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USCIRE DALLA GABBIA.

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Letture del periodo che vanno a lavorare in profondità.

Guardare i propri abissi richiede una grandiosa motivazione, una dose di incosciente coraggio, un bisogno di cambiamento che non può più essere posticipato.

Chi decide di mettersi su questo cammino è come il pellegrino, viaggia in sandali anche d’inverno, magari vestito di un solo saio anche sotto la neve.

Indagare dentro noi stessi richiede due palle così. Non basta la dichiarazione di principio, non basta dire a se stessi lo voglio fare, bisogna AGIRE la ricerca, andare a toccare con mano il fuoco, vedere ciò che non si vuole vedere, assumere tutto questo, distruggere il proprio Ego nel dolore e poi, con il tempo che ci vuole alla risalita, operare il profondo, definitivo, incommensurabile cambiamento.

Si può nascere due volte nella stessa vita. Io credo di sì.

Se il nostro carattere è la gabbia che racchiude e contiene la nostra essenza più unica, l’Anima, come ogni gabbia che si rispetti può essere violata, aperta, modificata nelle sue parti, fino a diventare una bella e confortevole CASA.

A seconda della gabbia di cui siamo portatori, il lavoro di ristrutturazione potrà richiedere più o meno tempo, più o meno impegno, fatica, motivazione.

Quando ci si addentra in simili imprese, perché tali possono essere definite, bisogna accettare il rischio (non sempre calcolabile) che, vivendo in un universo strutturato, ogni mutamento, per quanto piccolo, modificherà l’intero scenario.

MORALE: se vuoi la bici, pedala.

E adesso sono cavoli nostri! Olè!

Pimpra

ps: suggerimenti per la ristrutturazione, qui  qui 😉

IMAGE CREDIT DA QUI

 

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SAPORE VINTAGE

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La prima cosa che mi sorge spontaneo affermare è: come si cambia.

A volte, fare i conti con i nostri diversi modi di vivere e di percepire le cose, mi sconcerta. Un tempo amavo l’estate, il caldo, il casino. Adesso no.

Detesto indossare il costume e non vado più al mare.

Non sopporto la folla.

Il sole lo reggo poco, sarà per la mia innata sfumatura “mozzarella di bufala”.

Come si cambia.

Non tutto viene per nuocere, o per intristire, non è che “invecchiare” significhi esclusivamente perdere giovinezza. Invecchiare è guardare altrove, scoprire i particolari, osservare da altri punti di vista. Si scoprono dettagli, miniature di senso che, prima, non venivano prese in considerazione.

In quest’ottica, per puro caso, ho scoperto di amare il “vintage”. Ovvero oggetti, forme, materiali del tempo andato.

Non posso definirmi collezionista né, tanto meno, esperta, semplicemente la mia investigazione di “definizione di unicità” che, da sempre, desidero per me stessa, non può che passare attraverso il piacere della ricerca di ciò che non è più. Allontanarsi dal gusto corrente, dalle mode, dal conformismo della massa.

E’ più un sogno che altro, ma sognare così mi piace assai.

Ecco che, anche dei miei oggetti, inizio ad apprezzare sempre più quelli che hanno una loro storia, che mi riportano la vita che hanno vissuto insieme a me.

Per questa ragione, comincia – finalmente – ad insediarsi dentro di me, il piacere dell’attesa, della scelta più ragionata di ciò che desidero componga il mio orizzonte.

Con gli oggetti è più facile, con le persone meno. Sorrido.

Ecco che, all’improvviso e per puro caso, mi sono imbattuta in un bellissimo mercatino vintage nella mia città. Una scoperta che mi ha letteralmente scatenato questa nuova passione, questo nuovo modo di sentire. Con buona pace del portafoglio.

Diventerò una piccola signora Marple del nord est, già mi vedo!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA: DALL’IRAN CON AMORE

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Pausa pranzo fiacca, il tempo è vergato di una sfumatura di grigio che ha lasciato nascoste le sgargianti coloriture estive, si prepara la pioggia della sera e, come la cappa sopra la testa, anche l’umore ne risente un po’.

Necessito di caffè.

La mia fedele Amica ed io ci dirigiamo verso la nostra mezz’ora d’aria. La bevanda è bollente e scorre amara nella gola, assesta un colpo all’atonia e ci permette di avere voglia di muovere due passi prima di rientrare in gabbietta.

Lì intorno è tutto un pullulare di negozietti, e – ahimè per il conto in banca – i saldi occulti sono già iniziati.

Per favorire l’abbandono delle frustrazioni ed aumentare i livelli di serotonina, entriamo in un negozio di scarpe che ci priva del piacere gaio dell’acquisto. Siamo donne di un certo pregio e le nostre presidenziali estremità non godono di essere accolte nel PVC made in China pertanto desitiamo.

Poco oltre, mi cade l’occhio su un paio di gaudenti espadrillas facenti capolino da uno storico negozio di scarpe. Storico anche per le clienti. O sessantenni e oltre o resti fuori.

Prendo la mia amica per mano ed entriamo.

La macchina del tempo: arredi antichi, iper classici e assolutamente dissonanti con tutte le teorie moderne del marketing, commesse e scarpe anch’esse fuori dal tempo.

Vengo rapita, torno alla mia infanzia, quando la mamma mi comprava le Balducci in un negozio molto simile. Faccio foto e mi accerto che la proprietà voglia mantenere intatto tutto l’esprit du lieu . Le espadrillas paillettate mi vanno benissimo poiché, storico negozio e storica clientela, hanno bandito la merce scadente e qui, il cuoio lo è veramente e i piedi, riconoscenti, ringraziano.

Convinco la mia amica a comprarle anche lei, ma di diverso colore, e, dalla vetrina scelgo un altro paio sicura le stessero bene, compra pure quelle.

Faccio lo stesso per me, sfilata avanti e indietro nel negozio, davanti allo sguardo interessato di un gruppo di turiste americane.

Acquisto anche il mio paio. Ma sono extra scontate e faccio l’affare.

Le signore mi osservano, applaudono ad ogni mia scelta sia per l’amica che per me, poi, una di loro si innamora delle mie e gliele faccio avere.

Ovviamente le prende. Sono una straordinaria venditrice, ma chi mi conosce già lo sa.

Alessandra chiede da dove venissero e le gentili signore ci raccontano di essere americane, ma iraniane di origine.

COUP DE THEATRE.

M’illumino d’immenso, sorrisone a 54 denti e dico loro che ci ho vissuto, in Iran, tanti anni or sono e porto sempre nel cuore quel paese anche mio fratello è nato colà e uno dei suoi nome è Rezah, in onore della terra che gli ha dato i natali.

CATARSI.

Scatta foto di gruppo, scambio di email e biglietti da visita, la mamma, la signora più anziana, portava la collana con il simbolo dell’Iran (il leone e il sole) , mi abbraccia stretta, commossa per quanto, come lei, amassi il suo paese.

MORALE:

Sono uscita dal negozio con il conto in banca più leggero (ma non di molto), con due paia di scarpe nuove, e con l’invito ad essere ospite della famiglia iraniana in California a Los Gatos. Per la cronaca le tre signore, mamma figlia e cugina, tutte laureate, tutte con il PHD. Insomma le iraniane sono donne colte, raffinate, di mondo e di una apertura e accoglienza immutate, così come le ho conosciute tanti anni or sono.

Today I made my day!

Pimpra

Il negozio storico della foto è Rosini, via Dante 1 a Trieste

 

 

 

SQUADRA RESTA SQUADRA. ANCHE TRA 100 ANNI

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Non avendo figli, posso pregiarmi di fare finta di non vedere, così nettamente, lo scorrere inesorabile del tempo.

Certo, ne sono ben consapevole, vivendo con le mie amatissime Gattonzole, che sono cresciute molto in fretta, mi manca quella cartina di tornasole, i figli, che ti spiattellano il farsi del tempo, in modo tanto schietto, da fare quasi male.

Però, ho fatto parte di una squadra, la sola volta nella mia vita in cui mi è capitato, e quella squadra è come se fosse composta da tante sorelle, di età diverse, ed ecco che la cartina tornasole è pronta tra le mani.

Ieri sera reunion, ristretta, alcune di noi non potevano essere fisicamente presenti, poco male, c’erano nel sentimento comune, e questo basta.

Rivedi le Mulone del tuo passato, sono quasi 10 anni che abbiamo smesso, e ritrovi tutto il triestino morbin che , sempre, ci ha accompagnate. Certo, adesso sono diventate, per lo più, madri e mogli, ma hanno mantenuto la stessa frizzante allegria del tempo passato.

Da sgrillettate post adolescenti, le Ragazze sono affermate professioniste, a guardarci all’epoca, pochi ci avrebbero scommesso su una lira (moneta dei tempi). Invece no, tutte rappresentano il meglio della donna triestina moderna: emancipata, fiera, indipendente, in gamba, organizzatrice di famiglia/figli/marito/animali/tempo libero/sport/ svaghi, affermata professionista, estroversa, 100% femminile e 100% maschile a seconda dell’opportunità/occasione, insomma delle vere Giaguare moderne!

Certo, i discorsi sono cambiati moltissimo da allora, e ieri sera, per ridere, una di noi ha stilato l’elenco che la dice lunga…

  • nutriti esempi e risate a seguire sulle performance dei maschi a casa (lavatrice, questa sconosciuta o strumento del demonio)
  • inversione ruoli maschi/femmine. E qui, grande dibattito sulle favorevoli e le contrarie: l’uomo deve cucinare, fare il letto, mettere su la lavatrice o no? A discapito di una potenziale perdita di virilità e limitarsi a tipici lavori in casa quali cambiare la lampadina, fare piccole riparazioni ecc? [per la cronaca la maggioranza assoluta quotava la prima]
  • peni: lunghezza vs larghezza vs movimento (per 12 cm di vagina). Opinioni ed esperienze diverse. Meno male che il tocco di “stupidera” adolescenziale non ci ha mai abbandonate! 🙂
  • figli (giro foto), domande traumatizzanti sul sesso dei pargoli alle madri/padri. Piccoli bambini crescono.
  • E, dulcis in fundo, una dissertazione rimasta ancora senza risposta, relativa a: ma i capezzoli, inturgidiscono per azione vascolare o muscolare???

Volete sapere perchè? … ve lo racconto la prossima volta! 😀

Sapete che c’è? Regalate a voi stessi o a chi amate la possibilità di far parte di una squadra poiché, in questo mondo moderno che tutto brucia, è una delle poche cose restano “per sempre”!

GRAZIE MULONE! VI AMO!

Pimpra

 

Ci sono persone, poi c’è Mina.

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Ci sono persone che illuminano la stanza in cui si trovano.

Ci sono persone che ti conquistano per la loro brillante intelligenza.

Ci sono persone di cui ti innamori al primo sguardo.

Ci sono persone che sanno come rendere speciale ogni piccola cosa.

Ho una carissima amica che ha la fortuna di avere la mamma che fa parte di queste categorie. Una mamma che oggi porta con disinvoltura civettuola i suoi quasi 90 anni. Lo so, di una signora non bisognerebbe dichiarare l’età, ma ci sono casi come questo che lo meritano: 89 primavere sulla carta di identità, 75 anni l’età percepita.

Lei si chiama Mina e se non fosse volgare e truculento, un bel “bomba” le sarebbe  più appropriato.

Mina è una triestina purosangue, di quelle che rappresentano la bandiera dell’emancipazione come il vessillo più prezioso. Mina, in tempi non sospetti, nel lontano dopoguerra, è stata il primo ispettore capo di polizia femminile, quando le altre potevano sperare solo in un buon matrimonio per la loro realizzazione.

Mina è una donna al 100%, non assomiglia a una virago, a una di quelle donne che fanno di tutto per sembrare ed essere ciò che non sono. Lei è.

Scrivo tutto questo per raccontarvi come possa essere meraviglioso godersi la vita, in tutto e per tutto e non concedere al tempo e alla vecchiaia fisica sopravvenuta, di piegare la volontà di poter scegliere e di mettersi in gioco.

Lei e la sua amica coetanea, da brave triestine, volevano andare a Grignano a fare il bagno e a prendere il sole. Incuranti della canicola, incuranti della non più verde età, e volevano raggiungere lo stabilimento utilizzando ben 3 autobus.

La mia amica, unica figlia, per poco non andava fuori di testa, cercando di far ragionare la madre sul rischio di compiere tale impresa.

Certo impresa perché far uso dei mezzi di trasporto pubblici, oramai infestati di cittadini privi di senso civico, con il caldo che colpisce duro anche i più giovani, a quasi 90 anni, è come sfidare la sorte.

Ne parlavamo insieme a pranzo, quest’oggi, e mentre Alessandra esprimeva la sua preoccupazione per le idee della madre, io immaginavo la scena, vedendo me, alla stessa età (ci arriverò?), con la mia amica, due arzille vecchiette che, incuranti del mondo e dei limiti fisici dovuti all’età, organizzavano la loro giornata di mare.

La mente è volata via in un soffio e ho provato un senso di gioia e di pace così grande che ho capito, mi è stato chiaro perchè rischiare di cadere in autobus, di avere un colpo di calore e non so che altro.

Si chiama amore per la vita, amore per se stessi e per quell’Anima immensa che siamo che non conosce età, sesso, nazionalità, religione. E’ l’infinita Gioia che ci chiama, che fa muovere i nostri passi, tiene sveglia la mente e caldo il cuore.

Ho detto alla mia amica “Lasciala andare e se mai dovesse accaderle qualcosa, potrà dire di aver vissuto fino all’ultimo istante”.

E’ chiaro che è l’istante, oramai, la sola ragione che conta.

E poi, una triestina non può avere il guinzaglio al collo e men che meno la catena.

OLE’! Evviva la vita!

#STICAZZI!

Pimpra

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C’ERA UNA VOLTA …

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C’è stato un bel momento della vita in cui, noi tutte, siamo state principesse. Alcune hanno mantenuto quello status, altre, hanno cambiato numerose vesti, fino a diventare le donne che sono.

C’era una volta…

Ai tempi la piccola principessa era una fanciullina molto allegra, amava giocare con tutti i bambini, portava dentro il gruppo quelli che, troppo timidi per spingersi da soli, restavano in disparte.

La principessa amava gli alberi e raccogliere le more, disegnando le labbra con il rossetto naturale dei frutti, fingendosi una gran dama di corte mentre, dall’alto della sua postazione, mollemente appoggiata ai rami, si rallegrava della vista sottostante.

Amava i fiori, le rose per l’inebriante profumo e le dalie per l’esplosione di colori che creavano nei giardini.

D’estate passava le giornate al mare, galleggiando a pelo d’acqua per godere della vita che scorgeva nel fondale, anche se, maschera o occhialini che fossero, si annebbiavano sempre troppo presto e il fondo doveva imparare a immaginarlo.

Da quando era una piccola principessa fantasticava su se stessa da grande, allora si vedeva felice dentro al suo castello, in compagnia di un bel principe azzurro.

Come ogni favola, e come molti degli abiti che indossava, anche i suoi sogni erano colorati di rosa.

Il tempo, vestito del suo mantello grigio, un giorno le passò accanto più da vicino e, d’un tratto, la principessa si ritrovò già grande, in una casa che non era più il suo castello, circondata da persone che non conosceva ma che la conoscevano. La principessa non aveva nemmeno più la sua coroncina, era diventata un ‘adulta.

Alle sue proteste, alle sue richieste riceveva dinieghi, molti no, e, a volte, pure qualche ceffone. Comprese che, per stare nel suo nuovo mondo, doveva adattarsi al meglio alle nuove usanze del luogo.

Fu così che si plasmò, si modificò per corrispondere a quanto  le veniva richiesto. Il vantaggio di questo agire fu subito evidente: non ci furono più rimbrotti, ceffoni e qualcuno le diceva pure di sì.

Felice di questa ritrovata serenità, la principessa adulta, continuò felicemente la sua vita, incontrando persone, visitando luoghi nuovi e facendo tante esperienze.

A volte, però, le accadeva che dinnanzi allo sbocciare timido di un fiore o annusando il profumo della terra dopo la pioggia, provasse un grande struggimento, come di qualcosa che aveva perso e che non c’era più.

Ancora una volta il mantello grigio del tempo le passò vicino e la principessa si ritrovò oramai vecchia, con i suoi capelli lunghi diventati bianchi e le lunghe mani avvizzite, il volto segnato dalle rughe.

Stavolta però non si spaventò più, si guardò intorno cercando qualcosa che le era familiare.

Un bell’albero di gelso, carico di more, si ergeva davanti a lei. Nell’attimo stesso in cui lo vide, il desiderio di salirci si impossessò di lei. Solo che adesso era vecchia e doveva trovare un modo diverso di arrampicarsi perché non aveva più la stessa agilità di prima.

Detto fatto, una cassetta di legno alla base del tronco, appoggiata sopra una grossa pietra le permisero di raggiungerei rami più bassi. Il resto sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Poco dopo, un po’ stanca e sudata, si ritrovò accoccolata al suo ramo preferito che, nel frattempo, era diventato molto più grosso e più resistente. Intorno sentiva il profumo delle more, ne vedeva il bel rosso carminio, sentiva la magica melodia delle foglie mosse dal vento e, in un attimo, la sua mano si riempì di frutti e le sue labbra tornarono colorate.

Una voce di bambina, poco più su, la salutò commentando che le more, quest’anno, avevano un colore perfetto per disegnare le labbra.

Si misero il loro rossetto naturale, sorridendo ai loro ammiratori invisibili, godendosi il sole fino al tramonto.

Finalmente, di nuovo, insieme.

Pimpra

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MUTAZIONI PSICOFISICHE DA TANGO ARGENTINO

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Ammirando un ciliegio in fiore, anzi, perdendomi letteralmente dentro alla sua bellezza, ho visto me stessa come mi vedrebbe un altro.

Tralasciando il solito trito discorso di quanto è bello essere giovani, anche se preferirei dire “avere un corpo giovane” (l’esperienza di vita è un bene impagabile), mi accorgo ogni dì che passa di quanto sono cambiata.

L’altro giorno, ad esempio, ho rivisto un conoscente che non incontravo da ere geologiche, e, in modo del tutto naturale, gli ho gettato le braccia al collo per abbracciarlo.

Conosco un essere umano e, per salutarlo,  lo abbraccio quasi subito.

Con gli amici, i familiari, le persone del mio cuore, inutile dire che sono affettuosissima: praticamente nessuno sfugge più alle mie calorose effusioni. Nemmeno le Gattonzole, poveracce…loro poi…

Mi capita molto spesso di indossare capi di abbigliamento che stringono sui fianchi, evidenziandoli, senza temere l’effetto “culona”, anzi, mi dico, peccato che non sporge di più, sarebbe più femminile.

Ho imparato cosa significa avere un portamento regale, sentire quando la mia schiena si ammoscia in un sacco o diventa flessuosa, forte e ben dritta. Anche il collo è più felice, perché non lo faccio più ciondolare, adesso so dove si trova, trionfale alla base della testa, e gli conferisco tutta la dignità che merita per il duro lavoro di supporto che svolge.

Osservo le donne, cercando la grazia nelle loro movenze, noto come appoggiano/buttano/ciabattano/sfiorano i piedi a terra, so dire in 4 nanosecondi se Lei è abituata a portare i tacchi o se è neofita.

Mi piacciono le signore “giaguare”, ovvero le donne – di tutte le età – che sanno decisamente godere di loro stesse, di come sono e di quello che sono diventate. E si sentono profondamente libere, dal giudizio, dal pregiudizio, dalla morale, dalle convenzioni. Come ogni felino che si rispetti, scelgono loro come/quando/se/chi.

Mi piacciono gli uomini che ti guardano. Quelli che apprezzano ciò che sei nella tua unicità e non ti vogliono diversa, alla moda, o perché “così fan tutte”. Quelli che sanno che c’è la persona ideale con cui andare al cinema o a teatro, la donna con la quale ridere davanti a un caffè, o quella da sedurre durante un aperitivo in riva al mare.

Mi piacciono gli uomini che ne scelgono una e sanno che con lei e solo lei, c’è una magia speciale.

Mi piacciono gli uomini consapevoli di chi sono, nella pregevolezza del proprio limite umano, esistenziale e animistico. Uomini realizzati nel proprio sé.

Prima di diventare una ballerina di tango, non conoscevo di me e del mondo, tali sfumature.

Fino a qui sono passati 11 anni di amore folle e questi sono i risultati, mi chiedo quali altri mutamenti mi aspettano in futuro e… sono pronta ad accettarli.

E qui un bel “Sticazzi” ci sta tutto! Olè!

Pimpra

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I MIEI AMATI VECCHI

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Ricordo che quando ero una bambina, guardavo a quelli che mi sembravano i vecchi, sempre con occhi dolci e grande rispetto. Gli anziani, nel mio target relazionale, sono stati sempre un soggetto preferito.

Mi piaceva starci insieme perché era bello farsi raccontare le storie della loro vita così lontana nel tempo, nello spazio e nelle abitudini, dalla mia.

Guardavo i volti segnati dalle rughe che disegnavano solchi carichi di esperienza. A volte erano visi sorridenti, altre carichi di vita, altre ancora pieni di malinconia se non di dolore.

Forse è per questo che mi sono stati sempre molto cari i vecchi che ho incontrato, perché i miei occhi cristallini di bambina erano capaci di cogliere le sfumature dei loro, annacquati di ricordi che andavano e svanivano, come onde.

I vecchi più felici non erano quelli più abbienti, ma quelli circondati dai loro bambini, dai figli e dai nipoti, dalla loro linea della vita che si affacciava fresca alla finestra dell’esistenza.

Le mani degli anziani sono fresche, come il ruscello che scorre limpido, oppure sono calde. Non hanno quasi mai la temperatura di tutti gli altri.

Le mie anziane profumavano di viola, oppure di mughetto o di Chanel n. 5. Ricordo ogni sfumatura del loro odore, della lavanda di cui erano impregnati i fazzoletti di stoffa, la lacca sui capelli, lo smalto sulle affilatissime unghie rosse.

Ieri ho trascorso la prima giornata di primavera all’Itis di Trieste, un tempo considerato l’ospizio dei poveri, dove i miei amati “vecchi” venivano abbandonati nelle mani della morte che tardava sempre troppo a portarseli via, lasciandoli soli, nel buio vuoto della loro vecchiaia.

Adesso l’istituto è stato completamente rinnovato ed è diventata una residenza dove, gli anziani, non sono più buttati via come cenci usati, ma un luogo caldo e accogliente dove possono trascorrere il tratto finale della loro esistenza, circondati da un calore che prima non c’era.

Nel bar che è il cuore della struttura, tavolini in stile barocco e poltroncine di velluto rosso accolgono ospiti e residenti, simulando da vicino i caffè tanto cari ai triestini. Nella Hall, un pianoforte a coda a disposizione di chi vuole accarezzarne i tasti per riempire di melodia le pareti marmoree e monumentali dell’ingresso. Alle pareti quadri moderni, a indicare il fluire della modernità sul passato, in un legame indissolubile tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Amiamoli questi vecchi, tutti i vecchi del mondo, che sono la nostra memoria, i battiti del nostro cuore, il nostro passato e che, con i loro occhi acquerellati ci raccontano di infinita malinconia.

Ho ancora negli occhi l’immagine di una giovane ragazza che leggeva Roth a una anziana signora in carrozzina che, ad occhi chiusi,  le teneva una mano mentre godeva del racconto riprendendo a sognare.

Pimpra

Foto mia, ieri, primo giorno di primavera.

 

 

COSA HO CAPITO DELL’AMORE.

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Amore è una sfumatura diversa per ognuno di noi. C’è chi la vive colorandola di passione, chi di desiderio, chi di una sfumatura sottile e intensa di voler bene.

Amore è legato al tempo e alla noia, disintegrando così le mie idee romantiche e utopistiche sulla sua durata.

Amore non è eterno, si dice pure nella tradizione popolare, “Amore c’è, fin che dura”. E questa “durata” si è accorciata di centimetro in centimetro in questa società moderna che va veloce, molto veloce e tutto consuma rapidamente.

Già, l’amore si consuma, si deteriora, brucia, o evapora.

Ancora mi è molto difficile accettare che, forse, Amore è solo una beata illusione, un desiderio che attacchiamo sugli occhi e sul cuore del nostro prossimo prescelto. Forse Amore non è.

Come si spiega, altrimenti, che le persone coinvolte in relazioni, nella maggior parte dei casi, mettono il naso fuori della coppia? Non sempre compiendo l’atto finale,  il tradimento di un patto che quella coppia si è data, magari simulandolo solo, giogioneggiando con altre persone come a trovare certe scintille di desiderio che sono solo un ricordo di vita passata?

Allora Amore è  soprattutto legato al desiderio? A quella energia vitale che ci porta a ricercare l’odore di un altro essere, capace di riaccendere in noi, nel nostro corpo e nella nostra testa quel lampo di vita che abbiamo perso o che non è più così brillante?

Amore è paura. A volte si crede di amare perché fa più paura restare soli davanti a noi stessi e, semplicemente, guardarsi.

Sono giunta a conclusione che Amore, il più delle volte, non è. E’ un affastellamento di tante cose messe insieme, passate alla centrifuga, insaporite con aromi naturali e vendute come vere.

Poche sono le dimensioni di Amore “altro da sé” che riconosco: tra queste, l’amore per i propri figli, per i propri animali (come sostituti di figli che non si hanno), l’amore per i propri genitori, e l’amore per le proprie passioni, di qualunque natura esse siano.

Mi riesce sempre più difficile incontrare e osservare l’Amore tra due adulti, non rileva come la coppia sia costituita, come se la relazione potesse essere composta di un variopinto mix di qualunque cosa, meno che di quello speciale ingrediente che non si può comprare.

Ma, nonostante tutto, spero di sbagliarmi e mi cullo beata nell’illusione di avere capito male, molto male.

Azz….

Pimpra

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