IL PARADOSSO DELLA SEMPLICITA’: la mia lezione con Gustavo Naveira. #ditantointango

Immagine di Dolores Rasha

Mentre luglio inaugura il periodo classico delle vacanze per molti, per chi resta in città ci sono occasioni che valgono una stagione intera. Dopo averne sentito parlare per almeno vent’anni, come espressione illustre della mia passione tanguera, ho finalmente avuto il piacere di conoscere un grandissimo maestro: Gustavo Naveira.

Una sola lezione sul giro basta a stimolare la mente a indagare ancora di più la complessità e le possibilità che il tango argentino offre. Spiegazioni chiare, piccole immagini geometriche per evidenziare il motivo e il risultato di certi movimenti e una fluidità che fa sembrare tutto estremamente semplice.

Durante la lezione, Gustavo ha raccontato come, negli anni ’80, decise di tradurre i movimenti dei vecchi milongueros per poterli insegnare secondo una didattica accessibile e comprensibile a tutti. In quel periodo il mondo del tango ribolliva di stimoli, esplodendo in quello che è stato definito “tango nuevo”.

In merito a questo, lo stesso Naveira ha spesso chiarito un concetto fondamentale: “C’è grande confusione sulla questione del modo di ballare il tango: chiamatela tecnica, forma o stile. Il termine tango nuevo viene usato per riferirsi a uno stile di ballo, il che è un errore. In realtà, il tango nuevo è tutto ciò che è accaduto al tango a partire dagli anni ’80. Non è una questione di stile… Le parole tango nuevo esprimono ciò che sta accadendo al ballo del tango in generale; vale a dire che si sta evolvendo. Il tango nuevo non è un ulteriore stile; si tratta semplicemente del fatto che il ballo del tango sta crescendo, migliorando, sviluppandosi, arricchendosi e, in questo senso, ci stiamo muovendo verso una nuova dimensione nel ballo del tango… C’è stata molta discussione recente, nella comunità dei ballerini di tango, sul problema dell’abbraccio, dividendo il ballo in stile aperto o chiuso, il che è a sua volta motivo di grande confusione. Abbraccio aperto o abbraccio chiuso, ballare con spazio o ballare vicini, questi sono tutti termini superati. Questo è un vecchio modo di pensare, derivante dalla mancanza di conoscenza tecnica nelle epoche passate. Questa divisione semplice e grossolana tra aperto e chiuso è spesso usata da coloro che cercano di negare l’evoluzione del ballo, per mascherare la propria mancanza di conoscenza. Oggi è perfettamente chiaro che le distanze nel ballo hanno una complessità molto maggiore rispetto a un semplice aperto o chiuso… Abbiamo imparato e abbiamo sviluppato la nostra conoscenza. Il risultato di ciò è un ballo dalle maggiori possibilità e anche di una qualità molto più artistica.” (fonte qui)

Mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di fargli mille domande, non solo sulla tecnica, ma sulla storia che ha vissuto e ha contribuito a scrivere.

Se la lezione aveva mostrato il pensiero di Gustavo Naveira, la pratica successiva mi ha permesso di sperimentarlo direttamente. Ho avuto il regalo più grande: ballare con lui. Avevo un desiderio così forte di poter toccare con mano un simile gigante della specialità che l’ansia da prestazione è stata letteralmente detronizzata dalla curiosità.

Finito il brano, il mio stupore si è concentrato su una sensazione precisa: la disarmante facilità nel ballare con il Maestro.

Da quell’esperienza nasce una riflessione inevitabile: il suo abbraccio è sempre rimasto comodo, naturale, mai forzato. La stabilità del suo movimento trasmette una sicurezza che libera la follower da ogni esitazione; ogni spostamento nello spazio è guidato con una chiarezza tale da rendere il ballo sorprendentemente semplice. Corpo e mente si rilassano concentrandosi esclusivamente su connessione e ascolto della musica.

Credo che ognuno di noi dovrebbe lavorare sul proprio tango per riuscire a donare al partner questa sensazione. Ballare diventa facile, perchè si sta comodi nell’abbraccio chiuso o aperto che sia. Una apparente banalità capace però di modificare nella sostanza la qualità del movimento che la coppia può generare.

Certo, tradurre in pratica quel “diventare facile” è un percorso complesso: implica un gran lavoro di pulizia, di precisione e di tecnica consapevole. Una sfida continua a fare meglio per dare il meglio di sé stessi alla ricerca di un tango che soddisfi profondamente entrambi i partner.

Un ringraziamento speciale va a Tamara Selva Bisceglie che ha portato il Maestro a Trieste dandoci la possibilità di confrontarci con un mostro sacro della specialità.

Ahora a practicar!”

Pimpra

English traslation:

The Paradox of Simplicity: My Lesson with Gustavo Naveira

While July ushers in the classic vacation season for many, for those who stay in the city, there are opportunities that are worth an entire season. After hearing about him for at least twenty years as an illustrious expression of my tanguera passion, I finally had the pleasure of meeting a truly great master: Gustavo Naveira.

A single lesson on the giro (turn) is enough to stimulate the mind to further investigate the complexity and possibilities that Argentine tango offers. Clear explanations, small geometric visualizations to highlight the reason and result of certain movements, and a fluidity that makes everything seem extremely simple.

During the lesson, Gustavo shared how, in the 1980s, he decided to translate the movements of the old milongueros so he could teach them using a pedagogy that was accessible and understandable to everyone. At that time, the tango world was brimming with stimuli, exploding into what has been defined as “tango nuevo.”

Regarding this, Naveira himself has often clarified a fundamental concept:

“There is great confusion on the question of the way of dancing tango: call it technique, form, or style. The term tango nuevo is used to refer to a style of dancing, which is an error. In reality, tango nuevo is everything that has happened to tango since the 1980s. It is not a question of style… The words tango nuevo express what is happening to tango dancing in general; which is to say, it is evolving. Tango nuevo is not just another style; it is simply the fact that tango dancing is growing, improving, developing, enriching itself, and, in this sense, we are moving toward a new dimension in tango dancing… There has been much recent discussion in the tango community about the problem of the embrace, dividing the dance into open or closed styles, which in turn causes great confusion. Open embrace or closed embrace, dancing with space or dancing close, these are all outdated terms. This is an old way of thinking, resulting from a lack of technical knowledge in past eras. This simple and crude division between open and closed is often used by those who try to deny the evolution of the dance to mask their own lack of knowledge. Today it is perfectly clear that distances in the dance have a much greater complexity than a simple open or closed… We have learned and we have developed our knowledge. The result of this is a dance with greater possibilities and also of a much higher artistic quality.” (Source here)

I would have loved to have the chance to ask him a thousand questions, not just about technique, but about the history he lived through and helped write.

If the lesson had showcased Gustavo Naveira’s philosophy, the practice that followed allowed me to experience it firsthand. I received the greatest gift: dancing with him. I had such a strong desire to experience such a giant of the discipline firsthand that performance anxiety was literally dethroned by curiosity.

When the song ended, my awe centered on one precise sensation: the disarming ease of dancing with the Maestro.

An inevitable reflection arises from that experience: his embrace always remained comfortable, natural, never forced. The stability of his movement conveys a security that frees the follower from any hesitation; every shift in space is guided with such clarity that it makes the dance surprisingly simple. Body and mind relax, focusing exclusively on connection and listening to the music.

I believe that each of us should work on our own tango to be able to give our partner this sensation. Dancing becomes easy because you are comfortable, whether in a closed or open embrace. A seemingly trivial detail, yet one capable of fundamentally changing the quality of movement the couple can generate.

Of course, translating that “becoming easy” into practice is a complex path: it implies a great deal of refinement, precision, and conscious technique. A continuous challenge to do better, to give the best of oneself in search of a tango that deeply satisfies both partners.

A special thanks goes to Tamara Selva Bisceglie, who brought the Maestro to Trieste, giving us the opportunity to engage with a sacred monster of the discipline.

“Ahora a practicar!”

Sette ore, quaranta gradi e nessun rimpianto. #ditantointango

Ballano Maria Elena (Mec) e Armando.

Mentre guidavo per sette ore per raggiungere la meta confesso che un pensiero l’ho fatto. Un bel “ma chi me lo fa fare” di far tanta fatica e macinare chilometri di strada per raggiungere una milonga.

Una bella domanda, infatti. Se poi guardo la mia carta d’identità, è quasi imbarazzante.

Il caldo di questi giorni è stato un potenziale deterrente per mandare tutto all’aria. Un clima così pesante che perfino respirare richiedeva uno sforzo, con gli occhi che lacrimavano per il troppo calore. Un piccolo assaggio d’inferno. Eppure, nonostante tutto, la prua della piccola utilitaria puntava decisa a sud-ovest. Direzione Fiumaretta di Ameglia, in braccio alla Marathonguera.

E’ stato un weekend di fuoco e sudore, condito da una brezza di mare che – purtroppo – verso le sei di sera lasciava spazio a calma piatta e umidità rovente.

Ma dove non arriva la resistenza fisica, ci pensa la passione tanguera a inventare nuove risorse. Abbiamo ballato tande su tande, così bagnate che all’uscita dalla doccia eravamo decisamente più asciutti.

Ma che importanza ha, se in quella fusione di musica, abbraccio e respiro si esprime tutta la gioia di vivere di cui siamo capaci?

Ecco che il caldo erculeo si trasforma: diventa un compagno di viaggio che accetti di buon grado perché la festa è troppo bella per fartela rovinare.

Consiglio la Marathonguera a tutti, specie a coloro che hanno bisogno di staccare la testa, a chi cerca una pausa di autentica, fluida leggerezza (la sauna, del resto, la offrono generosamente gli organizzatori!) Lì non manca nulla: l’abbraccio del mare, la luna che si specchia nelle acque del fiume prima del salto nel blu, la brezza lieve della sera che finalmente ritorna.

E poi sorrisi, tantissimi. E abbracci scivolosi sulla pelle madida, eppure ancorati a quel sentire unico, profondo, che ci regala la tanda.

Marathonguera è ritrovarsi. Tornare liberi, fluidi, sollevati da terra. Questo, per lo meno è l’effetto che ha fatto a me.E pazienza se ho scambiato un quantitativo di sudore imbarazzante; in fondo si tratta solo di acqua e sali.

Per l’anno prossimo farò scorta di integratori nella borraccia. E poi, chi mi ferma più? E se qualcuno mi chiederà: “Ma chi te lo fa fare?”, credo di avere finalmente la risposta.

Pimpra

L’EQUAZIONE DELLO SPARTITO. #ditantointango

Maggio, due giorni di tango nel cuore della pianura friulana, ospitati in una villa che l’estate improvvisa ha reso torrida. Tande umide, ma gratificanti. L’augurio al team di Andreina è di continuare così: l’estremo nord-est ha bisogno di accendere nuovi punti di attrazione per i tangueri. Brave.

Ho scambiato due chiacchiere con Alessandro, alla consolle in una delle sessioni. Oltre ad essere un ballerino magnetico, mi ha raccontato la sua equazione: MUSICA e RELAZIONE.

Non abbraccio, non connessione, ma relazione.

È un passaggio evolutivo. La relazione significa leggere l’altro. Essere accompagnate dentro una lettura musicale che lascia spazio anche al proprio modo di sentire l’orchestra.

Ascoltavo, ripensando alle tande ballate insieme, rivivendo nel corpo ciò che mi stava dicendo. Pulsazioni più alte, respiro più corto, la mente pronta a farsi sorprendere.

Il corpo smette di opporsi. Ballare diventa spontaneo, liberando un flusso di sensazioni che travolgono.

Finita la tanda, devo sedimentare tutto ciò che mi è arrivato. Mi è rimasto davvero qualcosa addosso.

Ballare la relazione: come ci si arriva? Studiando molto, mettendosi in discussione, spogliandosi delle paure per mostrarsi fragili. E ballando, sempre.

Lo voglio.

Pimpra

IMAGE CREDIT SAMUEL DI LUCA

E SE IL NOSTRO TANGO FOSSE DIVENTATO VECCHIO? #ditantointango

Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.

Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.

Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.

Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.

Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.

La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.

Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.

Pimpra

QUELLA MANINA SUL COLLO. #ditantointango

Noi tangueros abbiamo mille argomenti sui cui amiamo discutere, ne so qualcosa: ci scrivo da vent’anni. Eppure non avevo mai pensato a quei gesti che facciamo ballando e che possono destabilizzare il nostro partner.

Accà nessuno è fesso“.

Nel tango il corpo parla. Eccome se parla. E volendo, dentro un abbraccio, ci fai passare anche cose che col tango c’entrano poco.

Gli approcci che portano altrove.

Da donna ne ho ricevuti. Il più delle volte ho fatto finta di nulla, altre mi sono fatta una bella risata.

Gambe che entrano più del dovuto, abbracci che stringono in un modo diverso, respiri all’orecchio più affannosi del normale, mani che si intrecciano con intimità. Strusciamenti in zone diplomaticamente basse. Il repertorio maschile, in questo campo, è molto ricco di gesti e sfumature.

Epperò, pure le tanguere non scherzano.

C’è una spassosissima letteratura di racconti maschi sugli approcci femminili durante la tanda. Tra i più utilizzati il tocco del collo dell’uomo.

Una mano che, a coppa, abbraccia la testa, la sfiora.

E’ seduzione? E’ estetica? E’ tecnica di ballo?

Bella domanda.

Ho visto spesso donne che ballano così, da spettatrice le trovo molto femminili, sensuali. Se il gesto non è esasperato mi pare pure elegante.

Ho chiara in mente la prima volta che ho ballato con un tanguero dallo stile personale e inconfondibile. Ho dovuto abbattere ogni ritrosia fisica e lasciarmi andare, impossibile ballare altrimenti. Dalla sorpresa iniziale in cui la mia testa cercava di capire se fosse tango o altro, ho lasciato spazio al corpo. Ha capito perfettamente, così ho scoperto una nuova dimensione di ballo.

Nel tango la seduzione esiste. A volte minima, a volte evidente. E’ un patto implicito. Impegnativo restare insensibili quando respiriamo l’altro, con un contatto tanto ravvicinato. Non siamo robot.

In milonga viviamo di tentazioni e del tentativo di non caderci dentro. Alla fine è divertente questa tensione, siamo vivi e vibranti. A volte anche troppo.

Quindi, manina sul collo oppure no?

Se accettiamo un ballo di abbraccio, ci prendiamo il pacchetto intero di contatto. In fondo dobbiamo resistere per una tanda, possiamo farcela.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’ONDA PERFETTA: ANATOMIA DI UNA TANDA SUBLIME. #ditantointango

Image credit Radu

Ho un pensiero che mi ronza di testa.

Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.

Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?

Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?

Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.

La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.

L’abbraccio.

Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.

Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.

L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.

Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.

Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.

Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.

La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.

La musica finisce. L’abbraccio no.

Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.

Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.

Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?

Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.

L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.

C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.

Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.

La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.

Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.

La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.

Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.

Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.

Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.

Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?

Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.

Pimpra

Primo maggio? Noi non facciamo grigliate. Facciamo maratone. #ditantointango

Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.

Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento.
Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.

I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.

Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.

Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.

Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.

Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!

Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.

Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.

Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.

Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.

Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.

Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no.
Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!

Pimpra

IL PREZZO NASCOSTO DEL TANGO. #ditantointango

Nel tango, di democrazia, ne è rimasta ben poca.

E no: non è lo sfogo di chi non entra a un evento. È la fotografia di un sistema. È la fotografia di un sistema che da anni si regge su uno squilibrio evidente, tollerato da tutti perché ormai considerato normale.

Lo dico da donna che balla da vent’anni, che ha investito tempo, soldi, passione, chilometri, scarpe, emozioni. E che oggi fatica sempre di più a sopportare il potere sproporzionato che il sistema tango ha consegnato agli uomini.

Perché diciamolo chiaramente: nel tango non c’è parità di trattamento. Esattamente come spesso accade nella vita, anche qui gli uomini vengono “pagati” di più. Non in soldi, ma in possibilità, privilegi, margini di scelta.

Per una donna senza partner, iscriversi a un evento è diventata una prova di sopravvivenza sociale.

Le strade sono tre.

La prima: avere il dito più veloce della luce e riuscire a inviare il modulo nell’istante esatto in cui aprono le liste. E ormai nemmeno questo basta più.

La seconda: fare la questua tra amici e conoscenti tangueri per trovare un’iscrizione di coppia. Con il rischio, nemmeno troppo remoto, di sentirsi dire all’ultimo: “Scusa, ho trovato di meglio”.

La terza: lasciar perdere.

Perché questo è diventato il punto. La libertà si è trasformata in dipendenza.

Dipendenza da un sistema che, per ragioni numeriche, mette gli uomini in posizione di forza. I leader sono meno, quindi sono richiesti, corteggiati, attesi fino all’ultimo. A loro si concede tutto: iscrizioni tardive, ripensamenti, tempi biblici per dare conferma. Tanto, sono sempre necessari. Sempre benvenuti.

Alle follower, invece, si chiede rapidità, flessibilità, pazienza. E spesso pure silenzio.

Come se fosse naturale stare lì, educate e grate, ad aspettare che qualcuno ci conceda il privilegio di ballare.

E qui si apre un altro capitolo: l’età.

Se una follower non è più giovanissima, pur avendo esperienza, qualità, musicalità e anni di pista sulle spalle, parte già svantaggiata. L’anagrafe pesa, eccome se pesa.

Certo: il ricambio generazionale è importante. È giusto che i giovani abbiano spazio. Ma perché la mannaia cade quasi sempre sulle donne più grandi?

Perché ci sono leader con anni di tango che in pista non hanno mai davvero fatto il salto di qualità — diciamolo: alcuni non evolvono davvero nella qualità della pista— eppure continuano ad avere porte aperte, possibilità, corsie preferenziali?

Per il semplice fatto che sono uomini in un mercato dove la scarsità detta legge.

Io questa dinamica faccio sempre più fatica ad accettarla.

Perché la libertà, per me, è un valore non negoziabile. E non mi va di dover rincorrere uomini disponibili solo per sperare di partecipare a un evento dove, forse, riuscirò anche a ballare bene.

Se mettessi in fila tutti gli euro spesi in questi vent’anni per ballare tango, probabilmente potrei permettermi un anno sabbatico in giro per il mondo.

E allora mi fermo e mi chiedo: ne vale ancora la pena?

Negli ultimi anni il sistema è cambiato. Gli eventi sono proliferati, i partecipanti si sono diluiti, il rischio per chi organizza è aumentato. E in mezzo a tutto questo, il potere contrattuale maschile è cresciuto a dismisura.

Con il risultato di leader sempre più spocchiosi, sempre più lenti nel dare conferma, sempre più inconsapevoli del fatto che questo atteggiamento contribuisce a mandare in tilt un intero meccanismo.

Alla fine la risposta è più semplice di quanto sembri.

Il tango non sono gli eventi.

Gli eventi sono diventati il luogo in cui si esercita uno squilibrio di potere che tutti vedono e quasi nessuno mette in discussione.

Un sistema che pretende flessibilità solo da una parte.

Che trasforma il ballare in una concessione.

Che educa le donne ad aspettare e gli uomini a scegliere.

Io a questo meccanismo non intendo più partecipare.

Non mendicherò accessi, conferme, disponibilità.

Non normalizzerò uno squilibrio chiamandolo “necessità”.

Non baratterò il piacere di ballare con la perdita della mia libertà.

Il tango esiste anche senza tutto questo.

E io scelgo quello.

Perché lo strapotere maschile, ovunque si manifesti, non è folklore: è una forma di potere. E va chiamata per nome.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Klara Kulikova su Unsplash

NON GIRO. NON INGRANO. POI RUGGISCO. #ditantointango

Image credit Marco Buoli

Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.

Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.

Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.

Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.

Potevo andarmene, ho scelto di restare.

Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.

Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.

Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.

La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.

Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.

È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.

Giaguare si nasce.

Pimpra

SIX.Q IL TANGO EMERGENTE. Francesco Paglionico e Tamaki Casellato. #ditantointango

Six.Q. Sei domande. Nessun paracadute.

Nel tango la parola “emergente” viene usata con generosità sospetta. Basta un paio di tour, qualche festival internazionale, una manciata di follower e il titolo è servito. Ma emergere da cosa, esattamente? E verso dove?

Quando guardo Francesco Paglionico e Tamaki Casellato, la questione non è la loro età. È la loro postura. Non solo fisica — culturale.

Ballano con un’energia che non chiede permesso, ma allo stesso tempo non fa la rivoluzione per farsi notare. Non cercano l’effetto speciale continuo, e questa, oggi, è quasi una forma di ribellione. In un’epoca in cui tutto deve essere spettacolare, loro parlano di memoria, di ritualità, di “cura”. Parola pericolosamente fuori moda.

Mi interessava metterli alla prova su questo: la generazione nuova è davvero portatrice di altri codici o sta semplicemente rivestendo di giovinezza un linguaggio antico?

E ancora: cosa resta quando l’entusiasmo dell’“emergente” si normalizza? Rimane una visione o solo una buona tecnica?

Sei domande per capire se dietro la brillantezza c’è struttura. Se dietro l’energia c’è profondità. Se dietro il talento c’è pensiero.

Le loro risposte non gridano. Non fanno proclami. E forse è proprio questo il dato più interessante.

Perché nel tango non emerge chi alza la voce. Emerge chi, tra dieci anni, sarà ancora lì — a dire qualcosa che non avevamo ancora sentito.

Godiamoci l’intervista a Francesco e Tamaki.

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  1. Ogni coppia di tango ha un “punto zero”. Com’è avvenuto il vostro primo abbraccio e in quale momento esatto avete capito che non sareste stati solo due ballerini che studiano insieme, ma una vera coppia artistica?

    Francesco: Ricordo bene il nostro primo abbraccio di tango. Fu a Napoli al Santa Maradona Marathon 2017, Tamaki aveva 10 anni ed io 14, i nostri percorsi di tango erano in due momenti ben distinti ma quella tanda la ricordo con molto affetto. Diverso è invece il momento in cui abbiamo deciso di ballare insieme, la decisione fu molto veloce e spontanea, e a novembre dell’anno scorso, a tre giorni dalla decisone, stavamo già organizzando le date per i tour.

    Tamaki: La prima volta che io e Francesco abbiamo ballato insieme avevo 10 anni e lui 14. È stato divertente, forse un po’ imbarazzante: non ero abituata a vedere altri giovani nel mondo del tango, ero cresciuta viaggiando e frequentando le milonghe quasi esclusivamente con i miei genitori e i loro amici. Non saprei indicare un momento preciso in cui abbiamo deciso di ballare davvero insieme. Era una sensazione che avevo da tempo, come una certezza silenziosa che prima o poi sarebbe successo. Le nostre esperienze erano diverse, ma in fondo molto simili, e sembravano destinate a incontrarsi. Alla fine non c’è stata una decisione vera e propria: abbiamo semplicemente fatto un passo avanti l’uno verso l’altra.

    2. Se doveste scattare una fotografia concettuale della vostra idea di tango oggi, che elementi ci sarebbero? Privilegiate la ricerca estetica e coreografica o la connessione viscerale e improvvisata -e in quale momento una delle due prende il sopravvento sull’altra?

    Francesco: Nella mia fotografia trovereste sicuramente degli studenti a ripetere all’infinito tutti i movimenti. È difficile per me privilegiare uno o l’altro. Nella mia dinamica sicuramente si trova tanta tecnica per migliorarsi esteticamente e tanti esercizi per migliorare il proprio sentire viscerale, che senza dubbio è quello che prende sempre di più il sopravvento.

    Tamaki: Penso che nella mia fotografia ci sarebbero un abbraccio stretto, contrasti di luce e ombra, persone che chiacchierano sullo sfondo e un movimento sospeso, come uno scatto rubato. Un’immagine viva capace di raccontare un momento autentico. Per quanto riguarda ciò che cerchiamo, per me la parte estetica è sicuramente molto importante, ma la connessione, l’improvvisazione, la complicità della coppia e soprattutto l’impatto che riusciamo ad avere sugli altri vengono prima di tutto. Credo sarà sempre così. Il desiderio di trasmettere ed esprimere ciò che provo resta al primo posto, e poterlo fare attraverso il ballo, è un sogno.

    3. Sentite di stare costruendo qualcosa che parla a un’altra generazione, con altri codici emotivi e corporei? Cosa c’è nel vostro modo di ballare che un “boomer” del tango non riuscirà mai a replicare — non per limiti tecnici, ma per visione? In cosa la vostra energia è figlia del vostro tempo?

    Francesco: Beh forse dovrei rispondere di sì, ma sicuramente no, non credo. La milonga mi ha sempre affascinato perché la trovo un luogo senza tempo, così come il tango. I cosiddetti “boomer” non penso possano replicare nulla, e dunque tutto, della nuova generazione. Riuscirebbero sicuramente a replicare tutta la tecnica e nulla del nostro sentire, come penso che anche io non riesca a sentire per la mia visione quello che sentano i miei studenti principianti di qualsiasi generazione appartengano. Per concludere non penso che il sentire a livello viscerale possa appartenere ad una generazione e non all’altra.

    Tamaki: Non penso di star costruendo qualcosa di completamente nuovo, credo piuttosto che in noi ci sia il tentativo di portare avanti un’anima molto antica in corpi nuovi e giovani. Personalmente non individuo dei “boomer” del tango, ma forse una cosa che per qualcuno di un’altra generazione potrebbe risultare difficile, è lasciare emergere la propria parte bambina, quella più genuina, che vuole divertirsi e che non si preoccupa troppo dello sguardo altrui. Da parte mia c’è meno bisogno di “controllare” l’istante, e più desiderio di viverlo davvero.

    4. Essere “emergenti” è una fase elettrizzante ma faticosa. Tra cinque anni, dove sognate di aver portato il vostro stile? Puntate ai grandi palchi internazionali o a lasciare un segno nel modo in cui la gente balla in pista?

    Francesco: Emergenti è forse l’unità di misura temporale più lunga che io conosca, soprattutto per percezione. Tra cinque anni spero di aver raggiunto altri tanti palcoscenici internazionali per bravura tecnica ma soprattutto didattica. Quindi, come dire, spero di raggiungere entrambi gli obiettivi.

    Tamaki: Tra 5 anni, spero che avremo la capacità di ballare lo stile che più ci rappresenta in ogni momento, senza sentirci legati a un’unica forma. Mi piacerebbe avere la flessibilità di variare, portare sempre qualcosa di nuovo e riscoprirsi continuamente senza stancarsi mai. I grandi palchi sicuramente attraggono, e forse li attraverseremo, ma il desiderio più profondo, oltre al semplice piacere e il portare avanti questa passione, è lasciare un segno nelle persone che ci incontrano, seguono e che ci guardano ballare. Far provare emozioni, trasmettere conoscenza e consapevolezza, suscitare sensazioni e, soprattutto, non nascondere mai ciò che siamo, che sia su un palco sotto i riflettori o in pista, circondati da altri ballerini.

    5. Qual è la rinuncia più grande che avete dovuto fare per dar vita a questo progetto di coppia e qual è, invece, il “marchio di fabbrica” che volete che il pubblico riconosca ogni volta che entrate in pista?

    Francesco: Probabilmente le rinunce più grandi, oltre al sonno, sono le possibilità che convengono a te ma non al progetto comune. Penso anche però che quando si sogna e si crede tanto in qualcosa non si può chiamare veramente “rinuncia”. Il “marchio di fabbrica” della coppia penso che venga molto naturale e spontaneo e penso anche che Tamaki ed io non lo abbiamo ancora. Sono sicuro però del nostro “marchio di fabbrica” a livello didattico.

    Tamaki: Non c’è stata una grande rinuncia, ma piuttosto un lavoro fatto di pazienza comprensione e ascolto. Stiamo cercando di costruire qualcosa insieme, siamo solo all’inizio di questo percorso. Il tempo, lo studio e le esperienze condivise ci daranno molto. Il nostro marchio di fabbrica non è ancora definito, ma quello a cui aspiro è arrivare ad avere un ballo e un’espressività che non puntino ad impressionare per forza nell’immediato, ma che sappiano restare dentro chi ci guarda. Un tango che lasci una traccia più emotiva che spettacolare e che parli di noi.

    6. C’è qualcosa del tango “di prima” che difendereste a denti stretti, anche se oggi va fuori moda?

    Francesco: Non trovo nulla del tango “di prima” che mi sento di difendere rispetto altro. Trovo che tutto il tango “di prima” vada difeso proprio perché ci ha portato al tango unico e complesso dei nostri giorni.

    Tamaki: Ciò che personalmente più difenderei del tango sono le tradizioni. Non come regole rigide, ma come una memoria viva del corpo. Avendo avuto la fortuna di crescere nel mondo del tango, ricordo ancora quando da bambina vedevo tutti quei vecchi signori in abito elegante e mi chiedevo come mai fosse così importante vestirsi in un certo modo, salutarsi con rispetto, aspettare uno sguardo prima di entrare in pista. Solo dopo ho capito che non era formalità: era cura. Le tradizioni ci ricordano da dove veniamo, ci insegnano l’ascolto e il rispetto, non solo come ballare, ma come stare in relazione. Anche quando il tango cambia forma, credo sia fondamentale non perdere quel senso di ritualità che lo rende un linguaggio condiviso, riconosciuto e sentito da tutti i ballerini. Senza le tradizioni il tango rischia di diventare solo movimento; con esse, resta relazione.

    Pimpra

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