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LA LEGGENDA DELLA SIGNORA BORA

 

 

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Con raffiche odierne a più di 130 Km orari, mi sembra doveroso portare a conoscenza di tutti gli Amici foresti la bellissima leggenda sull’origine della Bora.

Visitate questo sito, da cui ho tratto la leggenda, e apprezzate di più questo piccolo cantuccio di mondo.

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“LA LEGENDA DE MADONA BORA”

“La leggenda della signora BORA”

Tanti ani fa – ma cussì tanti che a nissun ghe sovien più quanti – Vento, scorabiando in giro pe ‘l mondo co’ i sui fioi e Bora, che iera la sua fia più bela e più amada, el xe capitado in zima de un verde altipian che ‘l se tociava drito in te ‘l mar.

Tanti anni fa – ma così tanti che nessuno si ricorda più quanti – Vento, scorrazzando in giro per il mondo con i suoi figli e Bora che era la sua figliola più bella e più amata, è capitato in cima a un verde altipiano che si bagnava direttamente nel mare.

Bora, profitando del fato che papà el iera ocupado a impararghe ai fradei pici a far refoli, la xe scapolada via per zogatolar a sconderse fra i nuvoli e a corer fra le zime dei carpani e dei castagneri che, bituadi a viver in pase, ghe vegniva i nervi a strassino del remitur che la fazeva passando. Dopo un poco Bora, stanca de zurlarse de qua e de là senza saver ben dove ‘ndar, la xe entrada int’una grota dove, per la prima volta in vita sua, la se ga imbatudo in qualcossa mai vista prima: un essere umano! Ma miga un qualsiasi! Gnente de manco che Tergesteo, un dei Argonauti su la via de ritorno a casa, fermadose a riposar propio in quela grota.

Bora, approfittando del fatto che il papà era occupato ad insegnare a fratelli più piccoli a come fare i “refoli” soffi, è sgattaiolata via per giocare a nascondersi tra le nuvole e a correre fra le cime dei carpini e dei castagni che, abituati a vivere in pace, gli venivano i nervi tirati a causa della confusione che faceva passando. Dopo poco Bora, stanca di fare chiasso di qua e di là senza sapere bene dove andare, è entrata in una grotta dove, per la prima volta in vita sua, si è imbattuta in qualcosa di mai visto prima: un essere umano! Ma mica uno qualsiasi! Niente meno che Tergesteo, uno degli Argonauti sulla via del ritorno a casa, fermatosi a riposare proprio in quella grotta.

Tergesteo ‘l iera cussì forte e cussì bel e cussì diferente de Vento, e de Mar e de Tera e de tuto quel che fin in quel momento Bora gaveva visto e conossudo, che de boto la se ga quetado. E fra ela e Tergesteo in un tif-taf xe stà un amor grandissimo, vissudo in quela grota per tre, zinque, sete giorni, fra i più bei che se possi pensar.

Tergesteo era così forte e così bello e così diverso dal Vento, e dal Mare e dalla Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di botto si è quietata. E fra lei e Tergesteo in un attimo è stato un amore grandissimo, vissuto in quella grotta per tre, cinque, sette giorni, fra i più belli che si possa pensare.

Co Vento ‘l se ga inacorto che Bora la iera andada a torzio de sola el se ga rabiado de bruto e ‘l ga scominziado a zercarla, butando sotosora tuto el ziel. Sufia de qua, fis’cia de là, zerca che te zerca, el iera cussì infuriado, che tute le creature le scampava a sconderse piene de paura. Finamente un de quei nuvoloni neri, ingropadi e brontoloni, stufo de tuto quel remitur, el ghe ga spiferado ‘ndove che ‘l gavessi podudo trovar quel disastro de su fia.

Quando Vento si è accorto che Bora era andata in giro da sola si è arrabbiato tantissimo e ha iniziato a cercarla, mettendo a soqquadro tutto il cielo. Soffia di qua, fischia di là, cerca che ti cerca, era così infuriato che tutte le creature scappavano a nascondersi piene di paura. Finalmente uno di quei nuvoloni neri, burbero e brontolone, stufo di tutta quella confusione ha spifferato dove avrebbe potuto trovare quel disastro di sua figlia.

Vento, entrado int’ela grota, el ga visto Bora intorciolada a Tergesteo, e la sua furia xe diventada un spaventoso uragan, che no ve digo e no ve conto. Senza che la disperada Bora podessi in nissuna maniera fermarlo, el se ga scadenà sora de Tergesteo sgnacandolo e sbatociandololo su e zo per la grota, fina che ‘l povero eroe xe restà duro per tera, senza più respiro!

Vento, entrato nella grotta, ha visto Bora avvinghiata a Tergesteo, e la sua furia è diventata uno spaventoso uragano che non vi doco e non vi racconto. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si è scatenato sopra a Tergesteo colpendolo, sbattendolo su e giù per la grotta, fino a che il povero eroe è rimasto stecchito a terra, senza più respiro!

Vento, per gnente ‘vilido per quel che ‘l gaveva fato, dopo averghe zigado a Bora robe che no se pol ripeter, el xe ripartì lassandola al suo destin! Bora, impetrida de paura e de dolor, la ga tacado a pianzer a calde lagrime, tanto che ogni lagrima, che ghe scolava zo pei oci cascando per tera la se trasformava in piera.

Vento, per nulla dispiaciuto per quello che aveva fatto, dopo avere urlato a Bora cose che non si possono ripetere, ripartì lasciandola al suo destino! Bora, impietrita di paura e di dolore, ha iniziato a piangere a calde lacrime, tanto che ogni lacrima che le scendeva dagli occhi, cadendo a terra, si trasformava in pietra.

A Madre Tera ghe xe vegnù un gropo in gola nel veder el dolor de Bora. E cussì del sangue de Tergesteo la ga fato nasser la foiarola, che de quela volta la colora de rosso l’autuno in Carso.

A Madre Terra è salito un nodo in gola a vedere il dolore di Bora. E così, dal sangue di Tergesteo ha fatto nascere il Sommaco selvatico che, da quella volta, colora di rosso l’autunno in Carso.

Ma Bora ancora no la smeteva de pianzer. Alora Madre Natura, preocupada de tute quele piere, che ris’ciava de rovinarghe el logo senza modo de refarlo, la ghe ga permesso de regnar propio su quel posto, e Cielo, per no esser de manco, ghe ga permesso de riviver ogni ano, insieme a Tergesteo, i lori tre, zinque, sete giorni de amor. E finalmente, sta speranza nel cuor ga sugado le sue lagrime.

Ma Bora ancora non la smetteva di piangere. Allora Madre natura, preoccupata di tutte quelle pietre che rischiavano di rovinarle il luogo senza poter rimediare, le ha promesso di regnare proprio su quel posto e Cielo, per non essere da meno, le ha promesso di rivivere ogni anno, insieme a Tergesteo, i loro tre, cinque, sette giorni di amore. E finalmente, questa speranza nel cuore ha asciugato le sue lacrime.

Anche Adriatico ga volù dar una man e ‘l ghe ga ordinà a le Onde de coverzer de conchiglie, stele de mar e verdi alghe el corpo del povero inamorado. E xe sta cussì che Tergesteo el xe diventando più alto de tuti i montisei che za coverzeva ‘sto cantonzin de mondo. E i primi omini rivadi su ‘ste tere se ga alogiado propio su la sua zima costruendo un Castelier co’ le lagrime de Bora diventade piere.

Anche Adriatico ha voluto dare una mano e ha ordinato alle Onde di ricoprire di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe il corpo del povero innamorato. Ed è stato così che Tergesteo è diventato più alto di tutte le collinette che già coprivano questo cantuccio di mondo. E i primi uomini arrivati su queste terre si sono sistemati proprio sulla sua cima costruendo un castello con le lacrime di Bora divenute pietre.

Ano drio ano, piera su piera, sto Castelier xe diventa zità, na zità che i omini, ricordando Tergesteo, i ga ciamado Tergeste: ogi Trieste, dove de ani anorum regna Bora: “ciara” co la sta a brazocolo del suo amor, “scura” co la speta de incontrarlo.

Anno dopo anno, pietra su pietra, questo castello è diventato città, una città che gli uomini, ricordando Tergesteo, hanno chiamato Tergeste, oggi Trieste, dove da sempre regna Bora: “chiara” quando sta a braccetto con il suo Amore, “scura” quando aspetta di incontrarlo.

 

Una romanticissima Pimpra, oggi vi saluta con un refolo! :-*

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ACCETTARE IL CAMBIAMENTO. IL MIO MANTRA PER STARE MEGLIO. ALMENO SPERO.

Patient

Tanto lo avete capito tutti, scrivo perché lo psicologo mi costa troppo. E sono abbastanza disinibita da scrivere pubblicamente un bel po’ di fatti miei.

Coerente alla mia apertura sociale, condivido con voi la nuova turba che mi turba.

Forse avrei dovuto titolare “post per sole donne”, ma credo che, il tema, in fondo, sia comune a noi tutti: saper accettare.

Da che nasciamo siamo dentro il mutamento delle cose, non fosse altro per il corpo che cambia, crescendo, e dalla fase infantile assume la sua forma adulta. Così come il nostro carattere che si alimenta e si definisce con l’esperienza.

La vita è, per definizione, un fluire continuo, un avvicendarsi tra punte di sublime e ruzzoloni nel torbido.  Ci si alza, sporchi, a volte puzzolenti, si va in doccia, ci si lava, cambio d’abito e via, a rimettere la faccia al mondo, a vivere.

Per una donna, questo fluire continuo è accentuato dalla biochimica del suo corpo che è stato corroborato di abbondanti ormoni, i quali, come le fasi lunari e in sintonia con esse, mettono la firma su ogni donna, a renderla universo a se stante.

Anche l’uomo ha gli ormoni, ma i suoi sono più gestibili: essere maschio/virile/trombatore/portatore e diffusore della specie. Compiti relativamente semplici, specie nel tempo moderno.

Ciò che più ha minato il mio equilibrio psicofisico, negli anni, sono i cambiamenti che coinvolgono, in un sol colpo, il corpo e la psiche.

Le fasi cruciali a mia memoria sono state l’adolescenza, di cui non conservo ricordi, tanto mi è piaciuta, e la fase che sto vivendo adesso, l’ingresso nella terza età che, solo a scriverlo, mi si accappona la pelle…

Ebbene sì, mal mi riesce accettare la nuova donna che sto diventando.

Non desidero ostacolare la sua nascita, imbottendomi di ormoni per far sì di rincorrere l’ideale di giovinezza a tutti i costi. Natura non prevede così, ed io mi adatto.

Certo, Amiche care, mi è molto molto molto dura e so che voi mi potete capire. Comprendere e amare la donna che sto diventando e che, ovviamente non conosco, squilibra il sistema che, con qualche difficoltà, fin qui, aveva retto bene. Invece no, tutto crollato come un castello di carte e adesso mi ritrovo seduta sui calcinacci a chiedermi dove sia finita la mia casa.

Posso far conto su una buona capacità di analisi che, di certo, aiuta ad osservare il nuovo scenario permettendomi di intravvedere nuove strategie di sopravvivenza e modi diversi di stare al mondo. Lo scoglio più difficile resta quello di imparare ad amare questa nuova me. E’ lì la sfida.

Aggiungo che, in questo momento cruciale servono almeno tre cose:

  • gli Amici con la A maiuscola, che sanno amarti sempre e comunque per quella che sei
  • e, se c’è, un uomo molto evoluto, davvero immensamente evoluto che sappia accompagnare, a volte anche sopportando il giusto, la fase di trasformazione.
  • Per tutto il resto …. STICAZZI E VIA!

“Sciabadà”

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

AUREA MEDIOCRITA’

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Il buongiorno di stamani:  Radio 24 che mi ricorda  le esternazioni da milionario di quello sciagurato di Briatore che si può permettere di dirci che siamo (quasi) tutti degli sfigati, noi, quelli dei 1200-1500 euro al mese.

E poi la primavera che un giorno mi esulta nei campi -trallallerotrallallà- e poi si piomba in giornate cupe cariche di umidità densa e di pioggia rompiscatole.

In questa altalena dissonante, ne risente pure l’umore, ci aggiungi un pizzico di frasette giuste di qua e di là per massacrarti ancora un pochino e manca poco che fai il botto: ti si disintegra l’autostima.

Va detto che la vita dei narcisisti non è facile, diciamocela tutta, se incappi in periodi, persone, situazioni che non fanno altro che togliere acqua al tuo fiore e, se qualcuno o qualcosa calpesta la tua sacra corolla, capisci-a-me il momento diventa imbarazzante.

Ma fin qui è solo vita.

Però…

Pippolotto per dire che, sempre più spesso, sento di appartenere alla categoria dei mediocri. Nulla a che vedere con il sublime concetto di “aurea mediocritas” di oraziana memoria, questa è roba brutta, scadente, di scarsa qualità.

Brucia, brucia parecchio.

Mi guardo intorno e vedo i miei conoscenti veleggiare verso un radioso futuro. Chi nel suo percorso di realizzazione lavorativa, chi familiare, i più fortunati in entrambi, chi eccelle nelle sue passioni che siano sportive, artistiche, musicali o altro.

Poi arrivo io. Mi guardo intorno e non so che pesci pigliare.

Brutta, brutta davvero.

Non riesco a trovare un senso. Senso di esistere. Direzione. Realizzazione. Nada de nada.

 

Le giornate trascorse in gabbietta, esaltano l’umanità inetta, depressa e carica di frustrazioni. Cerchi di sbatterti per raggiungere una piccola soddisfazione e che ottieni? Il buio.  Il nulla pneumatico. Però hai il tuo 27 del mese garantito e ti dicono “Cazzo devi essere contenta!”.

Vivere così per la maggior parte della giornata è come essere malati. La depressione ti attanaglia è quasi impossibile resisterle. Si insinua e mangia il tuo entusiasmo, la gioia, i pensieri belli. Tutti i colori della tua anima.

Licenziarsi, diciamocelo, non sono momenti. Quindi ciccia. Resti nelle tue sabbie mobili.

Diventi la caricatura di te stesso. Esageri degli aspetti per compensare le carestie esistenziali che ti prosciugano, giorno per giorno, trasformandoti in un clown triste.

C’è che a me nessuno mi ha spiegato come si fa. Quali sono le regole di questo gioco assassino e continuo ad andare in giro con l’aquilone.

Mi dico, senza troppa convinzione che, prima o poi, imparerò.

Embè uno STICAZZI non lo scriviamo? 🙂

Pimpra

 

 

 

 

RACCONTI DI BORA

 

bora-scoote

Martedì 17 gennaio, una data che istintivamente mi fa venir voglia di appoggiare le mani dove non è elegante metterle, poi sono una femmina e, comunque, sarebbe pure inutile.

Inverno con due palle così, non di neve, ma quasi.

A Trieste si vola, letteralmente spazzati via dalla Regina incontrastata della città, la Bora nera, quella più cattiva.

Un grado di temperatura, meno 10° quella percepita, ma non è questo il problema. Contro il freddo pungente ci viene incontro la tecnologia, tessuti, piumini, materiali a prova di tutto, ventaccio compreso.

Il problema, per ogni triestino che si rispetti ovvero, per l’80% della popolazione attiva, che è composta da motociclisti o scooteristi, è restare in piedi, non essere brutalmente tirati giù come birilli dalle raffiche scatenate.

Perché non prendete l’autobus? Perché siamo triestini, appunto!

Oggi ho rischiato di brutto. Dimenticandomi di inserire la modalità “guida sicura in caso di bora forte”, procedevo come sempre sulla linea di demarcazione tra le due corsie quando, una raffica annunciatasi con un gran botto (sono quelle, per capirci, che superano di un bel po’ i 100 km all’ora), mi ha investita di lato (tremendo!) portandomi in allegro trionfo sulla parte opposta della carreggiata.

Quando si viene travolti da tale furia le possibilità sono tre: 1. assecondare la raffica, rallentando e facendosi portare dal vento. Soluzione che, di solito, permette di rimanere in sella, ma con il rischio di essere investiti da auto in arrivo. Si deve valutare al volo una serie di costi/benefici. 2. Opporre resistenza. Di solito  si cade e vince Lei. 3.  Pregare e sperare che la raffica sia breve e tutto vada bene.

Riesco a farcela, stavolta mi è andata bene. Il 50% è fatto, manca il ritorno a casa stasera, speriamo bene.

Arrivata a destinazione, mica è finita, devi parcheggiare controvento, altrimenti ti ritrovi il prezioso mezzo, come quelli della foto!

A Trieste, di necessità, siamo tutti un pochino marinai, eccerto, conosciamo ogni sfumatura in cui le raffiche, i nostri “refoli”, si presentano: si guardano i tornelli di foglie a terra che girano vorticosamente, si ascolta quell’istante di silenzio prima dell’arrivo di un colpo di vento più forte, si conosce ogni angolo della città che, più di altri, viene massacrato dalla Bora.

Sua Maestà, voi sapete già che l’amo, è un amore di vento. Non poteva che essere femmina per quanto è stronza e imprevedibile, fredda o calda, a seconda di come le gira, si manifesta come un’attrice che si fa desiderare, per uno, tre, cinque o sette giorni di fila e poi, come niente, sparisce e torna la calma.

Calma sticazzi…

Bottini della spazzatura che corrono come fossero palle, tegole che si staccano dai tetti e piombano in testa, per non parlare dei vasi e di ogni cosa non sia ancorata in modo forte e sicuro.

Ma a noi piace così, non a tutti a onor del vero… a me sì, perché trono bambina, quando mi divertivo a stare controvento cercando di non farmi buttare a terra o quando, in età più adulta, mi divertivo a fare foto sull’amatissimo Molo Audace violentato dalla furia del vento.

Oggi va così, umore spumeggiante come il mare, berretto  calato sugli occhi e via andare… nella poesia ventosa del nord est…

Pimpra

 

#Goodvibrations

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L’uggia di questo ottobre travestito da estate rende difficile concedersi un sorriso per salutare il nuovo giorno.

E’ tutto così grigio che pare sporco, deteriorato e da buttare.

Eppure… c’è chi sa guardare oltre e trova una scintilla anche lì fuori, dentro il quadro che la finestra contorna, un piccolo stimolo per  aguzzare la vista e andare a cercare con gli occhi e con il cuore ciò che si nasconde e non si svela, facilmente, alla luce del giorno.

Se ne sarò capace, anche questa, diverrà una bella giornata…

… Lieve …

Pimpra

 

 

IL MOMENTO PRESENTE E’ INEVITABILE

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Ci sono quei giorni, quei periodi in cui sei giù. La vita scolora improvvisamente, tutto appare grigio e piatto e non vedi quella scintilla particolare che tanto ti è cara.

A nulla vale cercare di accendere il lume della ragione che, proprio al momento del bisogno, improvvisamente fa tilt.

Ondate di melma emotiva arrivano fin verso il cuore e oltre. E ti pare che nulla possa tirarti fuori dal tuo magma nero.

Poi però…

Uno stupido messaggio lanciato nell’etere, più per sfogo che per altro, e ti arriva una caldo abbraccio dai tuoi amici reali e virtuali. E già ti pare meno brutto. Una carezza, anche se sui pixel colorati di uno schermo, resta una carezza.

E il messaggio, quello vero, quello che proprio DEVI ascoltare, ti arriva. E’ l’Universo che te lo manda, per darti quella sberla che ti risveglia, ti rimette sul pezzo e ti fa riflettere profondamente.

Io Gabriel non lo conoscevo nemmeno, epperò leggo il suo messaggio su FB, adesso che ha lasciato questo mondo. Ed è un messaggio che pare scritto per la mia Anima di oggi, quella che trascina con sé il mio corpo triste.

Leggete, è scritto in spagnolo, ma si può capire, e comunque, impegnatevi a farlo:

“EL MOMENTO PRESENTE ES INEVITABLE”
La 1ra vez que la escuché si bien comprendia la escencia porque es muy simple, la profundidad muchas veces no la veia. Con esto que me está pasando me di cuenta que si quiero decir lo que siento, el único momento es AHORA, si quiero conectar con alguien, el momento es AHORA, si quiero amar, éste es el único momento posible, ya que el único momento que existe es AHORA
Quiero compartir esto con ustedes ya que me hizo ver que las cosas que me perdí de vivir por pensar demasiado en el futuro, hoy no sé si pueda llegar a hacerlas.
Por eso AHORA, EN ESTE MOMENTO, DONDE QUIERA QUE ESTES, ANIMATE A SER VOS MISMO, CONECTATE Y COENCTA, DISFRUTA,AMA, BAILA CON TODO TU SER Y NO PIERDAS EL TIEMPO.
Gracias infinitas por esta noche y por todo el apoyo y amor que me brindan. Gracias a todos los que colaboraron !!!
NOS VEMOS PRONTO
GABY”

“Il momento presente è inevitabile.  Ho capito che se decido di dire ciò che sento, l’unico momento è adesso, se desidero contattare qualcuno, il solo momento è adesso, se desidero amare, è questo l’unico momento possibile, l’unico momento possibile è ADESSO.”

Prendo le  sue parole, il suo messaggio che mi arriva così forte, oggi, che il pensiero triste mi accompagna, e decido di svegliarmi e vivere questo “adesso” che, oggi, mi regala spine, ma, evidentemente, ha un senso così.

Buon viaggio, caro Gabriel…

Pimpra

Polaroid di un pomeriggio di giugno

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La vita di una donna, in uno scatto fugace.

C’è tutta me.

La velocità che colora di sè le mie giornate, vissuta correndo dietro agli impegni che l’orologio scandisce, issata sul mio fedele destriero di ferro, a due ruote motore.

La pioggia che, come gli imprevisti, va gestita.

Il piacere di restare donna, nonostante tutti i rumori di fondo della vita, accorgendomi di quel cuore che, sul selciato bagnato, si mostra ai miei occhi.

Voilà, la piccola poesia dell’ennesima giornata di pioggia di quest’estate che non si svela ancora.

Ed io, comunque, sorrido.

 

Pimpra

 

 

 

 

 

RINASCITA

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A primavera mi succede sempre, sarà il risveglio dal tepore dell’inverno, la ripresa frenetica delle attività, il sangue che scorre più veloce nelle vene, la voglia inarrestabile di respirare più profondamente, il desiderio di vivere circondata di colori, di emozionarmi davanti alla luce nascente del giorno e di farlo nuovamente al tramonto, quando il rosso infuocato sfuma nei toni freddi della notte.

Ho voglia di vivere. Di vivere con la V maiuscola.

Non so nemmeno io il perchè ma, di sovente, mi ritrovo dentro le vite degli altri. Mi accade di adattarmi a ritmi, a suoni e colori che non sono i miei. E “tiro a campà”, senza infamia e senza lodo, perdendo di vista tutto ciò che è realmente nelle mie corde.

Diciamocelo, mano a mano che si invecchia, ops! “matura”, i gusti, le idee, le consapevolezze si fanno più radicati e radicali e quindi un bel “sticazzi” a piegarsi, adattarsi, “farsela piacere” se poi, in verità, non piace affatto…

E di tutto questo son ben consapevole eppure, ogni inverno ci ricasco. E mi accontento e non godo e ingrasso pure assai.

Ma è cosa di donne, questo prendere la forma dell’altro, di andare alla radice del suo essere per cercare di comprendere  (cliccate sulla parola per leggerne l’etimo è meraviglioso)  le ragioni, spesso intricate e controverse, della sua vita.

Proiettate in una dimensione esterna al nostro essere, nell’illusione di creare armonia nell’esistente… A forza di uscire, uscire, uscire verso il mondo, perdiamo il contatto con noi stesse e… ciao…

A me scappa la voglia di chiudermi in casa, adesso è un piacere ancora più grande, considerata la compagnia delle due gattonzole, non avere più vita sociale “fisica” ma solo virtuale, mi impigrisco e mi metto a mangiare.

Morale: arriva aprile, sono fisicamente una cessa, mi odio e animisticamente sono “scolorita”. UN DISASTRO.

Allora vado di dieta, coinvolgendo in cordata i miei più cari amici che lo sono anche per sopportare annnualmente questo mio periodo da pazza, e riprendo ad allenarmi come se dovessi partecipare alle Olimpiadi, e sono tutta un progetto, un “devo fare, voglio andare, non mi fermo più” in una ossessione bulimica di prendere a morsi la vita che, per tutto l’inverno, ho lasciato marcire nella dispensa.

Nonostante la fatica che mi costa, amo profondamente la primavera, la sua aria tersa e carica di promesse, di fiori che sbocceranno di lì a poco, di fantasie  di un’estate da ricordare, di sogni che mi illudo si realizzeranno e di essere felice, almeno un po’…

Pimpra

 

 

 

 

BORA BIRICHINA E BARCOLANA

DSC_3321 DSC_3283 DSC_3292Manco da Trieste da qualche giorno, rientro e trovo una  città cambiata, diversa, colorata e raggiante.
E’ la settimana della Barcolana, della regata più affollata del Mediterraneo, tappa obbligatoria del circuito velistico autunnale.

Per noi triestini è una festa attesa per tutto l’anno, il modo, tutto nostro, di salutare l’estate e di accogliere la nuova stagione.

Mai come quest’anno, la settimana che accompagna la regata di domenica, è stata carica di eventi, di deliziose chicche di “triestinità” offerte agli ospiti e, perchè no, agli stessi abitanti.

Si va dall’attivazione del trenino storico, all’interno del magnifico sito del Porto Vecchio di Trieste, alla possibilità di visitare le gallerie antiaeree della città, gustando pure degli assaggi di prodotti tipici locali,  per non parlare dei musei, delle mostre all’uopo allestite, dei punti di ristoro, dei concerti. Un programma fitto fitto per accontentare tutti.

E poi ci sono loro, le stupende imbarcazioni che fanno bella mostra di sè nello allo specchio d’acqua antistante a piazza Unità. Spettacolo unico.

Ma, senza di Lei, la diva vera, non ci sarebbe manifestazione velistica degna di questo nome,  in una città come la nostra, dove, se non c’è vento, non c’è vita. La Bora.

Burlona come un ragazzino, sfacciata come una donna di facili costumi, arrogante come certi uomini, ha deciso, a poche ore dagli spari dei cannoni che daranno il via alla kermesse,  di manifestarsi in tutta la sua reale avvenenza.

Emergenza meteo, raffiche violentissime. Lo spettacolo animato degli alberi delle imbarcazioni da regata che si piegano senza volontà sotto le spinte violente delle raffiche che qui chiamiamo “refoli”.

A noi triestini questa caciara metereologica piace, o, almeno, ci siamo abituati. Altro è per i nostri ospiti che, il più delle volte, si fanno trovare impreparati.

Ma la macchina organizzativa della Barcolana 2015 è una bomba. Hanno pensato a tutto, valutato le opzioni possibili, studiato le statistiche, per offrire ai regatanti, agli appassionati, ai curiosi una regata sicura, uno spettacolo magnifico.

Non ci resta che aspettare domani, lo sparo di cannone che darà la partenza e goderci lo show.

Pimpra

Curiosate qui: http://www.barcolana.it

IMAGE CREDIT: LE FOTO PUBBLICATE SONO PROPRIETA’ DI GIOVANNI VANACORE che ringrazio

IN DIRETTA DAL MONDO PANDA

monda panda

Ci sono periodi in cui non ne infilo una giusta.

Attacchi di sbadataggine acuta che dovrei curare con farmaci potenti. Distrazione, disattenzione, superficialità, dimenticanze, tutte insieme appassionatamente, incuranti della mia salute mentale.

L’ultimo stamattina.

Devo presentare i documenti dello scooter che, ad un recente controllo della polizia municipale, non avevo con me. Pagata l’ammenda- figurati se non me l’affibbiavano!- mi reco dai carabinieri. Apro la borsa e voilà, i documenti sono  rimasti a casa.

Imprecazione tra i denti.

Mi scuso con il carabiniere che, comprendendo (visti i biondi capelli) mi attende poco dopo.

Vado a casa, recupero il necessario, mi ripresento dai carabinieri. Tutto sembra andare nel migliore dei modi quando l’appuntato mi chiede il certificato di assicurazione, “Ma glielo ho dato è quello quadrato e poi c’è la carta verde”.

Chi mi parla è una gentile signora con accento del sud “Vede, a noi serve la parte bianca del documento che attesta che lei è assicurata, il tagliando quadrato può essere contraffato, così come la carta verde. Le suggerisco di andare a prendere la parte mancante, rischia 400 euro di ammenda”.

Grandissima imprecazione tra i denti.

“Grazie di avermelo detto, non sapevo che la parte che ho sempre staccato e messo tra le carte da presentare nel 730 è quella che a voi interessa” [ndr: dove di legge il contributo pagato per il ssn e per cui scaricabile dalle tasse, da quest’anno, mi sembra non si possa più].

MORALE: per una cazzata del genere, domanttina dovrò perdere altro tempo che non ho e ripresentarmi in caserma.

Mentre, in ritardo, mi recavo mogia in gabbietta, pensavo tra me e me che bisognerebbe inventare un “Corso di sopravvivenza per la gestione della parte burocratica della nostra vita”, insomma, chi mi ha mai detto che ho sempre girato senza il documento corretto dell’assicurazione? Nessuno! E come si fa a saperlo? Boh!!!

Questo mio vagare con l’aquilone, a volte, ha dei risvolti estremamente piacevoli, permette di assaporare degli aspetti della vita, della realtà che, altrimenti, sfuggirebbero… ma, quando gli aquiloni sono troppi e volano in cielo tutti quanti insieme … il minimo che accade è che si incrocino i fili e… il disastro è compiuto…

Per fortuna accade di rado…[STICAZZI!]

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

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