ETICA MINIMA

Il titolo del post rimanda al testo del filosofo, scrittore Pier Aldo Rovatti , che vi invito a leggere. Il seguito, nulla ha a che vedere con il suo scritto.

Da molto non affronto più le tematiche legate alla pandemia e a tutte le implicazioni sociali e relazionali che ne sono scaturite. Oggi però ho deciso di rompere il silenzio, ponendomi una domanda:

per un professionista del mondo sanitario, dal gradino più piccolo della scala a quello più alto, come è possibile rifiutarsi di fare il vaccino? E’ come dichiarare la propria perplessità nei confronti della scienza, della ricerca.

Personalmente delle domande me le porrei, se fossi un sanitario: perché ho scelto la professione?

I provvedimenti che cominciano ad essere presi verso il personale sanitario che si dichiara contrario al vaccino, mi trovano assolutamente d’accordo. Non è conciliabile rivestire un ruolo professionale in sanità ed essere allo stesso tempo detrattori della ricerca che sta alla base di qualunque terapia.

Mi viene in mente un episodio che mi capitò tanti anni or sono: mi recai al consultorio per la prescrizione di un anticoncezionale adatto alle mie esigenze. Ebbene incappai in un medico obiettore di coscienza che, in tutti i modi e con la persuasione più becera, tentò di spingermi a fare un figlio al più presto, perché con il mio profilo ormonale, potevo essere a rischio sterilità e che lui giammai mi avrebbe prescritto la pillola.

All’epoca ero una giovane donna di 20 anni, frequentavo l’università e, all’uscita dal consultorio provai solo una grandissima rabbia per il ginecologo ma non lo segnalai all’autorità competente. La segnalazione, a mio parere, era dovuta, poiché se una donna, per una serie di ragioni personali, ritiene di voler e dover provvedere alla contraccezione (e non parlo di aborto) il medico ha il sacrosanto DOVERE di consigliare/suggerire il metodo più adatto. Punto.

Immaginiamo se al posto mio, allora, ci fosse stata una ragazza senza gli strumenti culturali/economici (poi feci la visita privata ed ottenni iò che mi serviva – senza alcun nefasto effetto collaterale, tra l’altro), che avrebbe fatto? Sarebbe rimasta incinta senza un lavoro, senza alcuna prospettiva? Solo perché un medico le aveva suggerito di “provvedere quanto prima a fare un figlio”?

Con i vaccini, mi sembra la stessa cosa: il personale sanitario, senza battere ciglio, dovrebbe vaccinarsi e promuovere la vaccinazione presso la cittadinanza, così come i responsabili cittadini, compatibilmente alle condizioni di salute, dovrebbero vaccinarsi. Non c’è spazio a credo personali.

Punto.

Ci sono situazioni in cui, quella sbandierata libertà di cui tanto ci riempiamo la bocca, è solo un vessillo per nasconderci dietro a forme di meschinità prive di qualsiasi visione globale.

Etica sociale, in cui il comportamento di ognuno possa essere anche votato al bene della comunità, facendo dei sacrifici, se necessario, mettendo a disposizione del bene superiore, un particella della propria libertà personale.

Pimpra

VIVERE GREEN

Seguire i telegiornali, di questi tempi, è come assistere alla proiezione di un film dell’orrore: alla pandemia e ai suoi danni orami siamo abituati, che si per sé ha dell’incredibile, non bastasse, ci si mette pure la Natura impazzita con temperature infernali e incendi.

Mi fermo e, dolorosamente, riconosco che siamo noi la fonte di tutto lo scempio che stiamo vivendo. La responsabilità ci appartiene in toto e dobbiamo assumercela.

Detto questo, mi è chiaro che, io per prima, dalle parole devo passare ai fatti. Ma, come fare?

Innanzitutto la coscienza ambientale va costruita, possibilmente, da bambini, insegnando alle generazioni future a prendersi cura del nostro tanto bistrattato pianeta.

Poi ci siamo noi, gli adulti che dovrebbero dare il buon esempio. Magari.

Da pochi mesi ho cambiato ufficio, approdando in un nuovo contesto lavorativo che si occupa di ambiente, energia e sviluppo sostenibile. Ogni giorno scopro e imparo cose nuove, alimentando, allo stesso tempo, una coscienza ambientale che – lo ammetto – era piuttosto carente.

Iniziare a vivere “green” senza impiastricciarsi la bocca di parole che vanno di moda e basta, nel mio caso, significa iniziare con piccoli e virtuosi comportamenti.

Le immondizie che produco, ne sono il primo esempio.

Ho imparato che ogni risorsa può e deve essere riciclata per entrare in un virtuoso circolo in cui gli sprechi possano essere ridotti al minimo a beneficio delle risorse naturali.

L’inquinamento che produciamo può essere ridotto a partire dai piccoli gesti.

Ho citato le immondizie: plastica, carta, vetro e alluminio trovano sempre la corretta collocazione nei rispettivi canali di raccolta e smaltimento. Certo, mi sono dovuta organizzare, inutile negarlo, i bottini della differenziata non sono esattamente sotto casa, ma comunque raggiungibili.

Si tratta di fare un piccolo atto di volontà, un minimo sacrificio per un bene collettivo davvero molto grande. Piccoli gesti capaci di creare una lunga onda di comportamenti virtuosi.

Vogliamo mettere il piacere di immergerci in un mare libero dalle microplastiche? Pieno di pesci felici di sguazzare in acque cristalline? Per adesso sembra solo un’utopia, ma se ci impegniamo con costanza e determinazione, possiamo farcela. Anche perché siamo praticamente arrivati al punto di collasso del pianeta.

Io scelgo GREEN.

Pimpra

ELEGIA ADRIATICA

image credit Alessandra Cechet

Sono una sostenitrice accanita della “poetica delle piccole cose”, istanti di vita quotidiana che si palesano allo sguardo carichi di bellezza.

Vivo in una piccola città del lontano nord est adriatico, uno scrigno di tesori disseminati qua e là dalle raffiche di bora.

Dalle alture del carso, le generose fronde degli ippocastani centenari delle osmize offrono un approdo di gioiosa tranquillità, fino a scendere in riva al mare, dove il respiro dell’Adriatico infrange, sugli scogli di Barcola, la sua risacca.

Un piccolo mondo fatto di tante delicate perle, le passeggiate in Cittavecchia, arricchite dalla gaiezza di numerosi localini che offrono ai curiosi ogni tipo di scelta enogastronomica.

Ai triestini piace fare festa. Nella consuetudine burbera di alcune giornate in cui i volti che si incrociano per strada sono piuttosto tesi, manifestando un conclamato fastidio, specie il lunedì, arrivata l’estate, si rilassano in un giocondo sorriso.

La casa è rifugio obbligatorio solo in certe gelide giornate d’inverno, quando la bora nera si impossessa della città frustandola con le sue spire di ghiaccio. Solo allora, le pareti domestiche diventano ricovero necessario e quindi amato.

Ma d’estate…

L’invito dell’amica del cuore a fare il “TOCETO” del tardo pomeriggio, a Barcola. Ci andiamo in scooter, in doppia, approfittando del tragitto per scambiare una trama fittissima di parole. La costa è popolata come fosse giorno, non me lo aspettavo. Si direbbe che verso le 18.30 ci sia proprio un “cambio di turno” tra coloro che hanno trascorso l’intera giornata al mare e i nuovi arrivati.

Il sole è basso e poco prima dell’abbraccio al mare, colora l’orizzonte di un rosa intenso che sfuma in una calda nota arancione.

L’acqua è tiepida, offre un’immersione di liquido amniotico, il corpo si rilassa lasciandosi accarezzare dalle lievi increspature del mare.

Dalla bisaccia escono due calici, una piccola bottiglietta e del melone a tocchi, l’aperitivo perfetto, nel luogo perfetto, con la compagnia giusta.

Tutto vibra di gioia satura che mi viene voglia di fare il ponte, lì, sul mio asciugamano. La mia amica si vergogna un po’ ma mi lascia fare, è abituata oramai alle mie stranezze.

Il tempo ci scivola sulla pelle umida di salsedine, mentre ci godiamo questi attimi piccoli ed estremamente preziosi.

Tu chiamala estate.

Pimpra

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA. Summer 2021

Un’estate che definisco strana. Sembra quasi tutto normale ma sappiamo bene che non lo è, una gran parte delle nostre vite precedenti sono e restano ancora come congelate.

Abbiamo imparato a convivere con strane regole, ci adattiamo a nuovi modi di vivere il nostro tempo libero in un regime che definirei di semi libertà.

In tutto questo la vita va avanti, come se nulla fosse.

Venerdì pomeriggio, palestra. Praticamente vuota, situazione ideale: i macchinari sono liberi, non ci sono fastidi, odori molesti, gente che intralcia. Penso che sono diventata una selvaggia asociale, ma tant’è.

Parto con la prima serie di esercizi, sto per iniziarne un’altra mentre lascio la postazione a un ragazzo che conosco di vista, frequenta anche lui lo stesso luogo, più o meno ai miei orari.

Per la prima volta mi saluta chiedendomi come va.

Tolgo le micro cuffiette e gentilmente rispondo “Tutto bene grazie, fino a quando potremo continuare a venire qui” aggiungo “bene anche tu mi sembra” .

“Sì infatti” risponde il giovane. Un volto dai lineamenti delicati, elegante nei modi, riservato, un bel fisico fresco, asciutto e armonicamente muscoloso. L’avevo notato nella massa dei giovinetti che pompano i muscoli, menando vanto dei pesi sollevati e delle incredibili performance tra le lenzuola. Lui mai, sempre in disparte, in silenzio ad allenarsi, come me.

Rimetto le cuffiette, faccio per recuperare il cellulare e, come per magia, non lo trovo più. Deve essere lì, era accanto a me durante l’esecuzione dei primi esercizi, non posso averlo messo altrove. Guardo, cerco e nulla, come fosse sparito.

Il giovane capisce che qualcosa non va e mi porge il suo cellulare, iphone di ultimissima generazione, dicendomi di chiamare il mio numero, cosa che faccio e, incredibile, il cellulare era esattamente alla base dei miei piedi. Lo vedo, rido, ringrazio per l’aiuto, rimetto le cuffiette e continuo l’allenamento.

Tra me e me penso a quanto sono accecata, decretando che, la prossima volta, mi tocca assolutamente mettere le lenti a contatto (che non sopporto).

Doccia, vestizione e scappo a casa. Nello spazio antistante agli spogliatoi, il giovane sta armeggiando con il cellulare, saluto con un ciao e mi avvio.

Girato l’angolo, già in sella allo scooter lo rivedo, mi avvicina e mi chiede dove abito. Resto basita ma, come un automa, rispondo. Poi mi chiede se sono libera.

“Cosaaaa?” mi esce una faccia a forma di pesce con occhi a palla. Ma che domande sono, non conosco neppure il suo nome! Rilancia immediatamente dicendomi che non parla bene l’italiano, me ne ero accorta, al che chiedo di dove fosse. Kossovo, risponde.

Nella mia immaginazione era uno dei tanti studenti che frequentano la palestra, oppure un giovane professionista, e niente, invece mi dice che ha una ditta di costruzioni. Traduco nella mia testa pensando che lavora in una ditta di costruzioni.

Rilancia immediatamente facendomi una domanda così diretta da arrivamrmi come una sassata in faccia “Posso venire a casa tua?”

EEEEEEEEH?????????!!!!!!!!!!!!

Trasalisco imbarazzatissima, non so se incavolarmi a morte o ridere. Istintivamente mi viene da ridere perché reputo la situazione assolutamente surreale.

“Certo che non puoi venire a casa mia, ciao eh”.

Accendo il motore e parto. Lui si avvia con le pive nel sacco.

Alla sera, mi chiama per 3 volte. Non solo ardito ma pure stalker. L’ho bloccato e via.

Estate 2021 modalità ON.

😀

Pimpra

IO SONO TEAM #PFITZER

Il mio V.Day è stato martedì. Ci sono arrivata con la mia cara amica, unite, ad affrontare una vaccinazione che, se non ci avessero costruito sopra un incredibile battage mediatico “contro”, sarebbe stato un (non) evento nella nostra vita, come un qualsiasi esame medico di routine.

Siamo arrivate al nostro centro vaccinale, in anticipo, nessuno in coda. Selfie scaramantico d’ordinanza prima di mettere piede dentro l’hub sorridiamo “Finché siamo vive”.

Organizzazione impeccabile, meccanismo oramai oliato da mesi di vaccini già inoculati.

Le scartoffie passano il primo controllo e pure al banchetto dove scopriremo quale tipologia di vaccino riceveremo: tutto ok.

Io sto nella squadra Pfizer (quindi vaccino su base RNA), la mia amica team Janssen (vaccino a vettore virale non replicante).

Siamo su due distinte file e, mentre aspettiamo il nostro turno, mi sento parte di una cosa grandiosa, epocale.

“Ti rendi conto che stiamo vivendo un momento straordinario della storia dell’umanità? Una vaccinazione di massa a livello planetario, ha dell’incredibile”, la mia amica replica con un pragmaticissimo “Ne avrei fatto volentieri a meno”, e come non darle ragione.

Vengo indirizzata al mio gabbiottino, dove un giovanissimo medico (credo) e un’altrettanto giovane infermiera o medico, mi intrattengono con battute ironiche “Vedrà come prederà bene il 5 G una volta a casa”, ridiamo e manco mi accorgo che la punturina era già fatta. Mi complimento per la mano piumata e procedo nella sala di decompressione, quella in cui, trascorsi 15′ e sei ancora vivo, puoi tornare a casa tranquillo.

Sentendomi bene, volevo uscire dopo i primi 5′ ma, la mia amica “Nonsisamai”, ha preferito attenersi scrupolosamente alla regola.

Una volta fuori, abbiamo festeggiato il salto del fosso, godendoci un aperitivo all’aperto.

Alla sera, un sacco di amici a chiedere come stavamo, se tutto era ok e, per nostra fortuna, tutto è andato nel migliore dei modi.

Il mio secondo appuntamento per concludere la profilassi, di qui a fine mese, dopodiché un foglio mi permetterà di andarmene tranquilla in giro per il mondo.

Come molti, ho avuto infinite perplessità, mi sono molto spaventata alle notizie dei media di persone che morivano dopo il vaccino, anche su di me il tam tam mediatico per un certo periodo ha fatto presa sulle emozioni.

Poi, mi sono detta: io credo nella scienza e, messi sulla bilancia i costi/benefici, ho ritenuto che i secondi fossero di gran lunga superiori.

Il rischio c’è, per ogni cosa. Ho scelto di rischiare per godermi una libertà di movimento alla quale non sono più disposta a rinunciare. Vaccinarsi per creare quella copertura di immunità di gregge è anche un dovere civico e, francamente, non mi sembra corretto aver messo “a rischio” gli anziani (vaccinati per primi) e poi tirarmi indietro proprio io.

Penso che a ciclo di vaccino concluso, potrò ribaciare e abbracciare mia mamma senza particolari patemi d’animo, così come godermi il mondo in tutta la sua meraviglia.

Agli indecisi dico: trovate la vostra personale motivazione per farla questa punturina e andate avanti convinti.

Pimpra

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LA SUPER EMPATIA

C’era un tempo in cui una persona a me vicina mi definiva “La signora Alberti” appellativo conquistato sul campo a forza di “consulenze del cuore” offerte a piene mani ad amici e conoscenti.

E’ così da quando sono poco più di una bimbetta che alcune persone, mosse da non so quale ragione, mi venissero vicino a chiedere consigli.

E’ molto facile, per me, mettermi nei loro panni, ascoltarli, ragionare insieme sulla situazione e darne la mia personale interpretazione. Giusta o sbagliata che sia, ha sortito sempre un positivo effetto sulla persona perché, almeno, si sente ascoltata.

La mia passione per l’animo umano doveva – probabilmente- diventare la mia professione, ma altre strade hanno preso il sopravvento, e tant’è.

Ciò detto, ho riscontrato incredibili e profonde ferite esistenziali, in quella categoria di persone che possiedono un dono preziosissimo: la super empatia.

Da Treccani

Empatia

In psicologia per empatia (termine derivato dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung), si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Il termine viene anche usato per indicare quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Voi capite che questa capacità di comprendere va assolutamente gestita, poiché, trattandosi di un’energia psichica potentissima, come una macchina sportiva, bisogna saperla guidare.

Uno dei rischi più grandi che corre l’empatico (per non parlare del super empatico, colu* che è così sensibile e in connessione da anticipare desideri, sensazioni dell’altra persona), è di perdere completamente la capacità di percepire/analizzare i dati oggettivi, i comportamenti reali, la situazione che condivide con l’altro.

Di solito sono queste persone così dotate che si mettono a completa disposizione, ascolto, supporto, sostegno… dell’altro perdendo completamente di vista se stessi, i loro desideri, la loro vita, divenendo, molto spesso, bersaglio prediletto di coloro che- assolutamente privi di empatia, ne fanno fonte primaria di approvvigionamento, in tutti i sensi che vi vengono in mente.

L’empatico, diciamocelo, se non è ben strutturato, è il primo dei fragili, di quelli che vengono manipolati e manco se ne accorgono, tanto il loro cuore è buono e pure fesso diciamocelo.

Di contro, bisogna dire che l’empatia non si insegna, è la capacità di entrare in vibrazione con altri esseri viventi, animali, piante, in modo così forte da riuscire a creare relazioni, legami.

Faccio parte pure io della squadra dei super empatici.

Fino ad ora, lo ammetto senza reticenze, ho avuto molti riscontri “di cuore” che mi hanno regalato un profondo senso di gioia, ma, molte più ferite e dolori inferti da quelle persone che l’empatia non sanno manco come si scrive.

La cura l’ho trovata, e mi ricollego a quanto ho scritto poco sopra: l’empatia è una macchina da corsa, potentissima, bisogna saperla guidare o ci si schianta.

Come si impara? Innanzitutto convergendo quelle potentissime antenne vibrazionali all’interno di noi stessi, non verso il mondo, come sempre facciamo, andando a scoprire chi realmente siamo, cosa nascondiamo, quali sono le NOSTRE ferite che non ci diamo mai il tempo di curare.

Fatta la connessione tra l’io e il me, bisogna STUDIARE, approfondire, andare alla ricerca di quel senso profondo di cui percepiamo la nota sonora ma facciamo fatica a cogliere l’intera melodia.

Quando l’orchestra che siamo comincerà a suonare e noi ad ascoltarla, sarà il giorno in cui la nostra empatia, non solo aiuterà chi ci verrà vicino, ma non permetterà a nessun* di usarla contro di noi.

Pimpra

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IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

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CUORE ANIMALISTA. MA A QUALE PREZZO?

Sono consapevole che il particolare momento storico impone riflessioni su ben altri temi ma so anche di aver bisogno di pensare ad altro.

Sin da bambina mi era evidente l’amore e l’attrazione verso il mondo animale (serpenti esclusi, mio animale del PANICO ASSOLUTO). Con mio padre abbiamo in tutti i modi cercato di convincere la mia giovane mamma a prendere un cane. Opposizione assoluta fino a che cedette ma a condizione che la mia pagella (2 elementare) riportasse tutti 10.

Mi impegnai molto ma, i numeri maledetti mi tesero una brutta imboscata e caddi, macchiando la pagellina con un 9.

Mio padre, amante dei cani come la sottoscritta, provò in tutti i modi a convincerla ma niente, ferrea come un generale con le sue truppe.

Gli anni passano, l’amore per gli animali resta, il papà se ne va da questa terra e il primo amore dei vent’anni, per consolarmi dal dolore, mi regalò il primo cane della vita: una pastore tedesca.

Vi risparmio le urla furibonde di mia madre, quanto fosse arrabbiata con l’allora ragazzo (che pure stimava moltissimo) per averla costretta a vedere il suo nucleo familiare tornare a 4 soggetti, ma di cui uno a 4 zampe.

Gli anni passano, anche la dolcissima Andy è volata sul ponte dell’arcobaleno, dopo una vita piena d’amore ed io divento una donna adulta, con la sua casa.

Arriva la Pimpra, la mia adorata persianina rossa che è stata con me per ben 15 anni.

Poi sono arrivate le Gattonzole che colorano la mia vita di felino amore.

Qualche giorno fa, nel piccolo rifugio preparato presso la casa che mi ospita in tempo di lockdown, si è presentato un gattino bianco e nero, evidentemente bisognoso di cure. Raffreddato, denutrito, pieno di parassiti.

L’ho preso immediatamente sotto la mia ala protettiva per i primi giorni, sperando che del buon cibo e un caldo riparo potessero, da soli, bastare a far star meglio la creaturina. Ma così non è stato. Vedendo la bestiola sempre più sofferente, non ho esitato a farla visitare dal veterinario. Portato a curare appena in tempo: bronchite, otite, parassiti e giardia. Un bel mix che, considerata la giovane età felina e il crollo delle temperature previste dal meteo, l’avrebbero portato alla morte.

Ho convinto il mio ospite a ricoverarlo all’interno, in una sorta di camera di isolamento, poiché, sia per ragioni mediche che di relazioni feline, il contatto con le Gattonzole, non era consigliabile.

Premetto che non mi sento una santa per il mio gesto, credo, semplicemente, di aver messo in pratica quel sentimento che porto da sempre in me stessa: l’amore per gli animali.

Tutto ciò detto e premesso, una riflessione sorge spontanea: prendersi cura di un animale ha dei costi davvero esorbitanti. Sono passate nemmeno due settimane dal ricovero del piccolo gattino e le spese sostenute per lui, si aggirano già intorno ai 200 euro, doblone più o meno. E non è finita.

Il piccoletto ancora non è guarito e di certo non smetterò di curarlo.

Essere animalisti “attivi”, ovvero persone che si prendono fattivamente cura di animali bisognosi che magari poi decidono anche di adottare, è proibitivo sotto il profilo economico.

Penso a famiglie di reddito basso che pure avrebbero desiderio di tenersi in casa una bestiola. Penso alle persone che vivono da sole che trarrebbero tanta compagnia dall’avere vicino un animale ma che non dispongono delle necessarie risorse.

Gli animali che vivono con noi, in stato di cattività nelle nostre case, sono membri della famiglia a tutti gli effetti e, come tali, devono godere delle cure che riserviamo agli altri (bipedi).

Ma come si fa? In tempi di crisi come questi, dove in molti perdono il lavoro e non riescono nemmeno a mantenere i figli?

Il piccoletto resterà sotto la mia tutela, mi occuperò di lui, sperando di poterlo tenere con me (dipenderà da numerosi fattori, sia di salute che di relazione con le mie Gattonzole) ma… quale destino per tutti gli altri? Per i meno fortunati?

Mentre godo dei suoi piccoli progressi giornalieri, farsi accarezzare, fare le fusa, chiamarci a gran voce, non posso dimenticare di tutti gli altri, molto meno fortunati di lui, del piccolo Juventus che, a quanto pare, ha segnato il rigore della vita.

Pimpra

CAMPAGNA VACCINALE IN FVG. Dare a Cesare quello che è di Cesare.

Domenica è stato il V-Day per la mamma.

Vado a prenderla al mattino presto, era già pronta e piuttosto gasata. “Mamma sei particolarmente elettrizzata stamattina” e lei “Certo, non vedo l’ora di farmi il vaccino così potrò ripensare di organizzare i miei viaggetti con le amiche, non so fino a quando riuscirò ancora a muovermi!”

La giornata primaverile ci saluta mentre, con la macchina, percorriamo le strade di una città che si sta risvegliando.

Il Porto Vecchio, uno dei luoghi a me più cari di Trieste, ci accoglie nella gincana dei suoi magazzini rimessi a nuovo, dove, nelle strade che li scandiscono, trovano spazio gli sportivi della città che, di buon mattino, macinano chilometri a piedi e in bicicletta.

Un bel vedere, penso tra me e me, mentre parcheggio comodamente di fronte alla Centrale Idrodinamica. L’ultima volta che ci sono stata era per una meravigliosa maratona di tango argentino, oggi per vaccinare mia madre. Come è sorprendente la vita, penso.

Nello spazio adiacente l’ingresso, un gruppetto di vaccinandi tutti distanziati, mascherati, ligi alle regole. Dopo pochissimo all’ingresso si affaccia un addetto alla sicurezza che, megafono alla mano, chiama gli orari degli appuntamenti “Entrino le ore 9.30 – 9.35- 9.40” e, in religiosa fila, si presentano le persone e si incamminano nella grande struttura deputata al primo accoglimento. Controllo dei documenti da presentare, offerta di aiuto per compilarli e indirizzamento alle sedie predisposte per i gruppi in attesa.

Quando tocca a noi, vedendo il percorso che è stato organizzato mi scappa un’esclamazione di entusiastico stupore “questa sì che è organizzazione asburgica” e, ridendo con mamma, procediamo nelle tappe.

Pochi minuti di attesa, sedute e distanziate, poi annunciano nuovamente il gruppo della nostra ora e si entra nel complesso vaccinale. Anche nei padiglioni destinati all’inoculazione del vaccino, si respira efficienza. Va detto che i vecchini (la fascia 70-77 e categorie deboli) stranamente non sono esagitati, ma piuttosto tranquilli, aspettano il loro turno, senza infastidirsi. Bravi, penso.

Sono gli Scout adulti che si occupano di indirizzare le persone nelle postazioni: prima a farsi mettere sulle carte l’adesivo che stabilisce quale vaccino si riceverà, chi, prima di riceverlo deve passare dalla postazione medico (patologie particolari farmaci ecc.), oppure recarsi direttamente alla fila che precede la punturina.

Percepisco immediatamente una cosa: la stanchezza del personale, dagli amministrativi che controllano i documenti, agli scout che regolarizzano i flussi, agli infermieri, ai medici. Oggi (ieri ndr) è domenica e i turni che il personale fa vanno dalle 9 alle 12 ore di fila. E sono mesi che è così e la fine non si intravvede ancora.

Mi rendo conto che sto assistendo a un evento di portata storica, un intero paese che si vaccina, una situazione mai vissuta prima.

L’infermiera che riceve mia madre ha occhi verdi bellissimi che risaltano ancora di più con il colore del camice. Indossa scarpe da ginnastica perché un sacco di volte deve correre a fare una fotocopia per il vaccinando.

Le chiedo quante ore fa di turno, “dodici di fila” mi risponde. Sgrano gli occhi. Nel mentre ha già fatto la punturina a mia madre che nemmeno se ne è accorta.

Mamma la ringrazia tanto per la mano piumata e per il lavoro che fa, “Grazie” risponde con un sorriso l’infermiera “fa bene sentirselo dire, ci dà forza per non cedere alla pressione di queste giornate infinite”.

Passiamo alla sala del 15′ dove i vaccinati aspettano la remota possibile reazione anafilattica, infatti leggo un cartello che riporta “adrenalina”, poi, passata la manciata di minuti, ritiriamo il promemoria per il secondo appuntamento che è già fissato in agenda.

Lo consegna un team di infermiere che ho visto correre di qua e di là senza sosta per rispondere, risolvere, consolare a tutti coloro che ne avevano bisogno. Così stanche da faticare a leggere i nomi degli utenti sui fogli da consegnare per l’appuntamento.

Siamo uscite felici, mamma ed io, che il primo passo verso un futuro ritorno alla “normalità” era compiuto.

Guidando verso casa, ho attraversato una città bagnata dalla luce primaverile di una domenica di marzo, ma il mio pensiero riconoscente va a tutta l’umanità gentile di professionisti e volontari che ho incontrato nel comprensorio dedicato alla vaccinazione di massa.

Pimpra

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UNA DOMANDA ME LA FACCIO: PERCHE’?

Photo by Belle Co on Pexels.com

Sta per concludersi la prima settimana in zona rossa che, nel mio immaginario, significa: tutti a casa. Si sta in smart working, si esce solo per necessità motivate e con certificazione. Si sta “isolati”.

Poi, la realtà: dinnanzi agli occhi, rosso rimane solo il conto in banca di coloro che, a causa delle ripetute chiusure/aperture di questo ultimo anno, hanno visto fallire la loro attività imprenditoriale o hanno perso il lavoro o non ne hanno mai trovato uno.

La realtà racconta di famiglie con figli che non sanno più dove sbattere la testa, cercando di fare la gincana di incastri tra il tetris delle sedute di DAD e il lavoro smart, quando ancora ne hanno uno.

La realtà mostra i più giovani accumulare rabbia e frustrazione che talvolta si esprimono in atti violenti verso gli altri o nei confronti di loro stessi, attraverso comportamenti autolesionistici.

La realtà di intere fasce di popolazione che stanno lentamente scolorendo, in preda alla morsa della depressione.

Guardo alla finestra e mi pare che questo gioco al massacro di colorare l’Italia, non porti i benefici effetti sperati. Le varianti del virus stanno correndo e i comportamenti della cittadinanza ESASPERATA , forse, non contribuiscono a limitare i danni.

A me pare che stiamo dentro a una pentola a pressione difettosa, pronta, in un attimo, a fare un grande botto.

Guardo alla finestra e sento prepotente la primavera penetrare i pori della pelle e ho voglia di vita, anzi, la vita mi prende e mi spinge per essere vissuta.

Mi comporto bene e sono ligia alle regole. Ho pure scritto da qui parecchi sermoni, l’anno scorso, sul fatto di tenere duro, mantenere alte le difese e seguire le regole.

Sono una brava cittadina, continuo a stringere i denti ma, francamente, non ci credo più.

Pimpra

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