CHI BEN INIZIA

Ci pensavo in questi giorni facendo colazione, ascoltando Nicoletta Carbone (“Obiettivo salute”, radio 24, n.d.r.) promuovere stili di vita salutari, che tutto sommato faccio vita sana: mi sveglio presto al mattino, mangio in modo corretto, non bevo, non fumo e faccio movimento/sport.

A ben pensarci è la storia della mia intera esistenza, salvo qualche periodo di peccatucci alcolici dovuti vuoi alla giovane età, vuoi a periodi bui dell’esistenza, per fortuna totalmente risolti.

Lo sport mi accompagna dalla più tenera età, sicché mi ritrovo nel mio autunno biologico, tutto sommato, in discreta forma complessiva.

Ovviamente mai dire che “va tutto bene” perché in quell’esatto istante una tegola ti colpisce in testa, infatti così è stato, non essendo esente dalla tradizionale sfiga. La piccola disavventura mi ha costretta a modificare completamente le mie abitudini.

Ho iniziato a camminare come la più convinta ForrestPimpra. La cosa di per sé nemmeno male ma ingestibile nell’economia di una vita moderna carica di cose da fare. Ecco che, per la prima volta dopo l’infanzia, nella mia vita, è tornata prepotente la bicicletta.

Sto finendo di allestirla per rispondere alle mie esigenze, nel frattempo, assaporo l’esperienza.

Dopo pochissimi giorni di utilizzo, noto degli incredibili benefici, non tanto sul fisico tout court, quanto sull’umore.

Quei pochi minuti che, sulle due ruote, separano la mia abitazione dall’ufficio, mi regalano una sferzata di gaiezza e divertimento fanciulleschi che non provavo da tempo.

Una giovanile signora di mezza età che porta una bici fichissimamente tecnologica, cattura lo sguardo quasi come un paio di Louboutin tacco 12, non l’avrei mai detto, invece è così! A onore del vero, il negoziante dove ho acquistato la mia meravigliosa bici lo aveva pronosticato (in triestino) “Te vederà in quanti adesso te farà la tira! Non te poderà creder!” (Vedrai quanti [uomini] adesso ti corteggeranno! Non ci potrai credere!). Infatti, non ci potevo credere ma…

Ad ogni semaforo sento appiccicati gli sguardi degli scooteristi (maschi) che studiano il mio mezzo, la bici è davvero carina da matti, poi guardano me, strabuzzano gli occhi, mi guardano le gambe e, me ne sono accorta, pure il sedere. Questi sono “gli invidiosi”.

Poi c’è la categoria di quelli che definisco “anime ambientaliste” che, con lo sguardo, benedicono ogni ciclista perché é il solo a non inquinare l’aria con i suoi scarichi gassosi. Li vedo che mi guardano, mi seguono con lo sguardo e mi rivolgono un sorriso aperto e gentile che, puntualmente, ricambio.

Oggi, al semaforo, mentre mi faccio più piccola di quanto non sia già per non intralciare i mezzi a motore, un ragazzo in autobus, mi ha agganciato con lo sguardo, sorriso e salutato con la mano. E che faccio non gli rispondo? Ovvio che sì.

Queste piccole gentilezze, le occhiate benevole dei vecchiettini che mi sono grati quando li lascio passare sulle strisce perdonali, le occhiate di complicità con i ciclisti come me, e la cascata di endorfine che si attivano con il movimento, mi fanno arrivare in ufficio decisamente di buon umore.

Oggi la sfida è impegnativa: tira bora forte, in scooter so come si fa… speriamo che in bicicletta sia più o meno la stessa cosa e che nostra Signora Bora Nera non mi porti in trionfo… tié facciamo le corna!

Pimpra

SONO UNA CICLISTA URBANA. IN ERBA.

Un mese fa, un martedì qualunque, mi è capitata una disavventura, un improvviso svenimento che mi costringerà ad un lungo periodo di stop, precauzionale, dalla possibilità di condurre mezzi a motore.

TRAGEDIA.

Abito in semi periferia, in una zona malservita dai mezzi pubblici e poi, inutile dirlo, sono una scooterista fin dentro al midollo, piuttosto che prendere il bus vado a piedi.

Così ho fatto: 30′ di camminata vivace ad andare (in ufficio), altri 40′ per tornare (è salita tutto il percorso), tempo perso per ogni attività debba fare in città.

I primi giorni camminare non era nemmeno un fastidio e, di fatto, non lo è nemmeno adesso, il problema è il tempo che perdo durante il tragitto. Di certo riempio questi momenti saturando le orecchie di telegiornali, ascolto le rassegne stampa, insomma arrivo a destinazione mediamente piuttosto informata di politica ed economia, quindi bene. Il problema sono le ore che mi mancano per fare le attività ordinarie della mia routine quotidiana.

Un giorno, presa dallo sconforto ho deciso: bici elettrica.

Va detto che a Trieste, la bicicletta non è precisamente il mezzo più utilizzato per muoversi, complici le salite di cui la città è costellata. La tecnologia, in questo senso aiuta, poiché la spinta offerta dal motorino elettrico permette di affrontare ogni asperità di percorso.

Così oggi festeggio il mio giorno n. 1 da ciclista urbana.

Ho ritirato nel pomeriggio il mezzo e, con un’adrenalina che non posso descrivere, dopo le necessarie spiegazioni d’uso, mi sono immessa nel traffico.

Un altro mondo, un’altra sensazione, un velato timore, i sensi in allerta, attenzione ai suoni, ai movimenti, e poi le gambe a spingere, il respiro da regolare, gruppi di muscoli che dopo poco ti raccontano che non li hai usati per troppo tempo.

Una scoperta anche piuttosto gioiosa.

Devo mettere mano all’armadio, rinnovare l’abbigliamento tecnico che per lo scooter funzionava ma non è adatto alla pedalata. Una piccola grande rivoluzione.

Il mio giorno n. 1, ho pedalato con Scimano a 7, aiuto batteria low. Alla fine avevo mal di gambe.

Sono una figa, super atletica. Lo so.

Pimpra

MOBILITA’ SOSTENIBILE E PROBLEMATICHE DA RISOLVERE

Dopo una vita passata a scorrazzare sulle due ruote dello scooter, mi trovo catapultata – non per mia volontà – nel mondo della mobilità sostenibile, in una parola, per un anno niente motori per la sottoscritta unicamente bicicletta.

Considerato che la città in cui abito si connota per continui saliscendi, la mia scelta verso un velocipede elettrico è stata quasi obbligata.

Ho scoperto un universo di possibilità, di modelli, di performance del mezzo accumunati da una costante: il prezzo esorbitante (almeno per le mie tasche bucate).

Fino ad oggi, e sono trascorsi quasi 30 giorni senza poter guidare alcunché, sono sopravvissuta, nel senso che, casa mia, dista praticamente un raggio di 3 km dalle mete cittadine che mi interessa o devo raggiungere. In pratica: ho camminato assai, tutta salute, certo, ma un discreto e non sempre possibile, dispendio di tempo. Finisce che devo mettere sempre in conto 30′ (più o meno scarsi) di tragitto per raggiungere le mie destinazioni. Ovviamente altrettanti per il ritorno.

Stavo per comprare una bici elettrica da una fabbrica polacca trovata sul web, poi però, una visita informativa presso un rivenditore locale, mi ha fatto cambiare idea.

Morale della favola: sto aspettando la piccola Ferrari, come altro chiamare un mezzo con quel prezzo?!, che dovrebbe arrivare in settimana. Nel frattempo cammino e osservo.

Noto come, nonostante ovunque si parli di mobilità sostenibile, di lotta all’inquinamento e tutti i bla bla bla del caso, ad esempio, manchino quasi del tutto gli stalli dove poter correttamente e con un minimo margine di sicurezza, posteggiare il prezioso mezzo a due ruote.

Questa bici, dove la assicurerò mentre sarò in palestra? Dalla parrucchiera? A bere l’aperitivo? Insomma in tutti quei luoghi cittadini in cui normalmente ci si reca?

PRATICAMENTE DA NESSUNA PARTE!

Capite bene l’angoscia che mi sta salendo all’idea di non trovare un luogo idoneo di parcheggio, dove alloggiare il prezioso bene in potenziale balia di ladri.

Vero è che nessuno stallo protegge le biciclette dalla possibilità di essere rubate e mi chiedo come fanno i possessori di questi mezzi elettrici così costosi a fare sogni tranquilli. Ho decisamente un mondo tutto da scoprire.

Nel frattempo, come una bambina di 4 anni, non vedo l’ora di ricevere la telefonata del rivenditore che mi annuncia “Signora, può venire in negozio, la bici è arrivata”.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ZIBALDONE D’AUTUNNO

Domani entriamo nella nuova stagione, capitolo che si apre, almeno qui nel lontano nord est, con una giornata di bora festosa, capace di rallegrarci con le sue raffiche pur rinfrescando decisamente il l’atmosfera.

Mi sembra ieri quando tornavo dalle vacanze, una settimana di mare a cavallo tra agosto e settembre in un’isola piccola come una gemma preziosa. Periodo ideale, meno gente, meno caldo, meno generale frenesia.

Il primo giorno d’autunno rappresenta un nuovo inizio: gli studenti tornano a scuola, le vacanze sono riposte nello scrigno dei bei ricordi, ognuno di noi pianifica le attività invernali, immaginando i più svariati progetti.

Quest’anno percepisco una nota diversa, quasi si trattasse di una doppia rinascita.

Riprendono anche le attività ludico/culturali, nonostante la serie di paletti dettati dalla situazione contingente. In palestra, a dio piacendo, si può accedere già da un po’ e così pure al cinema e al teatro. Rispetto al tango, francamente non mi è chiaro lo stato dell’arte da un punto di vista legislativo, ma, da quanto leggo e vedo, mi pare che l’attività sia ripresa alla grande. Mi sembra un miracolo.

La bacheca di FB si sta ripopolando di immagini di persone che ballano, che vanno a maratone a festival, tornano gli inviti agli eventi in presenza e la sensazione è che pure il respiro abbia ripreso a pieni polmoni.

Quest’anno e mezzo di stop forzato ha lasciato degli strascichi, togliendomi parzialmente quella gaiezza esagitata che è tanto parte di me. Manca la scintilla che avevo sempre in questo periodo, vivo da troppo tempo in uno strano stato di quiete che non mi appartiene, come fossi imprigionata dentro una bolla.

Poi però stamattina, prima che la sveglia mi riporti nel mondo, la prima gatta mi raggiunge a letto strusciando il muso sulla mia mano addormentata, appagata dalle carezze si accovaccia appoggiata a me e inizia il suo canto vibrato di fusa. Passa qualche istante e la raggiunge la sorella che trova il suo posto insieme a noi, in una sorta di puzzle di pelo e zampe, infine, ultimo solo perché maschio e distratto, con un gran clamore di miagolii richiedenti attenzione, si presenta il piccolo della famiglia, sale sul lettone pure lui, malamente accolto dalle Gattonzole che gli intimano di stare lontano da me. La burba obbedisce e prende posizione, ultimo della fila ma parte del gruppo.

Mi risveglio così, circondata di amore felino, accolta da una frizzante giornata “tipicamente triestina” di bora e penso che non c’è motivo per essere tristi o demotivati, è iniziato l’autunno e tutto va bene.

Buoni nuovi inizi a voi tutti!


Pimpra

 

16.00

 

LA SUPER EMPATIA

C’era un tempo in cui una persona a me vicina mi definiva “La signora Alberti” appellativo conquistato sul campo a forza di “consulenze del cuore” offerte a piene mani ad amici e conoscenti.

E’ così da quando sono poco più di una bimbetta che alcune persone, mosse da non so quale ragione, mi venissero vicino a chiedere consigli.

E’ molto facile, per me, mettermi nei loro panni, ascoltarli, ragionare insieme sulla situazione e darne la mia personale interpretazione. Giusta o sbagliata che sia, ha sortito sempre un positivo effetto sulla persona perché, almeno, si sente ascoltata.

La mia passione per l’animo umano doveva – probabilmente- diventare la mia professione, ma altre strade hanno preso il sopravvento, e tant’è.

Ciò detto, ho riscontrato incredibili e profonde ferite esistenziali, in quella categoria di persone che possiedono un dono preziosissimo: la super empatia.

Da Treccani

Empatia

In psicologia per empatia (termine derivato dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung), si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Il termine viene anche usato per indicare quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Voi capite che questa capacità di comprendere va assolutamente gestita, poiché, trattandosi di un’energia psichica potentissima, come una macchina sportiva, bisogna saperla guidare.

Uno dei rischi più grandi che corre l’empatico (per non parlare del super empatico, colu* che è così sensibile e in connessione da anticipare desideri, sensazioni dell’altra persona), è di perdere completamente la capacità di percepire/analizzare i dati oggettivi, i comportamenti reali, la situazione che condivide con l’altro.

Di solito sono queste persone così dotate che si mettono a completa disposizione, ascolto, supporto, sostegno… dell’altro perdendo completamente di vista se stessi, i loro desideri, la loro vita, divenendo, molto spesso, bersaglio prediletto di coloro che- assolutamente privi di empatia, ne fanno fonte primaria di approvvigionamento, in tutti i sensi che vi vengono in mente.

L’empatico, diciamocelo, se non è ben strutturato, è il primo dei fragili, di quelli che vengono manipolati e manco se ne accorgono, tanto il loro cuore è buono e pure fesso diciamocelo.

Di contro, bisogna dire che l’empatia non si insegna, è la capacità di entrare in vibrazione con altri esseri viventi, animali, piante, in modo così forte da riuscire a creare relazioni, legami.

Faccio parte pure io della squadra dei super empatici.

Fino ad ora, lo ammetto senza reticenze, ho avuto molti riscontri “di cuore” che mi hanno regalato un profondo senso di gioia, ma, molte più ferite e dolori inferti da quelle persone che l’empatia non sanno manco come si scrive.

La cura l’ho trovata, e mi ricollego a quanto ho scritto poco sopra: l’empatia è una macchina da corsa, potentissima, bisogna saperla guidare o ci si schianta.

Come si impara? Innanzitutto convergendo quelle potentissime antenne vibrazionali all’interno di noi stessi, non verso il mondo, come sempre facciamo, andando a scoprire chi realmente siamo, cosa nascondiamo, quali sono le NOSTRE ferite che non ci diamo mai il tempo di curare.

Fatta la connessione tra l’io e il me, bisogna STUDIARE, approfondire, andare alla ricerca di quel senso profondo di cui percepiamo la nota sonora ma facciamo fatica a cogliere l’intera melodia.

Quando l’orchestra che siamo comincerà a suonare e noi ad ascoltarla, sarà il giorno in cui la nostra empatia, non solo aiuterà chi ci verrà vicino, ma non permetterà a nessun* di usarla contro di noi.

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

VADO A RIPRENDERMI LA GIAGUARA

Ricordo perfettamente la prima milonga a cui partecipai tantissimi anni or sono, la luce tenue della sala, illuminata, ai miei occhi, esclusivamente dallo scintillio dei tacchi a spillo delle ballerine.

Fu colpo di fulmine, amore a prima vista, estasi totale.

I piedi delle tangueras disegnavano merletti sul pavimento della sala, inondando i miei occhi di grazia e sensualità.

Immediata dentro di me la spinta a diventare anche io portatrice di quella leggiadria felina capace di raccontare, senza parole, quale donna fossi. La donna che ho scoperto per la prima volta indossando proprio quelle scarpe a stiletto con cui danzare.

Il tango non parte dai piedi, non basta scimmiottare grazia e adornos con le estremità, è un movimento che trova la sua radice al “piso” da cui prende energia e la convoglia nel corpo verso l’alto e poi torna alla terra. Una simbiosi armoniosa che produce linee e movimenti fluidi.

Per una ballerina, di qualsiasi danza, lo stop del corpo è il primo dramma esistenziale: viene meno la confidenza, la sensibilità, l’equilibrio… come il collasso di una struttura lungamente costruita, solidificata, lavorata, resa flessuosa.

Una danzatrice non si deve fermare mai, come un musicista.

La pandemia, su di me, ha avuto un effetto devastante, nel senso che ha congelato, in tutto e per tutto, il mio essere: “ho smesso di …” allenarmi, ballare, fare sport, essere donna, sentire la vita scorrermi sulla pelle.

Congelata. Mai provato una simile sensazione in tutta la mia vita.

La primavera arriva, sempre, e la notte cede il passo al giorno nascente ed eccomi qui, ammaccata, con lo sguardo ingrigito ma finalmente pronta a VIVERE come piace a me, con il sangue che scorre caldo nelle vene e lo sguardo che punta all’orizzonte.

Ed è tornato anche l’amore più grande, gatti a parte, quel tango che avevo congelato dentro l’iceberg insieme a me.

Adesso è tempo di lavorare sulla tecnica, sul corpo che deve ritrovare il suo assetto, la sensibilità, il piacere del movimento di cui ha contezza, l’equilibrio leggiadro sui tacchi.

E poi c’è lei, una persona speciale, una Maestra che a lezione dona tutta la sua passione, senza tenere nulla per sé, la “Giaguara assoluta”, colei che basta guardarla camminare e pensi “La voglio anche io la sua stessa falcata, quel tocco felino al pavimento, quell’eleganza di gatta e di Jaguar insieme”.

Il tango è tornato, la donna si sta risvegliando e, con i giusti appoggi (grazie Maestra!), indossare quotidianamente i tacchi torna ad essere un piacere.

Questo post è dedicato ad E., già la immagino schernirsi dall’imbarazzo.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Marco Piemonte

Tango Shoes: modello Pigalle di Regina Tango Shoes

80

Un numero pieno e incredibilmente ricco, di vita, di esperienze.

8 messo disteso è il simbolo dell’infinito. Vorrà pure dire qualcosa.

Non so nemmeno immaginare come saresti, ipotizzo solo i tuoi occhi azzurri che sapevano essere immensamente delicati o taglienti come lame di ghiaccio.

Non importa immaginarti, perché sei tutto dentro di me, in quella che sono, in molte delle cose che penso, nel modo che ho di vivere la vita.

Scrivendo queste semplici parole sorrido allo schermo del pc, è come se fossi dinnanzi a me e mi sorridessi anche tu, con i tuoi baffetti di sempre e il tuo inconfondibile profumo, trasparente e limpido come te.

Tanti auguri papà, oggi è il tuo giorno speciale.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

CUORE ANIMALISTA. MA A QUALE PREZZO?

Sono consapevole che il particolare momento storico impone riflessioni su ben altri temi ma so anche di aver bisogno di pensare ad altro.

Sin da bambina mi era evidente l’amore e l’attrazione verso il mondo animale (serpenti esclusi, mio animale del PANICO ASSOLUTO). Con mio padre abbiamo in tutti i modi cercato di convincere la mia giovane mamma a prendere un cane. Opposizione assoluta fino a che cedette ma a condizione che la mia pagella (2 elementare) riportasse tutti 10.

Mi impegnai molto ma, i numeri maledetti mi tesero una brutta imboscata e caddi, macchiando la pagellina con un 9.

Mio padre, amante dei cani come la sottoscritta, provò in tutti i modi a convincerla ma niente, ferrea come un generale con le sue truppe.

Gli anni passano, l’amore per gli animali resta, il papà se ne va da questa terra e il primo amore dei vent’anni, per consolarmi dal dolore, mi regalò il primo cane della vita: una pastore tedesca.

Vi risparmio le urla furibonde di mia madre, quanto fosse arrabbiata con l’allora ragazzo (che pure stimava moltissimo) per averla costretta a vedere il suo nucleo familiare tornare a 4 soggetti, ma di cui uno a 4 zampe.

Gli anni passano, anche la dolcissima Andy è volata sul ponte dell’arcobaleno, dopo una vita piena d’amore ed io divento una donna adulta, con la sua casa.

Arriva la Pimpra, la mia adorata persianina rossa che è stata con me per ben 15 anni.

Poi sono arrivate le Gattonzole che colorano la mia vita di felino amore.

Qualche giorno fa, nel piccolo rifugio preparato presso la casa che mi ospita in tempo di lockdown, si è presentato un gattino bianco e nero, evidentemente bisognoso di cure. Raffreddato, denutrito, pieno di parassiti.

L’ho preso immediatamente sotto la mia ala protettiva per i primi giorni, sperando che del buon cibo e un caldo riparo potessero, da soli, bastare a far star meglio la creaturina. Ma così non è stato. Vedendo la bestiola sempre più sofferente, non ho esitato a farla visitare dal veterinario. Portato a curare appena in tempo: bronchite, otite, parassiti e giardia. Un bel mix che, considerata la giovane età felina e il crollo delle temperature previste dal meteo, l’avrebbero portato alla morte.

Ho convinto il mio ospite a ricoverarlo all’interno, in una sorta di camera di isolamento, poiché, sia per ragioni mediche che di relazioni feline, il contatto con le Gattonzole, non era consigliabile.

Premetto che non mi sento una santa per il mio gesto, credo, semplicemente, di aver messo in pratica quel sentimento che porto da sempre in me stessa: l’amore per gli animali.

Tutto ciò detto e premesso, una riflessione sorge spontanea: prendersi cura di un animale ha dei costi davvero esorbitanti. Sono passate nemmeno due settimane dal ricovero del piccolo gattino e le spese sostenute per lui, si aggirano già intorno ai 200 euro, doblone più o meno. E non è finita.

Il piccoletto ancora non è guarito e di certo non smetterò di curarlo.

Essere animalisti “attivi”, ovvero persone che si prendono fattivamente cura di animali bisognosi che magari poi decidono anche di adottare, è proibitivo sotto il profilo economico.

Penso a famiglie di reddito basso che pure avrebbero desiderio di tenersi in casa una bestiola. Penso alle persone che vivono da sole che trarrebbero tanta compagnia dall’avere vicino un animale ma che non dispongono delle necessarie risorse.

Gli animali che vivono con noi, in stato di cattività nelle nostre case, sono membri della famiglia a tutti gli effetti e, come tali, devono godere delle cure che riserviamo agli altri (bipedi).

Ma come si fa? In tempi di crisi come questi, dove in molti perdono il lavoro e non riescono nemmeno a mantenere i figli?

Il piccoletto resterà sotto la mia tutela, mi occuperò di lui, sperando di poterlo tenere con me (dipenderà da numerosi fattori, sia di salute che di relazione con le mie Gattonzole) ma… quale destino per tutti gli altri? Per i meno fortunati?

Mentre godo dei suoi piccoli progressi giornalieri, farsi accarezzare, fare le fusa, chiamarci a gran voce, non posso dimenticare di tutti gli altri, molto meno fortunati di lui, del piccolo Juventus che, a quanto pare, ha segnato il rigore della vita.

Pimpra

UNA DOMANDA ME LA FACCIO: PERCHE’?

Photo by Belle Co on Pexels.com

Sta per concludersi la prima settimana in zona rossa che, nel mio immaginario, significa: tutti a casa. Si sta in smart working, si esce solo per necessità motivate e con certificazione. Si sta “isolati”.

Poi, la realtà: dinnanzi agli occhi, rosso rimane solo il conto in banca di coloro che, a causa delle ripetute chiusure/aperture di questo ultimo anno, hanno visto fallire la loro attività imprenditoriale o hanno perso il lavoro o non ne hanno mai trovato uno.

La realtà racconta di famiglie con figli che non sanno più dove sbattere la testa, cercando di fare la gincana di incastri tra il tetris delle sedute di DAD e il lavoro smart, quando ancora ne hanno uno.

La realtà mostra i più giovani accumulare rabbia e frustrazione che talvolta si esprimono in atti violenti verso gli altri o nei confronti di loro stessi, attraverso comportamenti autolesionistici.

La realtà di intere fasce di popolazione che stanno lentamente scolorendo, in preda alla morsa della depressione.

Guardo alla finestra e mi pare che questo gioco al massacro di colorare l’Italia, non porti i benefici effetti sperati. Le varianti del virus stanno correndo e i comportamenti della cittadinanza ESASPERATA , forse, non contribuiscono a limitare i danni.

A me pare che stiamo dentro a una pentola a pressione difettosa, pronta, in un attimo, a fare un grande botto.

Guardo alla finestra e sento prepotente la primavera penetrare i pori della pelle e ho voglia di vita, anzi, la vita mi prende e mi spinge per essere vissuta.

Mi comporto bene e sono ligia alle regole. Ho pure scritto da qui parecchi sermoni, l’anno scorso, sul fatto di tenere duro, mantenere alte le difese e seguire le regole.

Sono una brava cittadina, continuo a stringere i denti ma, francamente, non ci credo più.

Pimpra

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