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UNA GIAGUARA IN PALESTRA

I miei amici sanno bene che il 2019 rappresenta, per me, uno di quei giri di boa della vita che si ricordano.

Dopo un primo periodo, l’anno scorso, in cui alla sola idea impallidivo, scollinato con il doveroso sollazzo la fatidica data, mi son detta “Pimpra, sai che c’è? Adesso devi stare solo bene stai nel tempo della totale libertà, non devi dimostrare più niente a nessuno e, insomma, te la puoi godere!”

Questo atteggiamento positivo ha mosso i miei primi passi in questa nuova fase storica della vita, regalandomi – finalmente! – quella serenità d’animo che avevo perduto.

Anni o non anni in più, resto quella di sempre, una “triestina d.o.p.” ovvero una donna indipendente, libera e sportiva. E tanto altro ovviamente, ma vado fuori tema.

Per farla breve, mi sono detta che i giochi della maturità sono tutti in mano mia. Ci hanno provato più volte a smorzarmi l’entusiasmo con concetti tipo “Sparati le tue ultime cartucce” e amenità del genere che, in un primo tempo, mi hanno malamente ferito ma, fortunatamente, hanno fatto sì che riflettessi seriamente su chi sono e su quello che voglio per me.

Morale della favola: STICAZZI.

La vita è bella a prescindere. Non accetto di avere attaccata addosso l’etichetta con la mia “data di scadenza”. Questo non significa che non sia ben consapevole che non posso (e non devo) fare tutto, è corretto sintonizzarsi con il periodo della vita dove si è ma ciò non significa implicitamente “morire” (prima del tempo).

Quindi, il primo passo è stato iniziare a prendermi cura di me, specie in questo delicato passaggio per noi signore. Detto fatto. Sono una donna che è sempre stata aperta al nuovo, ho sempre fiutato l’aria e percepito ciò che cambiava e così ho deciso di sperimentare un allenamento personalizzato con coach a distanza.

Non si tratta precisamente di sport, anche se 4 sessioni intense in palestra ci sono, ma sono tutti esercizi mirati e costruiti per il miglioramento della mia particolare carrozzeria.

Eh già, perché se a 20 anni uscivi fresca fresca dal concessionario, adesso ci torni per fare il tagliando sempre più spesso, oramai sei macchina d’epoca, una affascinatissima macchina d’epoca, nel mio caso che so, una Jaguar anni 60? 😉

E ci vado in palestra, ligia, motivata, leonessa e giaguara con la voglia che sempre mi ha contraddistinto di impegnarmi e fare fatica. I risultati, piano piano, come si conviene in questa fase di vita, stanno arrivando, motivandomi vieppiù.

E quando sono in sala a sudare con i pesi, mi guardo intorno e vedo solo beata gioventù, ragazzi e ragazze di 30 anni di meno, con i loro corpi ancora verdi, acerbi e … una sottile malinconia si insinua, non posso negarlo.

Poi, osservo meglio e monta un moto di ilarità guardando la beata gioventù, i maschietti in particolare, che pompano pettorali e braccia come assassini, per diventare “grandi, grossi” e, probabilmente, fare colpo sulle loro coetanee. E rido perché sembrano dei polletti, tutti grossi di petto con stuzzicadenti al posto delle gambe. Ridicoli, teneramente ridicoli.

C’è qualche uomo coetaneo, di quelli che si salvano ancora dagli assalti del tempo, quelli che non hanno ceduto malamente alle lusinghe della tavola e della noia matrimoniale, sono ancora belli e armonici, frutti di sport praticati e vissuti.

Anche loro, come me, sono leoni con la criniera grigia quando non bianca (o senza criniera), ma sempre maestosi, regali.

Mi rimetto le cuffiette e riprendo gli esercizi, la giaguara spaventa e più di un “Prego Signora, faccia pure” non hanno coraggio di rivolgermi la parola.

ROARR! 🙂

Pimpra

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UN CANDIDO BUONGIORNO

Continuo a pensare che la neve che si presenta in città sia sempre un grandioso fastidio. Problemi di viabilità come minimo, per non parlare poi quando il manto innevato candido prende i colori dell’urbe, divenendo grigio e sporco come l’asfalto. E’ deprimente vedere tanta bellezza deturparsi.

Stamattina la bora ha placato il suo canto roco, le Gattonzole, stranamente, non mi hanno buttato già dal letto al terzo ripetersi della sveglia, al contrario, hanno preso posto vicino a me. Me ne accorgo perché, all’improvviso, qualcosa ostacola i movimenti, sono i loro corpi appoggiati al mio. Si avvicinano e si sistemano accanto mentre sono completamente dentro ai miei sogni, non so come sanno capire quando la loro umana è perduta tra le braccia di Morfeo. Ma lo sanno.

Facciamo colazione in compagnia, i gesti sono sempre gli stessi, la nostra danza del risveglio: loro mi precedono festanti in cucina, con le code bene alzate, ad uncino, miagolano gorgheggiando, si strusciano sulle mie gambe mentre preparo le ciotole con il loro cibo e poi, più gioiose che mai, intingono la testa nel recipiente iniziando a sgranocchiare.

E’ il mio momento di pace, accendo a basso volume la radio e guardo fuori dalla finestra. Ogni giorno il paesaggio subisce una variazione, sia per il colore dell’alba e i riflessi delle nubi, se piove o se c’è vento. La finestra diventa un arazzo regalato da un artista ignoto, ed io quel paesaggio lo godo, vedendolo diverso e sempre uguale.

L’emozione più grande la regala la neve, specie quando arriva inaspettata.

La tazza di orzo fumante tra le mani che solo a guardare il paesaggio un brivido mi corre lungo la schiena.

E’ il momento di accertarmi di quanto sia bassa la temperatura, esco sul balcone e aspiro l’aria pungente come fosse un nuovo profumo da scoprire. La sorpresa non manca, perché l’aria profuma di neve.

Ad ogni nevicata, negli anni più verdi della vita, corrispondeva una giornata speciale, il pupazzo allestito in giardino, la battaglia a palle di neve, la vespa 50 special che, impunita, mi lasciava a piedi che lei, il freddo e la pioggia non li gradiva e decideva che basta, non voleva accendersi più.

Ricordo le mani e i piedi eternamente gelati, i jeans stretti che sembravano puntellati di infinitesimali spilli, il naso rosso e lacrimevole di brina, gli occhi che pizzicavano per il freddo e per i cristalli di neve che entravano.

Sono passati gli anni, tanti, ma le emozioni sono sempre le stesse, uguali a quelle di sempre.

Dentro un fiocco di neve, ritrovo tutte le piccole me che sono stata. Oggi, ne ho aggiunta una nuova.

Pimpra

FOTO MIA

INVECCHIARE IN TEMPO DI SOCIAL

Ci penso da un po’ a come sta cambiando la vita di relazione, la socialità, il rapporto tra il singolo e il resto del mondo, a come si diventa grandi oggi, ma, soprattutto, a come si invecchia.

Cerco di non uscire dalla modernità, perché spero, in questo modo, di continuare a capire il mondo anche se, come tutti i “giovani attempati”, molto spesso, il richiamo al tempo passato, a come si stava meglio, arriva a fior di labbra.

Sono presente sui social, mi faccio grandi scorpacciate di foto, di storie. Ho desiderio di capire, di leggere cosa racconta la società dei giovani, di quello che sono stata anche io, qualche anno fa.

Per certi versi trovo la modernità di relazione assolutamente spaventosa. Noi tutti, in potenza, disponiamo di mezzi atti a disegnare delle finestre di realtà “verosimile”, ovvero costruita, immaginata, creata ad arte su quanto noi vorremmo essere. C’è sempre una base di verità, poiché, lo esprime perfettamente il termine stesso “verosimiglianza”, quella siamo noi. Poi c’è la creazione, l’immagine che vogliamo offrire a chi ci guarda.

Facendo un salto quantico alla mia adolescenza degli anni 80, credo si possa far partire da lì l’inizio del culto dell’immagine della persona a discapito della persona nel suo complesso. Ricordo i fenomeni dei paninari e di tutte le categorie di giovani che indossando la loro divisa, facevano parte del loro clan, esprimevano l’appartenenza a una classe sociale.

Ora come allora, l’ambizione anche inconscia, era quella di fare parte del ceto agiato, ovvero di coloro che potevano permettersi di “griffare” loro stessi con gli stilemi del benessere.

Già a quel tempo, benché avessi frequentato il liceo dei fighetti, oggi definibili radical chic, facevo parte di quella parte fluida e non precisamente identificata di giovani che non rientravano di preciso in nessuna delle giovanili classificazioni.

Sin da allora ho amato essere parte per me stessa, mi chiedo se per vero sentire o per necessità ma, tutto sommato, poco importa, fino a giungere, coerente a me stessa, alla mia età adulta.

La riflessione che mi si impone attualmente è come si invecchia in tempo di social, dal momento che, da quanto posso osservare, la “vecchiaia” è la peggio malattia, ha perso tutta l’aura di esperienza, di saggezza e di rispetto che ha rappresentato nei secoli.

Non esiste più la saggezza dei nonni, poche volte ci si riferisce a un Maestro anziano e saggio. L’immagine brucia l’essenza delle persone che, come un buon vino, invece, migliora con il tempo.

Faccio fatica a vivermi con leggera armonia questo passaggio di vita e ho pure un po’ di timore del contesto in cui mi trovo, dato che, come Natura prevede, il mio corpo esprime con onestà il mio percorso di vita, il tempo.

La mente torna ai giovani, a come se la vivono la loro età se, poco poco non rientrano nella categoria di quelli “fighi“, quelli che hanno un sacco di “follower“, quelli con il successo a pixel.

La gioventù è un bacino meraviglioso di potenzialità. Resto positiva e credo che i ragazzi sapranno trovare il loro senso, oltre i like.

Quanto a me, chi può dirlo, è la prima volta che invecchio!

Pimpra

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50 SONO I NUOVI 30.

Arriva il giorno in cui, uno scrittore francese, tale Yann Moix, decreta che le donne a 50 anni non sono più… trombabili
(mi si passi l’eufemismo)  “Mai a letto con una 50enne” (cit.).

Lui di anni ne ha 50 e dichiara che le donne coetanee non sono visibili le sole da tenere in considerazione sono le 25enni dai corpi superlativi.

Mi fa male sprecare anche una sola parola per definire un soggetto che, nella sua totale libertà di pensiero/espressione, attacca un’etichetta così drastica a tutta una categoria di persone. Le generalizzazioni sono un errore di principio.

Apprestandomi a entrare nel dorato mondo degli “anta anta”, non posso che verificare come, una volta di più, le età della donna vengano malamente colpite, quasi a voler annientare la forza interiore che, noialtre, crescendo, abbiamo acquisito.

Pertanto, se da un lato la suggestione del signor Moix mi scivola di dosso, dall’altro una riflessione si impone.

Ma io, come mi sento adesso? Questa fatidica soglia segna così negativamente una donna o è solo un numero sulla carta di identità?

Difficile rispondere, secondo me. Da un lato c’è la società che etichetta per cui, volenti o nolenti, siamo nella schedatura del “in fase di scadenza/quasi scaduto”, dall’altro lato però, se abbiamo lavorato bene con noi stesse, credo si possa parlare finalmente di un giardino che ha preso la sua forma, i suoi colori, la sua massima espressione di bellezza.

Il nodo centrale, al solito, è sempre lì: la bellezza del corpo.

La giovinezza domina sull’altra bellezza, quella dell’essere che, all’opposto, migliora e si arricchisce con il tempo e non corre rischi di sfiorire.

Come affrontare dunque il momento? Di certo non dando peso alle parole di un uomo qualunque.

Conosco molti amici che la pensano allo stesso modo e vedo, da sempre, accompagnarsi a donne giovanissime. Per loro è una ricerca senza fine, la forbice della differenza di età con le partner aumenta all’aumentare dei loro anni, producendo coppie sgraziate in cui l’uomo da compagno diventa padre quando non nonno. Si vedono andare abbracciati alle loro “bambine” che li guardano con occhi carichi di meraviglia e loro gonfiano il petto di orgoglio per questa giovinezza di riflesso che li accompagna.

Non giudico le scelte di nessuno che sono e devono restare libere. Non accetto però etichettature e date di scadenza, ognuno è come è, ognuno vive e ama e scopa come meglio gli pare e con chi preferisce.

Purtroppo, il peso sociale che porta la perdita della gioventù rimane a carico delle donne, l’uomo, invecchiando, migliora. Tradotto potrebbe leggersi che – forse – diventa meno coglione (quanti eufemismi oggi!). Ma la regola non vale per tutti, sia chiaro. La donna non ha chances, su di lei l’invecchiamento biologico fa perdere ogni charme, ogni interesse, ogni carisma perché domina esclusivamente il fattore corpo.

Credo fermamente che tutte queste siano solo gabbie mentali, credo che il valore, la bellezza assoluta di ognuno di noi sia un mix plurivalente di elementi, di esperienze, di sfumature.

Mi accingo a varcare la soglia con il sorriso e con la consapevolezza di chi sono. Certo, guardo agli anni verdi con un delicato ricordo e una spruzzatina di malinconia perché, la donna che sono diventata oggi, se li sarebbe goduti molto di più.

Ingrediente essenziale di “gioventù” è l’amore per noi stessi. Senza siamo già vecchi a 20 anni.

Quindi, per celebrare coerentemente questo lungo panegirico, vado in palestra perché gli edifici d’epoca, richiedono maggiore manutenzione.

Olè.

Pimpra

ESSERE ULIVO.

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Non mi sono mai particolarmente soffermata a ragionare su quanto, nella mia vita, avessero contato i “cicli”. Ho sempre viaggiato leggera, appoggiandomi al pelo dell’acqua delle mie esperienze, senza prendermi il tempo di farmi le domande necessarie a capire, e meno che meno, a trovare le risposte di quanto stavo vivendo.

Una veloce corsa attraverso le esperienze, il tempo, il fluire di me stessa che cresceva, che invecchiava.

Si avvicina la boa d’età che, non si capisce per quale ragione, segna una tappa molto importante, poiché stabilisce e dichiara al mondo l’ingresso in una fase specialissima.

Vivere, dovrebbe essere speciale di suo.

Godere del proprio respiro, della luce che rallegra le nostre giornate, del profumo dei tigli in fiore, del frangersi ritmico dell’onda sulla roccia, del canto melodico degli uccellini, del fruscio delle chiome mosse dal vento.

Vivere è poesia. Ma, troppo spesso, non ce ne rendiamo conto.

Ripenso all’ultimo anno, a quello che è stato, alle lezioni di vita che mi sono arrivate come una mazzata.  Se volgo indietro lo sguardo vedo la sagoma oramai rinsecchita della pelle che mi conteneva.

Adesso sono libera.

Guardo a quella me che tra non molto festeggerà, grata, un nuovo inizio, perché è così che lo immagino, e mi scopro come il tronco di un olivo centenario, pieno di escoriazioni, di buchi, di nodi e di imperfezioni che lo rendono assolutamente unico.

La nuova porta che si è aperta in me, questo ha regalato, l’ulivo che sono diventata e che ho imparato, coraggiosamente, ad amare.

La gioia di capire che “piacere agli altri” per quello che  – si suppone – gli altri possano volere da noi, è una idiozia senza scampo. La vera libertà sta nell’essere. Se stessi, in verità.

I nodi, le asperità, i rami storti sono elementi che possiamo cercare di rendere più armoniosi per stare meglio noi e far star meglio chi ci sta intorno, ma guai a farlo per compiacere perdendosi dietro a ombre che non sono le nostre.

E non posso nemmeno esprimere che non trovo le parole, quanto mi sia lieta questa consapevolezza, quanto doni un sapore dolce, salato e piccante alla mia vita.

Con questa gloriosa baldanza saltello nelle ombre lunghe dell’autunno che piano piano si affaccia, anche se, settembre regala questi ultimi raggi che sono i più radiosi dell’estate intera. E mi faccio un selfie da adolescente per fissare il bel momento e scopro per caso il filtro “giovane, bella, senza rughe, perfettamente truccata”, scatto, osservo l’immagine di una me che non esiste… e mi tocca ripartire da zero con il mantra “Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico…” e maledico queste stronze di app che, per un attimo, hanno illuso di giovinezza.

Ma stavolta, ci rido su! OLE’!

Pimpra(nte)

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DI TANTO IN TANGO. COME AFFRONTARE LA CRISI “ESISTENZIALE”

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Per chi è cronico di questa bella malattia che è il tango argentino, sa che, nel suo decorso, si attraversano numerosi momenti di crisi.

La crisi, dal greco krino, definisce anche un momento di riflessione e di valutazione che permette il miglioramento di una situazione.

Nel tango la crisi è obbligatoria per ogni ballerino degno di questo nome.

Cosa accade.

Ci sono diversi modi e piuttosto soggettivi in cui essa si manifesta, siano essi legati al singolo tanguero o alla coppia di ballo.

Si entra in crisi perché il linguaggio del corpo cerca nuove forme espressive e per trovarle deve rompere, smontare il modo precedente di danzare e percorrere così nuove vie.

Ma crisi è anche, forse più banalmente, mancanza di allenamento, di studio o di pratica o, ancora, il bisogno di cambiare il partner di ballo poiché nel percorso di crescita della coppia, si cambia e non sempre ci si ritrova.

Confesso che le mie crisi sono sempre state devastanti, hanno minato me stessa nel profondo, arrivando a toccare corde che -mai- una qualsiasi disciplina a cui ho sottoposto il mio corpo, ha raggiunto.

Sono sempre stata una ballerina “difficile”.

Agli esordi perché non ne volevo sapere di “affidarmi”, successivamente, ma parecchi anni dopo, perché nel tango, trovando una potente chiave espressiva, è uscita definita la mia personalità, senza finzione e senza sconti. Di nuovo, non facile.

Vivere fuori dal coro anche in questo campo costa fatica, è obbligatorio fare pace con il concetto che “non sei per tutti, non puoi piacere a tutti, sei per una nicchia infinitesimale”. Se nella mia vita “vera” questa idea non mi crea nessuna difficoltà, altro è viverla nell’ambiente del tango.

Il perché è presto detto: le donne si devono fare invitare e, per la legge dei grandi numeri, la proporzione fra i sessi è in totale squilibrio quindi, se pure balli per una nicchia ristrettissima di ballerini, è praticamente garantito che resterai seduta.

Problema n. 2. Meno balli, meno pratichi, meno affini, meno migliori, meno. Punto.

Quando ti arriva la crisi devastante ché un ballerino ti rimanda che hai perso quelle qualità che ti rendevano speciale e ti sono usciti dei difetti da principiante, ecco che devi fare i conti con un disagio così forte che – o reagisci – o appendi le scarpette al chiodo.

Il discorso vale per entrambi i sessi, crisi è crisi per tutti.

All’inizio ci sto cosi’ male che mi viene solo da piangere e vado giùgiùgiù in un buco di letale frustrazione che mi porta quasi ad abbandonare l’idea di ballare per sempre. Vivo il momento con un tale intensità da provare addirittura dolore fisico. Lo stato può durare da pochi giorni, a mesi, non c’è una regola.

Nel frattempo combatto dentro di me, lotto con il corpo, con i sentimenti, con le emozioni, con me stessa. E’ come mettere a soqquadro la casa cercando la punta di uno spillo.

Poi, all’improvviso, arriva la quiete. Quello stato di tranquillità quasi atarassica che si chiama rassegnazione e, da lì, dall’esatto istante in cui non hai più la forza di lottare, arriva l’alba del tuo nuovo tango, della tua nuova “te stessa ballerina”, di un nuovo colore, di una diversa pennellata.

Dopo ogni crisi, dopo ogni surfata sull’immenso dolore di non riuscire ad esprimere nel corpo quanto la mia anima danzante prova, è stata sempre una rinascita. Dura, lo è sempre di più, ma necessaria.

Di crisi in crisi, di caduta in caduta, la mia Essenza sta imparando a volare. Almeno dentro di sé.

Pimpra

FOTO MIA.

 

MI RIMBOCCO LE MANICHE

Rosie-the-Riveter

Che bella sensazione svegliarsi al mattino e sentirsi leggera. Non perché ci sia stata una qualunque forma di calo ponderale, peraltro molto gradita!, ma perché la “torvezza” si è dissolta.

TORVEZZA= stato d’animo pesante, negativo, in cui tutto scolora verso il nero pece. Sorriso spento, sguardo duro e imbronciato, modi indolenti se non sgarbati, nervosismo manifesto. Carattere insopportabile.

Le mie amatissime Gattonzole, esseri superiori connessi alle Energie del cosmo, hanno immediatamente percepito il cambio, si avvicinano di più, inondandomi di caloroso affetto, procurandomi una sensazione meravigliosa.

Cambiare la vibrazione è tutto. Perché cambia completamente l’orizzonte. Sembra impossibile, ma è così.

C’è tanto da spalare ancora ma lo faccio con una speciale allegria perché, sotto la terra, sono certa scoprirò qualcosa che mi piacerà assai. Non dico un tesoro, ma qualcosa di piacevole o interessante.

Con questa sensazione positiva addosso vado a prendere il caffè e mi si posa lo sguardo sorridente di un avventore che ricambio a mia volta con un sorriso. Non è storia di seduzione, semplicemente, se l’atteggiamento è solare e aperto anche la persona lo diviene e c’è chi se ne accorge rimandando la stessa cosa.

Sono così tanto leggera (dentro) che, contro ogni ragionevole dubbio, ho deciso di comprare un nuovo costume da bagno, cosa che non faccio da 5 anni circa perché, nella mia testa, la prova costume non è mai superata.

Se non è ottimismo questo!

MORALE PER TUTTI: rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di … vibrare di buono!!!

Positive_Pimpra

 

 

LA GUERRA DEI DUE MONDI

E fai tanto a parlare di far la Giaguarona, la mangia uomini, quella che non deve chiedere mai che, un giorno ti svegli, e il piede ti fa un male pazzesco e la sentenza è severa: borsite tendinea per troppi tacchi, troppo stress.

Il dottore ti mette a riposo e, per punirti per bene, ti prescrive il plantare che puoi utilizzare unicamente all’interno delle tue scarpe da jogging che, tutto sono, fuorché “Giaguarizzanti”.

Cerchi strade alternative allo scatafascio estetico dei tuoi look e della tua femminilità ma niente: il piede urla vendetta e non ne vuole sapere.

Con la coda tra le gambe accetti l’amaro verdetto: basta tacchi per un po’.

Rassegnata ma combattiva chiami a raccolta la tua amica del cuore e, insieme, organizzate una spedizione punitiva al negozio di scarpe, sì negozio di scarpe ortopediche e, entrambe ne uscite con un bel paio di… Birkenstock!

Ora, tralasciamo il loro costo e il fatto che saldi o non saldi te le vendono sempre a prezzo pieno, bisogna riconoscere che le temutissime calzature tedesche hanno deliziato il mio piede malconcio sin dal primo istante. La mia amica, presentatasi con i tacchi, se ne è uscita pure lei con un bel paio nuovo di zecca.

MORALE: a tutte le Giaguare in ascolto, ricordatevi, le Birki sono le nuove Louboutin!

Sticazzi prendiamola in ridere va là!

Smiling Pimpra

 

 

AI MIEI GUERRIERI

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Ho tantissimi Amici che stanno combattendo.

Non si tratta di battaglie fatte con le armi, si tratta di quelle fatte con il cuore e la forza di volontà, con il desiderio di uscire da situazioni difficili, con la volontà di riprendere – gioiosamente – le redini della propria vita.

C’è molta umanità intorno, ci sono ancora esseri umani che hanno un cuore enorme e che sono capaci delle cose più grandi, delle imprese più improbe, di scalate impossibili.

Sono intorno a me.

La loro forza mi infonde coraggio e determinazione per le mie battaglie, per i miei ostacoli da superare, per la mia visione del limite.

Ecco, questo “limite” che, troppo spesso, decidiamo di mettere davanti ai nostri occhi, è in realtà un paravento al nostro agire.

Non abbiamo limiti se desideriamo fortemente raggiungere un obiettivo, modificare una situazione ostile, o, semplicemente “evolvere”.

Questa attitudine cosciente e creativa, consapevole della intrinseca forza è sempre legata alla determinazione e non ci rende duri, freddi, in atteggiamento di difesa verso il nostro prossimo, ma, al contrario, aperti, solidali, pronti allo scambio.

Tutto questo mi stanno insegnando i miei Guerrieri, e porto la loro voce nella mia vita quotidiana, ricordandomi che la ferita guarisce e la pelle si fa più forte. Che il bello porta con sé anche una parte di brutto e che gli occhiali con cui guardiamo la realtà possono essere cambiati, sostituiti.

Concludo con un bell’urlo gioioso : STICAZZI OLE’!

Mi rimbocco le maniche e via!

Pimpra

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AFFERRA LA SENSAZIONE E PORTALA NEI TUOI RICORDI

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Quando ti passa vicino, hai il dovere di afferrarla stretta, anzi di tatuare la sensazione che ti trasmette nel cuore. Perché la Felicità, di sé, non lascia una vera traccia tangibile, ma unicamente una percezione, un ricordo.

Nulla è più etereo, vacuo, infinitesimale, effimero e sottile di ciò che definiamo Felicità.

Mi è passata vicino domenica, un giorno che di norma detesto, perché – da che esisto – la associo a qualcosa che ha termine. Che finisce. Che muore.

Invece no, dipende, come sempre, dagli occhi con cui si guardano le cose, per far cambiare loro aspetto.

Una sveglia precoce, grazie alle Gattonzole che, oltre le 8 del mattino non mi lasciano a letto, una bella e inaspettata gita al mare, e, ciliegina sulla torta, una romantica cena a due, in “coppa al mare” a sbafare pesce a quattro palmenti.

La Felicità sta nelle piccole cose.

Nel sorriso di mia madre quando – entusiasta – ha risposto al mio estemporaneo invito a cena “Mamma, si va? Che dici? Ti porto a cena ai Filtri, ma andiamo in scooter sia chiaro!” lei che aderisce con gioia estrema, divertendosi alla grande all’idea del tragitto su due ruote.

Basta davvero poco per prendersi quella sensazione di pienezza, di felicità pura, di godimento cellulare per il solo fatto di essere vivi e di respirare.

Ho nella mente i colori del tramonto, i giochi delle nuvole in cielo, le prime luci che si accendono, il profumo degli alberi in fiore, il respiro profondo e ritmato del mare, l’odore della griglia di pesce, le chiacchiere, le risate, il tintinnio delle posate, lo sguardo felice di mia mamma su di me, su di noi, le chiacchiere madre e figlia, di quelle che non hai mai tempo di fare perché dimentichi sempre di prenderti quel tempo.

Eccola lì la Felicità, quella che devi richiamare nei giorni grigi, nei giorni in cui non trovi il senso del tuo esistere, nei giorni in cui non sai dove sei.

In fondo Felicità è anche l’odore dell’asfalto dopo la pioggia, del pesce sulla griglia, del collo di tua mamma che, anche per andare in scooter insieme a te, non dimentica mai di indossare la goccia del suo profumo preferito.

Che gioia.

Pimpra

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