quando sarò vecchia? Evidenziando ai massimi sistemi, il dolore esistenziale di questa moderna società.

Mai come ieri sera, ho potuto toccar con mano, la solitudine, il vuoto pneumatico che i single della mia generazione stanno vivendo.

C’è chi brucia la vita, anestetizzandola sulla propria pelle agendo comportamenti e sentimenti di totale edonismo, vuoto però di contenuti, nulla a che vedere con un sano epicureismo consapevole e goduto,  altri, invece, tuffano il loro essere negli abissi del più profondo “mal di vivere”, basato sulla prima, sostanziale, mancanza: l’amore (per se stessi e per gli altri), la solitudine di rapporti che poggino su qualcosa di vero.

Il futuro, a quel punto, diventa un mostro che terrorizza, mancando le strutture caratteriali e definite certezze sul proprio sé e sulla propria essenza. Partono così i pensieri bui, l’idea della vecchiaia come malattia e non come compimento gioioso di un percorso di vita. Si immagina il corpo debilitato, impossibilitato a provvedere a se stesso e quindi, esplode il bisogno dell’altro.

Credo non abbia senso andare così avanti con il pensiero, immaginare e ipotizzare situazioni che non abbiamo nessun reale strumento per essere comprese.

La sola cosa che siamo capaci di conoscere è il QUI ED ORA. Nulla più. Il resto sono solo proiezioni, più o meno belle, di emozioni positive o negative, che vivono dentro di noi.

Allora sai che c’è? Resto connessa a questa dimensione, cerco di vivermela al meglio, con fiducia e gioia di me, di quello he posso portare nel mondo e dal mondo ricevere.

Forse semplificare, alleggerire è la sola via per vivere meglio.

AMEN.

Pimpra

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ODE ALL’UNIVERSO

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Ci ho messo non so più quanti anni a capirlo, a viverlo, a sentirlo in ogni atomo del mio essere. Una vocina da lontano me lo diceva, da sempre, che per essere felici, bisogna trovare quel qualcosa che accende la nostra intima scintilla.

Ed io proseguivo a non capire, a non ascoltare, a perdere tempo e a disperdere energie credendo di cercare, senza però trovare mai. E, con il trascorrere degli anni, la frustrazione aumentava, esponenzialmente, al farsi di quel vuoto interiore incolmabile.

Pensavo “Forse manca l’amore, forse devo cambiare me stessa, forse non ho abbastanza qualità, forse…” e giù a macinare tristezza, a cospargere la mia vita di polvere di insoddisfazione, un giorno dopo l’altro.

Poi, inaspettatamente, mi sono innamorata perdutamente (sì, anche di un uomo!), è arrivato il tango nella mia vita, ed ecco che quelle scintille spente di gioia di vivere e del piacere di esistere che, sempre, hanno colorato la mia anima, hanno ripreso a vibrare.

Gli anni sono passati e questo Amore è cresciuto, si è modificato, ha vinto sulle sue tempeste, ha subito e sopportato litigi ma è divenuto forte, radicato, adulto dentro di me.

Sono cresciuta pure io con questo Amore, imparando a scorgere la donna che avevo dentro, l’ho finalmente fatta nascere e l’ho portata nel mondo. Un cerchio che ha assunto la sua forma perfetta, di vibrazione intima e animistica, vera, assolutamente pura, senza sbavature, dentro di me.

E questo amatissimo tango mi ha messo vicino una persona speciale, una donna, con la quale ho aperto un nuovo orizzonte, creativo e colorato, della mia vita.

Sono onorata e felice, e, finalmente, ho trovato quello che cercavo, quello che non avevo nemmeno mai osato immaginare, la mia realizzazione attraverso le mani altrui, la creatività altrui che, però, filtra anche attraverso di me, in modo diverso e consono a quella che sono.

Ho voglia di dire all’Universo che lo ringrazio di avere aspettato tanto a propormi questa possibilità, perché lo ha fatto nel momento in cui ero pronta, matura e consapevole.

E, all’improvviso la vita, che, di fatto è la stessa di prima, si anima improvvisamente perché, la luce che hai dentro illumina tutto.

Sorrido felice… Sticazzi che grande conquista!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

DIETRO LE QUINTE DI UNA MARATONA DI TANGO

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Dall’esterno è tutto molto semplice.

Un weekend in cui si balla a finire, danzatori di entrambi i sessi di alto se non altissimo livello, musicalisadores con le palle, cioè non quelli improvvisati che tanto basta avere un pc portatile e sono bravi tutti, tandas orgasmiche, socialità, nuovi e vecchi amici, scambio, condivisione, gioia e divertimento.

La faccia scintillante della medaglia. Poi c’è il lato b, quello oscuro, che accompagna la maggior parte dei maratoneti, o, perlomeno, quelli “intellettualmente onesti” che hanno il coraggio di ammetterlo.

Gli aspetti psicologici che stanno dietro alla partecipazione a un evento del genere, hanno una portata emotiva molto intensa, quando non devastante.

La maratona, per come la intendo io, non è una “normale” serata di milonga ripetuta per più giorni. E’ molto di più.

Innanzitutto, le maratone “come dio comanda” prevedono un numero blindato e relativamente contenuto di partecipanti, di norma, selezionatissimi. Già qui, si scatena un putiferio emozionale poiché, tutti noi, nel nostro intimo, vorremmo essere convocati, invece -sticazzi-, non sempre possiamo essere annoverati nella rosa dei papabili.

E sono fastidi. Narcisi come siamo TUTTI, chi danza ancora di più, riteniamo la nostra esclusione un atto di lesa maestà che ci fa imbizzarrire fin nel profondo.

Facciamo che siamo tra i convocati. Primo orgasmo. Possiamo procedere a prenotare il viaggio e ad organizzare il soggiorno.

Arriva il momento di partire e, per entrambi i sessi, inizia la partita con le strategie da mettere in campo per godersi l’evento.

Le donne provvedono con attenzione alla scelta dei loro look, perché, mai come in maratona, ciò che colpisce l’occhio regala una percentuale in più nella riscossione dell’invito. E credo che per gli uomini sia lo stesso sebbene la motivazione di base sia diversa.

La prima serata di maratona, probabilmente, è quella a più alto tasso di adrenalina. Si “annusa l’aria”, si devono afferrare le dinamiche di pista, studiare i potenziali “avversari”, accertarsi della presenza dei propri ballerini/e preferite, magari incontrati in altre maratone e che, il più delle volte, vivono a  grande distanza.

Partono miradas che sembrano fiammeggiate di napalm, donne e uomini sembrano predatori nella giungla. Ed è così. Sangre y arena.

La maratona non è per tutti.

Chi le frequenta è animato da spirito agonista, voglioso, protagonista. Io voglio ballare e per farlo mi devo dare da fare, perché la concorrenza è spietata, c’è tanta qualità di ballo e tutti hanno il mio stesso, bruciante, desiderio. Non vale la regola “mi metto qui e aspetto”, resti lì e aspetti e speri fino alla fine dei tuoi giorni, seduto/a da solo/a.

Quando ci si mette in gioco così, è un po’ come spogliarsi dinnanzi a noi stessi. Non possiamo fingere ciò che non siamo, entriamo in contatto con tutte le insicurezze, le paranoie di cui siamo portatori.

Cosa c’è di più difficile di “mettersi in piazza”, di certo indossando un bel vestito, e iniziando a guardarci intorno alla ricerca di uno sguardo che incontri il nostro e lo ricambi? Quando il contatto avviene ma uno dei due non sostiene quell’intenzione e scivola via, quanto viene ferito il nostro ego?

Allo stesso modo le mille domande che iniziano a turbinare nella mente quando osserviamo chi è lì con noi, ai bordi di quella pista che, all’inizio, può anche sembrare infernale ma, una volta messoci il piede dentro, ci regala infinite delizie… ma mettercelo quel piede!!!

Amo la maratona perché psicologicamente mi violenta dentro, mi sbatte in faccia tutte le mie paure, esalta le mie insicurezze, e mi inonda di dubbi.

Allo stesso modo mi rafforza perché, maratona dopo maratona, ho sempre meno terrore di guardarle, ci entro in contatto, a volte le accarezzo pure perché mi rendono la persona che sono, nella mia fragile unicità e infondono nel mio tango tutta la vita di cui ha bisogno.

Non è per tutti, bisogna accettarlo. Pochi hanno la forza e il coraggio di vedere il proprio castello di carte crollare in un soffio, vedere le certezze di cui si erano ammantanti, sgretolarsi così, improvvisamente, tra un D’Arienzo e un Di Sarli.

In coro diciamo: STICAZZI!

E ringraziamo di avere questo dono tra le mani: siamo ballerini di tango.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Giò Il Fuz

 

 

IL POTERE DELLA COMUNITÀ

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Una brutta avventura a lieto fine.

Le Gattonzole si sono prese una due giorni di libertà, uscendo dal perimetro del giardino per nascondersi, impaurite, in un garage a pochissimi metri da casa.

Sono uscita pazza.

Un dolore insopportabile per la perdita di due pezzi di cuore, due figliole a tutti gli effetti, anche se quadrupedi e pelose. La mia famiglia speciale.

Nei giorni di ricerca però, è accaduto un piccolo miracolo.

Una comunità intera che, sui pixel colorati dell’universo virtuale, ha condiviso il mio grido di aiuto per la ricerca delle piccole. Migliaia di persone hanno voluto passare parola che, nel mucchio, magari qualcuno aveva avvistato le fuggitive.

E dal virtuale al reale, amici che si sono resi disponibilissimi ad aiutare una “mamma” in difficoltà e si sono dati da fare veramente.

Ringrazio, in particolare, Annalisa, la “task force di ricerca” (che fortunatamente non è servita!) composta da Alessandra, Renata, Janjia e Francesco. Il supporto di Andrea e le sue piantine di Duino e i percorsi da battere nella ricerca, Vladi che dall’annuncio letto su Facebook, per amore dei felini, ha girato per più e più volte l’intera cittadina di Duino nella speranza di ritrovarle.

Una menzione specialissima va anche alla Giulia, giovane veterinaria illuminata dal sacro fuoco, mi ha supportata, consigliata e seguita in questa spiacevole avventura! E, anche in questo caso, la notizia le è giunta tramite tam tam mediatico!

Alla fine, le Gattonzole erano dietro casa. Un vicino, accorgendosi di una coda particolarmente lunga e pelosa si è ricordato di aver visto un volantino di scomparsa ed ha chiamato.

Tutto questo, in tempi che fanno schifo per quanto di brutto accade. Invece, esiste ancora il bello e il buono in questo mondo e questa esperienza, me lo ha messo davanti agli occhi.

Sono una grande consumatrice di social, chi mi conosce lo sa bene, e sa anche che ho sempre pensato che, dietro a uno schermo di pc o di smartphone c’è SEMPRE una persona che vive, pensa e pulsa di vita e di emozioni. A maggior ragione, dopo questa avventura lo affermo: c’è del buono anche in un mezzo apparentemente superficiale come FB.

Una parola la merita anche  Duino.

Da “cittadina” non ho mai vissuto le dinamiche di un piccolo centro urbano. C’è un mondo da scoprire!

Esiste quella che viene definita “comunità” che, il più delle volte, nelle città, anche di piccola dimensione, non si vive. Tutti si conoscono, tutti sanno, tutti vedono, tutti commentano.

Certo, ci sono aspetti negativi in tutto questo, nel senso che, probabilmente la privacy non è negoziabile, si è tutti lì, e quel che si vede si “discute” con quel che può produrre la creatività umana in fatto di pettegolezzo. Ma, il lato molto positivo della medaglia, è che le persone si sentono parte di un tutto che le accomuna e, quando qualcuno chiama, si risponde all’appello.

E’ stato così anche per me, un’emerita “straniera” in casa d’altri che, però, si è posta in modo soft e gentile con le persone e la stessa risposta, lo stesso atteggiamento positivo, gentile e collaborativo ha ricevuto in cambio.

Sono insegnamenti che dovremmo tenere sempre a mente.

Non so a voi, ma per me la dimensione di comunità è un concetto che è sempre stato avulso, distante. Ho vissuto ed agito come un cane sciolto, non ho mai avuto i gruppi di amici ma persone prese da ambiti diversi, poche volte e solo in età più avanzata, ho avuto (e lo dico) il piacere di trovarmi dentro a una squadra o a un gruppo.

Sicuramente il concetto va rivalutato, esaltato e sfruttato a fin di bene. Ed io per prima, cercherò di far valere questa esperienza nel mio futuro.

Adesso sto vivendo uno stato di quiete catartica che tanto mi rasserena e quindi, rinnovo a voi TUTTI indistintamente, il mio GRAZIE per l’aiuto, per i bei pensieri, per i messaggi e per il supporto che, in tutti i modi possibili, mi avete regalato in questi giorni.

VI SENTO VICINI ED E’ UNA SENSAZIONE NUOVA E BELLISSIMA!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI 

 

 

IL MOMENTO PRESENTE E’ INEVITABILE

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Ci sono quei giorni, quei periodi in cui sei giù. La vita scolora improvvisamente, tutto appare grigio e piatto e non vedi quella scintilla particolare che tanto ti è cara.

A nulla vale cercare di accendere il lume della ragione che, proprio al momento del bisogno, improvvisamente fa tilt.

Ondate di melma emotiva arrivano fin verso il cuore e oltre. E ti pare che nulla possa tirarti fuori dal tuo magma nero.

Poi però…

Uno stupido messaggio lanciato nell’etere, più per sfogo che per altro, e ti arriva una caldo abbraccio dai tuoi amici reali e virtuali. E già ti pare meno brutto. Una carezza, anche se sui pixel colorati di uno schermo, resta una carezza.

E il messaggio, quello vero, quello che proprio DEVI ascoltare, ti arriva. E’ l’Universo che te lo manda, per darti quella sberla che ti risveglia, ti rimette sul pezzo e ti fa riflettere profondamente.

Io Gabriel non lo conoscevo nemmeno, epperò leggo il suo messaggio su FB, adesso che ha lasciato questo mondo. Ed è un messaggio che pare scritto per la mia Anima di oggi, quella che trascina con sé il mio corpo triste.

Leggete, è scritto in spagnolo, ma si può capire, e comunque, impegnatevi a farlo:

“EL MOMENTO PRESENTE ES INEVITABLE”
La 1ra vez que la escuché si bien comprendia la escencia porque es muy simple, la profundidad muchas veces no la veia. Con esto que me está pasando me di cuenta que si quiero decir lo que siento, el único momento es AHORA, si quiero conectar con alguien, el momento es AHORA, si quiero amar, éste es el único momento posible, ya que el único momento que existe es AHORA
Quiero compartir esto con ustedes ya que me hizo ver que las cosas que me perdí de vivir por pensar demasiado en el futuro, hoy no sé si pueda llegar a hacerlas.
Por eso AHORA, EN ESTE MOMENTO, DONDE QUIERA QUE ESTES, ANIMATE A SER VOS MISMO, CONECTATE Y COENCTA, DISFRUTA,AMA, BAILA CON TODO TU SER Y NO PIERDAS EL TIEMPO.
Gracias infinitas por esta noche y por todo el apoyo y amor que me brindan. Gracias a todos los que colaboraron !!!
NOS VEMOS PRONTO
GABY”

“Il momento presente è inevitabile.  Ho capito che se decido di dire ciò che sento, l’unico momento è adesso, se desidero contattare qualcuno, il solo momento è adesso, se desidero amare, è questo l’unico momento possibile, l’unico momento possibile è ADESSO.”

Prendo le  sue parole, il suo messaggio che mi arriva così forte, oggi, che il pensiero triste mi accompagna, e decido di svegliarmi e vivere questo “adesso” che, oggi, mi regala spine, ma, evidentemente, ha un senso così.

Buon viaggio, caro Gabriel…

Pimpra

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In questa foto c’è tutto.

Il nostro andare nella vita.

La pioggia che copre, momentaneamente, la linea dell’orizzonte.

Il sole che ci aspetta oltre la tempesta.

 

Stamani il calendario filosofico  propone una frase riportata da Terzani:

“Finirai per trovarla  la via… se prima hai il coraggio di perderti”.

Sembra che tutto faccia quadratura del cerchio. Adesso, con determinazione e una buona dose di incoscienza, proviamo a liberarci delle certezze. Io per prima.

Vediamo cosa succede…

Pimpr(osophy) 😉

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