IL GIOCO DELLE FINESTRE

Quando ero una bimba innocente, gli anni meravigliosi dell’asilo e delle primissime classi delle elementari, come tutti i bambini della mia generazione, mi dilettavo a disegnare.

Le più belle sperimentazioni che io ricordi erano quelle con gli acquerelli, di cui amavo, più che la resa su carta, il gioco della loro preparazione con il bicchiere d’acqua e i pennelli che regolarmente facevo tracimare sul foglio, in uno tsunami colorato.

Amavo le onde che si creavano sulla superficie, mi piacevano così tanto che continuavo a inzuppare la carta fino a che non si bucava.

Gradivo meno le tempere perché l’odore della vernice non mi piaceva particolarmente, al contrario dei pastelli che una volta provai addirittura ad addentare, tanto ero golosamente attratta dal loro profumo di cera.

I soggetti dei miei disegni erano ricorrenti, se fossi stata mia madre qualche domanda me la sarei fatta, la mia invece si limitava a dire che erano orrendi, ma questa è un’altra storia. Disegnavo solo una casa con il giardino, il vialetto di ingresso, un albero o tre alberi, il sole e le nuvole. Oppure il mare. Animali e ogni altro soggetto non erano di mio interesse e neppure insiti nelle mie capacità espressive.

Torniamo alla casa, aveva sempre un dettaglio di finestre. Non le facevo mai uguali, le spostavo nella facciata, ne mettevo molte o poche, ci disegnavo le tende. Se a mio giudizio riuscivano bene le finestre, l’intera composizione guadagnava una dignità artistica che chiedeva solo il placet materno che puntualmente non arrivava, ma anche questa è un’altra storia.

Perché oggi sto surfando nell’onda di ricordi così tanto lontani? Perché nulla in me è cambiato, nel senso che, anche nella mia piccola passeggiata dell’ora di pranzo, cammino a naso all’aria e … osservo le finestre sulle facciate dei palazzi. Ovviamente non disegno più da allora.

Oggi capisco bene perché la mia produzione d’infanzia ne fosse così ricca: oggi apprezzo il neoclassico del salotto buono del centro cittadino.

Le giornate di sole di questo giovane autunno, aiutano a scandire il racconto delle linee verticali e orizzontali quando non curve delle finestre che si susseguono come note appoggiate in una partitura musicale.

Un piacere per me godere del gioioso trillo architettonico di uno stile apparentemente così severo.

Il neoclassico cittadino è solo il mantello sobrio che nasconde l’animo sbarazzino e monello della città. Per goderselo bisogna tornare bambini e camminare con il naso all’aria.

Pimpra

DOLCE SETTEMBRE

E’ un mese particolare, un po’ come gennaio, settembre segna la ripresa.

Riaprono scuole, l’Università, corsi di ogni genere, la vita riprende a fluire ritmata dagli impegni che ne scandiscono i giorni.

Anche i corsi di tango ripartono in presenza con tutte le dovute cautele del caso. Tutti noi cerchiamo la normalità per riacciuffare il nostro equilibrio.

Settembre sono fiammate di gialli, di rossi e arancio. Non immagino più l’autunno come la stagione che mette fine all’estate, è molto di più: è inizio.

Ci trasformiamo cambiando sembianze interiori e questa mutazione, prima di compiersi, attraversa più fasi. L’autunno è una di queste, forse quella più interessante poiché dallo splendore estivo urlato dalla natura, si volge a un canto roco e profondo, carico di promesse, fatto di luci ed ombre.

Mi accingo a trasformarmi insieme alle foglie, pronta per lasciare andare ciò che sono stata e iniziare la creazione di quella che verrà.

Ascoltando il canto melanconico di giornate sempre più brevi accolgo la dolce luce della sera.

Vi auguro una buona rinascita.

Pimpra

AUTUNNALI FRIVOLEZZE

Devo aprire un sondaggio.

Ho sicuramente molte indecisioni nella vita, meno quelle relative alla mia immagine.

L’argomento è frivolo, lo anticipo subito, pertanto, se non avete tempo da perdere, passate immediatamente oltre. Non si accettano proteste ex post.

Porto gli occhiali da vista dai tempi dell’Università, posso quindi affermare con sicurezza che sono un accessorio che fa parte di me, a tutti gli effetti.

Ogni occhiale da vista che ho indossato negli anni mi ricorda momenti, situazioni , ere geologiche, come si trattasse di un diario intimo.

Indimenticabili i Gianfranco Ferré che hanno firmato la discussione della tesi di laurea, gli occhiali da “nonna” troppo piccoli per i miei zigomi che mi restituivano un volto da Facoltà di lettere ma mi rendevano femmina intrombabile (mi si passi il francesismo).

Negli anni ho surfato attraverso forme rettangolari, oblunghe, a goccia, rotonde, a farfalla, a parallelepipedo inverso, sfuggendo ad ogni regola imposta dalla moda del momento, scegliendo sempre me e come mi sentivo indossandoli.

Sicura delle mie scelte, fiera di mostrare al mondo una faccia che mi rappresentasse, non mi sono mai posta il problema di piacere, finché…

Scopro che, mediamente, gli uomini detestano le donne occhialute e tutti gli sforzi che queste fanno per creare un’immagine di loro stesse, attinente alla personalità che indossano. Apparentemente l’occhiale da vista nebulizza la libido, stordisce il testosterone, inibendo ogni forma di seduzione femminile.

Ci sono le lenti a contatto. Magari! Nel senso che non tutti gli occhi le sopportano per la giornata intera, specie davanti al pc.

Aggiungiamo anche che, nel tempo, il difetto alla vista si modifica e quindi TOCCA per forza cambiare occhiali! 😉

In buona sostanza l’impasse consiste in questo: una volta compreso l’effetto dissuasore sul fascino femminile causato dalle lenti, non sono più capace di comperare una montatura che mi corrisponda.

Quindi la soluzione è:

  • me ne frego e mi compro quello che mi pare e piace
  • mi faccio accompagnare da esemplare testosteronico e monitoro il livello di disgusto?

Questi sono i VERI problemi della vita, altroché! 😀

Pimpra

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