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UN CANDIDO BUONGIORNO

Continuo a pensare che la neve che si presenta in città sia sempre un grandioso fastidio. Problemi di viabilità come minimo, per non parlare poi quando il manto innevato candido prende i colori dell’urbe, divenendo grigio e sporco come l’asfalto. E’ deprimente vedere tanta bellezza deturparsi.

Stamattina la bora ha placato il suo canto roco, le Gattonzole, stranamente, non mi hanno buttato già dal letto al terzo ripetersi della sveglia, al contrario, hanno preso posto vicino a me. Me ne accorgo perché, all’improvviso, qualcosa ostacola i movimenti, sono i loro corpi appoggiati al mio. Si avvicinano e si sistemano accanto mentre sono completamente dentro ai miei sogni, non so come sanno capire quando la loro umana è perduta tra le braccia di Morfeo. Ma lo sanno.

Facciamo colazione in compagnia, i gesti sono sempre gli stessi, la nostra danza del risveglio: loro mi precedono festanti in cucina, con le code bene alzate, ad uncino, miagolano gorgheggiando, si strusciano sulle mie gambe mentre preparo le ciotole con il loro cibo e poi, più gioiose che mai, intingono la testa nel recipiente iniziando a sgranocchiare.

E’ il mio momento di pace, accendo a basso volume la radio e guardo fuori dalla finestra. Ogni giorno il paesaggio subisce una variazione, sia per il colore dell’alba e i riflessi delle nubi, se piove o se c’è vento. La finestra diventa un arazzo regalato da un artista ignoto, ed io quel paesaggio lo godo, vedendolo diverso e sempre uguale.

L’emozione più grande la regala la neve, specie quando arriva inaspettata.

La tazza di orzo fumante tra le mani che solo a guardare il paesaggio un brivido mi corre lungo la schiena.

E’ il momento di accertarmi di quanto sia bassa la temperatura, esco sul balcone e aspiro l’aria pungente come fosse un nuovo profumo da scoprire. La sorpresa non manca, perché l’aria profuma di neve.

Ad ogni nevicata, negli anni più verdi della vita, corrispondeva una giornata speciale, il pupazzo allestito in giardino, la battaglia a palle di neve, la vespa 50 special che, impunita, mi lasciava a piedi che lei, il freddo e la pioggia non li gradiva e decideva che basta, non voleva accendersi più.

Ricordo le mani e i piedi eternamente gelati, i jeans stretti che sembravano puntellati di infinitesimali spilli, il naso rosso e lacrimevole di brina, gli occhi che pizzicavano per il freddo e per i cristalli di neve che entravano.

Sono passati gli anni, tanti, ma le emozioni sono sempre le stesse, uguali a quelle di sempre.

Dentro un fiocco di neve, ritrovo tutte le piccole me che sono stata. Oggi, ne ho aggiunta una nuova.

Pimpra

FOTO MIA

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DOMANDE SENZA RAGIONE

giardino zen

Me lo sono sempre chiesta.

Com’è che in certi giorni l’umore è pesante come il coperchio di Baudelairiana memoria, grigio come la cappa che ricopre Milano a novembre, asfittico come un mazzo di ciclamini recisi?

Mai trovato la risposta.

Altre volte, invece, il mondo gira dalla parte giusta e, intorno, anche il panorama di una fabbrica spenta sembra un bell’esempio di archeologia industriale e la nebbia appiccicosa diventa una carezza sul volto accaldato. Ma solo a volte.

E’ lo sguardo che posiamo sulle cose, a fare la differenza.

Quanto mi piacerebbe isolare la molecola del benessere, di quel senso di felicità dinnanzi al nulla cosmico, bolla di sapone iridiscente che galleggia nella testa, certi giorni.

E non lo posso fare, e non lo so fare.

Quindi metto in tasca l’euforia di un giorno qualunque di un inverno in paltò leggero, accantono la riserva di eudaimonia per il giorno in cui la luce accecante della primavera mi ferirà gli occhi, invece di farmi sorridere.

E mi godo ogni attimo in cui, per una strana magia, intorno, tutto sembra terribilmente vivido e vibrante e vittorioso sul buio…

Pimpra

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