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DI TANTO IN TANGO. MA DOVE SIETE FINITI?

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Ci sono luoghi del cuore. Luoghi che ami perché hai vissuto emozioni bellissime, hai trascorso momenti memorabili, indimenticabili.

Ci sono luoghi che nascono per rendere felice chi li frequenta, per accoglierlo, per fargli godere del respiro della natura, del mare, del cielo stellato sopra di noi, della bora d’estate che scompiglia i capelli e rinfresca la pelle.

A Trieste questo luogo c’è e, ogni anno che passa, viene celebrato con migliorie strutturali che lo rendono più bello e accogliente.

Il personale che vi lavora lo è. Gentilezze per gli ospiti: farmi trovare il succo di pompelmo amaro, come avevo chiesto, che non posso più bere alcolici.

Questo luogo si chiama Cantera e si trova nella splendida baia di Sistiana. Non fosse che siamo a Trieste e noi triestini siamo i peggiori marketer territoriali di chiunque in Italia, potremmo sentirci dentro a un sito di sarda bellezza.

Ieri sera ero lì, armata di ogni migliore intenzione, desiderosa di ballare il mio tango sotto la luna, baciata dalle stelle con la brezza a scostare l’orlo della gonna… invece…

Dove siete finiti?

Fino a qualche anno fa il Cantera era luogo affollato di tangueros provenienti da tutta la regione, dalla vicina Slovenia e Croazia, dal Veneto e addirittura dall’Emilia Romagna.

Cosa è accaduto, Amici Cari, per cui nelle vostre peregrinazioni, bypassate questo luogo assolutamente magico, preferendo dirigervi in altri dove, sicuramente meno belli, meno accoglienti?

Come diceva il grande poeta Umberto Saba

“(…) Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia. (…)” 

Amici tangueros, tornate a trovarci. Scambieremo abbracci, sorrisi e sudore di fronte al mare, baciati da dolci refoli di bora, cullati dalle note del nostro amato tango.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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DI TANTO IN TANGO. A LEZIONE DI ABBRACCI

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Ho finalmente avuto il piacere di indossare le scarpette da maratoneta all’estero, il mio battesimo a Francoforte, di cui ho scritto qui.

Ci sono andata con il cuore gonfio di curiosità e desiderio di condivisione tanguera, di arricchimento.

In maratona ciò accade sempre, ma, quando sei a casa tua, senti in modo diverso da quando ti trovi a casa d’altri. E qui sta il bello.

C’è una differenza, una sostanziale differenza.

Le mie prime ore di maratona sono state difficili, molto. Tutti ballavano, io no. Tutti godevano di abbracci gioiosi, io no. I tangueros scansavano le mie mirade e rimanevo a bordo pista senza capire il perché.

Confesso che c’è stato un momento in cui, non fosse stato già un’impresa arrivarci a Francoforte, avrei ripreso l’aereo per tornarmene a casa, le pive nel sacco.

Per fortuna ho reagito. L’ho fatto con umiltà cercando di capire cosa non funzionava nel mio tango, cos’era l’elemento che respingeva, cosa non riuscivo a comunicare.

Ho osservato, ho cercato di ascoltare e di connettermi con la pista. Ed è arrivata la risposta, cristallina.

Non è solo storia che ballano le giovani/fighe/famose/tettone/coscialunga e tutto il corollario di luoghi comuni dietro i quali siamo solite nasconderci per combattere la frustrazione di restare a fare tappezzeria, c’è dell’altro.

L’ho capito facendo una tanda esagerata, nella quale ho esasperato l’abbraccio, nascondendo il volto sulla spalla del mio compagno, respirando all’unisono con lui, cercando una connessione che gli dicesse: “Hei, adoro stare cinta tra le tue braccia, mi fai volare, sei un ballerino fantastico”.

Il corpo si è sciolto, è diventato più flessibile, riceveva l’impulso e lo restituiva fluido, soave.

Ero in un’altra dimensione, intorno il vuoto, anche se la pista era piena, fluivo dentro le note, nel nostro respiro, l’energia raccolta dei due corpi, correva dal pavimento alle braccia, ai nostri busti, alle gambe in un movimento rilassato, a volte più lento, o gioioso e sensuale.

Io non ero più io. Io ero lui. Io eravamo noi.

Questa è stata la grande lezione che mi ha regalato la maratona di Francoforte e che ho accolto, grata, con tutta me.

Ballare il tango argentino è mettere la propria anima a nudo. Significa non avere paura di mostrare se stessi nell’abbraccio e accogliere l’altro. E’ un atto di fiducia reciproca in quel “darsi”, in quel “sentirsi”, in quel custodire lo scambio, raccoglierlo nel proprio carnet di emozioni e farne tesoro.

Oggi sono una ballerina diversa, felicemente diversa.

Ci vuole coraggio ad abbracciarsi così la prima volta, poi viene naturale perché, da qualche parte dentro di noi, uomini o donne che siamo, c’è quella voce che desidera raccontarci e ascoltare. Colà è la casa del Tango.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Eugen Schröder @Eugen TANGO 

 

 

DI TANTO IN TANGO. SOCIALE SI’, SOCIALE NO. UN DUBBIO TANGUERO

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Dopo un fracasso di anni in cui ballo e frequento i luoghi sacri del tango, proprio adesso, nel momento della mia piena “maturità tanguera” sono assalita da un dubbio.

SCENARIO: la milonga (non importa se singola o incastonata nel contesto di un evento, quale che sia)

STATO D’ANIMO: io frequento perché desidero ballare. Punto.

COMPORTAMENTO: scelgo il luogo in cui stare e “attendo” l’invito, attivando l’energia positiva di uno sguardo aperto, oppure, segnalando molto chiaramente, e con rispetto, che in quel momento ho bisogno di riposo.

DUBBIO: mi sono resa conto di non dedicarmi all’aspetto “sociale” della faccenda, non chiacchiero quasi mai, salvo scambiare poche parole, sto per le mie, amiche/i presenti non importa.

La domanda secca che mi pongo: come verrà letto questo atteggiamento, questo modo di essere?

Ci ho pensato questi giorni, ospite di una maratona condita da persone assolutamente amabilissime, molte – peraltro –  a me ben note, non ho scambiato parole quasi con nessuno. Mi sono detta “strano!” poi ci ho riflettuto e mi sono resa conto che non parlo quasi mai, salvo quando mi trovo a pasteggiare, lì allora sì che non mi ferma più nessuno.

Mi chiedo se questo modo di vivermi le serate/pomeriggi di tango sia capito, oppure se, per “buone maniere”, è opportuno dedicare del tempo anche alla relazione umana.

Dubbi, oggi dubbi…

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. ROMAGNA PORTENA MARATHON

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Quando torni a casa dopo una maratona, una delle attività più piacevoli nel disfare la valigia, è rimettere a posto le scarpette da tango.

Le mie hanno alcune mensole a loro espressamente dedicate, mi piace guardarle, osservarne l’invecchiamento, i segni che tutte le ore di ballo lasciano sulla loro struttura. Non amo mettere in ordine, se qualcuno lo facesse per me, ne sarei felice. Mi piace mettere a posto solo le mie scarpettine adorate. Ognuna di esse mi racconta una storia, mi ricorda tandas, maratone, milonghe alle quali ho partecipato.

Oggi è stato uno di quei momenti belli, in cui, rimettendo le mie piccoline al loro posto, la mente è corsa al fine settimana.

Potevano, gli amici romagnoli, non organizzare una maratona? Proprio loro che, nel DNA, hanno tatuata la parola “accoglienza”? Fortunatamente si sono decisi, rimboccandosi le maniche e hanno dato vita alla “Romagna porteña marathon” a Riccione.

Io ve lo dico, da snob con la puzza sotto al naso, nemmeno quando ero “ggiovane” mi sono recata in villeggiatura da quelle parti, troppo turismo di massa, troppa sabbia, troppa “caciara”, che mai sono stati nelle mie corde. Mi sono sempre tenuta ben lontana.

Ci ha pensato il tango a prendermi per mano e farmi arrivare lì, da signora di mezza età, anzi, ci hanno pensato loro, i romagnoli, a farmi venire la voglia e… MENO MALE!

Il “sapore di Romagna” si è già palesato con esperienze tanguere vissute nei luoghi, con una maratona in campagna, e alcune puntatine in milonghe del luogo, la RPM ha chiuso il cerchio della degustazione.

La squadra ha avuto una brillante intuizione, un geniale colpo di marketing territoriale: offriamo tango (ovviamente), condito di mare, relax e divertimento. Un cocktail che, ben shakerato, ha dato un risultato estremamente gradito.

Location in pieno centro cittadino, palazzo storico, pista grande (come piace a me), alberghi a tre minuti a piedi dalla milonga quando erano distanti, DJ set di livello, una granita al lampone zenzero e carota che me la ricorderò (che sono le coccole che ci piacciono tanto!)

Accanto a questo, il plus è stata l’energia: togli la sensazione di quelle maratone da “performance” da “tiro”, da “devo ballare con lui/lei e gli altri non li guardo neanche”, qui l’ambiente (non fosse stato per il caldo ma che ci vuoi fare se il giorno prima si rompe un pezzo dell’impianto di condizionamento: si chiama sfiga e pazienza!) era accogliente, rilassato, gentile. No performances, no serie A e serie B di ballerini, tutti insieme, appassionatamente.

I romagnoli ti abbracciano, e lo fanno per davvero, sono felici che tu sia lì, nella loro terra, e te la donano come il più bello dei fiori.

A me piacciono i girasoli che il giallo è il colore della festa e dell’allegria, esattamente come i nostri Porteñi.

Allora che aggiungere di più? Aspettiamo la prossima edizione, nel frattempo, da brava triestina, farò training per riuscire a mettere piede sulla riviera sabbiosa e godermi tintarella e mare come hanno fatto gli altri tangueros! OLE’!

GRAZIE RAGAZZI, buona la prima!!!

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. ETDS 2018

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Si fa sempre più evidente, nella mia testa, che non ha senso partecipare a TUTTI gli eventi che il multiculturale universo tanguero propone ai suoi adepti.

Non ha senso vuoi perché, se non sei abbastanza danaroso, tutte le trasferte hanno un peso consistente sul budget mensile, vuoi perché non tutti gli eventi corrispondono a quello che sei in termini di tanguero/a e di essere umano.

Mi spiego: la sottoscritta Pimpra, quando se ne va in giro a tangheggiare, si aspetta di trovare una certa qualità che risiede sia nell’offerta di “anime belle” con cui trascorrere un più che lieto fine settimana sia nella logistica.

Perciò me ne sto molto alla larga dai posti/eventi in cui, in particolare, l’aspetto della relazione umana, non è così preso in considerazione.

Poi, lo so, sono una sazia rompiscatole sulla pista e su altri dettagli che connotano l’ospitalità che mi aspetto di trovare.

ETDS è giunto alla sua 7° edizione che, di questi tempi, significa un grande risultato raggiunto, perché a fare i fighi per una o due edizioni, sono bravi tutti, difficile è restare a galla quando gli anni passano. Per me questa è stata la terza volta e non sarà di certo l’ultima (se mi vorranno ancora) 🙂

Le verdi colline bolognesi ospitano questa bella due giorni di tango, connotata, in special modo, da due strepitose pomeridiane. Si arriva sabato pomeriggio, ci si abballa assaissimo, poi, chi tiene fisico assai, continua anche la notte, poi ci si riabballa alla domenica e si va.

Quello che per me è ingrediente irresistibile è il calore e l’accoglienza che, sempre, ho trovato in quel di Bologna, come se la piacevolezza del tortello e dello gnocco fritto, avessero addolcito il carattere dei bolognesi, aprendoli a un’ospitalità particolarmente generosa. Ma qui si parla di ballo. Ebbene questa magia si diffonde su tutti e la sala raccoglie i partecipanti in un unico, grande, abbraccio.

Io ve lo dico, da ballerina, solo qui mi permetto di essere stalker, di mirare impunemente ignari ballerini che, con un gentile sorriso, accettano il mio invito. Si respira un’atmosfera rilassata, si fanno begli incontri, si scambia tango e sudore con amici e sconosciuti, come vuole la migliore socialità.

Anche la parte meramente culinaria ha da dire la sua, un buffet che soddisfa tanti palati, in termini di qualità e quantità.

Io non so come facciano la Simona e il suo staff a regalarci sempre un’edizione speciale, ma tant’è. Allora sai che c’è? GRAZIE! Ne vogliamo ancora!

Pimpra

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. LA “COMFORT ZONE”

 

COMFORT-ZONE.jpgOsservazioni da bordo pista.

Un mese di marzo che, se potessi, sempre così, due maratone di fila e che maratone! Un piacere assoluto, un godimento come poche volte.

Guardavo la pista, osservavo i danzatori, sbavavo di ballare con quelli che non si accorgono nemmeno che sono un essere umano, cioè non mi vedono proprio [è stata dura (durissima per l’orgoglio malamente ferito, ma tant’è e ci devo fare pace)], non entro nella logica del: sono vecchia, “non sono abbastanza”. Tema già ampiamente discusso sul quale non voglio tornare.

Ma osservavo, tanto.

Amo vedere ballare le persone, rubare i loro sguardi, i movimenti flessuosi dei corpi, quel parlarsi senza dire. Per me, sempre una grande gioia e un valido insegnamento: da tutti si impara qualcosa.

E guardavo chi invita chi e lì la sorpresa.

Credevo che, in maratona, dove tutto è “lecito”, dinamica, abbraccio aperto/chiuso/mistomare, ronda vera/alternativa/contro-ronda (possibilmente senza uccidere il vicino), immaginavo che le più richieste fossero le ballerine di grande dinamica, quelle che spingono, che danno la sensazione di avere un motore ad alto potenziale nei piedi… credevo…

Le dinamiche di pista, nella maggior parte dei casi, invece, hanno regalato uno specchio diverso da quello che mi aspettavo. In pista ho visto, per la maggior parte delle volte, ballare (sempre bene, sia chiaro!) con “moderazione”, senza particolari punte, senza quello che dalle mie parti si dice “tiro”, potrebbe essere tradotto con “intensità, densità”.

Ho notato, con sorpresa, che quel genere di ballerine, danzava molto meno.

Quando erano benedette da una tanda, ai miei occhi si apriva lo spettacolo, passava di tutto, passione, forza, tenerezza, interpretazione, stile personale, affiatamento e tanto altro.

Ora, penso che sia curioso che a certi conclamati livelli, invece di prendere/dare tutto questo, invece che inserire la quinta, si scelga di ballare in “zona comfort”, quindi largo a tande piacevoli, pulite, dignitose ma… senza quel pizzico di sale o di pepe che rendono la vita (tanguera) così speciale…

Meditate, gente, meditate… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

DI TANTO IN TANGO. Milano vale sempre il viaggio. PTM tango marathon

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Ci sono eventi imperdibili nel lungo e infarcito calendario del tanguero che si rispetta. Ci devi essere, ma non perché “fa figo” esserci, ma perché ti fa bene. Al tuo umore e al tuo tango.

Mi pregio della mia terza partecipazione alla maratona di Milano, non credo ne esistano altre, e ritengo che, per i milanesi, sia un punto d’onore far risplendere quella che organizzano. Milano, è sempre Milano: chiede ed offre il meglio.

Come il buon vino, anche questa maratona è cresciuta, si è evoluta non tanto nella impeccabile organizzazione che l’ha, da subito, contraddistinta – e figuriamoci se non era così! – quanto per la ricercata e attenta scelta dei TJ e dei suoi ospiti.

Se è vero che il colore della festa lo crea l’ospite, con le sue qualità di anfitrione, è pure vero che i partecipanti danno il valore aggiunto. E qui non è mancato di certo!

Ho apprezzato, in particolare, l’equilibrato e preciso mix delle età/provenienze dei danzatori che hanno regalato grande tango e grande socialità.

Per la prima volta, non ho percepito, se non in modo infinitesimale, le solite “sette” i gruppetti di quelli “vicini-vicini”, quelli che o tra loro o morte. Certo, gli amici si siedono accanto, è abbastanza naturale, ma non vi erano chiusure agli altri, non le ho proprio riscontrate. Un grande risultato portato a casa dal team PTM. Non è facile dosare così scientificamente le persone e scegliere, tra le tante, quelle con un ottimo livello di ballo (pure sempre di maratona trattasi)  e con una bella dimensione sociale di “apertura” al mondo, agli altri.

Sono stata STRABENE.
Il mio tango è stato appagato degli abbracci ricevuti, la mia Anima delle parole scambiate.

Torno a casa felice, arricchita, con una voglia immensa che urla “ANCORA!”

Grazie PTM friends, siete speciali ❤

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. UN COMPLEANNO IMPORTANTE 10 ANNI DI TOSCA

PIer Andrea Pierini

Tosca è stata la prima maratona alla quale ho partecipato. Ricordo molto bene la sensazione di brivido quando, per la prima volta, venni accettata.

Tosca è, da sempre, la maratona. Ricordo bene quella lontana prima edizione: vi ballavano i migliori tangueros europei, maestri di fama tra gli ospiti danzanti. Un livello stratosferico.

All’epoca ero una “pulcina” e li guardavo con deferente ammirazione, chiedendomi se, mai, un giorno, potessi essere “degna” di partecipare alla Tosca, così come lo erano loro.

Sono passati gli anni e Tosca è cresciuta, in tutti i sensi, fino ad arrivare al rispettosissimo traguardo di 10 edizioni.

Non potevo perderla, non volevo assolutamente perderla. Ho atteso la mia mail “sei IN” con trepidazione, così come accadde all’epoca.

E’ stato un weekend al di là delle migliori aspettative, almeno per me. C’era tutto il profumo di Toscana, dalla meravigliosa villa, sede dell’evento, al cibo che ci trovavamo a disposizione.

Non mi dilungo sul TJ set da urlo e come hanno urlato poi i nostri piedi per il dolore dopo la gioia infinita di ore sfrenate di ballo.

Una maratona perfetta che, una volta in più, ha confermato la sensibilità tutta femminile delle sue organizzatrici che, da donne e da mamme, hanno sputo creare magia.

Di questi tempi non è facile portare avanti, con tanto rinnovato successo, un evento, ed io lo so bene che è pure, in parte, il mio mestiere, ma se ciò avviene, significa aver fatto un lavoro di qualità globale. E così è stato.

Un minimo appunto, solo per dovere di cronaca: il pavimento un po’ troppo scivoloso. Ma è questione assolutamente risolvibile per la prossima, meravigliosa Tosca che ci aspetta.

GRAZIE TOSCHE del mio cuore!

Pimpra

IMAGE CREDIT:  Foto © Pier Andrea Perini (sito: perini.io | facebook: pier.perini | Instagram: /siorp)

DI TANTO IN TANGO. TANGO E VITA O TANGO E’ VITA?

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Ballare è terapia per l’anima, si sa. E’ leggerezza di sensazioni, allegria, scambio, socialità.

Il ballo, qualunque tipo di ballo, fa bene allo spirito e al corpo, lo dimostrano studi scientifici.

Ballare e ballare in coppia con un partner, è cosa diversa. Si scatenano alchimie che, tante volte, tracimano il contesto della pista da ballo e invadono la vita delle persone.

Il tango argentino è, probabilmente, quello che si presta maggiormente a questa osmosi, ballo/vita.

E’ facile comprenderne la ragione: ci si abbraccia. Si attiva l’ossitocina, si prova una sensazione di benessere, in qualche modo ci si sente scelti, quasi “amati”. Certo per le proprie qualità intrinseche di danzatori… certo… eppure…

Quante coppie sentimentali ho visto nascere dalla pista, quante ne ho viste separarsi…

Ho sempre creduto di essere immune all’incantesimo tanguero, sicura che non sarei caduta anche io nell’inganno, innamorandomi perdutamente di qualcuno solo perché lo avevo abbracciato e quell’abbraccio e quella danza avevano il respiro dell’universo intero, della felicità.

Nessuno è immune a questo canto, alle sensazioni così assolute, indelebili, che porta.

Specie all’inizio della propria “carriera” tanguera è molto, molto facile cadere in questa tentazione, scambiando la magia di una (o più tandas) per altro. La magia che si vive spegne completamente i lumi della ragione e, in un attimo, il tango scappa dalla pista e invade la vita.

Bisogna prestare attenzione quando ciò accade perché il rischio è altissimo.

Poi ci sono quelli fortunati, e ne conosco davvero molti, per i quali la pista è stata occasione d’incontro. Poi hanno vissuto la vita e la relazione altrove, dove è la sua casa: nella vita “vera”.

Molti, invece, scambiano la parte per il tutto e investono nel posto sbagliato:  energia, motivazione, tempo.

Ballo da molti anni oramai ma devo ricordarmi sempre che il tango è solo tango. La vita sta altrove.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Vincenzo Cerati e Ariella Bruscaini

DI TANTO IN TANGO. LA PSICOPATURNIA (post per sole tanguere)

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Carissime Giaguare di primo e secondo pelo e che ce la facciamo mancare una bella “psicopaturnia” tanguera? Non sia mai! Siamo e restiamo le feline del parquet ma sempre donne sicché…

Torno da una deliziosa milonga pomeridiana in quel di Lubiana: bello l’ambiente, moderno con gusto, un bar reso altro da uno spazio di parquet utilizzabile come pista da ballo, luci soffuse, bella musica, bar fornito, ingredienti giusti per trascorrere un pomeriggio danzante in relax.

Una grande compagine di triestini colonizza il luogo, molti di noi conoscono gli amici sloveni e si crea un bel mix.

Per me era la prima volta. Osservo gli astanti, ragazzi e ragazze giovani, tra me penso “Super wow si ballerà molto bene!”

MORALE: in tutto il pomeriggio ho ballato 3 tandas, tutte e tre con amici italiani. Punto. Non è andata molto meglio alle altre amiche italiane (molto più ggiovani della sottoscritta).

Alla mia faccia sconsolata a punto interrogativo, si avvicina un amico e mi dice “Ma che ti aspettavi? Questa è la terra dell’oro per noi uomini, cosa ci sei venuta a fare te che sei grande?! Era ovvio che non ti invitassero e poi a loro (ballerini locali) non gliene frega niente di ballare con voi”. (ndr A Trieste si dice “ciapa su e porta a casa“)

Ovviamente, non metterò più piede in quel luogo, perché va bene “crederci sempre” ma voler sbattere la testa a vuoto sul muro, no grazie.

Al che mi è partita una psicopaturnia fenomenale.

Amiche Giaguare carissime, ma che, secondo voi, dobbiamo applicare  a noi stesse una sorta di autocensura basandoci sulla nostra carta di identità, per cui, brave o non brave, siamo oramai considerate dei catorci buoni solo per la rottamazione?

Mi rifiuto di pensarlo e quindi ho chiesto ebbene, noi donne “mature” dove dovremmo andare a ballare, secondo voi, per essere piacevolmente invitate?

La risposta: Istanbul. I turchi sono SUPER WOW! Incredibili ballerini e invitano.

Allora mi chiedo dove sono andati a finire certi veri maschi, quelli che hanno ancora il sangue che scorre nelle vene, quelli che sono curiosi ” a prescindere”, quelli che vogliono ballare e non importa se, da qualche parte, potresti essere la loro zia.

E niente, Giaguare Mie, toccherà organizzare questo charter al grido di battaglia “Oh mamma andiamo dai Turchi!!!”

Olè. Ma anche uno sticazzi ci sta bene…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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