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DI TANTO IN TANGO: TO TIE MARATHON

Totie

Una cosa bella di andare in giro per maratone è che, con un atto di indiscussa volontà e una grande dose di resistenza fisica, si può anche fare i turisti.

E’ il caso di “To TIE”: Torino ha ospitato la comunità tanguera errante, offrendo il meglio di sé. Un fine settimana che sembravano i primi di ottobre, una luce morbida su tutta la città colorata delle sue sfumature profondamente autunnali.

Confesso di non avere avuto quella volontà e quella resistenza. Fortunatamente il lavoro mi ci ha portato più di una volta e, almeno a grandi linee, Torino era già nella mia memoria e nel cuore, ho quindi approfittato della squisita ospitalità di un’amica torinese  per godermi la maratona al 100%.

La location dell’evento, un contenitore perfetto per scambiarsi un weekend di abbracci, in un angolo della città che mi è particolarmente caro, nelle vicinanze di quello che il sabato e la domenica mattina diventa mercato delle pulci.

In maratona si balla come assassini e il pavimento è essenziale per la sua buona riuscita e il Fortino risponde alla perfezione al requisito di elasticità del legno. Dirò di più, nel corso di una godutissima tanda, mentre connettevo anima e corpo alle note e al ballerino, mi accorgo, nel sottofondo, di elementi ritmici che, in quel brano, non avevo mai colto. Aguzzo l’orecchio e capisco che il pavimento suonava letteralmente insieme ai tangueros che lo battevano durante la danza. Non mi è mai accaduto ed ho trovato la cosa particolarmente coinvolgente.

A Torino sono precisi, educati, accoglienti, rispettosi, dei veri Signori, i soli che – ahimè – non hanno risposto al requisito sono stati i gestori di alcuni servizi esterni alla maratona che, per evidente inesperienza, hanno un po’ penalizzato la perfetta macchina organizzativa, peraltro sempre generosa e presente, dello staff.

La latitudine in cui un evento ha luogo, influenza la buena onda che si sprigiona tra i partecipanti. Al nord questa è più lieve, come l’aria di montagna, mano a mano che si scende nella penisola, aumenta il calore e la vivacità. A ben pensarci, per i limiti di sopravvivenza fisica, specie in soggetti non più in verde età… (eh eh), l’energia ariosa di montagna consente di… ballare pomeridiana e serale fino alla fine quando l’amato tj chiama “ultima tanda!”. Pimpra presente a testimonianza dei summenzionati taumaturgici effetti.

Che dire di più se non ringraziare gli organizzatori per la delicata e premurosa accoglienza e quella torta di mele e la crema inglese con biscotti che, lo confesso, mai mangiate di così buone!

Un augurio e un ringraziamento speciale all’anima danzante di Federica K. che, pure con la sua bimba in grembo, ha voluto essere sempre presente insieme agli altri dello staff che questa maratona è  tanto figlia sua. ❤

Pimpra

 

 

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BARCOLANA 49. TRIESTE SI PREPARA

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Sulla regata Barcolana è già stato scritto di tutto di più, non posso aggiungere nulla che già non si sappia e che altri hanno già detto.

Perciò, da purosangue triestina, mi limito a lanciare nell’etere l’augurio di “BUON VENTO” ai migliaia di equipaggi che vi parteciperanno, un gioioso godimento a tutti gli spettatori che affolleranno le Rive e i costoni del Carso per godersi la parata di vele colorate che inonderanno il Golfo di Trieste.

Quest’anno pure Nettuno ha fatto capolino tra i flutti promettendo una grande veleggiata a tutti!

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDIT Sergio Paoletti TS

Sito ufficiale della Barcolana qui

DI TANTO IN TANGO: LA COLEGIALA TANGO MARATHON

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Amo moltissimo partecipare alle maratone. Ognuna lascia su di me un segno, sia come ballerina e, perché no, come persona.

Tanti amici, tangueri e non, cercano di capire cosa mi spinga a massacrarmi anima e corpo per il godimento – concentrato – di un intero fine settimana.

Credo che la risposta sia semplice: il senso di “comunità”. L’energia esplosiva del gruppone di maratoneti che fanno di tutto per ritrovarsi dentro i loro abbracci preferiti, in un piccolo mondo chiuso che coccola, avvolge e protegge.

In maratona il tango è il catalizzatore, la scusa danzante per vivere e viversi con tutta l’intensità di cui si è capaci. Poi c’è il resto.

Basta vedere i volti, sudati eppure freschi, gioiosi, rapiti, estatici a volte. E’ la magia che si ripete ad ogni tanda, ad ogni ora che passa.

In maratona il rito della mirada è “abbreviato” diventa atto di complicità manifesta, quasi un occhiolino gaio, anche pescando ad occhi chiusi, si prende bene.

Ogni anno che passa, confesso, tirare chiusura, arrivare alla fatidica meta dell’alba, mi costa più fatica, come se il corpo mi imponesse limiti temporali più definiti. E quindi si va di strategia, per sopravvivere alle ore che ti vorresti ballare tutte, ai ballerini con i quali surfare sulle onde della musica, in una pista che è – doverosamente – una piazza d’armi.

Poi c’è l’ingrediente segreto, oramai è chiaro: è il gruppo di chi organizza che dà quel sapore speciale.

Vabbè l’avete capito, questo fine settimana ero in maratona, in una di quelle che amo particolarmente, perché sono maratone divertenti, gaie, solari, dove il concetto del “ce l’ho solo io” resta fuori dalla porta, perché se non sei almeno incredibilmente simpatico, oltre che un danzatore di livello, te ne stai fuori dalla porta. Ecco.

E, da Pimpra quale sono, non posso non apprezzare l’atmosfera allegra, la location straordinaria e il calore giocoso con cui ognuno di noi è stato accolto, come uno scolaretto di prima elementare, con un sorriso e l’abbraccio accogliente della maestra.

Collegiali, vi abbraccio tutti, ci vediamo l’anno prossimo! OLE’!

Pimpra

 

TEMPO PER SE’.

Sabato mattina, quasi una magia. La sveglia è sempre piuttosto anticipata ma, di buono c’è, che sono le Gattonzole a provvedere al risveglio.

Ognuna ha il suo stile: Louby sale sul letto con dolcezza, affaccia il suo muso al mio volto per capire se sono già sveglia, fingo di no, lei si sposta verso le mie gambe e comincia a grattare sulle lenzuola, sul mio corpo, come a creare uno spazio simbolico nella terra, poi si appoggia, toccandomi ,e aspetta che la chiami, che dia un segno di vita.

Folie, invece, è molto più impetuosa. Decide che è ora, balza sul letto, si piazza con le sue zampone sul mio sterno, mi chiama, fa i panini sul mio petto, perforandomi le costole che, proprio in quel punto del corpo, non c’è abbondanza di grasso. La accarezzo, impossibile far finta di nulla, lei cerca la mia mano per strusciare il muso, lo fa per un po’ poi scende e cerca la pallina. Il secondo gioco che dovrò fare con lei.

La mia giornata è iniziata.

La colazione è più lenta, l’orologio non scandisce i minuti come un generale, sabato è il giorno d’aria, si respira, l’ufficio è lontano.

Chissà perché ma, nonostante la giornata strepitosa, non ho pianificato il mare, non lo faccio più da molto tempo, non è una priorità. Mi concedo piuttosto di fare le mie commissioni casalinghe con calma, posteggiando lo scooter piuttosto distante dal centro e godendomi così la passeggiata in città.

Trieste è bella in questo periodo, oggi in particolare. Una luce azzurro blu cobalto mandava in esaltazione il colore dominante degli edifici neoclassici. Alcuni sono stati restaurati di recente e sembrano gioielli.

Una bellezza particolare, rara, diversa dalle altre città. Si respira un che di romantico e decadente, specie quando la città è deserta e il sole splende, rallegrato da refoli di vento. Non sono sicura che oggi soffiasse la bora.

Sono tutti al mare i triestini, ammassati sulla riviera di Barcola, con i loro costumi colorati e le brandine portate in scooter, che ci piace stare comodi.

Credo fossi una delle poche a scegliere di non stare lì, sulla costa, ad abbronzare la pelle, a sguazzare felice nell’alto Adriatico.

Trieste, stamane, era mia. Solo mia.

Ogni palazzo che ho incrociato nel mio andare si faceva bello ai miei occhi, regalandomi la visione di dettagli, di intarsi, di meravigliose architetture. Lo smartphone ha fatto gli straordinari, stavolta non gigioneggiando sui social, ma riempendosi di immagini meravigliose.

Compiuta la mia esplorazione, granita di Zampolli compresa- ovviamente- (non siamo mica nati per soffrire), sono rientrata. Una sensazione di pienezza, di bellezza, di armonia con me. Niente di più rilassante di potersi concedere momenti flaneur girovagando senza una meta, nella propria città, un sabato qualunque di luglio.

Pimpra

 

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

IL CAMMINO DI SANTIAGO IN VERSIONE TRIESTINA.

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Se ci penso a volte mi stupisco di come sia fortunata a conoscere persone davvero molto speciali.

Intorno a me ce ne sono tantissime e contribuiscono ad annientare la pletora di quelle che, al contrario, valgono poco e nulla e producono più danno e dolore che gioia e amore. Vale per uomini e donne, ovviamente.

L’altra sera in milonga ne ho incontrate due, vestite, come si evince dalla foto, in un modo decisamente molto anticonvenzionale per una milonga.

“Ragazze cosa combinate di bello?”, va detto che, entrambe, sono due quotatissime ballerine della regione in cui vivo, oltre ad essere donne di indiscussa eleganza e piacevolezza di modi, potete ben capite il mio stupore vedendole così acconciate.

In coro “Stiamo camminando”.

La mia faccia a punto interrogativo e la loro spiegazione: si sono organizzate un “cammino”, un percorso da fare a piedi, in regione, della durata di 10 giorni.

Ho trovato il loro progetto assolutamente meraviglioso, una sorta di cammino di Santiago versione ristretta e nel perimetro di casa propria.

Il loro andare è improntato alla semplicità, dormono in alloggi spartani, viaggiano con il loro zaino, in totale connessione con l’ambiente che le circonda e… i loro pensieri.

Le guardo con stupore, per l’abilità di mettersi in gioco e di farlo usando pochi mezzi, per la loro voglia di fare, di andare, di regalarsi un momento piacevole e molto personale per riflettere.

Ci sarebbe tanto da dire, ma non è giusto farlo, nel rispetto del loro viaggio intimo, aggiungo solo che le ammiro e la loro idea mi piace un sacco.

Amiche care, che questi giorni, tutti i passi che farete e quelli che avete già fatto, portino la chiarezza dei pensieri, la pulizia della mente e la dolcezza del cuore.

BUON CAMMINO!

Pimpra

 

 

 

 

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA: DALL’IRAN CON AMORE

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Pausa pranzo fiacca, il tempo è vergato di una sfumatura di grigio che ha lasciato nascoste le sgargianti coloriture estive, si prepara la pioggia della sera e, come la cappa sopra la testa, anche l’umore ne risente un po’.

Necessito di caffè.

La mia fedele Amica ed io ci dirigiamo verso la nostra mezz’ora d’aria. La bevanda è bollente e scorre amara nella gola, assesta un colpo all’atonia e ci permette di avere voglia di muovere due passi prima di rientrare in gabbietta.

Lì intorno è tutto un pullulare di negozietti, e – ahimè per il conto in banca – i saldi occulti sono già iniziati.

Per favorire l’abbandono delle frustrazioni ed aumentare i livelli di serotonina, entriamo in un negozio di scarpe che ci priva del piacere gaio dell’acquisto. Siamo donne di un certo pregio e le nostre presidenziali estremità non godono di essere accolte nel PVC made in China pertanto desitiamo.

Poco oltre, mi cade l’occhio su un paio di gaudenti espadrillas facenti capolino da uno storico negozio di scarpe. Storico anche per le clienti. O sessantenni e oltre o resti fuori.

Prendo la mia amica per mano ed entriamo.

La macchina del tempo: arredi antichi, iper classici e assolutamente dissonanti con tutte le teorie moderne del marketing, commesse e scarpe anch’esse fuori dal tempo.

Vengo rapita, torno alla mia infanzia, quando la mamma mi comprava le Balducci in un negozio molto simile. Faccio foto e mi accerto che la proprietà voglia mantenere intatto tutto l’esprit du lieu . Le espadrillas paillettate mi vanno benissimo poiché, storico negozio e storica clientela, hanno bandito la merce scadente e qui, il cuoio lo è veramente e i piedi, riconoscenti, ringraziano.

Convinco la mia amica a comprarle anche lei, ma di diverso colore, e, dalla vetrina scelgo un altro paio sicura le stessero bene, compra pure quelle.

Faccio lo stesso per me, sfilata avanti e indietro nel negozio, davanti allo sguardo interessato di un gruppo di turiste americane.

Acquisto anche il mio paio. Ma sono extra scontate e faccio l’affare.

Le signore mi osservano, applaudono ad ogni mia scelta sia per l’amica che per me, poi, una di loro si innamora delle mie e gliele faccio avere.

Ovviamente le prende. Sono una straordinaria venditrice, ma chi mi conosce già lo sa.

Alessandra chiede da dove venissero e le gentili signore ci raccontano di essere americane, ma iraniane di origine.

COUP DE THEATRE.

M’illumino d’immenso, sorrisone a 54 denti e dico loro che ci ho vissuto, in Iran, tanti anni or sono e porto sempre nel cuore quel paese anche mio fratello è nato colà e uno dei suoi nome è Rezah, in onore della terra che gli ha dato i natali.

CATARSI.

Scatta foto di gruppo, scambio di email e biglietti da visita, la mamma, la signora più anziana, portava la collana con il simbolo dell’Iran (il leone e il sole) , mi abbraccia stretta, commossa per quanto, come lei, amassi il suo paese.

MORALE:

Sono uscita dal negozio con il conto in banca più leggero (ma non di molto), con due paia di scarpe nuove, e con l’invito ad essere ospite della famiglia iraniana in California a Los Gatos. Per la cronaca le tre signore, mamma figlia e cugina, tutte laureate, tutte con il PHD. Insomma le iraniane sono donne colte, raffinate, di mondo e di una apertura e accoglienza immutate, così come le ho conosciute tanti anni or sono.

Today I made my day!

Pimpra

Il negozio storico della foto è Rosini, via Dante 1 a Trieste

 

 

 

OGGI VEDO POESIA

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A volte, quando gli occhi sono privi di quel velo opaco, la realtà si mostra splendente.

Dove prima c’era patina, fastidio, tristezza se non addirittura dolore, compaiono colori, raggi di tenera luce, stimoli allegri e frizzanti che rendono gaia una giornata qualunque.

Mi stupisco di quanto la mia immaginazione sia capace di creare, specie in negativo, e di farlo con così grande verosimiglianza, da farmi stare male. Poi, nello stesso modo, inverte polarità e mi regala una visione sul mondo e del mondo che è pura poesia.

Oggi è uno di quei giorni beati e, dal momento che sono più rari degli altri, ho deciso di godermelo con tutta l’intensità possibile.

Un luogo a me caro è Molo Audace, una lingua di pietra carsica che si spinge di qualche centinaio di metri in “Sacchetta” (Golfo di Trieste) per dirla alla triestina, dove la vita locale, si esprime con grande naturalezza. Lo slideshow lo dimostra. C’è chi ci va per rilassarsi, per pensare, per pescare, per oziare e prendere il sole, per starci abbracciato con la persona amata.

Anche gli stranieri, iniziano ad apprezzare il luogo, frequentandolo come dei veri triestini.

Modificare la visione del mondo, avere la capacità di saper guardare oltre il proprio naso, e, soprattutto, bypassare le proprie “paturnie esistenziali” è il solo modo, almeno credo, di godersi la vita.

Godere, in fondo, cos’è se non saper apprezzare gli attimi infinitesimali di cui è costellata la nostra esistenza, prenderli tra le mani ed osservarli come fossero preziosi diamanti?

Oggi mi riesce di farlo ed è una visione così meravigliosa che vorrei fissarla per sempre, come il sorriso che, da stamattina, non lascia le mie labbra.

Pimpra

IMAGE CREDIT: foto mie.

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: IL CIRCOLO TRIESTETANGO

Bailando

Ho deciso di continuare a scrivere le mie impressioni, sempre non richieste, sui luoghi in cui il mio peregrinare tanguero mi porta. Scriverò solo dei luoghi che, per qualche ragione, mi colpiscono favorevolmente. Non ho nessuna voglia di fare polemiche o di criticare il lavoro degli organizzatori.

Solo cose belle. Scrivo se… mi piace.

Da triestina, mi rendo conto di non aver mai dedicato parole favorevoli al movimento tanguero della mia città. Il motivo mi è chiaro: quando si guarda casa propria, si cerca la polvere in ogni anfratto, si è più critici.

Sono felice di poter spendere una considerazione positiva sul Circolo Triestetango. Non mi importa una cippa lippa di dirvi che ha una bella e lunga tradizione e tutte quelle info che a un tanguero/a esigente, non interessano.

Parliamo di dati oggettivi.

Di norma la sede danzante si trova a Muggia, località di mare – deliziosa peraltro – in provincia di Trieste. La milonga ha sempre luogo di giovedì, dalle 21.30 alle 24.30. Un orario che ben si coniuga con le esigenze lavorative del venerdì.

La pista è adatta, in termini di grandezza, ed è di un buon parquet vero (non di prefinito) quindi elastico. La sala affaccia direttamente sul porticciolo di Muggia, conferendo quel certo non so ché di piacevole. Aspetti logistici importanti e a favore. Di contro, bisogna ammetterlo, quando comincia a fare caldo, fa caldo… e la ronda, spesso è sconosciuta (ma è situazione comune a molte parti d’Italia e non solo).

I pro pro pro che mi hanno colpito, in questi anni recenti, sono legati alla atmosfera che si trova partecipando alla milonga: assolutamente accogliente. Merito del direttivo, ne sono certa, che si spende sempre moltissimo per regalare agli iscritti questa sensazione di piacevolezza, di casa, di benessere.

Devo fare una menzione particolare alla signora Loredana che, ad ogni milonga, offre un buffet “hand made” con delizie sempre diverse, sia dolci che salate, capaci di coccolare il palato e lo spirito dei tangueros ospiti. Sembrano dettagli di poco conto, ma non è così, perché sono questi gli elementi che di un luogo lo fanno sentire come “casa”.

Ulteriore punto a vantaggio è la buona ricerca di TJ che arrivano anche da molto lontano e che propongono visioni musicali sempre diverse e per questo molto stimolanti.

Ma che ve lo dico a fare, Tangueros erranti, forse forse un giretto in milonga anche dalle mie parti, potete prenderlo in considerazione!

Olè!

Pimpra

DI TANTO IN TANGO: IL GARUFA

garufa

Mi è venuto il vezzo di scrivere le mie impressioni, ovviamente non richieste, sui luoghi in cui il mio peregrinare tanguero mi porta.

Questo bel fine settimana di maggio ho avuto il piacere di approdare in quel di Treviso, alla milonga “10 ore” organizzata dal Garufa.

Già la formula mi ha conquistata immediatamente: una 10 ore con partenza pomeridiana e arrivo nel pieno della notte.

Adoro quando posso ballare una lunga pomeridiana, il mio corpo si scatena dando fondo a tutta la gioiosa allegria che mi si muove in corpo quando la luce è ancora calda.

Ma partiamo dal principio.

Al solito, decido all’ultimo istante possibile quello che farò nel mio tempo libero e così è stato pure in questa occasione, per fortuna che la mia totale dipendenza da social mi ha fatto scrivere una simpatica frase sulla pagina dell’evento. Morale: sono stata immediatamente contattata in privato dal padrone di casa che si è premurato di inserire nella lista me e i 4 amici a seguito. Atto di grande gentilezza che ho molto apprezzato. Non avevo pensato che, ad un certo punto, raggiunta la capienza massima di sala, sarei rimasta fuori.

Il locale è gestito da tre danzatori, e si vede benissimo: pista della giusta grandezza, confortevole per ballarci anche se l’ho trovata un po’ troppo scivolosa per i miei gusti.

Benissimo tutta la parte accoglienza, dallo spogliatoio, ai luoghi sociali dove sostare tra una tanda e l’altra.

Menzione particolare va al bar che offre ottimi drink, e guai se così non fosse considerata la tradizione dei luoghi, e una scelta di cibo che accontenta anche chi non può o non vuole nutrirsi di carne, proponendo una scelta di snack, non solo vegetariani ma anche vegani.

E questo è l’aspetto “logistico”, poi c’è tutta la parte che riguarda l’atmosfera del luogo, il suo sentire particolare, quella energia che riverbera dalle casse del TJ alla pista ai ballerini e torna nell’aria e ti riprende nell’abbraccio.

Atmosfera giusta, calda, amicale, colorata, giovane. Proprio come Eva, Fabio e Luciano che ti accolgono con i loro sorrisi e una qualità di tango che non delude mai.

Qualità che si esprime, ovviamente – ma è sempre meglio evidenziarlo – nella scelta dei TJ prescelti per le serate che,  anche in questo caso, hanno soddisfatto pienamente le aspettative.

Una volta arrivata a destinazione, i volti incontrati erano quasi tutti noti: orde di triestini e friulani hanno invaso festosamente il Garufa, insieme agli amici veneti ed anche oltre. All’inizio mi son detta “Ma quanta gente conosco!” poi ho capito perché tutti quelli che conosco erano lì: il Garufa val bene un viaggio.

La prossima 10 ore di meraviglioso tango il 2 giugno!

Arrivederci a presto!

Pimpra

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