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DI TANTO IN TANGO. LA PSICOPATURNIA (post per sole tanguere)

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Carissime Giaguare di primo e secondo pelo e che ce la facciamo mancare una bella “psicopaturnia” tanguera? Non sia mai! Siamo e restiamo le feline del parquet ma sempre donne sicché…

Torno da una deliziosa milonga pomeridiana in quel di Lubiana: bello l’ambiente, moderno con gusto, un bar reso altro da uno spazio di parquet utilizzabile come pista da ballo, luci soffuse, bella musica, bar fornito, ingredienti giusti per trascorrere un pomeriggio danzante in relax.

Una grande compagine di triestini colonizza il luogo, molti di noi conoscono gli amici sloveni e si crea un bel mix.

Per me era la prima volta. Osservo gli astanti, ragazzi e ragazze giovani, tra me penso “Super wow si ballerà molto bene!”

MORALE: in tutto il pomeriggio ho ballato 3 tandas, tutte e tre con amici italiani. Punto. Non è andata molto meglio alle altre amiche italiane (molto più ggiovani della sottoscritta).

Alla mia faccia sconsolata a punto interrogativo, si avvicina un amico e mi dice “Ma che ti aspettavi? Questa è la terra dell’oro per noi uomini, cosa ci sei venuta a fare te che sei grande?! Era ovvio che non ti invitassero e poi a loro (ballerini locali) non gliene frega niente di ballare con voi”. (ndr A Trieste si dice “ciapa su e porta a casa“)

Ovviamente, non metterò più piede in quel luogo, perché va bene “crederci sempre” ma voler sbattere la testa a vuoto sul muro, no grazie.

Al che mi è partita una psicopaturnia fenomenale.

Amiche Giaguare carissime, ma che, secondo voi, dobbiamo applicare  a noi stesse una sorta di autocensura basandoci sulla nostra carta di identità, per cui, brave o non brave, siamo oramai considerate dei catorci buoni solo per la rottamazione?

Mi rifiuto di pensarlo e quindi ho chiesto ebbene, noi donne “mature” dove dovremmo andare a ballare, secondo voi, per essere piacevolmente invitate?

La risposta: Istanbul. I turchi sono SUPER WOW! Incredibili ballerini e invitano.

Allora mi chiedo dove sono andati a finire certi veri maschi, quelli che hanno ancora il sangue che scorre nelle vene, quelli che sono curiosi ” a prescindere”, quelli che vogliono ballare e non importa se, da qualche parte, potresti essere la loro zia.

E niente, Giaguare Mie, toccherà organizzare questo charter al grido di battaglia “Oh mamma andiamo dai Turchi!!!”

Olè. Ma anche uno sticazzi ci sta bene…

Pimpra

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IL PROFUMO DELLA ROSA

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Oggi è un giorno speciale.

Questo è, per me, l’anno che conclude il ciclo del primo ingresso nella grande maturità, la decade che ha segnato l’ingresso negli “anta”, in quella fase della vita in cui, in teoria, le cose avrebbero dovuto trovar compimento.

I bilanci spesso fanno male e, se proprio devo fare il mio, non ho “compiuto” ciò che speravo.

Oggi mi è fatto dono di una giornata meravigliosamente limpida di sole e di vento, di quella tanto amata bora che soffia birichina, gioiosa e libera.

Oggi è il mio giorno speciale. Mi regalerò tempo e una fetta di torta.

E, come scrissi qualche anno addietro “finalmente saprò respirare dentro un vaso colmo di petali profumati e sorriderò ancora”.

A voi tutti, felice giornata degli Innamorati! ❤

Pimpra

 

DI TANTO IN TANGO. QUANDO LE DIMENSIONI CONTANO

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Non ci avevo mai fatto caso prima, ma, nel tango, le dimensioni contano eccome!

Espressioni come un “grande” ballerino o una “grande ballerina, piuttosto che un “grande “evento”, una “grande” sala, un “grande” tj.

Quando ci vogliamo divertire il metro di misura che utilizziamo è sempre quello: GRANDE.

Mi chiedo: ragiono anche io allo stesso modo?

La risposta è: ahimè, sì.

Perché “ahimè”.

Se accettiamo il postulato che le cose piccole sono quelle preziose, che piccolo è bello, che la dimensione più ridotta delle cose fa sì che le stesse vengano pensate, curate, prodotte con più cura, ecco che il “grande” evento di suo, rischia di perdere quell’elemento di qualità che è insito nel “piccolo” evento.

Ma sarà poi vero?

Un piacevole dibattito con un amico che preferisce l’orbita “encuentro” a quella di “maratona”  e che sia pure un “piccolo” encuentro da massimo 120-130 persone, perché, secondo lui, nel piccolo la socialità si esalta, anche se, forse, si può perdere quel bel mix di qualità/livello di ballo che, un “grande” numero potrebbe  – e sottolineo potrebbe – offrire.

Mi ha fatto riflettere: sarà poi vero?

Allora ho fatto un veloce brainstorming sugli eventi a cui ho partecipato e, le mie conclusioni sono che:

  • evento GRANDE, è super wow se e solo se, gli organizzatori hanno due palle così (perdonate il francesismo), ne sanno (ovvero a loro volta hanno partecipato a tantissimi eventi), non sono divorati dal “fare business” ma pensano ai loro ospiti (prima priorità), insomma hanno “mestiere”.
    Va detto che, se l’evento è assolutamente aperto a tutti, come un Festival, ad esempio, tirare le fila della qualità è molto più ostico e bisogna lavorare sulla lunga distanza. Ripenso a quella favola che è stato il Festival di Fivizzano, quello di Mantova, solo per citarne due. Anni di lavoro, di qualità offerta con costanza e caparbietà, fino ad “educare” i partecipanti e, per una strana alchimia, a selezionarli verso il meglio. Non serviva essere già dei super ballerini, ma di certo era necessario avere quella voglia matta di studiare e di confrontarsi con gli altri, di osservare e di imparare. Quindi, nel tempo, questi “allievi festivalieri” sono diventati ballerini di tutto rispetto.
  • evento GRANDE vuole spazio grande, metri quadrati di pista, spazio “sociale”, se si è tanti bisogna potersi anche “incontrare”, magari lo si fa fuori della pista e poi si entra e si mixa piacevolmente ballo e non solo ballo, amicizia, chiacchiere, leggerezza.
    E’ capitato più volte che l’elemento spaziale fosse una variabile trascurata ed è un imperdonabile errore.
  • GRANDE QUALITÀ’ su tutto. Dai signori TJ che con le loro performance firmano e danno colore all’evento. I “musici” non si scelgono alla “cazzomaniera”, solo perché uno costa meno o l’altro era impegnato e metto insieme scarpe e zoccoli che tanto ai miei ospiti va bene tutto. E no! Non è così! Se vado a una maratona mi aspetto una certa particolare onda, lo stesso vale per il mondo milonguero.

    Mi fermo qui, su queste macro aree per non far la maestrina dalla penna rossa che tanto mi sta sulle scatole.

Quindi, per tirare le somme, l’equilibrio migliore dove si trova?

Nel mio mondo dei sogni l’ideale è  un Grande evento curato nei minimi dettagli come se… fosse un piccolo evento! Che, tradotto significa: voglio la moglie piena e la botte ubriaca! 😀

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

 

DI TANTO IN TANGO. La chiamano “maratona” ma hanno inventato qualcosa di nuovo.

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Dentro l’inverno fino al collo, anche se piccole vibrazioni di primavera già sono nell’aria.
Cosa c’è di meglio, per scongiurare malumore e malanni di stagione, se non recarsi in uno dei templi che conosci e fare uno “sciabadah***” lungo un fine settimana, in compagnia delle tue scarpette da tango e di tanti amici?

La stagione del tango si apre, nel ventaglio infinito delle sue proposte, a tutti gli adepti che, dopo il rallentamento invernale (si fa per dire), riprendono vigorosi l’attività di tango trotters.

BTM (Brescia Tango Marathon) è tappa obbligatoria, almeno per la sottoscritta. E’ la terza volta che ci vado e, sempre, torno a casa felice.

Quest’anno c’è stata una nuova alchimia che mi fa pensare a un modo diverso, forse più attuale (?) di vivere/proporre la maratona.

Innanzitutto bisognerebbe cambiarle il nome, perché definire i tre giorni di gaudio tanguero come una maratona standard, non è corretto.

Partiamo dal dato certo: maratona vuol dire un inferno di metri quadrati di parquet.
In questo caso, non ci sono. La location è molto particolare, fatta di più ambienti e la sala da ballo è accogliente e calda, con un’energia tutta sua, perché riflette la grande passione che si vive al suo interno. Il bar raccoglie momenti conviviali e di scambio e poi direttamente in pista.
[Una menzione speciale andrebbe ai barman che si alternano nelle lunghe ore di maratona: coccole alcoliche come se non ci fosse un domani e … beato chi può bere! :-)]

Maratona significa Tj che ti portano in un saliscendi di onde vibrazionali e ti “violentano” di piacere tanguero, sapori forti, impatti musicali ad alta densità ritmico/melodica/emotiva. In questo caso, l’orgasmo tanguero è stato lungo, protratto, denso  e  “lieve” rendendo il godimento meno faticoso.
A momenti sembrava di essere proiettati dentro un “Encuentro” e mentre mi sintonizzavo su quel mood, l’energia cambiava ancora. Un viavai di sfumature e di timbri e di intensità che hanno saputo accontentare i palati di tutti: degli “intimisti”, degli “educati”, dei “coraggiosi”, di “quelli che vanno contro corrente” e di quelli “minni futtu” che tanto stanno bene sempre, a prescindere.

Una scelta coraggiosa, che – confesso il mio peccato- all’inizio mi ha turbato profondamente perché nella testa cercavo altro. Poi però, a ben osservare, a ballare, a starci dentro quella pista, ritengo sia stata la scelta più azzeccata e idonea per lo spazio a disposizione.

Ma, per farti un’idea di quello che succede, basta guardare: tutti con tutti, non ho percepito i “belli” e neppure i “brutti”, e la mirada scivolava lieta e ti rispondevano con un sì e se proprio quella tanda non era destinata a te, prima o poi l’occasione tornava e l’abbraccio lo ricevevi goduto e pieno.

Grazia è la donna dei miracoli, lei le cose le inventa, le prova e vede come va. Ogni nuova impresa comporta qualche rischio, ed è inutile fingere che tutto sia stato perfetto, ma la perfezione è noiosa assai e a noi non interessa.

Compito per la prossima edizione? Trovare una definizione più consona a questo Tango-cammeo.

Olè.

Pimpra

 

NDR: “Sciabadah”= immaginate il cavallo che scuote la criniera, nitrisce di piacere, muove lo zoccolo a terra sollevando polvere perché è contento di ciò che fa o sta per fare. Immagine evocativa altresì definita “SUPERWOW!”

 

 

IMMAGINI E RACCONTI BREVI. L’orologio nero.

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La stanza è molto chiara, un bianco ottico esaltato dalla luce fredda dei neon. Numerose sedie di legno assiepate come soldatini intorno a un centro che non è visibile. Ordine monastico, bianco assoluto, nessun segno che personalizza le pareti, eccetto il grande orologio nero.

Fuori persone dallo sguardo basso, perduto dentro ai ricordi o spento nel piccolo schermo dello smartphone, aspettano. In un attimo, senza segno apparente, questa umanità colonizza la stanza bianca.

Li osservo in silenzio, cercando di leggere la loro storia perduta, i ricordi infranti in un muro di oblio. Guardo i loro corpi tremare, come scossi da una silenziosa energia vibrante.

E quegli occhi.

Dentro lo sguardo di un uomo si legge tutto. Non è questione di verità o di naturalezza, l’Anima sceglie gli occhi come finestra sul mondo.

Nessuno è interessato al suo vicino, tutti contano i minuti.  La democrazia del tempo che li rende uguali.

Il tempo, scandito dall’orologio nero, imprigiona di sé i presenti.

Un uomo prende la parola e racconta il suo inferno. Silenzio.

Energia vibrante si diffonde e ammanta tutti di sé. Qualcuno piange, qualcuno trema di più, qualcuno si copre il volto con le mani.

Osservo l’uomo, mi sta di fronte.

La normalità di chiunque. La banalità di chiunque. L’assoluta unicità di chiunque.

Il suo inferno è passato. La lotta, vinta. Ma, dice, ha paura.

Applausi, lacrime. Commiato.

La vita mi scorre davanti danzando la sua macabra danza, eppure sorrido. Sorrido delle debolezze, della profonda umanità, della vulnerabilità, e di quella sensazione cosciente di essere piccoli eppure immensi allo stesso istante.

Gli occhi, adesso, si animano e il loro movimento è stabile. Sanno dove guardare.

Mi alzo e vado via.

Pimpra

GIROTANGANDO. NUOVA RUBRICA

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Mi è preso lo sghiribizzo di aprire una nuova rubrica, tutta dedicata al tango, focalizzata nella descrizione delle milonghe “stabili” del Friuli Venezia Giulia, accanto a quella che oramai ha una sua articolazione più definita “Di tanto in tango”

SCOPO:

  • raccontare agli amici tangueri ciò che possono trovare in regione (i locali già lo sanno), affinché orde barbariche di meravigliosi tangueros provenienti da tutta Italia (partiamo da un basso profilo, ma il sogno sarebbe di farne arrivare anche dall’estero), si spingano nelle loro peregrinazioni, fino al lontano nord est.
  • stimolare la continua ricerca di qualità che gli organizzatori offrono e possono offrire ai loro ospiti
  • creare un bel cerchio magico di positiva collaborazione affinché il movimento del tango esprima quella meravigliosa danzante comunità che è ma con confini sempre più aperti!

IL MIO PROFILO:

Per convincervi a venire a ballare dalle mie parti, devo necessariamente, descrivervi chi sono.

Ballo da più di due lustri. Il tango, per me, è una dimensione dell’Anima, un momento sacro del mio tempo libero. Sono una ballerina che sta nel contenitore di quelle definibili “dinamiche”. Quando vado in milonga, mi aspetto di trovare:

  • il pavimento adatto
  • tj di qualità o “mestiere”, ma come si intendeva un tempo, non sedicenti musici improvvisati
  • dimensione dell'”accoglienza” degli organizzatori
  • spazio adeguato al numero di persone
  • servizi basici necessari: bevande e piccoli snack, se mi procurano anche il caffè, mi rendono particolarmente felice
  • una ronda decente (ma questo è in capo ai danzatori, difficile darne colpa o demerito all’organizzatore, che però può spendersi per farlo capire agli ospiti)

Mi fermo a questi 6 punti basici, tutto ciò che arriva in più, è ben gradito.

Ho un carattere difficile, non mi piace tutto e nemmeno tutti. Osservo, ma, non lo faccio mai con occhi cattivi, mi piace cercare e trovare le cose belle, positive della vita e, a maggior ragione, nel tango.

Non scriverò questi articoli perché ci guadagno (denaro) e nemmeno mi aspetto di guadagnarlo in futuro. Mi auguro invece di poter stimolare l’arrivo di tanta brava gente tanguera, per mixare felicemente i nostri abbracci, godendone tutti. Insieme.

Se qualche organizzatore vuole segnalarmi la sua milonga, mi contatti pure qui: girotangando@gmail.com

Che dire di più? BUONE MILONGHE A TUTTI!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

PERCHÉ IO SONO ABBASTANZA!

 

IO SONO ABBASTANZA

Ieri pomeriggio, verso la fine della giornata, ho finalmente trovato il tempo per vedere un video che un’amica mi ha inviato qualche giorno fa.

Brené Brown, sociologa statunitense, in 25′ mi ha aperto la mente, anzi no: il cuore.

Una vita spesa a rincorrere qualcosa per dimostrare ai miei affetti, genitori per primi e a me stessa, che avevo un valore, ponendomi obiettivi che non sono (quasi mai) riuscita a raggiungere. Vivere affiancata da un forte senso di sconfitta, di frustrazione, che mi fa sentire un Calimero.

Un essere umano fallito e senza senso, privo di luce e di colore, banale e inutile. Se a questo bel cocktail aggiungiamo pure il fatale mix ormonale di un certo periodo del mese, la frittata esistenziale è fatta: una tragedia.

Poi, siccome son donna, come tutte noialtre, le maniche ce le rimbocchiamo sempre: allora ti metti a leggere, ti confronti, cerchi e trovi il tuo strizzacervelli (ma capisci che non ti basta), lo affianchi alla sciamana, ci metti vicino anche lo sport che se pure il fisico ti cede puoi direttamente comprarti il revolver e farla finita, magari osi pure qualche ritocchino piccolo piccolo proprio per sentirti solo meno peggio.

Ok. Soldi, energia, buona volontà spesi per niente. Quel tuo buco nero laggiù è sempre lì che ti guarda e, ridendo, ti prende pure per il culo, sussurrandoti “Tanto resti mia”. E, cazzo, ha ragione lui!

Fluisci nel tuo stato confusionale – fortunatamente hai tanti Amici! –  e cadi sempre più giù, giù, giù… e non vai in palestra, e ti lasci andare e l’aperitivo diventa il sostituto euforizzante del Prozac e continui a scendere i piani di scale fino a ritrovarti nella tua buia cantina, da sola, nel tanfo di muffa, nell’umidità e ti dici “Ok, questo è il fondo”.

IL MESSAGGIO.

Voi sapete bene che l’Universo è sempre in connessione con noi e ci parla. E noi sordi. A volte urla e, capita che, per puro caso, la voce ci arrivi.

A me è apparso il video della signora Brown, per mano di quella splendida Anima di Anna.

Guardatelo, o voi Pellegrini/e del “mal di vivere”, della depressione, del “che ci faccio io in questo mondo?”, del “perché a me vanno tutte storte?”, guardiamolo insieme tutti noi, variopinta umanità che, ogni giorno, prova a respirare, sono certa che sapremo trovare una scintilla che illuminerà quel buio. Poi, a rimboccarsi le maniche.

Pimpra

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. L’universo milonguero.

Tango milonguero

Ho notato come, con il farsi dell’età e degli anni di tango alle spalle, molti dei miei amici stiano rivolgendo il loro sguardo all’universo milonguero.

Premesso che le categorizzazioni, nel contesto di una danza che trae le sue origini e vive dentro il sentire popolare, non sono di mio gradimento, mi scopro favorevole all’individuazione di un mondo milonguero diverso da tutto il resto.

Premetto che non è questione di ghetto, di esclusione, di mondo a parte è, semplicemente, un diverso approccio.

La mia personale esperienza, credo possa senza dubbio partire, in termini di formazione, dal cosiddetto “tango tradizionale”/ classico, quindi abbraccio chiuso e dinamica più “corta”/asciutta. Poi, nel tempo, grazie a incontri e stimoli artistici credo di aver centrato la mia personale attitudine espressiva che, sicuramente, si trova a cavallo tra più mondi.

Milonguera pura, di sicuro non sono, anzi…

Osservando le dinamiche di pista, mi rendo conto che le mie corde tanguere suonano accordi diversi, nel senso che, il mio corpo, la mia anima, il mio carattere, il mio cervello, la mia creatività hanno bisogno di movimento, di spazio, per esprimersi.

Una sala di milongueros, è, di norma, una sala “ordinata” ossequiosa a un canone non espresso ma seguito, la ronda è pulita, geometrica, precisa. Un coro che canta armonico, un corpo energetico che si muove con affinità. Pure molto bello da vedere. Preciso.

Il “resto del mondo” di solito, è un bordello. Il caos, la “caciara”, il disordine ma, nonostante questo, chi ama il genere, trova sempre i suoi spazi espressivi, motori, e tutto quello che gli serve per ballare con gusto.

Non c’è un giusto e uno sbagliato, solo sapori diversi. In entrambi i casi, però, il codice assoluto è l’educazione e il rispetto: per il partner, per gli altri, pure per la pista (per “l’energia” della pista, per la sua particolare onda).

Da ballerina dinamica devo dire di aver scoperto, nel mondo milonguero, uno stimolo – per me – molto utile: ballare dentro.

Definisco: ballare dentro è farlo con un carattere di maggiore intimità, dando spazio a un ascolto ancora più “sottile” e a una risposta altrettanto sottile. Non è sentire di più o meglio è solo sentire/ascoltare diversamente dagli altri modi.

Le pulsazioni diaframmatiche che caratterizzano, di frequente, i ballerini milongueri, richiedono molta attenzione/concentrazione/sensibilità alla ballerina che dovrà muovere rispondendo a marche quasi sussurrate.

Non nascondo che mi riesce pesante, a volte, impegnarmi così tanto nell’ascolto poiché, la marca che passa da un respiro, esige totale coinvolgimento e concentrazione.

Ricordo una tanda di qualche mese fa, pista in overbooking, piena che più di così era impossibile, movimenti quasi impercettibili dei ballerini ed io, con la mia carica energetica a voler esplodere, lì in mezzo. Però… l’abbraccio che mi cingeva era di quelli specialissimi, di un danzatore che con delicatissimi tocchi, ha reso il mio corpo un pianoforte. Sotto le sue marche i miei movimenti rispondevano a un piano e a un forte musicale e fisico, diventavo i tasti che suonavano una croma e una semicroma, piuttosto che un allegro o un adagio.

Una di quelle tande che ti raccontano un sacco di cose, anche di te stesso e della magia unica di un abbraccio capace di colorare di sé tutta la stanza. In mezzo a centinaia di persone racchiuse in un fazzoletto di spazio, ho provato la sensazione di ballare in un limbo senza tempo, senza ostacoli, senza un io e un tu, senza corpo. Solo energia vibrante.

Provare per credere.

Pimpra

IMAGE CREDIT foto mia

 

 

FRONTE LIBERAZIONE TETTE. (post per sole donne)

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Dopo tanto, tantissimo tempo, mi sono recata al negozio di intimo per il riassortimento completo dei miei reggiseni. Non lo facevo da tempo perché, essendo portatrice sana di tettine definite “a coppa di champagne”, il reggipetto non si usura, poiché non sottoposto a particolare trazione nella direzione della gravità.

In una parola a me il reggiseno serve per creare il volume che la Natura non mi ha donato o, semplicemente, per celare il segreto di capezzoli sempre piuttosto… “guizzanti”.

La faccio breve: vado al negozio e mi faccio assistere dalla commessa che può essere tranquillamente mia figlia. Mi piace da subito perché apprezza il mio profumo di nicchia… ed è una cosa che ti mette in attitudine positiva.

Il primo interrogativo è che non so quale sia la mia taglia, credevo che con l’età il seno fosse cresciuto, invece no.

Provo almeno 8 modelli e tutti mi stanno d’incanto, facendomi percepire una meravigliosa sensazione. Il solo “neo” che le mie tette sono sì inguainate morbidamente in un delicato pizzo elasticizzato ma non appaiono affatto ingrandite, piene, insomma come se fossero “aiutate”.

Certo che la comodità ne guadagna immensamente.

Allora mi chiedo: nella premessa che i geni del marketing non fanno mai nulla a caso e si confrontano con gli stilisti, relativamente alle tendenze del costume, ne deduco che la sparizione di tutte quelle orride imbottiture che servivano a farci apparire delle maggiorate, sia avvenuta perché:

  • una ENORME fetta di popolazione femminile oramai ricorre alla chirurgia plastica, sin dalla tenera età, e quelle dotate e “naturali” sono in aumento
  • finalmente anche le tette piccole hanno ottenuto un riconoscimento sociale in merito alla loro sensualità, sicuramente di nicchia, ma per veri intenditori.

MORALE.

Ho speso un fracasso di soldi, sono felicemente “piatta, come mamma mi ha fatto”, eppure mi sento super sexy e pure estremamente comoda.

Allora, sai che c’è? Evviva il … FRONTE DI LIBERAZIONE DELLE TETTE (da tutta la gommapiuma inutile!)

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

 

 

DI TANTO IN TANGO. I QUI PRO QUO

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Sull’onda del post precedente, un’altra grande questione da affrontare sono i … qui pro quo della milonga.

Sarà capitato a più di qualcuno di farsi dei film mentali incredibili su certi atteggiamenti di taluni in milonga: una volta ti saluta, una volta sei trasparente, una volta ballando ricevi complimenti, poi diventi trasparente, tu credi di mirare e ti viene infine detto “ma non mi guardi mai” oppure “non vedi mai che ti miro” e tu, accidenti, non vedi per davvero perché – è il caso mio- le lenti a contatto con il calore si appannano!

I motivi dei fraintendimenti sociali possono, a buona ragione, definirsi infiniti e creare disagio che, a volte, può sfociare in antipatia, disturbo e tanti brutti sentimenti di cui possiamo felicemente fare a meno.

Non saprei definire l’origine o quali sono i motivi per cui, una sana comunicazione, verbale e non, a un certo momento grippa e fa andare tutta la relazione nel casino, ma tant’è.

RIMEDI.

Personalmente opero una prima valutazione di massima: quella persona mi interessa? Tengo alla “relazione”? Oppure posso tranquillamente vivere senza?

Se la risposta è affermativa, cerco il modo per interagire e, in modo diretto o indiretto, confrontarmi con la persona.

Più e più volte mi è accaduto di chiarire fraintendimenti di natura così stupida che, una volta svelati, hanno fatto immensamente ridere sia me che la persona coinvolta. Ciò è accaduto con donne e con uomini, indistintamente.

Il problema più grande, secondo me, non è “stracapirsi” perché succede e basta, ma aver voglia di chiarire il misunderstanding.

E poi, ti pare che le cose fluiscano di nuovo al meglio, eviti di sentirti il piccolo/a Calimero della situazione, ne beneficia l’autostima e, la vita in generale, va via più leggera…

OLE’! 🙂

Pimpra

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