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DI TANTO IN TANGO. LA PRIMA VOLTA NON SI SCORDA MAI. FTM MARATHON

27907644_10214138700037395_4858396170760010900_oLa prima volta non si scorda mai, lascia un segno indelebile nella memoria. Come è bello crescere ed avere la possibilità di viversi ancora “prime volte”.

Francoforte Tango Marathon la mia prima maratona all’estero.

La stessa intensa emozione della mia prima maratona in assoluto, la Tosca. La stessa curiosità, il desiderio di una nuova esperienza, la voglia di confronto e, sotto, anche quella sottile agitazione che regala il pizzico di sapore in più all’avventura.

Proprio di avventura si è trattato, voli cancellati il giorno prima che lo sciopero e il meteo avverso hanno provato in ogni modo a fermare i cuori appassionati di molti tangueros provenienti da tutta Europa, ma, nonostante le difficoltà e i costi lievitati come la pizza, siamo arrivati a destinazione.

Mi ha colpito subito l’atmosfera rilassata, easy che ho percepito fin dai primi istanti, una sensazione che mi ha messo immediatamente a mio agio.

Inizio l’avventura mangiando a quattro palmenti, essendo arrivata all’ora di cena, affamata come una lupa. Quale graditissima sorpresa! Io che di catering me ne intendo, posso dire che – raramente – ho avuto il piacere di gustare una cucina che sapeva di casa, di buono, di mani della nonna che ti preparano quella lasagna lì che ti piace tanto.

Premetto che la mia quotidiana lotta con la bilancia, fa sì che non sia precisamente una di quelle persone che ai buffet si avventano, ma, confesso pubblicamente, di avere fatto il bis delle pietanze, tanto mi trovavo affamata, quanto apprezzato mi fosse il cibo.

Menzione SPECIALE (per i gusti della sottoscritta) va la macchinetta del caffè espresso a cialde a disposizione. Gentilezze per gli ospiti (specialmente italiani e viziati quando si parla di caffeina), affiancate all’altra chicca: la macchina professionale per la spremuta di arance che manco al bar te la fanno così buona e te ne puoi bere quanta ne vuoi.

Questi ed altri aspetti legati all’ospitalità mettono i partecipanti all’evento in uno stato di grazia decisamente superiore.

Parliamo di tango.

Un mix interessantissimo di provenienze, bilanciato in modo da dare una pennellata quasi alla pari tra danzatori tedeschi e italiani poi resto d’Europa e mondo. Scrivo questo perché, diciamocelo, gli italiani sono caciaroni ed esportando questa allegra confusione all’estero, hanno, in qualche modo, spinto gli amici europei e non, a seguire questa buena onda di allegria.

La mossa molto intelligente degli organizzatori è stato creare un bel gruppetto di italiani, facendo attenzione a che non si creassero – pure all’estero – i fastidiosi gruppi chiusi del “io ballo solo con gli amichetti miei” (allora restatene a casa.)

E’ stata la maratona della sauna, il caldo ha raggiunto vette straordinarie, mettendo a dura prova la volontà che  –  ben supportata da altissima motivazione – ha saputo surfare sul sudore. In fondo sudare fa perdere tossine quindi bene così. Sono tornata a casa pure più magra, quindi, ovviamente più felice. 🙂

Mi sono trovata così bene che ho già voglia di rifarlo.

In più, mi è arrivato un grande insegnamento dagli abbracci ricevuti colà, ma questo sarà argomento per un’altra storia.

Come la mia prima, indimenticabile, Tosca, anche quella di Francoforte sarà la mia prima maratona europea di cui, per sempre, conserverò un gioioso ricordo!

Grazie a Paolo, Ilaria e a tutto lo staff che si è prodigato per coccolarci e farci sentire davvero a casa, nella grande casa del nostro Tango.

Pimpra

 

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LA STANZA DI ANTONIA. KLUGMANN

IMG_4514Una giornata di lavoro davvero speciale, quella di oggi. Nessuna promozione in vista, non c’è pericolo, men che meno un aumento di stipendio.

ParoleOstili, giunta alla seconda edizione, mi ha regalato  emozioni e stimoli come da tempo non ricordavo. Si parla di parole come ponti, di comunicazione che vuole essere non ostile, si riflette sul tempo moderno con lucidità, con positività, con progetti.

Ho scelto il panel “Social Media e scritture” che mi sembrava il luogo più confortevole dove potessi raccogliere spunti interessanti.

Per la prima volta faccio la coraggiosa e mi siedo in prima fila, nessun “riservato” per relatori o personalità, voglio godermi ogni parola di quelle che ci saranno offerte. Poco dopo, assieme ad altri audaci, veniamo invitati a farci più in là lasciando quei posti agli oratori. Con un balzo giaguaro sono in seconda fila. Qualcosa mi ha spinta a farlo, non è da me, non sono mai protagonista in simili circostanze. Oggi sì.

Prende posto la Klugmann e rimango stupita. Me la ricordavo paffutella e imbronciata durante le (prime) puntate di Masterchef, quando, sola donna nel tempio del testosterone nemico, affrontava con piglio deciso e sicuro i colleghi maschi in comunella contro di lei.

Già all’epoca mi era piaciuta assai.

Una personalità senza fronzoli, competente, schietta, diretta di cui si poteva intuire la grande sensibilità che veniva schermata per proteggersi dalle bordate che il suo mondo professionale – di dominio maschile – riserva alle donne Chef.

Oggi mi ha conquistata.

Ho visto una donna molto bella, molto femminile, diversa dalla giudice della trasmissione. Glielo ho detto, spontaneamente, chiedendole se potevo fotografarla. Ha accettato con il sorriso, un sorriso vero,  l’immagine ne è prova.

Ha aperto lei il panel, intervistata dai due moderatori. Non ha fatto un intervento lunghissimo o, se lo è stato, non me ne sono accorta.

Poche, sentite, ammirevoli parole per esprimere una nuova filosofia che può essere un dono incredibile per noi tutte, per noi tutti.

Ha raccontato delle due settimane in cui, all’epoca di Masterchef, è stata letteralmente triturata dalla gogna mediatica con insulti pesanti e minacce, per il solo fatto di essere una donna che, nel suo ruolo di giudice, esprimeva valutazioni severe nei confronti dei concorrenti della trasmissione.

La società ci vede e ci vuole come fossimo una “campionatura” dei modelli che lei stessa si dà.  “Prova ne sono i messaggi social che hanno inondato la Klugmann. Da quelli — immancabili, da parte dei leoni della tastiera -sul fisico (il più «carino»? «Cessa») a quelli violenti contro la sua persona, in «reazione» a una sua presunta cattiveria… La questione è sempre un po’ la stessa: sei una donna? E allora ti giudico. Ti giudico se sei magra. O grassa. Dolce o aspra. E non ti giudico invece per quello che fai. Come avviene con gli uomini.”

Antonia è andata oltre tutto questo, facendo tesoro della grande lezione di vita che poteva trarne: la nullità dell’opinione di tutti di fronte a qualsiasi argomento. La distanza che dobbiamo mettere necessariamente tra noi e l’altro, specie se questo “altro” non è parte della nostra vita, dei nostri conoscenti, dei nostri amici o affetti. Il web azzera queste distanze permettendo a chiunque di sparare sassate ingiuriose sul prossimo suo, sovente, per il solo piacere di farlo.

Klugmann oggi, ci ha regalato il suo piatto più riuscito che, per me, è stato il suo invito, rivolto in particolare a noi donne, di: TROVARE IL NOSTRO SPAZIO DI LIBERTÀ’, UNO SPAZIO VERO DI ESPRESSIONE DEL PROPRIO IO. CONQUISTARE CON CORAGGIO E DIFENDERE LA NOSTRA STANZA, DOVE POTERCI RACCOGLIERE, DOVE POTERCI ESPRIMERE, SPERIMENTARE, ESSERE IN PIENEZZA.

La stanza di Antonia Klugmann è la sua cucina. Le pareti che la delimitano sono solo uno spazio fisico perché è lì che Antonia riesce a trovare la più intensa connessione con se stessa e a esprimerla nelle sue straordinarie preparazioni di chef.

Voglio fortemente la mia stanza. Tutte noi, care Amiche, dovremmo impegnarci per trovarla.

Grazie Antonia della tua testimonianza che, così tanto, ha aperto il mio cuore.

Pimpra

AFFERRA LA SENSAZIONE E PORTALA NEI TUOI RICORDI

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Quando ti passa vicino, hai il dovere di afferrarla stretta, anzi di tatuare la sensazione che ti trasmette nel cuore. Perché la Felicità, di sé, non lascia una vera traccia tangibile, ma unicamente una percezione, un ricordo.

Nulla è più etereo, vacuo, infinitesimale, effimero e sottile di ciò che definiamo Felicità.

Mi è passata vicino domenica, un giorno che di norma detesto, perché – da che esisto – la associo a qualcosa che ha termine. Che finisce. Che muore.

Invece no, dipende, come sempre, dagli occhi con cui si guardano le cose, per far cambiare loro aspetto.

Una sveglia precoce, grazie alle Gattonzole che, oltre le 8 del mattino non mi lasciano a letto, una bella e inaspettata gita al mare, e, ciliegina sulla torta, una romantica cena a due, in “coppa al mare” a sbafare pesce a quattro palmenti.

La Felicità sta nelle piccole cose.

Nel sorriso di mia madre quando – entusiasta – ha risposto al mio estemporaneo invito a cena “Mamma, si va? Che dici? Ti porto a cena ai Filtri, ma andiamo in scooter sia chiaro!” lei che aderisce con gioia estrema, divertendosi alla grande all’idea del tragitto su due ruote.

Basta davvero poco per prendersi quella sensazione di pienezza, di felicità pura, di godimento cellulare per il solo fatto di essere vivi e di respirare.

Ho nella mente i colori del tramonto, i giochi delle nuvole in cielo, le prime luci che si accendono, il profumo degli alberi in fiore, il respiro profondo e ritmato del mare, l’odore della griglia di pesce, le chiacchiere, le risate, il tintinnio delle posate, lo sguardo felice di mia mamma su di me, su di noi, le chiacchiere madre e figlia, di quelle che non hai mai tempo di fare perché dimentichi sempre di prenderti quel tempo.

Eccola lì la Felicità, quella che devi richiamare nei giorni grigi, nei giorni in cui non trovi il senso del tuo esistere, nei giorni in cui non sai dove sei.

In fondo Felicità è anche l’odore dell’asfalto dopo la pioggia, del pesce sulla griglia, del collo di tua mamma che, anche per andare in scooter insieme a te, non dimentica mai di indossare la goccia del suo profumo preferito.

Che gioia.

Pimpra

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#Vogliadileggerezza. Cosa mi fa “sexy” una donna

Nuovo hastag: #vogliadileggerezza. Come dire, mi sento parecchio superficiale a scriver di cazzate, e dio solo sa quante ne ho già scritte e ne scriverò, ma voglio sdoganare questo bisogno di “leggerezza” dichiarando la mia piena facoltà mentale nell’essere “frivola”.

Quindi siete avvisati: se le cazzate non sono per voi, non andate oltre il titolo. 

*****

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Che nessuno pensi che le donne non guardino le altre donne e, soprattutto, che lo facciano con occhi positivi, non solo andando alla ricerca del “pelo nell’uovo”, utile a distruggere la potenziale competitor nella lotta quotidiana per l’affermazione della propria femminilità, per emergere dalla massa e tutti i terribili “bla bla bla” della vita moderna.

Lo sguardo femminile sa anche essere molto benevolo e trarre ispirazione dalle altre donne.

Ciò premesso, in questo periodo dell’anno in cui iniziamo a togliere strati di vestiti, la sottoscritta osserva le signore con uno sguardo particolare: cosa mi rende sexy una donna a me?

Non è storia di attrazione erotica, è proprio un discorso legato alla fascinazione seduttiva che ogni essere umano porta in sé e offre al mondo.

Nel tempo della mia maturazione, esamino in modo diverso: gli occhi sulle giovani  sono posati con delicatezza, come quando si ammira il bocciolo del fiore che verrà. A volte le trovo deliziose, a volte vorrei poter dare loro dei consigli per evitare – almeno – che si facciano così – esteticamente – male. Ma non si può. La giovinezza è anche palestra di errori e di ricerca, pertanto bene così.

Amo le donne più grandi, quelle che cominciano ad avere le rughe sul volto, i segni della loro storia e mi piace soffermarmi ad osservare il messaggio che mandano mentre ondeggiano per strada portando, fiere leonesse, l’orgoglio dei loro anni.

Ce ne sono di fantastiche, donne piene, realizzate nella loro essenza, “rotonde” di quella rotondità energetica che è la donna, nel suo essere vaso, coppa, abbraccio e accoglienza. Si percepisce tutto questo mentre camminano, incuranti della giovinezza che passa loro accanto, lasciando la scia profumata che le racconta.

Poi, nonostante le mie buone intenzioni intellettuali, mi parte l’embolo “fisico” e lo sguardo corre sulle linee del corpo a verificare se l’oggetto della mia speculazione, oltre ad aver lavorato sul fascino, non ha trascurato almeno una sana cura del corpo.

Qui, lo dico, talora cade l’asino. Appare evidente come, le Signore, a volte, si lascino andare alla trascendenza degli anni, dimenticando che, il corpo, è e resta tempio sacro della loro essenza.

Non si tratta di performare, di portare la cellulite dal chirurgo plastico che la succhi via con le cannule o di farsi iniettare fiumi di filler per simulare la freschezza della verde età.  Si tratta, semplicemente, di amor proprio, saper trovare il tempo per se stesse, nel turbinio della vita moderna, da dedicare allo sport.

Non all’estetista che con programmi miracolosi promette, senza “pain” di “gain” una forma fisica decente. Amore per sé è dedicare tempo per sé: camminare, fare qualsiasi sport piaccia, andare in palestra… insomma “muovere il culo”.

Non posso sopportare donne meravigliose che hanno buttato loro stesse da parte, come vecchi materassi da sostituire, perché hanno dimenticato loro stesse dietro a tutto o, semplicemente, per pigrizia.

L’algoritmo della sexytudine è in funzione del fascino, del carisma, dell’intelligenza e – pure – di un corpo mantenuto sano e scattante.

Specie per voi, mie adorate Signore che avete da tanto un uomo al vostro fianco… TAKE CARE OF YOURSELF!!!!

Pimpra(ntissimarompicoglioni)

Ps: a me mi sexyzzano quelle con un corpo tonico, a prescindere dalla taglia 😉

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LA PROVA COSTUME E’ IN AGGUATO

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La sola volta nell’anno in cui mi pento amaramente di abitare una città di mare è questa, la primavera che prelude all’estate incipiente.

Adoro questo clima ogni giorno più mite, il cielo che si fa terso, i colori della natura che entrano nella loro fase pastello per poi trasformarsi in pantoni intensi. Adoro. Ma…

A Trieste, come in tutte le città di riviera, l’estate arriva molto prima. Ai primi raggi definibili tiepidi, i triestini colonizzano Barcola e gli stabilimenti balneari della città. Se non lo fai non meriti l’appellativo di “triestino doc” ed è un punto di grave disonore.

Tralasciamo le pelli cuoio di Russia delle donne dai 30 anni in su, letteralmente arse dai raggi presi alla selvaggia maniera, dove proteggersi, significa cospargere il corpo di crema Nivea che è bella grassa e ti unge come un tacchino alla concia però la scottatura è garantita!

Come sempre, mi sento fuori dal coro che la dermatologa mi ha proibito il sole senza l’adeguata protezione che per me, credevo 30 fosse TANTISSIMO, invece mi ha detto “Ma che sei matta? Tu 50+ e guai se ti presenti dalle 12 alle 15!”, insomma una sentenza di pallore permanente che mi scredita davanti ai miei conterranei.

Ma il problema, diciamocelo chiaro, non è quello, è avere il coraggio di indossare l’oramai odiato bikini, in pubblico. Confesso, una vergogna epocale che cresce di anno in anno.

Ripenso al tango, immaginando un bel parallelismo da trovare per poter frequentare una riviera di mare dopo gli anta. In buona sostanza, mi servirebbe trovare una situazione marinaresca tipo “Encuentro milonguero” che, per chi non fosse della partita, è una festa tanguera frequentata, di norma, da popolazione più “anta” che “enti/enta” 🙂

Una bella spiaggetta per le signore attempate, in Sforma fisica evidente, con tutti i segni dell’età in bella vista, a loro agio poiché circondate da loro coetanee portatrici delle stesse “virtù”.

Ecco, questa spiaggia, questo luogo sacro non c’è e quindi due sono le possibilità:

  1. munirsi di grandissimo coraggio e affrontare se stesse e il proprio “corpo antico”, sotto al sole, dinnanzi a sguardi estranei
  2. essere codarde, ma (molto) furbe, tenendo per se stesse la propria cellulite, i rotolini, le vene varicose, la pelle cadente, i fianchi larghi, le tette che guardano il pavimento, dedicandosi alla tintarella in privatissima sede.

Insomma, per farla breve, ogni anno il momento si fa più drammatico. Per ovviare allo stress psicologico, sto valutando il trasferimento in … montagna!

😀

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

IL DONO

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Lezioni di vita.
Pausa pranzo con la mia migliore amica. Micro shopping per rallegrare lo spirito.

Alla cassa: lei paga il suo conto e vuole regalare a me quanto ho scelto. Reagisco in modo esagerato e le impongo di non farlo, perché non ce n’è motivo, non è il mio compleanno.

Pago e usciamo.
Dopo poco mi accorgo che i suoi occhi sono lucidi quando mi dice di esserci rimasta molto, molto male. Il mio comportamento l’ha ferita. Le ho impedito di farmi un dono perché aveva voglia di farlo.
Ho fissato il suo sguardo e mi sono sentita crudele come il demonio. Non ho saputo accettare un gesto gentile e tenero di una persona che mi vuole un gran bene e che considero come una sorella.

Alla mente sono tornate immagini di un lontanissimo passato, quando mio padre, innamorato pazzo di mia madre, di tanto in tanto le faceva dei doni, specie se fuori da occasioni classiche di compleanni o altre celebrazioni.

Lei cambiava aspetto, da donna gentile e tenera quale è sempre stata, si trasformava in una persona durissima rifiutando puntualmente quei segni di affetto, rimproverandolo altresì di avere speso inutilmente.

Quando questo accadeva, ed io ero una bimba, ricordo perfettamente di come fossi shoccata da questo comportamento materno, leggendo il dispiacere negli occhi di mio padre.  La riprendevo sempre, dicendole che, se qualcuno voleva farci un regalo lo faceva perché era suo il piacere ed era nostro dovere esserne felici.

Sono passati moltissimi anni da allora ed io, inconsapevole, ho agito lo stesso comportamento di mia madre come se, noi due, non meritassimo gesti di affetto e di amore.

Ecco, la mia carissima amica oggi, mi ha dato un grande insegnamento.

Mi spiace solo di non poter eliminare il dispiacere che le ho dato, nella gioia che mi ha procurato anche solo il pensiero che la gonnellona a pois volesse regalarmela lei.

Amica mia, perdona questa mia umanità così difettosa… ❤

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. Milano vale sempre il viaggio. PTM tango marathon

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Ci sono eventi imperdibili nel lungo e infarcito calendario del tanguero che si rispetta. Ci devi essere, ma non perché “fa figo” esserci, ma perché ti fa bene. Al tuo umore e al tuo tango.

Mi pregio della mia terza partecipazione alla maratona di Milano, non credo ne esistano altre, e ritengo che, per i milanesi, sia un punto d’onore far risplendere quella che organizzano. Milano, è sempre Milano: chiede ed offre il meglio.

Come il buon vino, anche questa maratona è cresciuta, si è evoluta non tanto nella impeccabile organizzazione che l’ha, da subito, contraddistinta – e figuriamoci se non era così! – quanto per la ricercata e attenta scelta dei TJ e dei suoi ospiti.

Se è vero che il colore della festa lo crea l’ospite, con le sue qualità di anfitrione, è pure vero che i partecipanti danno il valore aggiunto. E qui non è mancato di certo!

Ho apprezzato, in particolare, l’equilibrato e preciso mix delle età/provenienze dei danzatori che hanno regalato grande tango e grande socialità.

Per la prima volta, non ho percepito, se non in modo infinitesimale, le solite “sette” i gruppetti di quelli “vicini-vicini”, quelli che o tra loro o morte. Certo, gli amici si siedono accanto, è abbastanza naturale, ma non vi erano chiusure agli altri, non le ho proprio riscontrate. Un grande risultato portato a casa dal team PTM. Non è facile dosare così scientificamente le persone e scegliere, tra le tante, quelle con un ottimo livello di ballo (pure sempre di maratona trattasi)  e con una bella dimensione sociale di “apertura” al mondo, agli altri.

Sono stata STRABENE.
Il mio tango è stato appagato degli abbracci ricevuti, la mia Anima delle parole scambiate.

Torno a casa felice, arricchita, con una voglia immensa che urla “ANCORA!”

Grazie PTM friends, siete speciali ❤

Pimpra

Una goccia di poesia nella fragilità di un cristallo

Stamattina era già nell’aria, quel silenzio ovattato e speciale che solo una nevicata regala.

Davo gas allo scooter che poca voglia aveva di condurmi al lavoro, come fosse troppo infreddolito e stanco di questo inverno.

Ma quale inverno, forse abbiamo vissuto una settimana o poco più di freddo intenso, di quello che al mattino ti fa maledire la sveglia, doverti alzare, affrontare la bora pungente che ti accompagna, tendendoti i più beceri tranelli, nel percorso che ti porta in ufficio.

Una settima che si conclude con la più bella delle sensazioni, la neve che fa tornare tutti bambini, anche se in città è scomoda, e lo è di più in una città carica di saliscendi come Trieste. Eppure…

Ho regalato a me stessa del tempo, per tornare a casa prima che il manto stradale mi fosse impraticabile e godere della compagnia delle amate Gattonzole.

Gli animali lo sapevano prima ed ho scoperto che una delle due creature è, per così dire, meteoropatica, stamattina era nervosa, poi, appena i primi fiocchi hanno toccato terra, si è tranquillizzata.

La neve nobilita anche il più triste e squallido dei paesaggi, conferendo una poesia racchiusa nello scrigno di micro cristalli di ghiaccio.

E allora, sai che c’è, torniamo bambini e… tutti a far palle di neve! Olè!

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. TANGO E VITA O TANGO E’ VITA?

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Ballare è terapia per l’anima, si sa. E’ leggerezza di sensazioni, allegria, scambio, socialità.

Il ballo, qualunque tipo di ballo, fa bene allo spirito e al corpo, lo dimostrano studi scientifici.

Ballare e ballare in coppia con un partner, è cosa diversa. Si scatenano alchimie che, tante volte, tracimano il contesto della pista da ballo e invadono la vita delle persone.

Il tango argentino è, probabilmente, quello che si presta maggiormente a questa osmosi, ballo/vita.

E’ facile comprenderne la ragione: ci si abbraccia. Si attiva l’ossitocina, si prova una sensazione di benessere, in qualche modo ci si sente scelti, quasi “amati”. Certo per le proprie qualità intrinseche di danzatori… certo… eppure…

Quante coppie sentimentali ho visto nascere dalla pista, quante ne ho viste separarsi…

Ho sempre creduto di essere immune all’incantesimo tanguero, sicura che non sarei caduta anche io nell’inganno, innamorandomi perdutamente di qualcuno solo perché lo avevo abbracciato e quell’abbraccio e quella danza avevano il respiro dell’universo intero, della felicità.

Nessuno è immune a questo canto, alle sensazioni così assolute, indelebili, che porta.

Specie all’inizio della propria “carriera” tanguera è molto, molto facile cadere in questa tentazione, scambiando la magia di una (o più tandas) per altro. La magia che si vive spegne completamente i lumi della ragione e, in un attimo, il tango scappa dalla pista e invade la vita.

Bisogna prestare attenzione quando ciò accade perché il rischio è altissimo.

Poi ci sono quelli fortunati, e ne conosco davvero molti, per i quali la pista è stata occasione d’incontro. Poi hanno vissuto la vita e la relazione altrove, dove è la sua casa: nella vita “vera”.

Molti, invece, scambiano la parte per il tutto e investono nel posto sbagliato:  energia, motivazione, tempo.

Ballo da molti anni oramai ma devo ricordarmi sempre che il tango è solo tango. La vita sta altrove.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Vincenzo Cerati e Ariella Bruscaini

LA LEGGENDA DELLA SIGNORA BORA

 

 

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Con raffiche odierne a più di 130 Km orari, mi sembra doveroso portare a conoscenza di tutti gli Amici foresti la bellissima leggenda sull’origine della Bora.

Visitate questo sito, da cui ho tratto la leggenda, e apprezzate di più questo piccolo cantuccio di mondo.

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“LA LEGENDA DE MADONA BORA”

“La leggenda della signora BORA”

Tanti ani fa – ma cussì tanti che a nissun ghe sovien più quanti – Vento, scorabiando in giro pe ‘l mondo co’ i sui fioi e Bora, che iera la sua fia più bela e più amada, el xe capitado in zima de un verde altipian che ‘l se tociava drito in te ‘l mar.

Tanti anni fa – ma così tanti che nessuno si ricorda più quanti – Vento, scorrazzando in giro per il mondo con i suoi figli e Bora che era la sua figliola più bella e più amata, è capitato in cima a un verde altipiano che si bagnava direttamente nel mare.

Bora, profitando del fato che papà el iera ocupado a impararghe ai fradei pici a far refoli, la xe scapolada via per zogatolar a sconderse fra i nuvoli e a corer fra le zime dei carpani e dei castagneri che, bituadi a viver in pase, ghe vegniva i nervi a strassino del remitur che la fazeva passando. Dopo un poco Bora, stanca de zurlarse de qua e de là senza saver ben dove ‘ndar, la xe entrada int’una grota dove, per la prima volta in vita sua, la se ga imbatudo in qualcossa mai vista prima: un essere umano! Ma miga un qualsiasi! Gnente de manco che Tergesteo, un dei Argonauti su la via de ritorno a casa, fermadose a riposar propio in quela grota.

Bora, approfittando del fatto che il papà era occupato ad insegnare a fratelli più piccoli a come fare i “refoli” soffi, è sgattaiolata via per giocare a nascondersi tra le nuvole e a correre fra le cime dei carpini e dei castagni che, abituati a vivere in pace, gli venivano i nervi tirati a causa della confusione che faceva passando. Dopo poco Bora, stanca di fare chiasso di qua e di là senza sapere bene dove andare, è entrata in una grotta dove, per la prima volta in vita sua, si è imbattuta in qualcosa di mai visto prima: un essere umano! Ma mica uno qualsiasi! Niente meno che Tergesteo, uno degli Argonauti sulla via del ritorno a casa, fermatosi a riposare proprio in quella grotta.

Tergesteo ‘l iera cussì forte e cussì bel e cussì diferente de Vento, e de Mar e de Tera e de tuto quel che fin in quel momento Bora gaveva visto e conossudo, che de boto la se ga quetado. E fra ela e Tergesteo in un tif-taf xe stà un amor grandissimo, vissudo in quela grota per tre, zinque, sete giorni, fra i più bei che se possi pensar.

Tergesteo era così forte e così bello e così diverso dal Vento, e dal Mare e dalla Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di botto si è quietata. E fra lei e Tergesteo in un attimo è stato un amore grandissimo, vissuto in quella grotta per tre, cinque, sette giorni, fra i più belli che si possa pensare.

Co Vento ‘l se ga inacorto che Bora la iera andada a torzio de sola el se ga rabiado de bruto e ‘l ga scominziado a zercarla, butando sotosora tuto el ziel. Sufia de qua, fis’cia de là, zerca che te zerca, el iera cussì infuriado, che tute le creature le scampava a sconderse piene de paura. Finamente un de quei nuvoloni neri, ingropadi e brontoloni, stufo de tuto quel remitur, el ghe ga spiferado ‘ndove che ‘l gavessi podudo trovar quel disastro de su fia.

Quando Vento si è accorto che Bora era andata in giro da sola si è arrabbiato tantissimo e ha iniziato a cercarla, mettendo a soqquadro tutto il cielo. Soffia di qua, fischia di là, cerca che ti cerca, era così infuriato che tutte le creature scappavano a nascondersi piene di paura. Finalmente uno di quei nuvoloni neri, burbero e brontolone, stufo di tutta quella confusione ha spifferato dove avrebbe potuto trovare quel disastro di sua figlia.

Vento, entrado int’ela grota, el ga visto Bora intorciolada a Tergesteo, e la sua furia xe diventada un spaventoso uragan, che no ve digo e no ve conto. Senza che la disperada Bora podessi in nissuna maniera fermarlo, el se ga scadenà sora de Tergesteo sgnacandolo e sbatociandololo su e zo per la grota, fina che ‘l povero eroe xe restà duro per tera, senza più respiro!

Vento, entrato nella grotta, ha visto Bora avvinghiata a Tergesteo, e la sua furia è diventata uno spaventoso uragano che non vi doco e non vi racconto. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si è scatenato sopra a Tergesteo colpendolo, sbattendolo su e giù per la grotta, fino a che il povero eroe è rimasto stecchito a terra, senza più respiro!

Vento, per gnente ‘vilido per quel che ‘l gaveva fato, dopo averghe zigado a Bora robe che no se pol ripeter, el xe ripartì lassandola al suo destin! Bora, impetrida de paura e de dolor, la ga tacado a pianzer a calde lagrime, tanto che ogni lagrima, che ghe scolava zo pei oci cascando per tera la se trasformava in piera.

Vento, per nulla dispiaciuto per quello che aveva fatto, dopo avere urlato a Bora cose che non si possono ripetere, ripartì lasciandola al suo destino! Bora, impietrita di paura e di dolore, ha iniziato a piangere a calde lacrime, tanto che ogni lacrima che le scendeva dagli occhi, cadendo a terra, si trasformava in pietra.

A Madre Tera ghe xe vegnù un gropo in gola nel veder el dolor de Bora. E cussì del sangue de Tergesteo la ga fato nasser la foiarola, che de quela volta la colora de rosso l’autuno in Carso.

A Madre Terra è salito un nodo in gola a vedere il dolore di Bora. E così, dal sangue di Tergesteo ha fatto nascere il Sommaco selvatico che, da quella volta, colora di rosso l’autunno in Carso.

Ma Bora ancora no la smeteva de pianzer. Alora Madre Natura, preocupada de tute quele piere, che ris’ciava de rovinarghe el logo senza modo de refarlo, la ghe ga permesso de regnar propio su quel posto, e Cielo, per no esser de manco, ghe ga permesso de riviver ogni ano, insieme a Tergesteo, i lori tre, zinque, sete giorni de amor. E finalmente, sta speranza nel cuor ga sugado le sue lagrime.

Ma Bora ancora non la smetteva di piangere. Allora Madre natura, preoccupata di tutte quelle pietre che rischiavano di rovinarle il luogo senza poter rimediare, le ha promesso di regnare proprio su quel posto e Cielo, per non essere da meno, le ha promesso di rivivere ogni anno, insieme a Tergesteo, i loro tre, cinque, sette giorni di amore. E finalmente, questa speranza nel cuore ha asciugato le sue lacrime.

Anche Adriatico ga volù dar una man e ‘l ghe ga ordinà a le Onde de coverzer de conchiglie, stele de mar e verdi alghe el corpo del povero inamorado. E xe sta cussì che Tergesteo el xe diventando più alto de tuti i montisei che za coverzeva ‘sto cantonzin de mondo. E i primi omini rivadi su ‘ste tere se ga alogiado propio su la sua zima costruendo un Castelier co’ le lagrime de Bora diventade piere.

Anche Adriatico ha voluto dare una mano e ha ordinato alle Onde di ricoprire di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe il corpo del povero innamorato. Ed è stato così che Tergesteo è diventato più alto di tutte le collinette che già coprivano questo cantuccio di mondo. E i primi uomini arrivati su queste terre si sono sistemati proprio sulla sua cima costruendo un castello con le lacrime di Bora divenute pietre.

Ano drio ano, piera su piera, sto Castelier xe diventa zità, na zità che i omini, ricordando Tergesteo, i ga ciamado Tergeste: ogi Trieste, dove de ani anorum regna Bora: “ciara” co la sta a brazocolo del suo amor, “scura” co la speta de incontrarlo.

Anno dopo anno, pietra su pietra, questo castello è diventato città, una città che gli uomini, ricordando Tergesteo, hanno chiamato Tergeste, oggi Trieste, dove da sempre regna Bora: “chiara” quando sta a braccetto con il suo Amore, “scura” quando aspetta di incontrarlo.

 

Una romanticissima Pimpra, oggi vi saluta con un refolo! :-*

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