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DOVE CI SIAMO PERSE? (post per sole donne, pippolotto annesso)

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Mentre sorseggiavo il caffè e programmavo gli impegni della giornata, per puro caso sono incappata in un video su FB che parlava di donne. La durata di 24′ ha fatto sì che ne vedessi solo uno spezzone e, ovviamente, poi ho perso il link… mannaggia. [grazie all’amica Anna, ecco qui il link che vi invia al citato video, qui]

I pochi minuti che gli ho dedicato, hanno comunque acceso numerose lampadine su alcuni stati mentali miei e, purtroppo, condivisi con molte altre donne.

Sono della generazione di quelli nati in pieno ’68, che sono stati bimbi negli anni ’70 e adolescenti negli ’80.

Ricordo perfettamente quando, da un vivere e da un sentire strettamente connesso al sociale, al gruppo, alle diverse e numerose umanità, intese nelle loro pregevoli sfumature (anni 70), d’un tratto siamo stati proiettati in un universo di significati alterati, indotti e spinti verso tutto ciò che era prettamente “apparenza”, manifestazione visibile, appartenenza in senso negativo poichè impostato solo su “status symbol” imposti dall’alto.

Ricordo che, allora, il mio corpo sportivo, la floridezza del mio viso ancora di bimba e le forme sontuose (abbondanti) del mio didietro, venivano prese in giro in malo modo. Aggredite, quasi, poichè non ideali al modello corrente.

Ricordo ancora quante lacrime ho versato perchè a me non piaceva uniformarmi, non avevo il corpo e l’apparenza di “tutte” (mingherline, alte, ma con grandi tette), io ero me, la ragazza sportiva, allegra, ciarliera e… i cui genitori non avevano (all’epoca) possibilità economiche grandiose per soddisfare le mie eventuali richieste di “simboli”.

Già, perchè noi siamo stati una generazione basata su “etichette”, formali e virtuali che gli adulti dell’epoca, ci hanno imposto.

Ricordo i miei sogni di ragazza, immaginavo me stessa in tailleur a dirigere un’azienda, una donna manager, realizzata ed indipendente. Non vedevo nel mio orizzonte immaginario nè famiglia, nè figli.

Un uomo in teorica gonnetta.

Affatto in connessione e sintonia con la sua femminilità, completamente repressa, chiusa, archiviata poichè, comunque, non corrisondente al “modello”.

E due stramaroni di questi modelli che hanno perseguitato la mia/nostra esistenza! Da quelli fisici (non hai le tette, il culo è troppo grande, sei in sovrappeso, sei bassa, hai le spalle troppo larghe e qui mi fermo) a quelli sociali e psicologici.

Crescendo, per fortuna, ci si libera un po’ di questi colossi che impediscono di vivere la propria esistenza, dandole il taglio che meglio si crede… ci si libera… insomma…

Guadata la boa dei 40, come una pirla, mi ritrovo dentro a questi cliché malati, con tutte le scarpe.

Se per 20 anni, conclusa l’adolescenza, vivaddio!, ho creduto di scegliere secondo le mie corde la vita che volevo fare (più o meno) e la persona che volevo essere, sbarchi nella “mezza età” e sei nella merda un’altra volta.

E certo, perchè a noi donne, ci smaronano di ideali impossibili da raggiungere, come se vita significasse perfezione. Ecco donne che a 50-60 anni ne devono mostrare 20 di meno, ragazze che non godono della loro giovinezza acqua e sapone e sembrano delle matrone (certo senza rughe e con un corpo da svenimento), perchè la società ci vuole “ggiovani”, strafighe, iper sexy, costantemente portate a sedurre il mondo intero.

Da quarantenne, mi guardo allo specchio e invece di cercare la vita che ho vissuto sul mio volto e sul mio corpo, vorrei cancellarne ogni traccia. Ciò è male, malissimo! Sticazzi, mi hanno beccato di nuovo nell’ingranaggio bestiale che mi obbliga ad essere ciò che non sono…

Fortunatamente ci sono gli amici, la famiglia e… un barlume di intelligenza che mi resta e provo a guardare ancora, e vedo me, quella che sono diventata a forza di sberle e sorrisi che la vita mi ha regalato fino a qui… e amo (finalmente) le mie tette piccole e il mio culo grande, perchè sono solo miei e va bene così.

Non è facile “ritrovarsi” in questo marasma di stimoli demenziali che provengono da ogni dove e sentirsi una giaguara serena e rilassata in pace con se stessa e felice di quello che è, adesso, in questo momento.

Vabbè, concludo il pippolotto invitando tutte Voi che siete meravigliose nella vostra unicità, nel vostro difetto e nella bellezza del pregio, ad AMARVI, come solo voi meritate davvero.

Per il resto: a fanculo tutti!

ALLEGRIA!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ps: mi sono scappate un bel po’ di parolacce… abbiate pazienza… 😦

 

 

 

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E’ TEMPO DI PREPARARSI. SAPERSI DIFENDERE.

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Sono rimasta molto colpita dalla notizia apparsa sul quotidiano locale relativa alla violenza sessuale a danno di una giovane di 17 anni che, alla fine di una serata nei luoghi del divertimento cittadino situati in provincia, ha preferito utilizzare il servizio navetta fornito dal comune per rientrare in città.

Servizio-navetta pensato per i giovani, nell’età dell’incoscienza e delle grandi bevute, per garantire loro un rientro a casa, in “sicurezza”.

MA QUALE???

La povera ragazza, trovandosi da sola nel pullmino (non era tardissimo e lei voleva rientrare a casa un po’ prima), si è vista letteralmente “assalire” dal conducente dello stesso mezzo e violentare.

SERVIZIO A TUTELA DEI GIOVANI.

Non voglio soffermarmi sulla nazionalità del conducente, pare fosse serbo, perchè, di fatto, è stato assoldato da chi di dovere che avrà fatto i necessari controlli, almeno spero…

Penso alla vita rovinata di quella povera ragazza, alla micidiale violenza che ha subito e non posso pensare che, se mai dovesse accadere a me, non saprei come difendermi…

Da qui la decisione presa: a settembre mi iscriverò a un corso di autodifesa personale.

Non ho manie nè velleità di “menar le mani”, desidero solo conoscere approfonditamente le manovre necessarie che mi permettano di liberarmi e di scappare perchè, da donna, cosa altro posso pensare di fare contro la furia violenta di un uomo (sperando che non sia più di uno…)

MALA TEMPORA CURRUNT.

Per la prima volta in vita mia, vedo, nella mia piccola città di periferia, volti di persone che, istintivamente, mi fanno paura.

C’è povertà, molta, c’è molta rabbia, tutti elementi che concorrono a generare violenza, perciò, mio malgrado, ho deciso di “prepararmi”.

Non sono affatto felice di sentirne l’esigenza, perchè non mi sento più di stare tranquilla e fiduciosa, come è nelle mie corde, e come ho sempre fatto fin qui.

Purtroppo il mondo cambia, e non si può mettere la testa sotto la sabbia, ahimè…

Pensateci, Amiche, meglio sapersela cavare. A prescindere…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

UNA QUESTIONE DI TACCO. POST PER SOLE DONNE

Una bella serata trascorsa sulle musiche di un Tj che amo molto, sarà che è proprio musicista vero e quindi ci sa fare.

Un caldo demoniaco che ho esorcizzato sperando contribuisse a combattere la ritenzione idrica e… uno sguardo attento posato sulla pista.

A parte che vorrei prendere a revolverate i sedicenti Maestri di tango che, a loro volta, non prendono a calci nel sedere i loro allievi che non hanno idea di cosa significhi RONDA.

RONDA= GIRARE INTORNO A UN IPOTETICO CENTRO DI UN CERCHIO… oppure trovare il centro di un rettangolo e fare lo stesso.

Ci possono essere più ronde, ovviamente, più veloci e più lente ma SEMPRE di forma circolare o ellittica!!!!

Ballare non significa cercare di doppiare la coppia che vi sta davanti, spintonarla, sorpassarla a destra e a manca!!! Porca miseria si tratta di ballare mica di fare una gara automobilistica!!!

Ciò detto, osservavo le donne presenti in sala. A spanne, direi abbastanza esordienti, sicuramente appassionate ma, con poca “polpa spolpabile” (ballerini più avanzati) con cui esprimersi.

Le osservavo danzare, tutte elegantemente vestite e curate, delle belle signore e signorine, niente da dire e, con stiletti affilatissimi ai piedi.

A parte una o due danzatrici che non avevano più di 8 cm di tacco, le altre svettavano dai 10 in su.

E si vedeva tutta…la difficoltà nella danza, per piedi/caviglie/gambe inabituate a radicare al terreno e a spingere.

Il tacco, per una donna che balla il tango è (quasi) tutto. Se non è bilanciato, se è troppo alto o troppo basso, la ballerina non riuscirà ad esprimere al meglio le sue capacità/potenzialità.

Per issarsi su vertigini a 10/11/12 cm,  oltre che una flessibilità dell’arco plantare che non tutte possiedono, serve una forza incredibile sulla pianta del piede, accompagnata da un buon gioco di polpacci per stare in rélévé (ovvero in appoggio sull’avampiede), quando il tacco si deve necessariamente sollevare.

Trarre l’energia dal “piso”, dal pavimento, se non allenate, dotate fisicamente, diventa impresa quasi impossibile oltre che offrire una resa estetica decisamente non brillante.

Danzatrici in bilico, in appoggio totale sul partner che, a questo punto, diventa una colonna dorica che serve solo a non collassare a terra.

Non è bello e non è buono per il vostro tango, care Ragazze.

Feci lo stesso errore pure io, tanti anni or sono, felice di potermi issare su tacchi altissimi, e baldanzosa di poterci ballare su. Non ho una formazione di classico, ma la fortuna di avere un buon collo del piede, sicchè, l’impresa più o meno mi riusciva.

Poi, ho incontrato la Maestra che mi ha fatto cambiare prospettiva, forzandomi a lavorare al pavimento e, suggerendomi con gentilezza, di scendere di centimetri.

All’inizio mi pareva una grande sconfitta, come se non potessi essere una degna tanguera, invece, ascoltato il consiglio, il mio tango ha preso una forma migliore.

Con il tacco più basso si riesce a spingere, si ottiene migliore equilibrio, si può essere più reattive e veloci, tutte caratterisctiche che rendono una danzatrice migliore.

Poi, ovviamente, ci sono le ballerine particolarmente dotate che fanno i miracoli anche su 12 cm, ma, credetemi, sono poche.

Gli stiletti a tutto spiano lasciamoli per una cena al ristorante, colà, non faremo danno e saremo delle splendide “Regine”! 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

INTOLLERANZE SENZA FRONTIERE

TORTA DI MELE E NOCCIOLE

La vita di un blogger può essere anche piuttosto divertente. In rete si conoscono persone davvero interessanti, piacevoli e molto stimolanti.

Una di queste amiche è Manuela, una food blogger, la cui casa virtuale vi invito caldamente a visitare: Una favola in tavola

Ebbene Manuela mi ha invitato a partecipare a un contest per far conoscere quanto si possa mangiare con gusto, anche se portatori di “intolleranze” (al glutine, al lattosio ecc.)

Dovevo preparare la ricetta che potete trovare qui, sul blog Cioccolato e liquirizia, cosa che ho fatto, apportando due piccole modifiche, determinate dal mio, personale gusto.

Ho aggiunto cannella sulle mele, e uva passa nell’impasto. Perchè a me piace così! 🙂

Il risultato estetico del mio dolcetto è veramente orripilante ma, chi l’ha gustato con me, assicura che vale il detto

“BRUTTO MA BUONO!”

Buoni dolcetti a tutti!

Passo il mestolo a Manuela!

Pimpra

Con questa ricetta partecipo al contest di Welda ed Elisa Intolleranze senza frontiere con Manuela di Una Favola in Tavola.

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L’hashtag per i social è #intolleranzesenzafrontiere

 

 

 

#GATTOPREMIO

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Il tempo passa veloce e cucciolandia sta abbandonando la sua dimensione “nana”, per una struttura adulta, benchè, ancora, oggettivamente, cucciole all’anagrafe .

4 mesi di divertimento, di scoperta, di conoscenza reciproca. Le mie Filles oramai sono compagne inseparabili di viaggio

Il Destino, questa curiosa forma di energia superiore che impregna di sè le nostre vite terrene, di solito, non sbaglia i calcoli. Ha messo accanto a me le bestiole in un momento di grande cambiamento delle mie abitudini di vita, come a farmi arrivare un supporto, una gioiosa compagnia.

Chi è scettico riguardo il potere della Pet terapy, dovrebbe ricredersi!

Dopo una giornata di lavoro prurigionosa, all’apertura dell’uscio di casa, due musetti furbi sono lì ad aspettarmi. Hanno l’espressione di chi si è appena svegliato da una siesta.

Saluti nell’atrio, strusciamenti, fusa, uncinata liberatoria sul tappeto e stretching alla schiena per loro, bacio sul naso alla loro umana (io), grattatine alla pancia.

Ok, inizio la seconda parte della giornata, si cena in compagnia, si gioca, si guarda la tv (la sottoscritta e loro a momenti!), poi, ad un certo punto della serata, è il momento di  #gattopremio.

La pratica di #gattopremio consiste nel: recuperare un gatto, portarlo sul divanetto, accoccolarselo sul petto/sterno/stomaco, regalargli una dose dedicata di carezze dove più gli piace.

Effetti terapeutici: un tempo minimo di 15′ di fusa ad alta frequenza, grandi gesti di affetto del gatto, strusciamento, dimostrazioni visive di amore totale (nessuno sa guardarmi negli occhi come loro!), riconoscenza. Poi, a seconda delle volte: entrambi i soggetti cadono in un sonno profondo, oppure il gatto si sistema sullo schienale del divano, in grandissima prossimità del suo umano che, nel frattempo, è andato a prendere l’altro gatto per la successiva sessione di #gattopremio (vabbè, io ne ho due…)

Le mie Ragazze sanno che orami questo è il nostro mantra serale e vi si adeguano con serena e pacata partecipazione.

La morale è che: con loro vicino, poi dormo meglio. Il relax è più profondo, più denso. La compagnia “sottile” di un gatto ha un sapore particolare, non è invadente e, soprattutto, riesce ad essere sempre sintonizzata sulla vibrazione emozionale del suo umano. Già, perchè le volte in cui sono pazza isterica, loro si avvicinano con più cautela, facendomi capire che devo, a mia volta, moderare lo stress. E lo faccio, e loro arrivano e mi riempiono di gattitudine benevola che mi fa tornare il buonumore e il sorriso.

Vogliamo poi parlare di quanto sia più piacevole svegliarsi al mattino?

Dopo i primi rintocchi della sveglia due pazze scatenate cominciano a saltarmi letteralmente sul letto, facendo dei grandi agguati alle mie estremità nascoste dal piumone. Se l’umana non reagisce, saltano più forte, se non reagisce ancora, si accertano del suo stato vitale parcheggiando nelle nari della sottoscritta, cira 5 cm di baffi e vibrisse mentre annusano vistosamente il volto.

E poi, vogliamo mettere di quanto sia divertente essere assistite dai quadrupedi mentre si espletano le funzioni vitali???? Le prime volte ero morta dall’imbarazzo, adesso ci rido su!

… vita da gatte… 😉

Pimpra

 

 

 

 

 

 

 

QUANDO IL “VINTAGE” E’ EVOLUTIVO

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C’è una sottile forma di malinconia nell’amare gli oggetti del nostro passato. Certo, non si deve restarne assurdamente legati, ma conservarne un piacevole ricordo non guasta.

Ti rendi conto di diventare “grande” (che la parola vecchio proprio non mi garba), quando la mente torna indietro e ricorda con amorevole grazia dei pezzi della tua storia che oramai senti lontani.

E’ lo scorrere del fiume che, nell’immaginazione, può fluire al contrario.

Tutto questo per dire che il genetliaco si avvicina e, quest’anno, avrà un colore decisamente diverso. Non dico peggiore, non dico migliore. Dico diverso.

Mi tocca far mente locale a quante candeline dovrei mettere sulla torta perchè è come se la testa avesse deciso di fermarsi a contare con un qualche anticipo, onde evitare che, nel tentativo di spegnerle tutte, nel frattempo non si incendi la torta! 😀

Eppure, proprio in questi giorni ho messo mano a una importante, nuova consapevolezza di me: ho, in generale, molta meno paura.

La paura è un fenomeno emotivo che, quando mi prendeva, lo faceva in modo devastante, assolutamente incontrollabile. Potevo avere reazioni fisiche, saltellando, scappando, lo stomaco completamente chiuso, sudorazione folle, palpitazioni, scalmane… una tregenda! Per non parlare dello stato emozionale infausto del terrore che si impossessava di me nel tempo che una situazione ritenuta spaventevole (esami universitari, viaggi aerei, sessioni dal dentista… ecc ecc) si stava avvicinando.

Poi il tempo passa e, lavorando intensamente su di me, ho cercato in tutti i modi di combattere questo mio istinto primordiale troppo acceso. E… prova e riprova, insistenza su insistenza ci sono riuscita!

Adesso prendo un aereo senza dovermi bere una boccetta di En, vado dal dentista e sono capace di addormentarmi sulla sedia mentre mi smonta l’intera dentiera, se devo affrontare un esame di qualunque natura, la piglio con spirito zen.

Questo significa crescere e, allora, ben venga la sospirata “maturità”… se è così, ho solo di che guadagnare! 😉

Pimpra

 

 

 

LIBERI. FINO ALLA FINE.

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E’ così strano anche solo riuscire a pensare a qualcosa di diverso, di intenso e, per certi versi, pesante, in questi giorni.

Le città sono uno sfavillio di luci, la gente corre indaffarata portando in giro quintalate di pacchetti colorati. Ci si saluta, come mai durante l’anno, quando siamo  delle figure trasparenti agli occhi del nostro prossimo.

Ma è (quasi) Natale, allora tutti a scimiottare sentimenti, comportamenti richiesti da copione.

Poi, lì fuori, c’è la Vita Vera, quella delle persone che ne vivono ogni singolo respiro e quella di coloro che stanno morendo.

Oggi, mentre surfavo leggera sui pixel, incontro, come un tronco portato dalla marea, un video. Non li guardo mai, i video, che mi annoiano, ma questo ho dovuto. Il link qui .

Dominique oggi lascerà questa dimensione, per sua scelta, aiutata da una équipe di medici svizzeri. Forse, a quest’ora, è già volata via.

Mi sono commossa davanti al pc, ascoltando la storia di questa signora che, a tre mesi dalla scoperta della inguaribile malattia, ha deciso, consapevolmente, di mettere fine alla sua vita.

I medici le aveano prospettato da 1 anno a 3 anni di aspettativa, a fronte di trattamenti chemioterapici molto forti. E Dominique  ha detto di no, che non lo voleva fare. Che tutto il dolore che avrebbe dovuto sopportare, le era troppo.

Provo un senso di reverenziale rispetto per coloro che hanno un simile coraggio, non so se ne sarei capace e, allo stesso momento, sono fermamente convinta che non sia giusto dover emigrare in altro paese per decidere di percorrere la strada dell’eutanasia.

Dovremmo poter essere liberi di morire in casa nostra o, comunque, nel nostro paese. Anche il solo viaggio per raggiungere il ponte del non ritorno in un altro dove, è una sofferenza in più che il futuro “suicida” dovrà sopportare.

“Suicida” perchè l’atto finale di staccare la presa di corrente con la vita, lo si deve attuare in assoluta autonomia.

Non mi piace questo termine, per definire chi, costretto (da una malattia inguaribile o da una depressione insostenibile) sceglie l’ultima via.

Sono persone coraggiose ed estremamente determinate che hanno saputo accettare il loro destino, la malattia, senza rimanerne completamente intrappolati.

La morte, in fondo, è solo un cambiamento di stato.

Vorrei, da cittadina del mondo, poter vedere garantita a tutti gli effetti la mia libertà personale di essere umano. Togliersi la vita in una struttura che accompagna, non è divenire peso sociale, non è tradire la civiltà, non è atto di follia premeditata. E’ pura espressione del Libero Arbitrio.

In un mondo globale inquinato di trappole che ingannano e imprigionano, vorrei poter immaginare, al contrario, la libertà di essere umano.

Libera di vivere, se riesco. Libera di morire, se non ce la faccio più.

Cara Dominique, fai un buon viaggio.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

MARATHON CONVENTELLO HOUSE: LA WOODSTOCK DEL TANGO ROMAGNOLO

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Sapevo già cosa avrei trovato, mentre, sotto alla canicola, armavo il camper per la trasferta nella ridente terra di Romagna.

La maratona bucolica più bella che ci sia, in mezzo ai campi, tra le balle di fieno utilizzate nei modi più creativi, a casa di una famiglia specialissima che i “Bradford” dell’epoca, gli fanno un baffo…

Il mio sogno di inizio estate e quello di coloro che, insieme a me, hanno condiviso l’esperienza.

Parlare di tango è riduttivo, anche se sempre presente, a tutte le ore del giorno e della notte: sudatissimo, abbracciato, fuso nei corpi dei convenuti, o, meglio, dei “Conventelli”.

Oramai siamo una famiglia.

Quando riesci a scambiarti senza pudore alcuno, litri e litri di sudore, puoi ben dire che sei in intimità con l’altro.

Così come quando una ciabattona infradito amoreggia con un tacco a spillo… tutto è lecito, nulla  fuori posto, nemmeno il bermuda con il fantasmino… [beh… forse… quello 😉 ] e la gonnellina di pareo svolazzante.

Non ci siamo fatti mancare nulla, compresa una spassosissima lezione di burlesque, improvvisata da allieve e allievi che, coraggiosi, si sono messi alla prova davanti a tutti.

E le risate… quanto abbiamo riso…

C’era tutto ciò che si può desiderare per stare bene, in compagnia di tanti come te, che hanno una passione in comune e una strepitosa voglia di vivere.

Un ritrovo alla Woodstock in versione romagnola, quindi ancora più caloroso, affettuoso e dirompente.

Mi porto a casa un cuore gonfio di allegria, di tandas che ti restano nella memoria, di magliette strabagnate, di terra, di fieno (ovunque!), di amici vecchi e nuovi in un accordo musicale che ha armonizzato tutto questo in un equilibrio perfetto.

E’ doveroso ringraziare pubblicamente il grande cuore di Cristina e di tutta la sua famiglia, amici e collaboratori compresi, che ci ha aperto casa sua, conducendoci, una volta in più, dentro a una bolla di estatico piacere…

Pimpra

Ps: va doverosamente segnalato che, per ottenere “l’effetto Woodstock” ci hanno messo lo zampino ben 20 TJ che si sono alternati alla consolle. Inutile dire che, più di tandas e cortinas, ci hanno regalato veri fuochi d’artificio! BRAVI!

#TTYT 2015. BRILLIANT EDITION

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Ballare il tango argentino è una grande fortuna.

Innanzitutto sviluppa un alto tasso di benefiche endorfine che servono a lenire, ringalluzzire i nostri corpi stanchi e le nostre menti appannate. Aiuta a mantenersi elastici, fisicamente attivi e… non solo.

A prescindere da tutti questi positivi effetti, consente l’incontro, lo scambio e la condivisione con anime davvero molto speciali. Non si passa solo il tempo a cercare la tanda con il ballerino perfetto/a, si parla.

E non solo di grandi/piacevoli/leggere cazzate. Si parla. Di intimità profonde, di vita, di esperienze.

Se, accanto a tutto questo aggiungi un evento che ti coinvolge per tre giorni, a casa tua, circondato dagli amici più cari e da quelli che conoscerai per la prima volta, in location che esprimono al meglio la tua città, con i suoi paesaggi  i suoi colori i suoi sapori… beh… ma che ve lo dico a fare???? Non vi siete già iscritti al vostro primo corso di tango argentino? No? … peccato per voi!

Torno da una festa che definire grandiosa è poco, perchè, più dei fuochi d’artificio (che pure ci sono stati in pista), è stato un evento così pregno di amicizia che mi sembra quasi impossibile di questi tempi moderni.

Adesso la “traggedia” è viversi la settimana in gabbietta, chiusa tra le mura dell’ufficio che mi fanno sentire sempre più prigioniera… sempre più…

Tutto questo per dire GRAZIE agli Amici triestini che ci hanno regalato un’altra indimenticabile edizione del Trieste Tango y Tú.

… coraggio mancano poco più di 360 giorni alla prossima edizione!

😀

Pimpra

 

COME PERDERE L’ECCELLENZA: IL CASO DEL BURLO GAROFALO- post di denuncia #malasanità

d9_2_hospital_symbolNon si può sempre tacere ed accettare che le cose migliori che la città ha saputo costruire negli anni, poco a poco, perdano la qualità, il prestigio e il senso che avevano.

Oggi voglio denunciare, e so perfettamente di utilizzare un verbo dalle tinte forti, il degrado dei servizi dell’ospedale pediatrico infanitle della mia città, il Burlo Garofalo.

Premetto che mi duole il cuore ad utilizzare parole tanto dure nei confronti di una struttura ospedaliera amatissima in città. Praticamente tutti i triestini sono nati lì, da generazioni.

La crisi, i riassetti della sanità hanno, purtroppo, minato le basi del duro lavoro dei medici ospedalieri, e di tutti coloro che ruotano nel mondo dell’ospedale, dal personale amministrativo a quello infiermieristico ecc.

La mia esperienza che, purtroppo, è stata confermata dai racconti di altre donne, è che, il trattamento riservato alla paziente adulta, rasenta livelli di intollerabile sopportazione.

Il fatto: dovevo fare un’isterescopia. Un esame banalissimo, di routine.

Tempi di attesa: bibilici. Nel mio caso 2 mesi e mezzo.

Il giorno dell’esame, vengo ripresa dal ginecologo che avrebbe eseguito il prelievo, il quale parte con una manfrina sull’inutilità dell’esame dal momento che, in ragione della mia età, era molto normale avere ciò che avevo e che tanto avrei dovuto prendere degli ormoni.

Resto sbalordita e replico che la mia ginecologa era di opposto parere. Poi, tanto per farmi sentire a mio agio, mi preannuncia che avrei provato parecchio dolore e che, non avendo io avuto figli, l’esame era piuttosto difficoltoso da eseguire. Il tutto brandendo un aggeggio che sembrava un kalasnikov…

Temendo il peggio, stoica, ho replicato che il dolore l’avrei saputo gestire ma che facesse il prelievo.

A onor del vero, siccome la tensione tra il medico e me era palpabile, le infermiere dello staff, hanno cercato di tenermi tranquilla ed io, onde evitare di attivare tutti i muscoli del mio corpo, ho deposto le armi dialettiche, replicando con battute di spirito che hanno fatto sorridere il cerbero ginecologo.

La morale della mia storia è che, quel qualcosa va tolto e che, la sottoscritta, si è ben guardata dal tornare nell’ospedale della sua città, dove sono nati quasi tutti i triestini, preferendo “emigrare” nel vicino centro ospedaliero di Monfalcone.

Ho creduto di essere sbarcata sulla luna: personale gentilissimo, disponibile, struttura in perfetto ordine, il primario (addirittura!) che mi ha trattato come la più importante delle pazienti.

MORALE e poi smetto:

se una persona SCEGLIE o si trova a lavorare nella sanità, che sia il primo gradino della scala o il gotha dei professoroni, HA OBBLIGO  di tenere sempre a mente che le persone che DEVONO per qualche ragione frequentare la struttura, NON STANNO BENE.

Pertanto, non hanno nessuna voglia/desiderio/forza di sopportare/supportare le frustrazioni di coloro che, all’ospedale, ci lavorano. E so che sono tremende, e difficili da gestire, ma NON VANNO MAI RIVERSATE SUL PAZIENTE.

Perchè, se il mio spirito di sopportazione è basso o è diventato basso, DEVO cambiare mestiere dal momento che la mia professione E’ e RIMARRA’ sempre UNA MISSIONE.

E con questo, passo e chiudo.

Pimpra

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