UNA DOMANDA ME LA FACCIO: PERCHE’?

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Sta per concludersi la prima settimana in zona rossa che, nel mio immaginario, significa: tutti a casa. Si sta in smart working, si esce solo per necessità motivate e con certificazione. Si sta “isolati”.

Poi, la realtà: dinnanzi agli occhi, rosso rimane solo il conto in banca di coloro che, a causa delle ripetute chiusure/aperture di questo ultimo anno, hanno visto fallire la loro attività imprenditoriale o hanno perso il lavoro o non ne hanno mai trovato uno.

La realtà racconta di famiglie con figli che non sanno più dove sbattere la testa, cercando di fare la gincana di incastri tra il tetris delle sedute di DAD e il lavoro smart, quando ancora ne hanno uno.

La realtà mostra i più giovani accumulare rabbia e frustrazione che talvolta si esprimono in atti violenti verso gli altri o nei confronti di loro stessi, attraverso comportamenti autolesionistici.

La realtà di intere fasce di popolazione che stanno lentamente scolorendo, in preda alla morsa della depressione.

Guardo alla finestra e mi pare che questo gioco al massacro di colorare l’Italia, non porti i benefici effetti sperati. Le varianti del virus stanno correndo e i comportamenti della cittadinanza ESASPERATA , forse, non contribuiscono a limitare i danni.

A me pare che stiamo dentro a una pentola a pressione difettosa, pronta, in un attimo, a fare un grande botto.

Guardo alla finestra e sento prepotente la primavera penetrare i pori della pelle e ho voglia di vita, anzi, la vita mi prende e mi spinge per essere vissuta.

Mi comporto bene e sono ligia alle regole. Ho pure scritto da qui parecchi sermoni, l’anno scorso, sul fatto di tenere duro, mantenere alte le difese e seguire le regole.

Sono una brava cittadina, continuo a stringere i denti ma, francamente, non ci credo più.

Pimpra

COME STIAMO VIVENDO IL CAMBIAMENTO

Oramai ci siamo, stiamo per compiere il primo (e speriamo pure l’ultimo) giro di boa di un cambiamento epocale che ha colpito tutti noi, senza esclusione. Un anno fa, nel nostro mondo pulsante di modernità, si è diffuso un virus che ha completamente modificato le nostre abitudini, sparigliando le carte della socialità, della vita professionale, fin dentro la profondità delle nostre anime.

Cambiamento, come cita la Treccani , può investire gli ambiti più diversi:

cambiaménto s. m. [der. di cambiare]. – 1. Il cambiare, il cambiarsi: c. di casa, di stagione, di temperatura; fare un c., un gran c., spec. nelle abitudini, nel carattere e sim.; c. di stato d’aggregazione della materia; c. di stato civile, ecc.; c. di scena, nelle rappresentazioni teatrali e sim. (spesso in senso fig., mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose); c. di indirizzo politico; c. di mano, nella circolazione stradale, lo spostarsi di veicoli o persone da un lato all’altro della via (è anche nome, in equitazione, di una figura di alta scuola). In sociologia, c. sociali e culturali, quelli che determinano trasformazioni nella struttura sociale e culturale di un gruppo. 2. Nella scherma, azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa

e possiamo tranquillamente affermare che la disgraziata pandemia non ci abbia risparmiato nulla.

Ciò che mi interessa indagare è come abbiamo affrontato questa onda anomala che ci ha travolto, quali segni ha lasciato su noi stessi come individui e come comunità.

Dopo il primo periodo di choc mi sembra che, in generale, ci siamo adattati alla nuova realtà mutata delle nostre vite. Di certo nessuno di noi l’ha fatto senza opporre una qualche resistenza interiore, chi più chi meno, ma in massima parte, abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco imparando a convivere con questo nuovo modo di stare al mondo.

Penso ai bambini nati all’inizio del 2020 a come gli risulti naturale vedere gli adulti mascherati, stare distanziati, evitare – se possibile- di toccarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Personalmente ho vissuto un momento di indagine profonda dentro di me, cercando di leggere meglio la mia vita fino a quel momento, mi sono depressa, sono andata giù giù giù in un crinale scivoloso che mi ha portato in acque scure e profonde, a tratti anche molto spaventose. Ad un dato attimo, dolcemente, è ripresa la salita, motivata da una scelta precisa: non lasciarmi andare passivamente.

Oggi, finalmente, trovo il sole dietro le nuvole e in una giornata di pioggia: i miei occhi sanno riconoscere quella luce.

Camminando per strada mi accorgo di come siamo diversi, così mascherati, di come ci perdiamo le espressioni, i micromovimenti del volto che tanto ci raccontano su chi abbiamo di fronte. Evitiamo di sfiorare anche le persone che amiamo di più, penso ai nostri genitori, per timore di poterli contagiare che non si sa mai.

Le attività che davamo per scontate come fare sport, frequentare luoghi di cultura, cinema, teatri, mostre, viaggiare, ballare, banalmente andare a cena alla sera, ci sono preclusi. Ancora non si può e non si sa per quanto sarà così. Le nostre serate scadono alle 22.00, ogni giorno.

Tutto questo, come ci ha cambiati?

Ne parlavo con la mia più cara amica che a forza di lavorare a casa, oramai è spaventata dalle persone, associa la gente per strada (e non parlo di un assembramento vero e proprio) ad un potenziale pericolo. In molti sono caduti in questa rete di paura, tanti altri, al contrario, sfidano le norme con comportamenti decisamente inappropriati per il periodo.

Voi, dove siete? Come vi sentite?

Da un giorno all’altro è come se l’intera umanità fosse piombata dentro una guerra silenziosa e letale, senza preavviso alcuno, senza proclami, senza la possibilità di prepararsi, almeno psicologicamente.

E’ passato il primo anno di pandemia.

Siamo ancora qui.

Speriamo di intravvedere i primi fotoni di luce alla fine del tunnel, nel frattempo credo che la strategia migliore sia adattarsi, assecondando le raffiche che quasi ogni giorno, provano a buttarci a terra.

Pimpra

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CORPO, BODY SHAMING E CERVELLO.

Fotografo: Carlos Caicedo –  @Cacecada
Modella: Jenny Hedberg – @byjennyyyy

Viviamo in un mondo a tratti stupefacente e terribile, fatto di straordinarie possibilità e di prigioni incredibili, un mondo, o meglio una società che celebra e seppellisce le persone a velocità supersonica.

Credo sia la storia dell’umanità rotolare in discesa verso una meta indistinguibile, rimestare le carte in gioco, modificare le regole, aumentare la velocità.

Il racconto di questa corsa verso il nulla è tempestato di miti che ogni modernità ha affisso nel suo tempo.

Il corpo, nostro motore, fonte di esistenza fisica, è divenuto sempre più significante improprio di un significato in continua trasformazione. Corpo che dovrebbe essere racconto personalissimo e unico con cui l’essere umano celebra il suo vivere, invece…

Ricordo perfettamente la mia adolescenza senza social ma con le riviste di moda che imponevano un’ideale di fisicità/femminilità siderale.

Ricordo lo scoramento che provavo dinnanzi all’evidenza di come fossi divergente da quei modelli imposti, ricordo le prese in giro per il mio fondo schiena abbondante e le tette piccole. Ferite mai rimarginate.

Nel mal di vivere o forse nel vivere male in quanto bersagli di messaggi sbagliati, forse i giovani di oggi hanno una possibilità in più per far sentire la loro voce. A fronte degli odiatori che, a sensazione, sono molto presenti in fasce di età più adulte – il che sembra essere una contraddizione, i giovani, o almeno molti di loro, ritagliano e difendono con forza la loro identità “differente”, scegliendo di allontanarsi dai condizionamenti sociali.

Molti ragazzi esplorano liberi la loro sessualità, non facendo mistero se essa sconfina i canoni tradizionali, giocano con il loro aspetto, rivendicando una libertà che diventa anche potere espressivo.

Numerosi adulti, penso in particolare a quelli dai 45 in su, covano un grande risentimento, un rancore, una gelida rabbia come se tutto ciò che nella loro vita non ha funzionato, meritasse di ricadere sugli altri. Leggiamo spesso di liti sui social scaturite da commenti ignobili scagliati contro altri esseri spesso sconosciuti, come se deridere, distruggere, infamare, seppellire l’altro, fosse il solo modo per risolvere i propri conflitti interiori.

La splendida Vanessa Incontrada posa nuda a difesa del suo e dei nostri corpi, rivendicando la libertà di essere se stessa, nel suo unico canone, ovviamente inverso rispetto a quanto la società attuale disegna.

Siamo sempre più vetrina aperta al mondo e così fragili dinnanzi agli altri e a noi stessi. Forse dovremmo fare un passo indietro e riconoscere che la sostanza migliore di cui siamo fatti è il cervello, con buona pace di tutti gli odiatori seriali.

Coltiva il pensiero e nutri il tuo corpo chissà non sia questa la strategia per vivere finalmente sereni.

Pimpra

FINO A CHE PUNTO POTETE SPINGERVI?

Il tempo, tiranno e inesorabile, continua a scorrere.

I giorni scivolano dalle mani, la primavera ha lasciato spazio all’estate, il lockdown è alle spalle, non dimenticato ma volutamente nascosto nello scrigno di quei ricordi che non vuoi rammentare.

Le vacanze sono alle porte, per chi può e vuole permettersele.

L’estate del tanguero è, per definizione, “errante”, tra giri di milonghe o eventi di ogni sorta, complice la stagione più bella, le giornate più lunghe e la voglia repressa di uscire e vivere intensamente.

Da quanto leggo però, se lo sono un po’ scordati questo nostro ballo, relegandolo in fondo alla lista delle attività da normare. In alcune regioni il solo escamotage trovato è il “ballo tra congiunti”, sul quale evito di esprimere commenti, tanto appare assurdo e, tutto sommato, poco democratico. Il virus c’è o non c’è, parliamoci chiaro, e se pure i congiunti conviventi tra loro non sono a rischio, a ragione il solo fatto di condividere una sala con altri congiunti, li potrebbe mettere potenzialmente “a rischio”.

Ma non è questo l’argomento su cui desidero soffermarmi.

Vi chiedo: ma voi, patiti dell’abbraccio in tutte le sue forme, fino a che punto sareste capaci di adattarvi, purché vi fosse concesso di ballare di nuovo? E per ballare intendo con chicchessia.

Avete paura? Avete solo le scatole piene? Avete pensato di appendere le scarpette al chiodo, dichiarando conclusa una stagione della vostra vita, oppure vi state preparando studiando tecnica in solitaria?

Come state? Come vi sentite amici miei?

L’immagine del post mi ha fatto molto riflettere su come saremo al nostro rientro in pista, ai nostri sentimenti, alle paure o, semplicemente, al senso di liberazione e di gioia che ci pervaderanno.

Per me non ho la risposta, nel senso che il mio cuore ha come congelato la passione tanguera che mi divora, permettendomi di sopravvivere ai giorni senza abbracci, senza emozioni, senza stimoli.

A casa uso le ante dell’armadio in modo molto alternativo, obbligandomi agli esercizi di tecnica che mi è sempre piaciuta ma che aveva un sapore diverso quando era una scelta e non l’unica opzione.

Pimpra

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Riscrivere il significato di “Comunità tanguera”

Le buone notizie stanno arrivando, pare che la pandemia sia entrata nella curva decrementale, ci si ammala di meno e – fortunatamente – in modo meno grave.

Dal 3 giugno, finalmente, saremo liberi di muoverci nel nostro paese e, con qualche difficoltà che verrà presto risolta – mi auguro, anche verso il resto del mondo.

Le attività stanno tutte riaprendo e, ne sono certa, anche per quanto concerne le danze di coppia, verranno proposte soluzioni a breve e… torneremo in pista.

Questo sciagurato periodo, ahimè, ha mostrato degli aspetti della comunità tanguera che mi hanno fatto molto riflettere.

La politica portata nel tango, il pensiero critico verso le soluzioni messe in atto dai governi, lo scagliarsi gli uni contro gli altri in dibattiti on line relativamente la gravità della situazione, mi hanno colpito profondamente.

Dopo l’ultimo post che ho scritto, qui, e le numerose bordate personali che ho ricevuto (si sa che i leoni da tastiera sono sempre vigili e pronti a sferrare attacchi), desidero chiarire la mia posizione e invitarvi a un dialogo costruttivo, leale e scevro da offese gratuite e poco utili al dibattito.

Credo fermamente che la comunità tanguera debba riscrivere se stessa.

Prima era tutto semplice, ognuno sceglieva “il suo mondo” ideale dove portare la sua danza: gli amanti del tango milonguero nei loro circuiti, così come i maratoneti i loro weekend, andavamo ai Festival, alle milonghe, agli stages e chi più ne ha più ne metta.

Poi, come se un colpo di spugna avesse cancellato la lavagna, ci ritroviamo con le scarpette in mano ad aspettare che ne sarà di noi, della nostra voglia, del nostro bisogno di incontrarci e ballare.

Non sarà più come prima, temo.

Dobbiamo ancora capire se, come, quando, in che modo potremo riprendere ma, ciò che a me preme massimamente, è il modo in cui entreremo in relazione.

Vi propongo la mia personalissima visione.

Chi mi conosce da anni lo sa. La mia vita è impostata sul concetto “LOVE AND PEACE” e “VIVI E LASCIA VIVERE”.

Agire nella propria vita la LIBERTA’ significa, innanzitutto, rispettare quella dell’altro.

Vivere in una società civile, significa avere rispetto delle sue regole. [Questa frase è dedicata a coloro che non hanno saputo/voluto leggere con gli occhiali giusti, l’ultima frase del post precedente, una iperbole provocatoria ].

Fatta questa premessa, il mio mondo tanguero ideale rappresenta in assoluto il concetto più bello di “COMUNITA’ ” .

Partiamo dall’assunto che “(…) Come notava Z. Bauman, “oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona” (2001, p. 138). Citazione da Treccani qui.

Riprendiamo il concetto di “riparo dalle maree montanti della turbolenza globale” e chiediamoci quanto il tango come comunità può fare per essere riparo, specie dopo questa pandemia.

La prima riflessione dovremmo portarla all’interni di noi stessi, chiedendoci quanto siamo disposti a dare e quali rinunce accettare affinché la comunità risorga come riparo, porto, isola felice.

Saremo capaci di bandire i giudizi che abbiamo sempre a fior di labbra su ogni cosa riguardi il tango, giudizi che – purtroppo – sono animati da critica feroce più che da spunto di riflessione e dialogo costruttivo?

Saremo capaci di essere meno egoisti? Di gioire se i nostri amici di altri paesi nel mondo danzeranno prima di noi? O inveiremo contro questo nostro stato assassino che tarpa le ali ai nostri desideri?

Personalmente ho pensato molto in questo periodo, rivalutato mille pensieri, rivisto scelte.

Oggi posso affermare di essere una persona fortunata ad avere questa passione e di poterla condividere con voi, con tutta la gioia, l’apertura mentale, la curiosità e il rispetto possibili.

Spero che anche per voi possa essere lo stesso, in libertà, senza bandiere, senza confini, senza colori, uniti dal quel “CUM” latino che ci porta “INSIEME”.

Buon nuovo inizio, Amici miei

PIMPRA

PANDEMIA E MILONGHE CLANDESTINE. GLI ALIENATI DEL TANGO

E’ da qualche tempo che leggo di sedicenti milonghe clandestine.

Sono una forma particolare di incontro che esiste da parecchi anni (in Italia almeno), una specie di movimento “underground”- si fa per dire- che coinvolgeva gli amanti del genere. La clandestina o “milonga illegal” di solito era organizzata in luoghi che non fossero sale ufficiali da ballo/milonga, era un movimento di tangueros che amavano incontrarsi in particolare in luoghi all’aperto, nella più totale libertà.

Ad alcune, negli anni passati, ho partecipato, apprezzando in particolare, l’incredibile amalgama di gruppo, l’amicale coinvolgimento dei partecipanti, lo spirito goliardico improntato al piacere di stare insieme, di ballare, di mangiare e bere in un contesto non convenzionale.

Queste erano le “clandestine” nella nostra vita precedente. Poi arriva lo sciagurato virus e la vita di tutti, specie quella di relazione, cambia in modo shoccante e … si smette di ballare.

Passano i mesi, circa tre, e piano piano si ritorna alla normalità che, allo stato, significa “solo” poter uscire di casa liberamente, seguendo un corollario di divieti assolutamente inimmaginabili fino a poco tempo fa, di cui il peggiore – probabilmente – è il distanziamento sociale.

Manca pochissimo e potremo anche riprendere a viaggiare, sempre seguendo criteri di attenzione severissimi.

Anche al mare si deve rimanere a distanza, TUTTA la nostra vita si deve vivere “a distanza”.

Poi ci sono loro, gli alieni, ma preferisco chiamarli “alienati” che se ne fottono del casino che è successo e che decidono, in modo assolutamente arbitrario, di organizzare “MILONGHE CLANDESTINE”.

E’ da un po’ che ne sento parlare da più parti e da più fonti. Non mi piace seguire il chiacchiericcio e meno che meno il pettegolezzo ma… quando se ne parla con una certa insistenza, da qualche parte c’è sempre un fondo di verità, allora decido di scrivere questo post.

Cari Alieni Alienati, se esistete per davvero e se avete deciso di colonizzare questa terra martoriata, vi chiedo di smetterla, di non farlo, di aspettare il momento giusto, quel momento in cui, con un buon margine di sicurezza, ballare il tango argentino, tutti quanti insieme, in milonga, non metterà a rischio nessuno.

Ci sono maestri, professionisti, imprenditori nel settore della danza che, con una fatica assurda, stanno cercando di non soccombere allo stop forzato. Pensate a loro, al fatto che non possono guadagnarsi da vivere e che, con intelligenza, dedizione, fatica e spirito di adattamento, offrono almeno lezioni on line, sulle mille piattaforme a disposizione.

Pensate anche a noi, la gente normale ma estremamente appassionata, ai limiti della pura dipendenza da tango che, ligi e tristissimi, hanno appeso le scarpette al chiodo, disdetto viaggi, camere di alberghi, weekend di puro piacere tanguero per senso di responsabilità civica e rispetto delle regole.

TUTTA la comunità tanguera è sotto pressione, stanca di aspettare, in crisi di astinenza ma RESISTE.

Cari Alieni Alienati, siete solo voi quelli che credono di avere l’immunità, di essere i più fighi, quelli che tanto a me non succede e, comunque, me ne fotto.

Vi dico solo una cosa se vi scopro vi denuncio, senza passare dal via.

Pimpra

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Copio il testo del comunicato pubblicato oggi da numerose scuole di tango argentino del Nord Italia:

“Ciao,
siamo i vostri insegnanti di Tango Argentino ed organizzatori di Milongas, il Tango è la nostra passione e il nostro lavoro.
Ci teniamo ad una precisazione in questo momento storico: dichiariamo la nostra totale estraneità a qualsiasi forma di milonga clandestina che venga organizzata in questo momento (si anche il garage con quattro coppie di amici).
Il motivo è molto semplice, se pur molte restrizioni siano state allentate non è permesso il contatto fisico tra le persone, per evitare la diffusione del virus sappiamo ormai benissimo essere necessario il distanziamento fisico. Una qualsiasi illegal non garantirebbe nessuna sicurezza per le persone. Men che meno il ballare con altre persone.
Va da sè che purtroppo, per ora, non ci è concesso ballare se non con le persone con cui già stiamo vivendo. Corriamo il rischio che atteggiamenti troppo leggeri alla “ma si, siamo solo noi quattro” faccia slittare sempre più in avanti la ripartenza a pieno regime delle nostre attività.
Siamo i primi a soffrire (e non poco) per questa mancanza e a voler riaprire il prima possibile le milongas, sono il nostro lavoro!
Ma lo faremo nel momento in cui potremo garantire la sicurezza di tutti i partecipanti e la nostra, non prima.
Chiediamo la collaborazione di tutti, siamo fermi completamente da tre mesi e non ce la faremo a resistere ancora per molto. Contribuiamo tutti in modo responsabile a farci ripartire il prima possibile!

Firmato:

-Asd Deep in Tango Scuola Stabile & Milonga El Garufa(Eva Di Rienzo, Fabio Martimbianco, Luciano Mamprin)
-Cochabamba 444 (Marta Lorenzi, Alberto Muraro)
-Alma Negra Tango Club (Chiara Del Savio)
-Asd El Abrazo (Roberta Buligan)
-Asd Arrabal Scuola Stabile di Tango Argentino (Simone Pradissitto)
-Gato Negro Tango Club Asdc (Ilario Bailot, Elisa Gabrielli, Marina Martin, Massimo Marchetto)
-Asd Contatto Club Spinea (Silvana Miotto, Gilberto Peguri)
-Asd La Balera Brescia (Grazia Bo)
– Picaflor Asd Marghera (Michele Sottocasa, Diana Trevisanato, Lucio Giraldo)
– Asd Un toco de tango ((Nicola Cimmino, Sabrina Almada)
– Molo 5 (Stefania Brisi)
– Tango Ritual Vicenza (Gianni Tonello)
– Milonga Tangheria Industrial Padova (Antonella Bere alle, Paolo Pescado)
– Asd TimeforTango (Andrea Joschi, Alexandra Lioubova)

Se sei un insegnate e/o organizzatore e vuoi unirti scrivici nome dell’associazione e nome e cognome al 3273771516 e ti aggiungeremo al comunicato. “

MI RIPRENDO LA MIA UMANITÀ SBAGLIATA

Dopo un mese esatto di lockdown casalingo, oggi ho rimesso un filo di trucco.

La conference call del pomeriggio è stata la scusa per presentarmi meno sciatta al mio interlocutore, nel tentativo di non apparire esattamente alla stregua del cassonetto che visito con grande piacere ogni giorno.

La casa che mi ospita è piena di specchi, oramai non ci faccio più caso ma prima, passando davanti a uno di essi, ho visto il mio volto diverso, avendo la sensazione di indossare una maschera. Non ho riconosciuto più me stessa, per quel filo di rossetto e di matita sugli occhi.

Mancava l’unicità di un volto naturalmente segnato, lo sguardo meno brillante, la bocca meno sensuale.

Sono rimasta colpita dall’effetto che ho fatto a me stessa e la mente è tornata al periodo pre epidemia, in cui, la faccia che davo al mondo era sempre piuttosto truccata, oggi direi “artefatta”.

L’umore non sta andando bene nell’ultimo periodo, mi sto lentamente ma inesorabilmente inabissando. Non trovo l’allegria, non percepisco gli stimoli, sono buttata nella mia giornata come fossi una pianta.

Oggi volevo fare un passaggio al supermercato per dei piccoli acquisti, arrivata davanti, ho girato sui tacchi perché c’era la fila.

Non ho pazienza, non ho desideri, elettroencefalogramma piatto.

E sono costretta a fare i conti con me stessa, con la noia che mi corrode e che non so gestire, con l’umanità che vorrei intorno e dalla quale vorrei anche stare lontana. Non sto bene, questo è. La salute, quella, per fortuna, è a posto ma la testa non gira, è piantata nella melma e sta lentamente affondando.

Vorrei non essere come sono.

Vorrei prendermi cura di me, ricordarmi di farmi bella, cercare di passare questo tempo solitario, investendo in attività che mi facciano crescere.

Vorrei, ma non posso.

Come se le ruote dell’ingranaggio si fossero di colpo fermate e io stessi in attesa di essere riparata.

Vorrei, ma non posso.

Poi leggo, osservo, ascolto le voci degli altri e mi pare che dietro ai sorrisi che decidiamo di dedicarci, ci sia più un intento di farci un coraggio collettivo, più che vera allegria. Allora mi dico che stiamo a pezzi, e questi pezzi sono piccoli e sono tantissimi e che per rimetterli insieme ci vuole una santa pazienza e molto tempo.

Allora mi dico va bene così, oggi, ieri, domani non sarò brillante, non riuscirò a sorridere probabilmente, sarò torva, forse arrabbiata o indolente e accetterò queste sfumature sbagliate, così poco social e sociali ma tant’è.

Perchè in questo delirio almeno una cosa mi è chiara: quando passo davanti a uno specchio voglio vedere me, non una maschera.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Venerdì 3 aprile, sono in quarantena dal 13 marzo, esattamente da 21 giorni. Gli scienziati dicono che dalla terza settimana in poi si apprendono nuove abitudini. Confesso che rassegnarmi alla clausura forzata mi riesce particolarmente ostico. Ma tant’è.

Accantonate le ore di lavoro dovute, le restanti sembrano interminabili. Come il delta di un fiume amazzonico che arriva al mare con il suo portato d’acqua che scorre lenta, maestosa. Così percepisco il tempo a mia disposizione, mentre severo mi osserva, suggerendomi di farne buon uso.

Ci provo, anche se il più delle volte mi perdo, non finalizzandolo virtuosamente. Dopo 21 giorni non ho più bisogno di riposare, di recuperare le energie spese nella rincorsa della vita quotidiana. Adesso è il momento di riempire le ore a disposizione in modo intelligente, sia per il corpo sia per la mente.

E’ così che mi ritrovo a fare nuovamente i conti con me stessa, con quelle parti di me di cui non sono precisamente fiera. Mi scopro indolente, lassa, svogliata. Posso immaginare sia normale e giustificare parzialmente questa attitudine in taluni momenti della giornata, ma confesso di esserne toccata e preoccupata.

La quarantena, specie a chi non ha persone da accudire, siano i propri figli o persone anziane o malate, costringe ogni santo momento del giorno a stare dinnanzi a se stessi. Mica facile sostenere questo confronto constante e assolutamente veritiero, specie per chi, come me, ha spesso privilegiato le vie di fuga.

Fa male. Toccare con mano la trama bucata della propria personalità, prendere piena coscienza che, se nella vita ti sono capitate delle cose, la responsabilità è tua e solo tua, poiché agendo o non agendo come hai fatto, hai provocato tutto ciò.

Al ventesimo giorno della mia personale quaresima forzata, è esplosa una congiuntivite come mai nella vita. La mente è corsa immediatamente alla possibilità di aver contratto il virus, mentre il saggio Maestro interiore, seduto sulla riva del lago della meditazione, mi guardava negli occhi suggerendomi quello che già sapevo “Tu devi continuare a guardare, con coraggio, tutto quello che hai sempre desiderato non vedere. Ti farà molto male, lo so bene, ti porterà negli abissi, ti provocherà dolore, ma è necessario farlo”. Con gli occhi doloranti, con le palpebre gonfie e violacee, ho piegato la testa alla sua saggezza rispondendo “Lo so”.

Oggi va meglio, di certo il nuovo collirio ha fatto il suo, ma credo convintamente ci sia dell’altro. la mia accettazione di entrare in quelle stanze buie da dove mi sono sempre allontanata.

Ho fatto una scommessa con me stessa: se eviterò di scappare e aprirò tutte le stanze che devo aprire, sarò presto libera dalla prigionia casalinga.

Fatemi gli auguri che ho ancora tanto da scoprire.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Da quanto leggo e vedo in giro sui canali social, ognuno di noi sta sfruttando questa occasione, purtroppo decisamente tragica, per mettere in discussione se stesso, le proprie priorità indossando un modo nuovo di stare al mondo.

Mi sembra un movimento di coscienze estremamente interessante, quando non addirittura necessario.

Le giornate che nella nostra vita di prima ci sembravano sempre troppo corte, adesso che siamo chiusi in casa, paiono non finire mai e, ciò che è peggio, scorrono tutte uguali, scandite dai bollettini di guerra del virus.

Un microbo di pochi micron di spessore capace di ribaltare le vite dell’intero pianeta, se non avesse risvolti tragici di sofferenza e dolore, farebbe quasi ridere.

Ieri vi raccontavo che la quarantena mi sta portando a più assennati costumi, il primo è che non butto via i soldi dalla finestra in shopping compulsivo ma non è finita qui.

Dopo le prime due settimane di choc mi sto riprendendo alla grandissima. Chi di voi ha mai smesso di fumare sa che dopo un certo tempo, quello necessario al corpo per “riparare” i danni del fumo, tornano sapori perduti, odori, il respiro diventa più profondo, come se tutto il corpo riprendesse a fiorire. Trasponendo la metafora del fumatore, a me sta accadendo lo stesso.

Sono stata dipendente dal cibo, prima rifiutandolo, poi assumendone in quantità smodata, sono dipendente dal consumo di gommose e morbide di liquirizia, pure l’alcol, in un periodo molto doloroso della mia vita, ha bagnato le troppe lacrime che sgorgavano da me.

Il tempo cura, ma non sempre.

Poi, improvvisamente ti ritrovi in quarantena e… “Oh mio dio come farò con le mie bestiacce, con i demoni che mi accompagnano?” Questa è stata la mia prima paura, non quella di ammalarmi.

Il tempo passa e la forza dell’adattamento ha fatto il suo. Con mia enorme soddisfazione ricevo un altro grande insegnamento.

Le debolezze che ero certa di avere tatuate nel DNA non erano vere.

In questi giorni lenti, a tratti estremamente noiosi, ho trovato il punto di equilibrio, la tranquillità di fluire dentro e fuori i pensieri, belli o brutti fossero, con naturalezza, senza fretta di eliminarli. Così come arrivavano, passavano senza lasciare traccia di sé, specie dei loro effetti collaterali.

Oggi posso tranquillamente aprire la mia busta di Golia e masticarne un po’, senza finire la confezione. Mai mi è venuto il desiderio di sciacquare la preoccupazione, la frustrazione con un aperitivo. Semplicemente “sto”.

La pausa ha anche questo da insegnarci a trovare un punto di incontro tra il fuori e il dentro.

Quindi, mi diverto a cucinare. Ovviamente sono una pessima cuoca. Ad ogni clamoroso insuccesso invece di arrabbiarmi (la mia me di prima), la prendo con ironia e ci rido su.

Diciamocelo questa vita ha più senso. La sfida sarà portarla nel mondo “di fuori” senza farle perdere colore e consistenza.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

In foto una mia creazione culinaria. Adesso potete ridere a crepapelle, siete autorizzati

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Siamo alla terza settimana, credo, o poco più, e comincio, mio malgrado, ad abituarmi. A pensarci bene, l’essere umano è ben progettato, questa capacità manifesta di adattarsi ci rende abbastanza impermeabili alle difficoltà. Quindi: mi adatto.

Siamo giunti a fine mese. Passando la vita chiusa in casa, mi sono imposta di provvedere unicamente a: igiene personale, cura della pelle, immancabile riga sugli occhi, una passata giornaliera di lip gloss.

Punto. Nessun altro cedimento all’effimero richiamo della vanità, non perché non vorrei caderci, quanto perché non posso farlo.

In questo nuovo modo di trascorrere le giornate ho già notato come moltissime delle mie abitudini pre-epidemia siano cambiate.

La prima, quella sicuramente molto positiva è che NON SPENDO.

A parte quelle 4 o 5 spese alimentari deliranti che ho fatto a inizio clausura, causa il profondo malumore provato che si è riversato poi sul quantitativo di generi ripetutamente riposti nel carrello, una volta a regime (ricordo che è scientificamente provato che servono 3 settimane per far propria un’abitudine), ho imparato a vivere di quello che ho.

Gli economisti all’ascolto si staranno strappando i capelli che proprio adesso in clima di crisi mondiale, in realtà bisognerebbe spendere e rilanciare i consumi, invece a me è scattato il comportamento inverso, virtuoso direi.

Di sicuro, nelle millemila ore che spendo davanti al pc, sono messa sotto assedio – e lo capisco!- da tutte le aziende che cercano disperatamente di fronteggiare la crisi, buttandosi sull’e-commerce, eppure niente, non mi faccio tentare.

Le giornate trascorse in tuta è come se avessero appoggiato il saio della rinuncia al frenetico desiderio di spendere. Abiti, scarpe, borse, accessori, profumi, belletti, creme cremine oggi, marzo 2020 di coronavirus, hanno perso tutta la loro seduzione su di me.

I primi giorni dicevo a me stessa “Evviva la tecnologia, compro tutto on line, non cambia quasi nulla”, poi, con il passare dei giorni, è come se fosse avvenuto improvviso il risveglio del Maestro interiore a dirmi “Che te ne fai di una borsa nuova? Di un paio di scarpe, di un abito che tanto ti tocca restare a casa?”

Le prime volte ho distolto il pensiero, mettendo nelle varie wishlist i desideri del mio shopping compulsivo, poi, poco a poco, ho cancellato tutti gli articoli ben consapevole che non avevo bisogno di nulla di tutto ciò.

Se mi chiedessero oggi cosa vorrei veramente comprare, risponderei senza esitazione: la mia libertà. Quella di poter uscire a godermi su Molo Audace questa violenta e giocosa bora, i mercatini primaverili di fiori, una passeggiata in riva al mare con mia madre, una cena con gli amici, una milonga…

Questa epocale batosta a qualcosa e a qualcuno servirà. Romperà gli occhiali di tutto ciò che è troppo sterile, della vanità esponenziale di cui ci siamo ammantati, del narcisismo fine a se stesso.

E chissà che le librerie/caffè non torneranno ad aprire i loro battenti, perché sarà bello leggere in compagnia, scambiare parole e pensieri guardandoci negli occhi consapevoli che una delle ricchezze più preziose sta ben incastonata nelle “piccole cose”.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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