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Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.
Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.
Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.
Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.
Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.
Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.
Ricordi che svaniscono e memorie che si accavallano.
Non c’è più nulla del quotidiano che resta, ogni cosa, bella o brutta, si mescola in un torrente spettinato.
Resta il tuo corpo, ogni giorno più lento, invecchiato da questo peso che non riesci a togliere. Arriverà il giorno in cui anche il mio sguardo ti sarà indifferente, o forse ti farà paura, non so.
L’estate è esplosa prepotente, come un ragazzino impulsivo che fa il bullo con l’amico più giovane. Il caldo si attacca alla pelle senza accarezzarla.
Nel mio rifugio fresco che di solito chiamo gabbietta, passo la giornata davanti al pc. Lettere, numeri mi scorrono davanti agli occhi ma sono assente.
Lo sguardo non immagina destinazioni lontane, è tutto qui. Nascosto in profondità dentro di me.
Oggi la giornata pesa più del caldo che attraversa la pelle.
Oggi quelle ferite antiche fanno male, come se i lembi di carne dovessero ancora incollarsi.
Non distinguo più le lacrime dal sudore.
Non vedo più la differenza tra un incubo o la realtà.
Oggi il caldo taglia la pelle. Non sono lucida. Aspetto il buio per riposarmi.
Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.
Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.
Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.
Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.
Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.
La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.
Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.
Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.
Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.
Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.
Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.
Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.
Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.
Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.
Passa il tempo e non succede niente.
Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.
Vita di relazione: inesistente.
Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.
Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.
Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.
Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.
Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.
Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.
Incontro un reperto di onestà intellettuale.
La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.
Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.
Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.
Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.
Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.
Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.
Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.
Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.
Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?
Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?
Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.
La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.
L’abbraccio.
Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.
Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.
L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.
Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.
Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.
Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.
La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.
La musica finisce. L’abbraccio no.
Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.
Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.
Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?
Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.
L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.
C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.
Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.
La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.
Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.
La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.
Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.
Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.
Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.
Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?
Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.
Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.
Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento. Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.
I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.
Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.
Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.
Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.
Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!
Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.
Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.
Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.
Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.
Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.
Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no. Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!
Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.
Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.
Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.
Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.
Potevo andarmene, ho scelto di restare.
Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.
Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.
Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.
La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.
Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.
È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.
Ci sono weekend che “risanano”. Il selfie scattato sotto al tabellone delle partenze, lo sguardo complice della tua amica e si sale sul treno, con l’ebbrezza di un’avventura che sta per iniziare.
La destinazione è molto familiare. Bologna oramai profuma di casa, l’Emilia Romagna lo sta diventando. Ho perso il conto di quante volte sono tornata portandomi indietro gioiose sensazioni, quella leggerezza che ti rende i ritmi settimanali, meno pesanti.
La gita, come amo chiamare queste fugaci trasferte, ha avuto due punti focali: la mia prima volta alla Milonga Sì, e il graditissimo ritorno a Ferrara all’Ottocento tango party.
Qualcosa mi deve essere accaduto, di molto piacevole, come se un’energia sottile e luminosa avesse inondato il mio essere. Ho ballato tanto, ho ballato bene, in sintonia con me stessa, e con l’abbraccio che mi cingeva.
Quando parto ho imparato una cosa: non devo avere NESSUNA aspettativa. E così ho fatto.
La prima bella sorpresa l’ho vissuta in Milonga Sì, luogo che da tantissimo mi aveva affascinato e dove volevo andare.
Per le ballerine della mia età, mi era stato detto da più parti, ballare è molto difficile. Si tratta di una milonga molto quotata e popolata di giovani.
Mi sono presentata così, con la curiosità di vedere più il luogo che con l’intenzione di ballarci e lì il “miracolo” si è compiuto. Ho ballato, tanto da dovermi fermare per sopraggiunta vescica.
Quanto pesa l’equilibrio interno su ciò che gli altri percepiscono di noi. Ho la consapevolezza di aver lanciato mirade che non lasciavano scampo. Il mio sguardo diceva nettamente “Desidero ballare con te”. Loro hanno risposto, non hanno scartato, hanno accettato l’invito e la tanda si è rivelata uno scambio potente.
Mi è chiaro che posso andare a segno solo se, in quello sguardo, non c’è esitazione su chi sono. Nel senso che non cerco conferma di me – nè come ballerina, nè come donna- in quegli occhi che si incrociano.
La sfida sta qui: nell’essere viva nel mio centro. Poi, la realtà mi può solo sfiorare, un invito che non va a segno, o toccarmi in modo gentile, ma non mi scalfisce. La mia identità resta solida. Beh, questa è una enorme conquista.
Ciò che ho vissuto la dice lunga su due aspetti: sempre fare l’esperienza in prima persona, evitare di affidarsi al “si dice”. Ogni milonga è sempre una nuova milonga: una volta l’energia gira in un verso e coinvolge tutti, un’altra gira in modo opposto e magari si rimane in attesa.
Poi c’è stata la trasferta in in provincia di Ferrara, dove Alessandro Parise ha organizzato il suo party annuale presso il suo ristorante.
Ancora oggi mi chiedo chi glielo faccia fare di accollarsi tutta quella fatica per mettere in piedi un evento di 10 ore dove non manca assolutamente nulla.
Credo sia stata la mia terza volta, e posso confermare che l’asticella è sempre lì, in alto, non è scesa.
Il livello medio di ballerin* capace di soddisfare palati esigenti, un buffet ricco e continuativo con prelibatezze che sono il marchio di fabbrica dell’evento.
Mi piacciono gli eventi dove c’è cura, delle persone, del loro benessere.
A voler essere puntigliosi il pavimento appiccicava. La sola pecca in un’architettura organizzativa brillante. Con un po’ di talco e le finestre aperte, questo fastidio è stato contenuto.
Questo weekend mi ha lasciato più ricca, se non fosse per lo shopping a cui non riesco a sottrarmi, con una certa consapevolezza che mi nutre in profondità e, di sicuro con qualche etto di troppo che in Emilia Romagna non si esce indenni.
Se è vero che “una mela al giorno toglie il medico di torno”, per me, Torino è la mia mela, la mia annuale dose di benessere. Almeno una visita l’anno in questa città ti ripaga da ogni affanno.
La scusa per tornare è sempre la stessa: un evento di tango. Si chiami Eroica o Torino Tango Marathon poco cambia, solo il numero di partecipanti, la sede è quella meraviglia del Fortino che si specchia nelle acque dinamiche della Dora.
Torino vale sempre il viaggio, ve lo dico. La città è semplicemente meravigliosa, pur aggirandomi in un perimetro non enorme se confrontato all’estensione della città, ogni volta faccio nuove scoperte che mi sorprendono.
Sono passati i tempi in cui mi presentavo puntuale a ballare la prima tanda, adesso, se il contesto fuori milonga mi attrae, arrivo con gran calma, a ballerini già “accesi”.
L’esperienza regala questa saggia malizia: si sfoghino prima i giovani con i giovani, poi entrano le serie d’annata che vanno apprezzate per le sfumature e il sapore più deciso. A ognuno il suo ritmo.
TTM non ha deluso le mie aspettative: passato il momento di stupore nel vedere in pista l’esatta metà dei partecipanti rispetto alla sua maratona maggiore, ne ho apprezzato tutte le sfumature.
La premessa d’obbligo è una: le maratone moderne sono diventate una situazione d’incontro democratica ed eterogenea, in cui i livelli di ballo spaziano da tangueros intermedi a quelli avanzati e oltre. Non come accadeva nel decennio precedente dove il taglio di ingresso era molto più alto.
Ciò detto mi sono goduta delle gran tandas e, cosa più interessante, ho ballato con molte persone nuove e stranieri il che ha dato una sferzata di gran gusto all’evento intero.
I torinesi imparano e fanno tesoro delle esperienze.
Un anno fa, scrissi un post questo, nel quale lamentavo il disordine imperante della ronda. Ricordo che feci scalpore, toccando un tasto sensibile per tutti gli organizzatori di grandi eventi.
Tornata quest’anno non potevo credere ai miei occhi. Sulla pista, disegnati i corridoi di ballo, dal più esterno a quello centrale, un’infografica illustrava il flusso delle danze ben visibile a tutti e gli organizzatori che, di tanto in tanto, ricordavano di mantenersi nei propri canali, senza invadere gli spazi altrui.
Questo significa stare sul pezzo, credere che si possa fare qualcosa per migliorare un aspetto problematico, ed ha funzionato! Il flusso si è sempre mantenuto scorrevole, concedendo ai danzanti la serenità di godersi la tanda senza dover impiegare troppe risorse fisiche e mentali per governare un traffico caotico. Chapeau!
Un apprezzamento che mi sento di fare è riservato al buffet. Per tutta la durata della maratona i nostri palati sono stati coccolati- letteralmente- da squisitezze dolci fatte in casa. Una meraviglia! A metà pomeriggio dopo che si è tanto camminato e ballato la merendina della nonna è il non plus ultra. Quel panettone affogato una vera chicca!
La cena sociale, alla quale non ho partecipato solo per non rischiare di non entrare più nei vestiti che mi ero portata, è un esempio di buona pratica. Si condivide anche il cibo, come si fa con gli abbracci. Lo trovo poetico, ma Torino mi fa questo effetto.
Sono rientrata a casa desiderosa di tornare ancora. I sabadudi, senza fare troppo rumore, con il loro savoir faire ti conquistano diventando un “ne voglio ancora, ancora!”.
Novembre è il mese dei morti e il motivo non è, semplicemente, legato alla loro festa. C’ è un di più, un’energia che arriva fino dentro le ossa e chiede di essere percepita.
I miei novembre mi hanno sempre guardata diritto negli occhi, passandomi i messaggi che dovevano.
L’ho capito piano, come tutte le cose che ci fanno male. Sempre meno fotografie, primo sintomo evidente che la luce si sta spegnendo.
All’inizio non ci ho fatto troppo caso, ma, nell’ultimo periodo è diventato chiaro. Non ci sei per lo sguardo del fotografo, non esisti più. L’assioma è duro e diretto. Come un pugno.
Lo elaboro, con la testa della donna matura che sono diventata e capisco che devo lasciare andare. Un periodo brillante della mia vita, nel quale, per qualche ragione, avevo una luce che splendeva.
Oggi non è più così.
Si cambia, e anche se dentro crediamo di essere sempre noi stessi, dobbiamo disfarci di una pelle che non ci corrisponde più. Un po’ come si fa con gli abiti.
Ballare il tango non perdona. La vita e la persona sono tutte lì e non si può fingere non sia così. Ogni tanguero o tanguera ha un’emivita che dura un tot poi si volatilizza. Può essere presente e continuare a partecipare ma, nei fatti, la sua esistenza ai bordi della pista, scolora.
Sento ancora tutto: la gioia che mi prende quando una tanda mi ricarica di energia, la voglia di migliorare, il desiderio di coltivare questo splendido linguaggio corporeo ma… non è più come prima.
La fame di tande è minore. Non mi interessa più ballare per ore facendo “ginnastica”, oggi voglio la tanda che mi lascia il segno, quella che mi porto a casa, che ricorderò.
La qualità della ricerca evidenzia una maturazione compiuta ma, allo stesso tempo, un percorso che ha chiuso il suo ciclo.
Pensavo di appendere le scarpette al chiodo, per non essere una marionetta a bordo pista, l’ombra sfocata di quella che ero. Voglio celebrare la donna e la tanguera che sono diventata, ma mi servono altri sguardi, più profondi, più curiosi, più intensi.
Sono arrivata a un bivio importante: ritirarmi o continuare.
Sento la vertigine dell’una e il rischio dell’altra. La tanguera di oggi non è più abbagliante, ma è più vera.
La verità, anche se meno luminosa, è l’unica luce che mi permette di ballare senza paura del buio. Con la pelle che ho scelto e non con quella che ho perso.
A bordo pista, sapendo che non è la vita ma solo un suo onesto riflesso, aspetterò la tanda che mi toglierà il fiato. Se mai arriverà.
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