NELLA PENOMBRA, MI ASPETTA

credits Ludovica Paloma

Questo lunghissimo periodo di astinenza tanguera ha tolto moltissimo, specie nel corpo, e nello stesso tempo ha fatto ordine in certi pensieri arruffati, in alcune credenze sbagliate facendo spazio a una profonda e vivida riflessione.

E’ facile intuire come il corpo risenta dello stop.

La tradizione popolare argentina deifnisce i movimenti dei tangueros come la cosa più naturale del mondo “bailar el tango es como caminar“, omettendo il trascurabile dettaglio che si tratta di una camminata ad elevatissimo indice di complessità. La scelta soggettiva sta nell’altezza in cui si vuole posizionare l’asticella della propria goffaggine.

Non aprirò il mio sermone su quanto sia fondamentale dedicarsi alla “long life learning tanguera“, assioma fondamentale di ogni soggetto danzante: non si deve mai smettere di studiare per migliorarsi o, semplicemente, per non peggiorare (troppo), ne va del gusto che si può offrire e ricevere nel corso della milonga.

La sosta forzata mi ha costretta a prendere atto di taluni aspetti che non mi ero mai data il tempo di analizzare, di assumere e di metabolizzare poi.

Nei discorsi sul tango si parla sempre dell’abbraccio, uno dei cardini di cui si ammanta la connessione, magica parola che ci proietta immediatamente dentro il cuore sacro del tango.

Questi mesi protratti di buio e di silenzio però, mi hanno offerto una chiave di lettura che non avevo trovato in precedenza.

IL TANGO E’ LO SPECCHIO.

Un tempo, il mio asse corpo/sensazioni, era tarato per dare una risposta immediata all’abbraccio che ricevevo. Abbraccio morbido=”devo essere più flessuosa e docile possibile”; abbraccio presente ma non costrittivo=”yuppy qui si va via dinamici”; abbraccio destrutturato=”povera me!”, abbraccio stretto che non respiro=”fatemi uscire subito dalla gabbia!” e così per le millemila sfumature dell’abbraccio ricevuto e, spero, donato a mia volta.

Io ero una ballerina “fuori”, nel senso che cercavo un dialogo verso l’altro, a volte perdendo di vista chi fossi o, se per qualche ragione non riuscivo ad andare verso, diventavo una ballerina “aggressiva”, prendendomi ciò che desideravo, proponendo assertivamente al leader, il quale, se molto evoluto in termini di preparazione e apertura mentale, accoglieva con piacere questo impeto. Ma sempre di “impeto” si trattava. Azione/reazione.

Questi lunghi mesi di buio mi hanno costretto dapprima, insegnato, poi, a riconsiderare tutto, me per prima.

Mi appare chiaro, oggi, che essere soddisfatta del “mio tango”, non significa prioritariamente aver “ballato bene” in senso “fisico”, ma piuttosto aver ballato bene con la parte più vera di me che balla con l’altro.

Ho capito che mentre ballo il partner è il mio specchio, un medium che riflette me stessa, aiutandomi a vedere, a sentire, a vivere le emozioni: la paura (di sbagliare il movimento), la dimensione del mio abbandono (quel lasciarsi andare totalmente all’ascolto), la frustrazione di percepire gli ostacoli che inconsciamente frappongo per giustificare un “non riesco a farlo/sentirlo, a farlo/sentirlo come vorrei, a farlo/farlo sentire bene”.

Ho compreso che lo specchio mediato dall’altro, il più delle volte in modo inconsapevole, è un bene preziosissimo. Posso e devo fare i conti su ciò che non desidero affrontare, devo guardare e starci in quella sensazione sgradevole, per capire che sono anche quella tanguera, quella donna.

Accettato il rimando, il tango si libera e diventa espressione leggiadra, passionale, fluida, timida, delicata, forte, allegra, struggente, melanconica, dolorosa … di ciò che siamo.

Mi ci sono voluti tantissimi anni per arrivarci, per capire fino in fondo l’impatto di questo ballo immenso che vive dentro di me e sa aspettare che io torni. Sempre.

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Domenica. Facciamo che è un giorno diverso dagli altri, facciamo finta.

Per prima cosa non ho ascoltato il bollettino di guerra.

Per seconda cosa mi sono fatta “meno cessa”: capelli, ceretta, crema corpo, profumo, sostituzione completa del combo quarantena.

Pulita, profumata, liscissima in tutta me, sono uscita nel giardino.

Primavera esuberante, uccellini in piena attività, i primi colori dei fiori novelli, una deliziosa bava di vento. Una cornice perfetta, ideale per dimenticare, per un istante, il demonio invisibile.

Ricerca e oramai scontato ritrovamento del quadrifoglio di ordinanza da dedicare, amuleto riscoperto, agli amici dei social.

Sono una privilegiata, ospite di una dimora con giardino e grande abbastanza da non togliere il respiro. Sono una privilegiata.

Sebbene parta da una condizione di vantaggio rispetto a molti amici costretti in meno piacevoli clausure, lo spirito mal si adatta allo stop forzato. Quindi 100 passi per le immondizie paiono già una libera uscita, qualche raggio di sole da prendere in t-shirt e lo sforzo di mantenermi positiva, ricacciando al destinatario tutti i pensieri funesti che mi arrivano.

Fare 200 passi respirando a pieni polmoni un’aria incredibilmente tersa ha mosso qualcosa dentro.

Musica nelle orecchie, piedi sull’erba e via mi sono scatenata in quello che chiamerò lo “Stretching evolutivo”.

Adesso vi spiego, perché è praticabile ovunque:

  • musica a random negli auricolari, o, se siete metodici, scegliete la playlist preferita, o le sonorità che voi sapete ricaricarvi l’animo.
  • iniziate a muovere il corpo senza senso, magari ispirati dalla musica, lasciatelo letteralmente fluire dentro la musica, senza vergogna, senza ritegno, nei movimenti più assurdi, creativi, sgraziati, ampi che vi vengono
  • se ne avete la possibilità usate uno specchio dove vedervi, oppure le finestre del soggiorno, il contatto visivo è importante. Rafforza la connessione con noi stessi, impariamo dai movimenti sgrammaticati che facciamo a raccontarci una storia senza parole
  • nel frattempo respirate sempre più gioiosamente, più profondamente
  • il mio stretching è partito da movimenti veloci, forse suggeriti dalla musica che ascoltavo, poi, piano piano il corpo si è fatto più quieto, con movimenti lenti, ampi, delicati, fluidi. Una sorta di danza del respiro
  • dal momento della “quiete”, naturalmente, ho accarezzato i chakra, movimentandoli dal basso verso l’alto, come a sbloccare il loro flusso. Premetto che tutti i movimenti sono stati chiamati dal corpo regista dei movimenti.
  • la mente sopita in totale godimento di questi gesti senza senso ma di grande benessere
  • ho finito respirando alzando le braccia, come si fa alla fine di un allenamento, ma girando il corpo sui 4 punti cardinali. Su uno in particolare respirare mi dava piacere maggiore.

Questo curioso stretching sarà durato forse 20′, non lo so, ma garantisco l’effetto mirabolante sull’umore, sull’allegria, come una sorta di risveglio di una energia vitale rimasta assopita.

Vi suggerisco di provarci, potreste scoprire degli ineguagliabili benefici sull’umore.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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PAURA? NO GRAZIE.

Leggo in giro le esternazioni di molti amici che iniziano a dichiarare palesemente di aver paura. Una paura generica, irrazionale, motivata certamente dalla situazione che stiamo vivendo.

“Ho paura”.

Rispetto profondamente il sentire di ognuno e comprendo che il momento è estremamente insolito, ignoto e come tutto ciò che non si conosce o che si vive per la prima volta, possa spaventare.

Voglio condividere con voi la mia esperienza e come riesco – abbastanza bene – a contenere e a reprimere sul nascere la paura irrazionale.

La premessa è che la paura ci serve. Ma unicamente in caso di vera necessità, quando siamo in un pericolo reale, se un leone ci corre dietro perché ci ha preso per un sushi con le gambe, in quel caso benvenuta paura, ci farai correre più svelti o trovare un riparo dove proteggerci.

Diciamo che nella nostra vita reale pericoli di questo genere sono davvero ridotti, eccezion fatta per le normali strategie di prudenza, attraversamento di una strada trafficata ad esempio.

La paura di cui leggo in questi giorni però ha un’altra connotazione.

La mia ricetta di sopravvivenza: è un fatto acclarato che le paure sono costruzioni immaginarie del nostro cervello. Fate una prova, vi mettete tranquilli nel vostro salotto e iniziate a immaginare le peggio cose, vedrete che, nel giro di pochi attimi, qualcosa dentro di voi si metterà in allerta e, se insistete nella visualizzazione, dopo un po’ vi sarete davvero spaventati.

Analizziamo: avete creato paura semplicemente nella vostra mente, è un puro artefatto, un atto di creatività.

Per moltissimi anni ho avuto un sacrosanto terrore di viaggiare in aereo, causato da una brutta esperienza vissuta in un volo quando avevo 7 anni. Ogni volta che per lavoro o per piacere dovevo imbarcarmi erano tragedie: tachicardia, desiderio di fuga, ansia incontenibile. Poi, è arrivato il giorno in cui, da sola, avrei dovuto volare in India, si trattava di un viaggio di lavoro non potevo permettere alla mia paura di farmi fare una figura bambinesca con i colleghi e chiedere loro di tenermi la mano! Avevo con me l’EN, prescritto dal medico, una specie di salvagente se mi fosse preso il panico. Durante quel volo, ho avuto davvero tante ore per entrare in contatto con la mia irrazionale paura, l’ho toccata, l’ho guardata e, come per magia, ho capito che – con le mie mani – creavo una trappola.

Mi è stato chiaro che ero io il pericolo, cioè la mia mente lo era e, come per magia, ho smesso. Adesso volare è come andare in treno o su qualsiasi altro mezzo di trasporto.

Torniamo quindi alla paura di questi tempi. L’emergenza del contagio richiede prudenza, rispetto delle prescrizioni e, a meno che non siate soggetti molto anziani, portatori di patologie precedenti o immunodepressi, potete sentirvi sereni.

C’è la possibilità di verificare i dati statistici su siti autorevoli, ragionarci su a mente fredda, con logica razionale e rimanere tranquilli.

Una mente serena è maggiormente resiliente, sa adattarsi al nuovo e non viene turbata dal cambiamento.

Vi abbraccio,

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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C O R R E R E

Correre. Un verbo che, al solo pensarlo, sento un brivido sulla pelle. L’adrenalina risponde immediata facendomi salire le pulsazioni.

Correre. E’ la stessa eccitazione del sesso, o di una tanda perfetta.

Correre. Sono io.

Ci sono tantissimi effetti collaterali che ho vissuto in prima persona, quando il corpo piega se stesso in dolori lancinanti che da semplici fastidi che lo sportivo accetta come moneta da pagare in cambio delle sue endorfine, diventano così potenti da costringerti a smettere.

Quando è accaduto a me, ho chiuso definitivamente. Ho lasciato gli amici della pista con cui ho sputato sudore, lacrime, sangue e infiniti sorrisi. Era troppo doloroso dire a me stessa “Sei arrivata al capolinea, ti fa troppo male”.

E’ come dichiarare il fallimento di un grande amore o vivere un lutto. Entrambe le cose insieme. Tanta roba.

Il tempo scorre veloce e, un giorno, capisci che non hai altra medicina, perché tutte quelle che hai provato, non ti bastano più.

Lo osservavo sempre, quel rullo nero di gomma che ti rimbalza sotto ai piedi, cantando la sua nenia rumorosa e ritmica, lo osservavo da lontano, trattenendo il mio desiderio di domarlo a forza di falcate.

L’ho amato da lontano.

Ho fatto l’indifferente per lunghi anni, fino al tempo in cui il mio corpo è invecchiato ancor di più ma è guarito dai traumi dei miei anni trascorsi sulla pista di tartan.

Ieri ci siamo amati, come due amanti a lungo separati.

Ieri ho corso.

Ieri ho respirato.

Ieri ero viva e vibrante.

Ieri ho amato. Di nuovo, me stessa.

Ieri ho corso.

Pimpra

IL TEMPO DELLE VACANZE

La bellezza di stare in vacanza dall’ufficio è il tempo. Più cresco, più mi rendo conto di quanto ogni istante della vita sia prezioso, ogni singolo istante, ogni respiro.

Sto scrivendo dal mio giardino preferito che ho scoperto essere popolato di numerosi animaletti, anche non precisamente “carini”, la biscia verde, i topini, gli scorpioni e tutto il corredo naturale tipico della campagna.

Mi scopro troppo cittadina quando mi terrorizzo scorgendo le Gattonzole in modalità di cacciatrici, puntano la biscia per ucciderla. Lo scorpioncino scovato stamane mi ha impaurito pure lui. Ma che sono diventata, una fifona? Probabilmente sì…

Quanto mi è caro questo tempo che non sto riempendo, per la prima volta- credo- di mille e una attività. E’ un tempo diventato più lento ma molto più interessante, pregno di nuovi sapori. E’ la mente che può correre libera nei suoi pensieri, senza fretta, alla scoperta di nuovi territori, creando immagini e fantasie.

Eccomi a giocare a fare la scrittrice, nel giardino, sotto il grande carpino, melodie antiche di Brel ad accarezzare l’udito e a lambire l’anima, a portare a galla ricordi assopiti, a riconnettermi con una parte di me profonda, “antica” pure lei.

E’ così importante concedersi questo tempo di ozio creativo, di pausa.

Ho ripreso a sognare, a farlo ogni notte, la mente restituisce incredibili storie, il più delle volte appassionanti, avventurose, altre terrorizzanti, allora mi sveglio e mi accoccolo a chi ho vicino, cercando quel calore che scioglie le paure.

Arriva il tempo delle vacanze e l’energia ha preso la via di ciò che è sotterraneo come il Timavo che s’inabissa nel Carso scorrendo più impetuoso e vivace che mai, al riparo dalla luce e dal cielo.

Tra pochi giorni riemergerò alle fonti e tornerò quella di sempre, ho davanti una settimana di sole (spero!), di giochi, di sport, di quella vita attiva che è tanto parte di me.

Nel frattempo però la gioia di aver a lungo accarezzato, coccolato, il mio tempo è una sensazione di gioia impagabile e, ad oggi, sconosciuta…

Pimpra

VIBRANTI ARMONIE

L’estate è entrata prepotente, come una folata di vento inaspettata, e ha conquistato subito tutto: pelle e cuore.

Le prime luci del giorno mi accolgono con una carezza tiepida avvolta dai profumi morbidi dei fiori ancora freschi di notte.

I tigli stanno fiorendo e benedicono del loro languido sospiro profumato le strade cittadine. D’un tratto sei dentro una nuvola avvolgente che porta via i pensieri, e ti lasci andare a ricordi e dolcezze antiche.

Estate sono progetti di vacanze, scorribande serali in sella agli scooter alla ricerca del posto migliore dove farsi un tuffo. Di giorno e di notte.

Questa luce alta nel cielo che ci accompagna fino a tardi, quasi a volere trascorrere con noi anche la notte, questa luce, riesce ad illuminare anche le stanze più nascoste dentro di me.

Ho salutato un caro amico che, troppo presto, è partito per il suo viaggio. Il volto immerso in una beatitudine di cui ho solo sentito parlare e che ieri, per la prima volta, ho letto sul suo viso. Le lacrime sono sgorgate copiose perché non è mai facile dirsi arrivederci.

Eppure, nonostante tutto, ho letto la vibrante armonia della vita stessa che nulla butta via, ma tutto trasforma.

Pimpra

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MONDO PICCOLO

Nel mio peregrinare porto sempre con me l’odore di salmastro, le raffiche del mio vento di nord est, lo specchio argentato del mare. Un luogo senza il canto ritmato della risacca è come se mancasse del respiro e della vita.

In macchina sul far dell’alba, per raggiungere la campagna, per me come andare alla scoperta del nuovo mondo. Mentre macinavo i troppi chilometri che mi separano da qualunque destinazione non sia un generico est, cercavo di immaginare cosa avrei trovato, una volta a destinazione.

Ho sempre amato la campagna, ma quella che porto nel cuore è sempre molto triestina, una campagna a due passi dall’alto Adriatico a un tiro di schioppo dalla terra rossa del Carso.

La grande casa gialla mi accoglie come una donna dal seno prosperoso e i fianchi larghi, con il grembiule da cucina mentre sta tirando la pasta. Parcheggio e respiro immediatamente un’aria che sa di buono, di cose che nel mio quotidiano ho perso oppure, semplicemente, dimenticato.

Ci sono papaveri che costeggiano le strade del borgo, un piccolo miracolo per i miei occhi di cittadina abituati ai riconoscere solo le sfumature di grigio asfalto. Mi sembra di doverli proteggere tanto sono belli, e più di una volta ho sbandato tanto ero presa a rimirarli.

L’erba è alta, ha una sfumatura di verde quasi trionfante. La pioggia intermittente di questi giorni è la sua cura di bellezza più efficace.

Comincio a sentirmi a casa, in questo spazio aperto, nel casolare che mi accoglie con la sua storia centenaria raccontata dai muri di argilla. Qui il cellulare si prende una pausa, per mettere in pausa me e non riceve il segnale.

La campagna chiama, pretende attenzione, vuole essere guardata, scoperta, amata come merita. Non posso smettere di sentirmi viva. Nelle parole del maestro che mi insegna come usare la reflex, perché poi, quella terra lussureggiante, florida, timida e melanconica, andremo a fotografarla.

Guareschi ci racconta della Bassa e della sua gente, dell’animo contadino e ruspante di Don Camillo e Peppone e la nostra macchina fotografica ripercorre quei luoghi traducendoli nel presente.

Alla sera, davanti alla stufa, il fuoco riscalda la luce della stalla dove, anche la voce calda dallo spiccato accento parmigiano, così morbida da infondere di vibrante emozione le parole di Guareschi, ci accompagna alla scoperta di un mondo antico che vive immutato nel cuore di questa speciale parte di Emilia.

Ho gli occhi carichi di bellezza, di campagna, di casolari, di argini di fiume, di fiori di campo, di nuvole che si fanno belle e giocano rovesciandoci addosso secchiate d’acqua. Ma è tutto un ridere, correre in macchina, scansare l’ombrello, bagnarci come si faceva da bimbi, con allegria e innocenza.

Non sono ancora capace di raccontare con le mie immagini questa bellezza, e pure le parole mi fanno difetto per esprimere il calore di chi mi ha accolto ed ospitato.

Se potete, regalatevi questa esperienza. Qualcosa dentro di voi riprenderà a vibrare, forte, di buono.

Questo è il mondo piccolo: strade lunghe e dritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti
(G. Guareschi)

Pimpra

Il luogo sede del workshop fotografico lo trovate qui oppure qui

UN CANDIDO BUONGIORNO

Continuo a pensare che la neve che si presenta in città sia sempre un grandioso fastidio. Problemi di viabilità come minimo, per non parlare poi quando il manto innevato candido prende i colori dell’urbe, divenendo grigio e sporco come l’asfalto. E’ deprimente vedere tanta bellezza deturparsi.

Stamattina la bora ha placato il suo canto roco, le Gattonzole, stranamente, non mi hanno buttato già dal letto al terzo ripetersi della sveglia, al contrario, hanno preso posto vicino a me. Me ne accorgo perché, all’improvviso, qualcosa ostacola i movimenti, sono i loro corpi appoggiati al mio. Si avvicinano e si sistemano accanto mentre sono completamente dentro ai miei sogni, non so come sanno capire quando la loro umana è perduta tra le braccia di Morfeo. Ma lo sanno.

Facciamo colazione in compagnia, i gesti sono sempre gli stessi, la nostra danza del risveglio: loro mi precedono festanti in cucina, con le code bene alzate, ad uncino, miagolano gorgheggiando, si strusciano sulle mie gambe mentre preparo le ciotole con il loro cibo e poi, più gioiose che mai, intingono la testa nel recipiente iniziando a sgranocchiare.

E’ il mio momento di pace, accendo a basso volume la radio e guardo fuori dalla finestra. Ogni giorno il paesaggio subisce una variazione, sia per il colore dell’alba e i riflessi delle nubi, se piove o se c’è vento. La finestra diventa un arazzo regalato da un artista ignoto, ed io quel paesaggio lo godo, vedendolo diverso e sempre uguale.

L’emozione più grande la regala la neve, specie quando arriva inaspettata.

La tazza di orzo fumante tra le mani che solo a guardare il paesaggio un brivido mi corre lungo la schiena.

E’ il momento di accertarmi di quanto sia bassa la temperatura, esco sul balcone e aspiro l’aria pungente come fosse un nuovo profumo da scoprire. La sorpresa non manca, perché l’aria profuma di neve.

Ad ogni nevicata, negli anni più verdi della vita, corrispondeva una giornata speciale, il pupazzo allestito in giardino, la battaglia a palle di neve, la vespa 50 special che, impunita, mi lasciava a piedi che lei, il freddo e la pioggia non li gradiva e decideva che basta, non voleva accendersi più.

Ricordo le mani e i piedi eternamente gelati, i jeans stretti che sembravano puntellati di infinitesimali spilli, il naso rosso e lacrimevole di brina, gli occhi che pizzicavano per il freddo e per i cristalli di neve che entravano.

Sono passati gli anni, tanti, ma le emozioni sono sempre le stesse, uguali a quelle di sempre.

Dentro un fiocco di neve, ritrovo tutte le piccole me che sono stata. Oggi, ne ho aggiunta una nuova.

Pimpra

FOTO MIA

AI MIEI GUERRIERI

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Ho tantissimi Amici che stanno combattendo.

Non si tratta di battaglie fatte con le armi, si tratta di quelle fatte con il cuore e la forza di volontà, con il desiderio di uscire da situazioni difficili, con la volontà di riprendere – gioiosamente – le redini della propria vita.

C’è molta umanità intorno, ci sono ancora esseri umani che hanno un cuore enorme e che sono capaci delle cose più grandi, delle imprese più improbe, di scalate impossibili.

Sono intorno a me.

La loro forza mi infonde coraggio e determinazione per le mie battaglie, per i miei ostacoli da superare, per la mia visione del limite.

Ecco, questo “limite” che, troppo spesso, decidiamo di mettere davanti ai nostri occhi, è in realtà un paravento al nostro agire.

Non abbiamo limiti se desideriamo fortemente raggiungere un obiettivo, modificare una situazione ostile, o, semplicemente “evolvere”.

Questa attitudine cosciente e creativa, consapevole della intrinseca forza è sempre legata alla determinazione e non ci rende duri, freddi, in atteggiamento di difesa verso il nostro prossimo, ma, al contrario, aperti, solidali, pronti allo scambio.

Tutto questo mi stanno insegnando i miei Guerrieri, e porto la loro voce nella mia vita quotidiana, ricordandomi che la ferita guarisce e la pelle si fa più forte. Che il bello porta con sé anche una parte di brutto e che gli occhiali con cui guardiamo la realtà possono essere cambiati, sostituiti.

Concludo con un bell’urlo gioioso : STICAZZI OLE’!

Mi rimbocco le maniche e via!

Pimpra

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