INSEGNANTI, MAESTRI, ALLIEVI E TANGO ARGENTINO

L’odioso virus ha colonizzato tutti gli ambiti della nostra vita lasciandoci pochissimo margine di azione e di libertà di essere e di fare come e ciò che vorremmo.

L’essere umano è nato per adattarsi e così sia, sebbene con le ossa rotte e l’umore a terra, stiamo tutti imparando a vivere di nuovo in modo diverso.

Il mondo del tango è tra quelli più colpiti dai nuovi divieti legati alla pandemia. Dopo lo choc iniziale di vedermi costretta ad appendere le scarpette al chiodo, ho sfruttato il periodo per riflettere su alcuni aspetti.

Ripensavo a quanti maestri ho incontrato nei miei anni di studio. Tanti, sicuramente, ricordo gli stage seguiti con professionisti famosissimi, gli innumerevoli corsi, le lezioni private che ho frequentato.

La distanza obbligata a cui la situazione contingente mi costringe, ha fatto luce su un criterio che, in precedenza, nella scelta di percorsi/corsi/stage, non avevo valutato con sufficiente attenzione.

Immagino il maestro come colui che ducit et docet, mi aspetto che egli/ella oltre alla competenza di materia che – ovviamente – gli riconosco, ci metta un ingrediente in più.

Per me il maestro vuole essere generoso del suo sapere, poiché il suo successo passa attraverso il percorso di crescita del suo allievo.

Ho quindi ripercorso tutti gli anni in cui ho studiato, rendendomi conto che tante volte ho incontrato insegnanti che fingevano di essere maestri poiché il dono che facevano del loro sapere arrivava solo fino ad un certo punto.

Insegnare una materia come la danza ha evidentemente mille sfumature, ma resto della mia idea che insegnare, richieda in primis generosità. Si fa dono di se stessi, del proprio percorso, della propria esperienza all’allievo che, a sua volta, evidentemente, elaborerà con i suoi strumenti e le sue capacità, quanto ricevuto.

Mentalmente ho risposto all’obiezione che più volte ho sentito ribattere, ovvero “io non posso/non voglio plasmare a mia immagine e somiglianza l’allievo”. E su questo sono d’accordo ma, senza imporre la mia visione del mondo come unica e assoluta, ciò non vieta all’insegnante di aprire la sua valigia di esperienza e di condividerla.

Questo maledetto periodo, alla fine, qualcosa mi ha insegnato: adesso so chi andare a cercare.

Pimpra

Riscrivere il significato di “Comunità tanguera”

Le buone notizie stanno arrivando, pare che la pandemia sia entrata nella curva decrementale, ci si ammala di meno e – fortunatamente – in modo meno grave.

Dal 3 giugno, finalmente, saremo liberi di muoverci nel nostro paese e, con qualche difficoltà che verrà presto risolta – mi auguro, anche verso il resto del mondo.

Le attività stanno tutte riaprendo e, ne sono certa, anche per quanto concerne le danze di coppia, verranno proposte soluzioni a breve e… torneremo in pista.

Questo sciagurato periodo, ahimè, ha mostrato degli aspetti della comunità tanguera che mi hanno fatto molto riflettere.

La politica portata nel tango, il pensiero critico verso le soluzioni messe in atto dai governi, lo scagliarsi gli uni contro gli altri in dibattiti on line relativamente la gravità della situazione, mi hanno colpito profondamente.

Dopo l’ultimo post che ho scritto, qui, e le numerose bordate personali che ho ricevuto (si sa che i leoni da tastiera sono sempre vigili e pronti a sferrare attacchi), desidero chiarire la mia posizione e invitarvi a un dialogo costruttivo, leale e scevro da offese gratuite e poco utili al dibattito.

Credo fermamente che la comunità tanguera debba riscrivere se stessa.

Prima era tutto semplice, ognuno sceglieva “il suo mondo” ideale dove portare la sua danza: gli amanti del tango milonguero nei loro circuiti, così come i maratoneti i loro weekend, andavamo ai Festival, alle milonghe, agli stages e chi più ne ha più ne metta.

Poi, come se un colpo di spugna avesse cancellato la lavagna, ci ritroviamo con le scarpette in mano ad aspettare che ne sarà di noi, della nostra voglia, del nostro bisogno di incontrarci e ballare.

Non sarà più come prima, temo.

Dobbiamo ancora capire se, come, quando, in che modo potremo riprendere ma, ciò che a me preme massimamente, è il modo in cui entreremo in relazione.

Vi propongo la mia personalissima visione.

Chi mi conosce da anni lo sa. La mia vita è impostata sul concetto “LOVE AND PEACE” e “VIVI E LASCIA VIVERE”.

Agire nella propria vita la LIBERTA’ significa, innanzitutto, rispettare quella dell’altro.

Vivere in una società civile, significa avere rispetto delle sue regole. [Questa frase è dedicata a coloro che non hanno saputo/voluto leggere con gli occhiali giusti, l’ultima frase del post precedente, una iperbole provocatoria ].

Fatta questa premessa, il mio mondo tanguero ideale rappresenta in assoluto il concetto più bello di “COMUNITA’ ” .

Partiamo dall’assunto che “(…) Come notava Z. Bauman, “oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona” (2001, p. 138). Citazione da Treccani qui.

Riprendiamo il concetto di “riparo dalle maree montanti della turbolenza globale” e chiediamoci quanto il tango come comunità può fare per essere riparo, specie dopo questa pandemia.

La prima riflessione dovremmo portarla all’interni di noi stessi, chiedendoci quanto siamo disposti a dare e quali rinunce accettare affinché la comunità risorga come riparo, porto, isola felice.

Saremo capaci di bandire i giudizi che abbiamo sempre a fior di labbra su ogni cosa riguardi il tango, giudizi che – purtroppo – sono animati da critica feroce più che da spunto di riflessione e dialogo costruttivo?

Saremo capaci di essere meno egoisti? Di gioire se i nostri amici di altri paesi nel mondo danzeranno prima di noi? O inveiremo contro questo nostro stato assassino che tarpa le ali ai nostri desideri?

Personalmente ho pensato molto in questo periodo, rivalutato mille pensieri, rivisto scelte.

Oggi posso affermare di essere una persona fortunata ad avere questa passione e di poterla condividere con voi, con tutta la gioia, l’apertura mentale, la curiosità e il rispetto possibili.

Spero che anche per voi possa essere lo stesso, in libertà, senza bandiere, senza confini, senza colori, uniti dal quel “CUM” latino che ci porta “INSIEME”.

Buon nuovo inizio, Amici miei

PIMPRA

PAURA? NO GRAZIE.

Leggo in giro le esternazioni di molti amici che iniziano a dichiarare palesemente di aver paura. Una paura generica, irrazionale, motivata certamente dalla situazione che stiamo vivendo.

“Ho paura”.

Rispetto profondamente il sentire di ognuno e comprendo che il momento è estremamente insolito, ignoto e come tutto ciò che non si conosce o che si vive per la prima volta, possa spaventare.

Voglio condividere con voi la mia esperienza e come riesco – abbastanza bene – a contenere e a reprimere sul nascere la paura irrazionale.

La premessa è che la paura ci serve. Ma unicamente in caso di vera necessità, quando siamo in un pericolo reale, se un leone ci corre dietro perché ci ha preso per un sushi con le gambe, in quel caso benvenuta paura, ci farai correre più svelti o trovare un riparo dove proteggerci.

Diciamo che nella nostra vita reale pericoli di questo genere sono davvero ridotti, eccezion fatta per le normali strategie di prudenza, attraversamento di una strada trafficata ad esempio.

La paura di cui leggo in questi giorni però ha un’altra connotazione.

La mia ricetta di sopravvivenza: è un fatto acclarato che le paure sono costruzioni immaginarie del nostro cervello. Fate una prova, vi mettete tranquilli nel vostro salotto e iniziate a immaginare le peggio cose, vedrete che, nel giro di pochi attimi, qualcosa dentro di voi si metterà in allerta e, se insistete nella visualizzazione, dopo un po’ vi sarete davvero spaventati.

Analizziamo: avete creato paura semplicemente nella vostra mente, è un puro artefatto, un atto di creatività.

Per moltissimi anni ho avuto un sacrosanto terrore di viaggiare in aereo, causato da una brutta esperienza vissuta in un volo quando avevo 7 anni. Ogni volta che per lavoro o per piacere dovevo imbarcarmi erano tragedie: tachicardia, desiderio di fuga, ansia incontenibile. Poi, è arrivato il giorno in cui, da sola, avrei dovuto volare in India, si trattava di un viaggio di lavoro non potevo permettere alla mia paura di farmi fare una figura bambinesca con i colleghi e chiedere loro di tenermi la mano! Avevo con me l’EN, prescritto dal medico, una specie di salvagente se mi fosse preso il panico. Durante quel volo, ho avuto davvero tante ore per entrare in contatto con la mia irrazionale paura, l’ho toccata, l’ho guardata e, come per magia, ho capito che – con le mie mani – creavo una trappola.

Mi è stato chiaro che ero io il pericolo, cioè la mia mente lo era e, come per magia, ho smesso. Adesso volare è come andare in treno o su qualsiasi altro mezzo di trasporto.

Torniamo quindi alla paura di questi tempi. L’emergenza del contagio richiede prudenza, rispetto delle prescrizioni e, a meno che non siate soggetti molto anziani, portatori di patologie precedenti o immunodepressi, potete sentirvi sereni.

C’è la possibilità di verificare i dati statistici su siti autorevoli, ragionarci su a mente fredda, con logica razionale e rimanere tranquilli.

Una mente serena è maggiormente resiliente, sa adattarsi al nuovo e non viene turbata dal cambiamento.

Vi abbraccio,

Pimpra

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LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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LEGGERE IL POST ASCOLTANDO QUESTA MUSICA

PANTONE 1837

Sono stanca, davvero molto stanca di questa tensione continua che, come una folata improvvisa di vento, è entrata nella nostra vita.

Ho provato a combattere contro il menefreghismo della gente, contro la tentazione di sminuire il problema, contro il desiderio di ribellione alle nuove regole, ovviamente invano. Ognuno di noi decide di vivere l’emergenza a modo suo, con il senso civico di cui dispone.

Ho consumato le parole che avevo a disposizione.

Cerco uno spazio di silenzio che non riesco a trovare, ovunque mi giri lo spettro virale è davanti allo sguardo.

La mia scelta – responsabile – l’ho fatta ma non basta.

Mai come oggi, circondata da notizie poco felici, vorrei perdere lo sguardo in un colore.

Andiamo avanti.

Pimpra

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