CHI BEN INIZIA

Ci pensavo in questi giorni facendo colazione, ascoltando Nicoletta Carbone (“Obiettivo salute”, radio 24, n.d.r.) promuovere stili di vita salutari, che tutto sommato faccio vita sana: mi sveglio presto al mattino, mangio in modo corretto, non bevo, non fumo e faccio movimento/sport.

A ben pensarci è la storia della mia intera esistenza, salvo qualche periodo di peccatucci alcolici dovuti vuoi alla giovane età, vuoi a periodi bui dell’esistenza, per fortuna totalmente risolti.

Lo sport mi accompagna dalla più tenera età, sicché mi ritrovo nel mio autunno biologico, tutto sommato, in discreta forma complessiva.

Ovviamente mai dire che “va tutto bene” perché in quell’esatto istante una tegola ti colpisce in testa, infatti così è stato, non essendo esente dalla tradizionale sfiga. La piccola disavventura mi ha costretta a modificare completamente le mie abitudini.

Ho iniziato a camminare come la più convinta ForrestPimpra. La cosa di per sé nemmeno male ma ingestibile nell’economia di una vita moderna carica di cose da fare. Ecco che, per la prima volta dopo l’infanzia, nella mia vita, è tornata prepotente la bicicletta.

Sto finendo di allestirla per rispondere alle mie esigenze, nel frattempo, assaporo l’esperienza.

Dopo pochissimi giorni di utilizzo, noto degli incredibili benefici, non tanto sul fisico tout court, quanto sull’umore.

Quei pochi minuti che, sulle due ruote, separano la mia abitazione dall’ufficio, mi regalano una sferzata di gaiezza e divertimento fanciulleschi che non provavo da tempo.

Una giovanile signora di mezza età che porta una bici fichissimamente tecnologica, cattura lo sguardo quasi come un paio di Louboutin tacco 12, non l’avrei mai detto, invece è così! A onore del vero, il negoziante dove ho acquistato la mia meravigliosa bici lo aveva pronosticato (in triestino) “Te vederà in quanti adesso te farà la tira! Non te poderà creder!” (Vedrai quanti [uomini] adesso ti corteggeranno! Non ci potrai credere!). Infatti, non ci potevo credere ma…

Ad ogni semaforo sento appiccicati gli sguardi degli scooteristi (maschi) che studiano il mio mezzo, la bici è davvero carina da matti, poi guardano me, strabuzzano gli occhi, mi guardano le gambe e, me ne sono accorta, pure il sedere. Questi sono “gli invidiosi”.

Poi c’è la categoria di quelli che definisco “anime ambientaliste” che, con lo sguardo, benedicono ogni ciclista perché é il solo a non inquinare l’aria con i suoi scarichi gassosi. Li vedo che mi guardano, mi seguono con lo sguardo e mi rivolgono un sorriso aperto e gentile che, puntualmente, ricambio.

Oggi, al semaforo, mentre mi faccio più piccola di quanto non sia già per non intralciare i mezzi a motore, un ragazzo in autobus, mi ha agganciato con lo sguardo, sorriso e salutato con la mano. E che faccio non gli rispondo? Ovvio che sì.

Queste piccole gentilezze, le occhiate benevole dei vecchiettini che mi sono grati quando li lascio passare sulle strisce perdonali, le occhiate di complicità con i ciclisti come me, e la cascata di endorfine che si attivano con il movimento, mi fanno arrivare in ufficio decisamente di buon umore.

Oggi la sfida è impegnativa: tira bora forte, in scooter so come si fa… speriamo che in bicicletta sia più o meno la stessa cosa e che nostra Signora Bora Nera non mi porti in trionfo… tié facciamo le corna!

Pimpra

L’AVVENTURA INIZIA CON LA PRIMA PEDALATA

La scorsa notte ho faticato a dormire, esagitata come una bambina all’idea di cambiare mezzo di trasporto, di tornare alla bicicletta, come negli anni più verdi.

Diventare una ciclista urbana mette la donna di fronte a una serie di difficoltà da superare, in primis, il necessaire tecnico fondamentale per affrontare ogni tipo di meteo. Con lo scooter è uguale: sempre con me il kit da pioggia, così lo chiamo io.

In bicicletta la faccenda si complica poiché non ci sono bauletti contenitivi della mercanzia necessaria, sicché, lo zaino è il contenitore da usare (fino a che non attrezzerò il mezzo con le sacche laterali).

Problema n. 2 e siamo ancora sul tecnico: porto gli occhiali da vista, con il casco da moto, nessun problema, la visiera protegge da tutte le avversità metereologiche, ma in bicicletta? Il caschetto ne è sprovvisto, quindi, quando sarò sotto il diluvio, due le possibilità: tolgo gli occhiali e vedo quel che vedo oppure uso le lenti a contatto che mi danno un gran fastidio e che non sopporto quando lavoro davanti al pc, quindi dovrei organizzarmi per un “togli e metti” in ufficio. Fattibile e, temo, necessario.

Quando soffierà brutale la bora, affronterò il problema gelo, ma non adesso.

Lo zaino dicevo, dentro il quale devono starci: il kit da pioggia, il pranzo, il kit vestiti palestra, e, ovviamente la borsetta. Il solo elenco di questi oggetti richiede una capacità di non so quanti litri, cosa peraltro impossibile, considerato che mi devo muovere agile e lesta nel traffico cittadino.

La borsetta, dicevo, io che mi muovo portandomi dietro financo i mattoni di casa, ho dovuto micronizzare lei e il suo contenuto. Non lo credevo ma pure questo è stato possibile.

L’esperienza mi sta mettendo di fronte a una serie di sfide che, al momento, trovo più stimolanti che fastidiose, ma oggi è il mio giorno zero e, sebbene “bagnato”, mi sembra comunque molto fortunato!

Pimpra

SONO UNA CICLISTA URBANA. IN ERBA.

Un mese fa, un martedì qualunque, mi è capitata una disavventura, un improvviso svenimento che mi costringerà ad un lungo periodo di stop, precauzionale, dalla possibilità di condurre mezzi a motore.

TRAGEDIA.

Abito in semi periferia, in una zona malservita dai mezzi pubblici e poi, inutile dirlo, sono una scooterista fin dentro al midollo, piuttosto che prendere il bus vado a piedi.

Così ho fatto: 30′ di camminata vivace ad andare (in ufficio), altri 40′ per tornare (è salita tutto il percorso), tempo perso per ogni attività debba fare in città.

I primi giorni camminare non era nemmeno un fastidio e, di fatto, non lo è nemmeno adesso, il problema è il tempo che perdo durante il tragitto. Di certo riempio questi momenti saturando le orecchie di telegiornali, ascolto le rassegne stampa, insomma arrivo a destinazione mediamente piuttosto informata di politica ed economia, quindi bene. Il problema sono le ore che mi mancano per fare le attività ordinarie della mia routine quotidiana.

Un giorno, presa dallo sconforto ho deciso: bici elettrica.

Va detto che a Trieste, la bicicletta non è precisamente il mezzo più utilizzato per muoversi, complici le salite di cui la città è costellata. La tecnologia, in questo senso aiuta, poiché la spinta offerta dal motorino elettrico permette di affrontare ogni asperità di percorso.

Così oggi festeggio il mio giorno n. 1 da ciclista urbana.

Ho ritirato nel pomeriggio il mezzo e, con un’adrenalina che non posso descrivere, dopo le necessarie spiegazioni d’uso, mi sono immessa nel traffico.

Un altro mondo, un’altra sensazione, un velato timore, i sensi in allerta, attenzione ai suoni, ai movimenti, e poi le gambe a spingere, il respiro da regolare, gruppi di muscoli che dopo poco ti raccontano che non li hai usati per troppo tempo.

Una scoperta anche piuttosto gioiosa.

Devo mettere mano all’armadio, rinnovare l’abbigliamento tecnico che per lo scooter funzionava ma non è adatto alla pedalata. Una piccola grande rivoluzione.

Il mio giorno n. 1, ho pedalato con Scimano a 7, aiuto batteria low. Alla fine avevo mal di gambe.

Sono una figa, super atletica. Lo so.

Pimpra

QUALCHE DOMANDA DOVREMMO FARCELA

Classica routine del lunedì, una volta rientrata, incerta se indossare le scarpette e farmi una blanda corsetta, considerato che da un mese a questa parte mi reco e torno a casa dal lavoro a piedi, decido di fare la pigra e restarmene a casa.

La crew felina è in piena muta pelosa, pertanto mi sembra cosa buona e giusta, provvedere al passaggio dell’aspirapolvere. Conclusa l’operazione e svanita l’ultima molecola di volontà ginnica, nemmeno il videocorso di 20′ da fare a casa, mi metto ai fornelli per una bella cenetta sana e leggera.

Provvedo nel frattempo a cibare gli affamatissimi felini, poi la sottoscritta. La giornata volge alla sua parte più soave, il meritato relax che, di solito, è la mia cena consumata in solitaria, con la Zanzara che spara cazzate in sottofondo, il gingerino e il piatto verdure/proteine pronto sul desco e, il cellulare.

Ceno guardando Instagram che ha del demenziale, mi rendo conto, specie se penso alla mia età non più verdissima.

Niente, non carica il feed, metto e tolgo il wifi, cambio cellulare e continua a non funzionare. Non carica nemmeno FB, dannazione, e che cavolo pure watsup resta bloccato!

Tra un boccone di caponata e un sorso di gingerino, mando un sms al mio vicino di casa chiedendogli se pure a lui non va la rete che ne so forse a causa del maltempo. Mi risponde che il web è ok, solo l’universo Zuckerberg è bloccato.

MALEDIZIONE!

Il mio momento Panda della giornata è tutto in mano sua! Niente immagini, niente social, niente watsup, NIENTE.

All’improvviso mi sono guardata intorno, come sconcertata per quella “mancanza”, quel mio spippiolare sulla tastiera del cellulare, alla ricerca di stimoli che mi distraggono. Da cosa, non lo so, ma da qualcosa di sicuro.

Finito di cenare, con un certo latente fastidio, mi sono messa davanti alla tv e, guarda caso, nulla nella variegata proposta catodica è in grado di soddisfare la mia ANSIA di immagini.

Stamattina, pare, il problema sia risolto e mi sento più contenta.

Analizzo la reazione e mi rendo conto di quanto il mio comportamento sia stato malamente integrato in una logica che poggia sulla mia dipendenza. Male, molto male.

Ho perso la forza di leggere, perché faccio molta meno fatica a “guardare”, non riesco più a concentrarmi perché sono abituata ad essere invasa e pervasa da stimoli esterni, di un livello di complessità pari allo zero ma capaci di inghiottirmi.

Il buon Zuckerberg e tutti i suoi social/app collegati, per quanto mi riguarda, mi farebbero un gran servizio se andassero in down più spesso. Ho bisogno di risvegliarmi, di riprendermi da questa ipnosi collettiva, di rimettere in moto il cervello, quello che ho in dotazione, se esiste ancora.

Pimpra

IMAGE CREDITA DA QUI

TANGO E PSICHE POST COVID

Prima o poi, a dio e al governo piacendo, torneremo in pista. A dire il vero, molti di noi già ci sono tornati: i più gagliardi andando a ballare all’estero, dove era consentito farlo, alcuni nostrani potendo dedicarsi alle pratiche con partner fisso (… ma davvero avete ballato solo con il vostro partner..? ) e poi tutti quelli come me che stanno ancora aspettando l’apertura “ufficiale”.

Dopo questi due anni di delirio, mi chiedo, rimetteremo piede in pista come se nulla fosse accaduto o, qualcosa, dentro di noi, è cambiato?

Ne parlavo con alcune amiche, alcuni giorni addietro. Meditavamo sulla possibilità di andare a un Festival molto famoso che viene organizzato nella vicina Slovenia. Tappa fissa del peregrinare tanguero autunnale, divertimento assicurato, un gran bel festival. Inutile dire che alla sola idea, fiotti di acquolina tanguera inumidiscono la nostra bocca rimasta asciutta di tandas per troppo tempo, eppure…

Le regole sono chiare: certificato vaccinale, tampone, lo stesso schema preventivo e di controllo utilizzato da altri paesi europei, Svizzera in primis.

Abbiamo tutte concordato che è il solo modo, per il momento, per affrontare la pista ma, dopo pochi istanti, ad ognuna è venuto un rigurgito di ansia. “Ma chi abbraccerò? E se si è contagiato e non lo sa? E se mi attacca qualcosa? E se… ?”

La riflessione di oggi è questa: la prima milonga post pandemica, come ci troverà da un punto di vista psicologico? Di sicuro non uguali a prima.

Le persone che hanno vissuto questi due anni di clausura attenendosi ai precetti: niente vicinanza, niente abbracci, niente di niente, pure se vaccinate o guarite dal Covid, quale tipo di emozioni dovranno gestire la loro prima volta?

La fiducia, elemento imprescindibile dell’abbraccio tanguero, avrà la stessa potenza, la stessa intensità di sempre?

Saremo ancora capaci di abbracciarci realmente, senza schermi, senza limiti, mettendo tutto ciò che siamo dentro quell’abbraccio?

Me lo chiedo, perché, al momento, ancora non l’ho sperimentato.

La voglia c’è, ed è potente, quasi un’urgenza dell’anima, ma esiste anche quella fastidiosa sensazione di timore che crea un’emozione stonata, incompatibile con la bellezza del tango.

Non resta che saltare il fosso e, come tutte le prime volte, gestire l’emozione, lasciare andare via l’ansia e godersi l’esperienza!

BUONI – RITROVATI – ABBRACCI A TUTTI !

Pimpra

IL VIRUS E LA SALA DA BALLO. UN FALSO PROBLEMA.

Ho perso il conto, oramai, dei giorni che sono trascorsi dall’ultimo abbraccio dato in milonga, non lo so più, ho rimosso.

Sono stata “brava”, anzi “bravissima”, ho rispettato tutte le regole, mi sono astenuta, mi sono vaccinata (pur con tutti i dubbi, le perplessità, le paure), ho ottenuto il green pass, continuo a fare vita morigerata (fin troppo, una ottantenne probabilmente va al caffè con le amiche più di me), tutto per essere pronta al giorno in cui – FINALMENTE- pur con la necessaria prudenza, avrei rimesso piede in pista.

UN GIGANTESCO STICAZZI.

Ottobre del 2 anno di pandemia, contagi in calo, 75% della popolazione italiana vaccinata, mi aspetto di poter riprendere a ballare, così come stanno facendo in tutta Europa dall’estate, se non da prima.

In Svizzera, ad esempio, ballano da tempo: va esibito il certificato Covid (equivalente del nostro green pass) ovvero bisogna essere vaccinati con due dosi, guariti o avere un test negativo. Mi sembra così semplice, logico, funzionale, Svizzero! 🙂

In Italia tutta la popolazione della danza, del ballo sociale, del ballo di gruppo (discoteca) e di tutte le realtà che mettono il corpo e la musica al centro, restano fuori dai ragionamenti ministeriali, dall’attenzione del governo.

Fino a qui sono stata molto brava e super ligia però… come è possibile vedere alla televisione mega assembramenti in situazioni calcistiche (per dire) se pure all’aperto, ma in un vero e proprio assembramento, e poi vedersi negata la possibilità di un sano divertimento, pur applicando, come in Svizzera, un serio monitoraggio?

Mesi fa ho urlato la mia assoluta contrarietà a tutti gli eventi “carbonari” che persone che allora mi parevano senza scrupoli, continuavano ad organizzare. Oggi i tempi sono diversi, l’ora della quasi normalità è giunta, altrimenti, in questo ed in altri settori, fioriranno infiniti eventi, incontri, feste, milonghe, assolutamente clandestini, senza alcun tipo di controllo, potenzialmente pericolosi. Potenzialmente, lo ribadisco, poiché mi pare che i vaccinati, i guariti, o i tamponati con frequenza, oramai sono quasi la maggiornanza.

Da utente di una sala da ballo sono molto imbestialita di questa totale mancanza di considerazione, e capisco molto bene i veri professionisti che, una volta ancora, vedono il loro sacrosanto diritto di lavorare (art. 1 della nostra Costituzione) calpestato, offeso, ridicolizzato.

Pimpra

MOBILITA’ SOSTENIBILE E PROBLEMATICHE DA RISOLVERE

Dopo una vita passata a scorrazzare sulle due ruote dello scooter, mi trovo catapultata – non per mia volontà – nel mondo della mobilità sostenibile, in una parola, per un anno niente motori per la sottoscritta unicamente bicicletta.

Considerato che la città in cui abito si connota per continui saliscendi, la mia scelta verso un velocipede elettrico è stata quasi obbligata.

Ho scoperto un universo di possibilità, di modelli, di performance del mezzo accumunati da una costante: il prezzo esorbitante (almeno per le mie tasche bucate).

Fino ad oggi, e sono trascorsi quasi 30 giorni senza poter guidare alcunché, sono sopravvissuta, nel senso che, casa mia, dista praticamente un raggio di 3 km dalle mete cittadine che mi interessa o devo raggiungere. In pratica: ho camminato assai, tutta salute, certo, ma un discreto e non sempre possibile, dispendio di tempo. Finisce che devo mettere sempre in conto 30′ (più o meno scarsi) di tragitto per raggiungere le mie destinazioni. Ovviamente altrettanti per il ritorno.

Stavo per comprare una bici elettrica da una fabbrica polacca trovata sul web, poi però, una visita informativa presso un rivenditore locale, mi ha fatto cambiare idea.

Morale della favola: sto aspettando la piccola Ferrari, come altro chiamare un mezzo con quel prezzo?!, che dovrebbe arrivare in settimana. Nel frattempo cammino e osservo.

Noto come, nonostante ovunque si parli di mobilità sostenibile, di lotta all’inquinamento e tutti i bla bla bla del caso, ad esempio, manchino quasi del tutto gli stalli dove poter correttamente e con un minimo margine di sicurezza, posteggiare il prezioso mezzo a due ruote.

Questa bici, dove la assicurerò mentre sarò in palestra? Dalla parrucchiera? A bere l’aperitivo? Insomma in tutti quei luoghi cittadini in cui normalmente ci si reca?

PRATICAMENTE DA NESSUNA PARTE!

Capite bene l’angoscia che mi sta salendo all’idea di non trovare un luogo idoneo di parcheggio, dove alloggiare il prezioso bene in potenziale balia di ladri.

Vero è che nessuno stallo protegge le biciclette dalla possibilità di essere rubate e mi chiedo come fanno i possessori di questi mezzi elettrici così costosi a fare sogni tranquilli. Ho decisamente un mondo tutto da scoprire.

Nel frattempo, come una bambina di 4 anni, non vedo l’ora di ricevere la telefonata del rivenditore che mi annuncia “Signora, può venire in negozio, la bici è arrivata”.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ZIBALDONE D’AUTUNNO

Domani entriamo nella nuova stagione, capitolo che si apre, almeno qui nel lontano nord est, con una giornata di bora festosa, capace di rallegrarci con le sue raffiche pur rinfrescando decisamente il l’atmosfera.

Mi sembra ieri quando tornavo dalle vacanze, una settimana di mare a cavallo tra agosto e settembre in un’isola piccola come una gemma preziosa. Periodo ideale, meno gente, meno caldo, meno generale frenesia.

Il primo giorno d’autunno rappresenta un nuovo inizio: gli studenti tornano a scuola, le vacanze sono riposte nello scrigno dei bei ricordi, ognuno di noi pianifica le attività invernali, immaginando i più svariati progetti.

Quest’anno percepisco una nota diversa, quasi si trattasse di una doppia rinascita.

Riprendono anche le attività ludico/culturali, nonostante la serie di paletti dettati dalla situazione contingente. In palestra, a dio piacendo, si può accedere già da un po’ e così pure al cinema e al teatro. Rispetto al tango, francamente non mi è chiaro lo stato dell’arte da un punto di vista legislativo, ma, da quanto leggo e vedo, mi pare che l’attività sia ripresa alla grande. Mi sembra un miracolo.

La bacheca di FB si sta ripopolando di immagini di persone che ballano, che vanno a maratone a festival, tornano gli inviti agli eventi in presenza e la sensazione è che pure il respiro abbia ripreso a pieni polmoni.

Quest’anno e mezzo di stop forzato ha lasciato degli strascichi, togliendomi parzialmente quella gaiezza esagitata che è tanto parte di me. Manca la scintilla che avevo sempre in questo periodo, vivo da troppo tempo in uno strano stato di quiete che non mi appartiene, come fossi imprigionata dentro una bolla.

Poi però stamattina, prima che la sveglia mi riporti nel mondo, la prima gatta mi raggiunge a letto strusciando il muso sulla mia mano addormentata, appagata dalle carezze si accovaccia appoggiata a me e inizia il suo canto vibrato di fusa. Passa qualche istante e la raggiunge la sorella che trova il suo posto insieme a noi, in una sorta di puzzle di pelo e zampe, infine, ultimo solo perché maschio e distratto, con un gran clamore di miagolii richiedenti attenzione, si presenta il piccolo della famiglia, sale sul lettone pure lui, malamente accolto dalle Gattonzole che gli intimano di stare lontano da me. La burba obbedisce e prende posizione, ultimo della fila ma parte del gruppo.

Mi risveglio così, circondata di amore felino, accolta da una frizzante giornata “tipicamente triestina” di bora e penso che non c’è motivo per essere tristi o demotivati, è iniziato l’autunno e tutto va bene.

Buoni nuovi inizi a voi tutti!


Pimpra

 

16.00

 

VIVERE GREEN

Seguire i telegiornali, di questi tempi, è come assistere alla proiezione di un film dell’orrore: alla pandemia e ai suoi danni orami siamo abituati, che si per sé ha dell’incredibile, non bastasse, ci si mette pure la Natura impazzita con temperature infernali e incendi.

Mi fermo e, dolorosamente, riconosco che siamo noi la fonte di tutto lo scempio che stiamo vivendo. La responsabilità ci appartiene in toto e dobbiamo assumercela.

Detto questo, mi è chiaro che, io per prima, dalle parole devo passare ai fatti. Ma, come fare?

Innanzitutto la coscienza ambientale va costruita, possibilmente, da bambini, insegnando alle generazioni future a prendersi cura del nostro tanto bistrattato pianeta.

Poi ci siamo noi, gli adulti che dovrebbero dare il buon esempio. Magari.

Da pochi mesi ho cambiato ufficio, approdando in un nuovo contesto lavorativo che si occupa di ambiente, energia e sviluppo sostenibile. Ogni giorno scopro e imparo cose nuove, alimentando, allo stesso tempo, una coscienza ambientale che – lo ammetto – era piuttosto carente.

Iniziare a vivere “green” senza impiastricciarsi la bocca di parole che vanno di moda e basta, nel mio caso, significa iniziare con piccoli e virtuosi comportamenti.

Le immondizie che produco, ne sono il primo esempio.

Ho imparato che ogni risorsa può e deve essere riciclata per entrare in un virtuoso circolo in cui gli sprechi possano essere ridotti al minimo a beneficio delle risorse naturali.

L’inquinamento che produciamo può essere ridotto a partire dai piccoli gesti.

Ho citato le immondizie: plastica, carta, vetro e alluminio trovano sempre la corretta collocazione nei rispettivi canali di raccolta e smaltimento. Certo, mi sono dovuta organizzare, inutile negarlo, i bottini della differenziata non sono esattamente sotto casa, ma comunque raggiungibili.

Si tratta di fare un piccolo atto di volontà, un minimo sacrificio per un bene collettivo davvero molto grande. Piccoli gesti capaci di creare una lunga onda di comportamenti virtuosi.

Vogliamo mettere il piacere di immergerci in un mare libero dalle microplastiche? Pieno di pesci felici di sguazzare in acque cristalline? Per adesso sembra solo un’utopia, ma se ci impegniamo con costanza e determinazione, possiamo farcela. Anche perché siamo praticamente arrivati al punto di collasso del pianeta.

Io scelgo GREEN.

Pimpra

ELEGIA ADRIATICA

image credit Alessandra Cechet

Sono una sostenitrice accanita della “poetica delle piccole cose”, istanti di vita quotidiana che si palesano allo sguardo carichi di bellezza.

Vivo in una piccola città del lontano nord est adriatico, uno scrigno di tesori disseminati qua e là dalle raffiche di bora.

Dalle alture del carso, le generose fronde degli ippocastani centenari delle osmize offrono un approdo di gioiosa tranquillità, fino a scendere in riva al mare, dove il respiro dell’Adriatico infrange, sugli scogli di Barcola, la sua risacca.

Un piccolo mondo fatto di tante delicate perle, le passeggiate in Cittavecchia, arricchite dalla gaiezza di numerosi localini che offrono ai curiosi ogni tipo di scelta enogastronomica.

Ai triestini piace fare festa. Nella consuetudine burbera di alcune giornate in cui i volti che si incrociano per strada sono piuttosto tesi, manifestando un conclamato fastidio, specie il lunedì, arrivata l’estate, si rilassano in un giocondo sorriso.

La casa è rifugio obbligatorio solo in certe gelide giornate d’inverno, quando la bora nera si impossessa della città frustandola con le sue spire di ghiaccio. Solo allora, le pareti domestiche diventano ricovero necessario e quindi amato.

Ma d’estate…

L’invito dell’amica del cuore a fare il “TOCETO” del tardo pomeriggio, a Barcola. Ci andiamo in scooter, in doppia, approfittando del tragitto per scambiare una trama fittissima di parole. La costa è popolata come fosse giorno, non me lo aspettavo. Si direbbe che verso le 18.30 ci sia proprio un “cambio di turno” tra coloro che hanno trascorso l’intera giornata al mare e i nuovi arrivati.

Il sole è basso e poco prima dell’abbraccio al mare, colora l’orizzonte di un rosa intenso che sfuma in una calda nota arancione.

L’acqua è tiepida, offre un’immersione di liquido amniotico, il corpo si rilassa lasciandosi accarezzare dalle lievi increspature del mare.

Dalla bisaccia escono due calici, una piccola bottiglietta e del melone a tocchi, l’aperitivo perfetto, nel luogo perfetto, con la compagnia giusta.

Tutto vibra di gioia satura che mi viene voglia di fare il ponte, lì, sul mio asciugamano. La mia amica si vergogna un po’ ma mi lascia fare, è abituata oramai alle mie stranezze.

Il tempo ci scivola sulla pelle umida di salsedine, mentre ci godiamo questi attimi piccoli ed estremamente preziosi.

Tu chiamala estate.

Pimpra

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