IL NUOVO MAZZO. #vitavissuta

Mentre la vita scorre, arriviamo a bivi decisivi: non solo scelte da fare, ma situazioni che rimescolano completamente le carte. E con quel nuovo mazzo, dobbiamo giocare la nostra manche.

Non si tratta di controllare tutto ma di arrivare preparati.

Difficilmente arriviamo pronti a fare i genitori o ad accudire chi ha bisogno.

Ci sono poi i nostri genitori che, se siamo fortunati, restano con noi fino a un’età avanzata. Ma come?

Affrontare la loro vecchiaia, soprattutto quando il corpo o la mente cominciano a cedere, mette a soqquadro la nostra emotività. Ci scopriamo fragili, impauriti e spesso anche arrabbiati.

La mia povera madre sta affrontando la sua senilità con un corpo relativamente a posto ma con la mente che la sta abbandonando settimana dopo settimana.

Vederla sfiorire così velocemente, perdere le sue capacità di pensiero, dimenticare qualsiasi cosa, non essere più capace di condurre la vita indipendente che desidera, è un bivio della vita al quale non ero assolutamente preparata.

Certo, ho sentito i racconti di tanti amici che ci sono passati prima di me, eppure gestire questo cambiamento mi destabilizza nel profondo.

Mi ritrovo a vivermi “madre”, io che madre non sono, e a scoprirmi in un ruolo che non sento mio.

Come avrei voluto arrivare preparata a tutto questo, sapendo quali passi percorrere, come scegliere il meglio per lei, per rendere il suo inverno della vita più morbido possibile.

Non sono preparata, non lo sono affatto anche se cerco di fare il mio meglio.

Pimpra

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PER DINDIRINDINA! LA PUNTURINA NO! #vitavissuta

La punturina no!

Quando da mesi combatti con una tendinopatia al sovraspinato, arriva il giorno in cui ti arrendi all’evidenza. Ti rassegni alla sola via che ti rimane per riprenderti le funzionalità della spalla e poterti dedicare ai tuoi giochi preferiti (nuotare, lo yoga, la palestra): devi farti pungere la spalla e iniettare cortisone.

La fai facile tu, vai dal medico di famiglia, lui ti fa la prescrizione e poi prenoti. Macché, bisogna che il medico ortopedico decida se pungere, quindi prima devi passare a farti vedere da lui. Nel mentre, avevo già prenotato privatamente, per una cifra che galleggiava tra i 100 euro e non si sa, la punturina da fare privatamente.

Oggi pomeriggio mi reco dall’ortopedico, una donna, super simpatica devo ammettere. Ero convinta fosse un passaggio puramente “amministrativo”… invece no. Guarda l’eco delle mie spalle (entrambe non stanno messe benissimo), si concentra su quella che sta peggio e mi dice:

“Eh, qui dobbiamo almeno fare il cortisone”.

Penso tra me e me “Che ganza! Ha già capito tutto, adesso senza battere ciglio, mi farà l’impegnativa”.

“Venga a sedersi qui che procediamo”

“Procediamo a cosa?” chiedo smarrita

“Le faccio il cortisone!” ed inizia ad armeggiare con siringa e fiale.

“Dottoressa, eh, per la verità non me lo aspettavo! Non sono molto amica degli aghi e poi sulla spalla, mi hanno detto faccia malissimo”

Lei, continuando a preparare la siringa, con un sorriso ed un fare davvero gentile mi dice: “Non si preoccupi, non sentirà nulla. Mi dica piuttosto cosa farà dopo”.

Al che mi scatta la modalità bambina e rispondo convintamente “Di sicuro mi meriterò una pallina di gelato per il coraggio!”

Lei prende la palla al balzo: “Mi sembra un’ottima idea, mi dica a che gusto” e mentre io, con un po’ di fatica, concentro la mente e sintonizzo le papille gustative sul gelato, zac! mi punge e inietta.

Sono sopravvissuta, l’ago è entrato ma non ha dovuto infilarsi chissà dove nella mia spalla. Quindi il fastidio è stato davvero più che sopportabile.

Una volta finito, abbiamo scherzato su questo depistaggio della mente e della paura.

MORALE DELLA STORIA: inutile sopportare di avere male per mesi per la paura di una punturina.

Ovviamente per due giorni devo stare a riposo, non fare sforzi con la spalla e prepararmi ad avere piuttosto fastidio. Una reazione assolutamente normale.

La fregatura: niente tango nel weekend, niente palestra ed evitare il sole che infiamma.

Evviva.

Pimpra

IL PARADOSSO DELLA SEMPLICITA’: la mia lezione con Gustavo Naveira. #ditantointango

Immagine di Dolores Rasha

Mentre luglio inaugura il periodo classico delle vacanze per molti, per chi resta in città ci sono occasioni che valgono una stagione intera. Dopo averne sentito parlare per almeno vent’anni, come espressione illustre della mia passione tanguera, ho finalmente avuto il piacere di conoscere un grandissimo maestro: Gustavo Naveira.

Una sola lezione sul giro basta a stimolare la mente a indagare ancora di più la complessità e le possibilità che il tango argentino offre. Spiegazioni chiare, piccole immagini geometriche per evidenziare il motivo e il risultato di certi movimenti e una fluidità che fa sembrare tutto estremamente semplice.

Durante la lezione, Gustavo ha raccontato come, negli anni ’80, decise di tradurre i movimenti dei vecchi milongueros per poterli insegnare secondo una didattica accessibile e comprensibile a tutti. In quel periodo il mondo del tango ribolliva di stimoli, esplodendo in quello che è stato definito “tango nuevo”.

In merito a questo, lo stesso Naveira ha spesso chiarito un concetto fondamentale: “C’è grande confusione sulla questione del modo di ballare il tango: chiamatela tecnica, forma o stile. Il termine tango nuevo viene usato per riferirsi a uno stile di ballo, il che è un errore. In realtà, il tango nuevo è tutto ciò che è accaduto al tango a partire dagli anni ’80. Non è una questione di stile… Le parole tango nuevo esprimono ciò che sta accadendo al ballo del tango in generale; vale a dire che si sta evolvendo. Il tango nuevo non è un ulteriore stile; si tratta semplicemente del fatto che il ballo del tango sta crescendo, migliorando, sviluppandosi, arricchendosi e, in questo senso, ci stiamo muovendo verso una nuova dimensione nel ballo del tango… C’è stata molta discussione recente, nella comunità dei ballerini di tango, sul problema dell’abbraccio, dividendo il ballo in stile aperto o chiuso, il che è a sua volta motivo di grande confusione. Abbraccio aperto o abbraccio chiuso, ballare con spazio o ballare vicini, questi sono tutti termini superati. Questo è un vecchio modo di pensare, derivante dalla mancanza di conoscenza tecnica nelle epoche passate. Questa divisione semplice e grossolana tra aperto e chiuso è spesso usata da coloro che cercano di negare l’evoluzione del ballo, per mascherare la propria mancanza di conoscenza. Oggi è perfettamente chiaro che le distanze nel ballo hanno una complessità molto maggiore rispetto a un semplice aperto o chiuso… Abbiamo imparato e abbiamo sviluppato la nostra conoscenza. Il risultato di ciò è un ballo dalle maggiori possibilità e anche di una qualità molto più artistica.” (fonte qui)

Mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di fargli mille domande, non solo sulla tecnica, ma sulla storia che ha vissuto e ha contribuito a scrivere.

Se la lezione aveva mostrato il pensiero di Gustavo Naveira, la pratica successiva mi ha permesso di sperimentarlo direttamente. Ho avuto il regalo più grande: ballare con lui. Avevo un desiderio così forte di poter toccare con mano un simile gigante della specialità che l’ansia da prestazione è stata letteralmente detronizzata dalla curiosità.

Finito il brano, il mio stupore si è concentrato su una sensazione precisa: la disarmante facilità nel ballare con il Maestro.

Da quell’esperienza nasce una riflessione inevitabile: il suo abbraccio è sempre rimasto comodo, naturale, mai forzato. La stabilità del suo movimento trasmette una sicurezza che libera la follower da ogni esitazione; ogni spostamento nello spazio è guidato con una chiarezza tale da rendere il ballo sorprendentemente semplice. Corpo e mente si rilassano concentrandosi esclusivamente su connessione e ascolto della musica.

Credo che ognuno di noi dovrebbe lavorare sul proprio tango per riuscire a donare al partner questa sensazione. Ballare diventa facile, perchè si sta comodi nell’abbraccio chiuso o aperto che sia. Una apparente banalità capace però di modificare nella sostanza la qualità del movimento che la coppia può generare.

Certo, tradurre in pratica quel “diventare facile” è un percorso complesso: implica un gran lavoro di pulizia, di precisione e di tecnica consapevole. Una sfida continua a fare meglio per dare il meglio di sé stessi alla ricerca di un tango che soddisfi profondamente entrambi i partner.

Un ringraziamento speciale va a Tamara Selva Bisceglie che ha portato il Maestro a Trieste dandoci la possibilità di confrontarci con un mostro sacro della specialità.

Ahora a practicar!”

Pimpra

English traslation:

The Paradox of Simplicity: My Lesson with Gustavo Naveira

While July ushers in the classic vacation season for many, for those who stay in the city, there are opportunities that are worth an entire season. After hearing about him for at least twenty years as an illustrious expression of my tanguera passion, I finally had the pleasure of meeting a truly great master: Gustavo Naveira.

A single lesson on the giro (turn) is enough to stimulate the mind to further investigate the complexity and possibilities that Argentine tango offers. Clear explanations, small geometric visualizations to highlight the reason and result of certain movements, and a fluidity that makes everything seem extremely simple.

During the lesson, Gustavo shared how, in the 1980s, he decided to translate the movements of the old milongueros so he could teach them using a pedagogy that was accessible and understandable to everyone. At that time, the tango world was brimming with stimuli, exploding into what has been defined as “tango nuevo.”

Regarding this, Naveira himself has often clarified a fundamental concept:

“There is great confusion on the question of the way of dancing tango: call it technique, form, or style. The term tango nuevo is used to refer to a style of dancing, which is an error. In reality, tango nuevo is everything that has happened to tango since the 1980s. It is not a question of style… The words tango nuevo express what is happening to tango dancing in general; which is to say, it is evolving. Tango nuevo is not just another style; it is simply the fact that tango dancing is growing, improving, developing, enriching itself, and, in this sense, we are moving toward a new dimension in tango dancing… There has been much recent discussion in the tango community about the problem of the embrace, dividing the dance into open or closed styles, which in turn causes great confusion. Open embrace or closed embrace, dancing with space or dancing close, these are all outdated terms. This is an old way of thinking, resulting from a lack of technical knowledge in past eras. This simple and crude division between open and closed is often used by those who try to deny the evolution of the dance to mask their own lack of knowledge. Today it is perfectly clear that distances in the dance have a much greater complexity than a simple open or closed… We have learned and we have developed our knowledge. The result of this is a dance with greater possibilities and also of a much higher artistic quality.” (Source here)

I would have loved to have the chance to ask him a thousand questions, not just about technique, but about the history he lived through and helped write.

If the lesson had showcased Gustavo Naveira’s philosophy, the practice that followed allowed me to experience it firsthand. I received the greatest gift: dancing with him. I had such a strong desire to experience such a giant of the discipline firsthand that performance anxiety was literally dethroned by curiosity.

When the song ended, my awe centered on one precise sensation: the disarming ease of dancing with the Maestro.

An inevitable reflection arises from that experience: his embrace always remained comfortable, natural, never forced. The stability of his movement conveys a security that frees the follower from any hesitation; every shift in space is guided with such clarity that it makes the dance surprisingly simple. Body and mind relax, focusing exclusively on connection and listening to the music.

I believe that each of us should work on our own tango to be able to give our partner this sensation. Dancing becomes easy because you are comfortable, whether in a closed or open embrace. A seemingly trivial detail, yet one capable of fundamentally changing the quality of movement the couple can generate.

Of course, translating that “becoming easy” into practice is a complex path: it implies a great deal of refinement, precision, and conscious technique. A continuous challenge to do better, to give the best of oneself in search of a tango that deeply satisfies both partners.

A special thanks goes to Tamara Selva Bisceglie, who brought the Maestro to Trieste, giving us the opportunity to engage with a sacred monster of the discipline.

“Ahora a practicar!”

MI RITROVO FARO.

Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.

Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.

Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.

Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.

Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.

Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.

Riportami su quell’isola.

Pimpra

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SABBIA TRA LE DITA.

Ricordi che svaniscono e memorie che si accavallano.

Non c’è più nulla del quotidiano che resta, ogni cosa, bella o brutta, si mescola in un torrente spettinato.

Resta il tuo corpo, ogni giorno più lento, invecchiato da questo peso che non riesci a togliere. Arriverà il giorno in cui anche il mio sguardo ti sarà indifferente, o forse ti farà paura, non so.

L’estate è esplosa prepotente, come un ragazzino impulsivo che fa il bullo con l’amico più giovane. Il caldo si attacca alla pelle senza accarezzarla.

Nel mio rifugio fresco che di solito chiamo gabbietta, passo la giornata davanti al pc. Lettere, numeri mi scorrono davanti agli occhi ma sono assente.

Lo sguardo non immagina destinazioni lontane, è tutto qui. Nascosto in profondità dentro di me.

Oggi la giornata pesa più del caldo che attraversa la pelle.

Oggi quelle ferite antiche fanno male, come se i lembi di carne dovessero ancora incollarsi.

Non distinguo più le lacrime dal sudore.

Non vedo più la differenza tra un incubo o la realtà.

Oggi il caldo taglia la pelle. Non sono lucida. Aspetto il buio per riposarmi.

Pimpra

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E SE IL NOSTRO TANGO FOSSE DIVENTATO VECCHIO? #ditantointango

Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.

Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.

Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.

Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.

Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.

La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.

Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.

Pimpra

Non è un paese per lenti: il dating oltre la Generazione X

Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.

Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.

Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.

Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.

Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.

Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.

Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.

Passa il tempo e non succede niente.

Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.

Vita di relazione: inesistente.

Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.

Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.

Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.

Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.

Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.

Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.

Incontro un reperto di onestà intellettuale.

La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.

Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.

Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.

Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.

Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.

Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.

Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.

Pimpra

Image credit da qui

L’ONDA PERFETTA: ANATOMIA DI UNA TANDA SUBLIME. #ditantointango

Image credit Radu

Ho un pensiero che mi ronza di testa.

Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.

Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?

Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?

Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.

La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.

L’abbraccio.

Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.

Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.

L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.

Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.

Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.

Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.

La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.

La musica finisce. L’abbraccio no.

Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.

Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.

Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?

Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.

L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.

C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.

Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.

La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.

Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.

La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.

Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.

Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.

Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.

Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?

Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.

Pimpra

Primo maggio? Noi non facciamo grigliate. Facciamo maratone. #ditantointango

Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.

Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento.
Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.

I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.

Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.

Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.

Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.

Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!

Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.

Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.

Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.

Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.

Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.

Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no.
Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!

Pimpra

NON GIRO. NON INGRANO. POI RUGGISCO. #ditantointango

Image credit Marco Buoli

Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.

Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.

Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.

Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.

Potevo andarmene, ho scelto di restare.

Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.

Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.

Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.

La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.

Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.

È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.

Giaguare si nasce.

Pimpra

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