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LA MOVIDA CHE NON CAPISCO.

MOVIDA

Ci sono delle serate che nascono così, quasi per caso, una telefonata all’amica del cuore e decidi di mandare a quel paese tutta la settimana di Ramadan e regalarti un’uscita a tutto spritz e patatine di sacchetto.

Detto fatto, ti ritrovi seduta nel luogo della città che ti è più caro, quella piazza Cavana che ti accoglie nel suo abbraccio di case medievali, colorate di recente, e resa un piccolo salottino della città.

Tu preferisci questi luoghi più ritirati, lontani dal clamore della musica sparata a forti decibel, con la folla che si spintona con il bicchiere in mano.

No, tu sei per il chill out di sottofondo, per le persone che hanno qualcosa da dirsi e che lo fanno sorseggiando un aperitivo.

Ma tu sei out, sei troppo grande, per non dire “vecchia” e le cose del mondo moderno, non le capisci.

Il piacere di mostrare le piumette, facendosi belle, indossando il tacco giaguaro, la minigonna o gli short inguinali, un bel trucco “sciabadah” e via, pronte per la sfilata in quella via del centro dove si trovano tutti. Le ragazze fanno così, i ragazzi sono tutti lì ad attenderle, ma questa è la gioventù che – sempre – negli anni verdi, ha giocato con la bellezza del corpo e della giovinezza.

Ma io non sono più ggiovane, sono una signora di mezza età e questa movida adolescenziale proprio non la capisco.

Li osservavo, quanto sono belli!, si intravede l’adulto che diventeranno quando le piume della prima giovinezza diventeranno i colori definiti della maturità, tutti guardano tutti, si scrutano, si occhieggiano, gli ormoni sono così presenti che si possono quasi toccare ma, è questo che non comprendo, quasi mai avviene il “tocco”, l’aggancio quel “Ciao come stai?” detto a una sconosciuta, insomma l’approccio.

Allora, mi chiedo, che senso ha tutto questo? La rappresentazione, la preparazione, se poi l’aspettativa viene disillusa?

Allora si paventa una nuova figura, l’uomo predatore, decisamente molto più grande d’età che si presenta nel luogo, come il leone in mezzo a un branco di antilopi, e va a fare strage di prede.

E’ ovvio che sia così, il beneficio sta per entrambi: la giovine donna in erba, vedrà finalmente riconosciuto il potere della sua seduzione e della sua bellezza da un uomo molto più grande, molto più esperto, mica da uno sbarbatello senza arte né parte suo coetaneo.

L’anziano signore (anziano, sì, perché 30 anni di differenza lo rendono tale) si sentirà ancora molto piacente, desiderato, voluto e, insomma, affermerà con convinzione il potere del suo testosterone.

Questi sono i giochi, questa la movida che non condivido, perché io sono una signora di mezza età. Non mi interessa adescare un giovine pargolo, non ho bisogno di affermare il fascino della mia esperienza, contando gli sguardi che ricevo se mostro le gambe.

Io sono una signora di mezza età. Rilassata e consapevole.

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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DI TANTO IN TANGO: “CALAMARI E TANGO”, LA MILONGA DI OFFICINA DEL TANGO

Radu

E niente, ci ho preso gusto, perché è davvero tanto bello poter raccontare di quando si sta bene e ci si diverte in un luogo e si possono divertire pure molti altri come te, se glielo fai sapere.

Restiamo a Trieste, nel cuore pulsante della città in versione estiva, la riviera di Barcola. Fate una ricerca su Google e riempitevi di curiosità molto triestine sull’uso di questi 10/15 km (scarsi) di costa cittadina.

Barcola è l’estate. Il Bagno al Ferroviario è uno degli stabilimenti storici della città. Rimasto uguale a se stesso dagli anni ’70 di sicuro, ci andavo io da bimba, ma forse anche da prima.

Location da urlo: alle spalle, in tutta la sua maestosità il Faro della Vittoria, segnalato come uno dei 16 fari più belli d’Italia, si balla sulla pista del ristorante dello stabilimento: una goduria.

Sospesi tra la terra, il cielo e il mare, sferzati da stimolanti effluvi di frittura di pesce, di cozze alla scottadeo e, ovviamente, di calamari alla griglia, la milonga del Ferroviario è un luogo unico e magico.

Si fa un salto indietro nel tempo, vuoi per l’architettura rimasta intatta e ben conservata, vuoi perché le melodie del tango suggeriscono vieppiù atmosfere d’antan, vuoi che ti ritrovi con uno spritz in mano, che fa tanto caldo e ti devi idratare e la vita all’improvviso  si colora di arancione, come il tramonto davanti ai tuoi occhi e l’aperitivo che stringi tra le mani.

E’ tanto bella la milonga #calamarietango, ma chi mi segue già lo sa, perché non passa anno che ci scrivo su, tanto la amo.

Sarà il mare che chiacchiera vicino ai tavolini mentre aspetti la mirada giusta, sarà la sfida allegra di mantenere il tuo asse sulla “pista” più pendente d’Italia, sarà che gli Amici dell’Officina ti accolgono sempre con un sorriso e senti che è un sorriso vero, e, in giro, non ce ne sono molti.

Allora sai che c’è, Tanguero/a errante che vieni da fuori, segna questa tappa imprescindibile del venerdì sera a Trieste che questa, è una delle milonghe “en plein air” da non perdere.

Parola della Pimpra.

Miao.

Pimpra

IMAGE CREDITS Radu Tanasescu  che ringrazio per le splendide immagini.

Radu 2

 

TEMPO PER SE’.

Sabato mattina, quasi una magia. La sveglia è sempre piuttosto anticipata ma, di buono c’è, che sono le Gattonzole a provvedere al risveglio.

Ognuna ha il suo stile: Louby sale sul letto con dolcezza, affaccia il suo muso al mio volto per capire se sono già sveglia, fingo di no, lei si sposta verso le mie gambe e comincia a grattare sulle lenzuola, sul mio corpo, come a creare uno spazio simbolico nella terra, poi si appoggia, toccandomi ,e aspetta che la chiami, che dia un segno di vita.

Folie, invece, è molto più impetuosa. Decide che è ora, balza sul letto, si piazza con le sue zampone sul mio sterno, mi chiama, fa i panini sul mio petto, perforandomi le costole che, proprio in quel punto del corpo, non c’è abbondanza di grasso. La accarezzo, impossibile far finta di nulla, lei cerca la mia mano per strusciare il muso, lo fa per un po’ poi scende e cerca la pallina. Il secondo gioco che dovrò fare con lei.

La mia giornata è iniziata.

La colazione è più lenta, l’orologio non scandisce i minuti come un generale, sabato è il giorno d’aria, si respira, l’ufficio è lontano.

Chissà perché ma, nonostante la giornata strepitosa, non ho pianificato il mare, non lo faccio più da molto tempo, non è una priorità. Mi concedo piuttosto di fare le mie commissioni casalinghe con calma, posteggiando lo scooter piuttosto distante dal centro e godendomi così la passeggiata in città.

Trieste è bella in questo periodo, oggi in particolare. Una luce azzurro blu cobalto mandava in esaltazione il colore dominante degli edifici neoclassici. Alcuni sono stati restaurati di recente e sembrano gioielli.

Una bellezza particolare, rara, diversa dalle altre città. Si respira un che di romantico e decadente, specie quando la città è deserta e il sole splende, rallegrato da refoli di vento. Non sono sicura che oggi soffiasse la bora.

Sono tutti al mare i triestini, ammassati sulla riviera di Barcola, con i loro costumi colorati e le brandine portate in scooter, che ci piace stare comodi.

Credo fossi una delle poche a scegliere di non stare lì, sulla costa, ad abbronzare la pelle, a sguazzare felice nell’alto Adriatico.

Trieste, stamane, era mia. Solo mia.

Ogni palazzo che ho incrociato nel mio andare si faceva bello ai miei occhi, regalandomi la visione di dettagli, di intarsi, di meravigliose architetture. Lo smartphone ha fatto gli straordinari, stavolta non gigioneggiando sui social, ma riempendosi di immagini meravigliose.

Compiuta la mia esplorazione, granita di Zampolli compresa- ovviamente- (non siamo mica nati per soffrire), sono rientrata. Una sensazione di pienezza, di bellezza, di armonia con me. Niente di più rilassante di potersi concedere momenti flaneur girovagando senza una meta, nella propria città, un sabato qualunque di luglio.

Pimpra

 

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA: DALL’IRAN CON AMORE

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Pausa pranzo fiacca, il tempo è vergato di una sfumatura di grigio che ha lasciato nascoste le sgargianti coloriture estive, si prepara la pioggia della sera e, come la cappa sopra la testa, anche l’umore ne risente un po’.

Necessito di caffè.

La mia fedele Amica ed io ci dirigiamo verso la nostra mezz’ora d’aria. La bevanda è bollente e scorre amara nella gola, assesta un colpo all’atonia e ci permette di avere voglia di muovere due passi prima di rientrare in gabbietta.

Lì intorno è tutto un pullulare di negozietti, e – ahimè per il conto in banca – i saldi occulti sono già iniziati.

Per favorire l’abbandono delle frustrazioni ed aumentare i livelli di serotonina, entriamo in un negozio di scarpe che ci priva del piacere gaio dell’acquisto. Siamo donne di un certo pregio e le nostre presidenziali estremità non godono di essere accolte nel PVC made in China pertanto desitiamo.

Poco oltre, mi cade l’occhio su un paio di gaudenti espadrillas facenti capolino da uno storico negozio di scarpe. Storico anche per le clienti. O sessantenni e oltre o resti fuori.

Prendo la mia amica per mano ed entriamo.

La macchina del tempo: arredi antichi, iper classici e assolutamente dissonanti con tutte le teorie moderne del marketing, commesse e scarpe anch’esse fuori dal tempo.

Vengo rapita, torno alla mia infanzia, quando la mamma mi comprava le Balducci in un negozio molto simile. Faccio foto e mi accerto che la proprietà voglia mantenere intatto tutto l’esprit du lieu . Le espadrillas paillettate mi vanno benissimo poiché, storico negozio e storica clientela, hanno bandito la merce scadente e qui, il cuoio lo è veramente e i piedi, riconoscenti, ringraziano.

Convinco la mia amica a comprarle anche lei, ma di diverso colore, e, dalla vetrina scelgo un altro paio sicura le stessero bene, compra pure quelle.

Faccio lo stesso per me, sfilata avanti e indietro nel negozio, davanti allo sguardo interessato di un gruppo di turiste americane.

Acquisto anche il mio paio. Ma sono extra scontate e faccio l’affare.

Le signore mi osservano, applaudono ad ogni mia scelta sia per l’amica che per me, poi, una di loro si innamora delle mie e gliele faccio avere.

Ovviamente le prende. Sono una straordinaria venditrice, ma chi mi conosce già lo sa.

Alessandra chiede da dove venissero e le gentili signore ci raccontano di essere americane, ma iraniane di origine.

COUP DE THEATRE.

M’illumino d’immenso, sorrisone a 54 denti e dico loro che ci ho vissuto, in Iran, tanti anni or sono e porto sempre nel cuore quel paese anche mio fratello è nato colà e uno dei suoi nome è Rezah, in onore della terra che gli ha dato i natali.

CATARSI.

Scatta foto di gruppo, scambio di email e biglietti da visita, la mamma, la signora più anziana, portava la collana con il simbolo dell’Iran (il leone e il sole) , mi abbraccia stretta, commossa per quanto, come lei, amassi il suo paese.

MORALE:

Sono uscita dal negozio con il conto in banca più leggero (ma non di molto), con due paia di scarpe nuove, e con l’invito ad essere ospite della famiglia iraniana in California a Los Gatos. Per la cronaca le tre signore, mamma figlia e cugina, tutte laureate, tutte con il PHD. Insomma le iraniane sono donne colte, raffinate, di mondo e di una apertura e accoglienza immutate, così come le ho conosciute tanti anni or sono.

Today I made my day!

Pimpra

Il negozio storico della foto è Rosini, via Dante 1 a Trieste

 

 

 

OGGI VEDO POESIA

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A volte, quando gli occhi sono privi di quel velo opaco, la realtà si mostra splendente.

Dove prima c’era patina, fastidio, tristezza se non addirittura dolore, compaiono colori, raggi di tenera luce, stimoli allegri e frizzanti che rendono gaia una giornata qualunque.

Mi stupisco di quanto la mia immaginazione sia capace di creare, specie in negativo, e di farlo con così grande verosimiglianza, da farmi stare male. Poi, nello stesso modo, inverte polarità e mi regala una visione sul mondo e del mondo che è pura poesia.

Oggi è uno di quei giorni beati e, dal momento che sono più rari degli altri, ho deciso di godermelo con tutta l’intensità possibile.

Un luogo a me caro è Molo Audace, una lingua di pietra carsica che si spinge di qualche centinaio di metri in “Sacchetta” (Golfo di Trieste) per dirla alla triestina, dove la vita locale, si esprime con grande naturalezza. Lo slideshow lo dimostra. C’è chi ci va per rilassarsi, per pensare, per pescare, per oziare e prendere il sole, per starci abbracciato con la persona amata.

Anche gli stranieri, iniziano ad apprezzare il luogo, frequentandolo come dei veri triestini.

Modificare la visione del mondo, avere la capacità di saper guardare oltre il proprio naso, e, soprattutto, bypassare le proprie “paturnie esistenziali” è il solo modo, almeno credo, di godersi la vita.

Godere, in fondo, cos’è se non saper apprezzare gli attimi infinitesimali di cui è costellata la nostra esistenza, prenderli tra le mani ed osservarli come fossero preziosi diamanti?

Oggi mi riesce di farlo ed è una visione così meravigliosa che vorrei fissarla per sempre, come il sorriso che, da stamattina, non lascia le mie labbra.

Pimpra

IMAGE CREDIT: foto mie.

 

 

 

 

Ci sono persone, poi c’è Mina.

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Ci sono persone che illuminano la stanza in cui si trovano.

Ci sono persone che ti conquistano per la loro brillante intelligenza.

Ci sono persone di cui ti innamori al primo sguardo.

Ci sono persone che sanno come rendere speciale ogni piccola cosa.

Ho una carissima amica che ha la fortuna di avere la mamma che fa parte di queste categorie. Una mamma che oggi porta con disinvoltura civettuola i suoi quasi 90 anni. Lo so, di una signora non bisognerebbe dichiarare l’età, ma ci sono casi come questo che lo meritano: 89 primavere sulla carta di identità, 75 anni l’età percepita.

Lei si chiama Mina e se non fosse volgare e truculento, un bel “bomba” le sarebbe  più appropriato.

Mina è una triestina purosangue, di quelle che rappresentano la bandiera dell’emancipazione come il vessillo più prezioso. Mina, in tempi non sospetti, nel lontano dopoguerra, è stata il primo ispettore capo di polizia femminile, quando le altre potevano sperare solo in un buon matrimonio per la loro realizzazione.

Mina è una donna al 100%, non assomiglia a una virago, a una di quelle donne che fanno di tutto per sembrare ed essere ciò che non sono. Lei è.

Scrivo tutto questo per raccontarvi come possa essere meraviglioso godersi la vita, in tutto e per tutto e non concedere al tempo e alla vecchiaia fisica sopravvenuta, di piegare la volontà di poter scegliere e di mettersi in gioco.

Lei e la sua amica coetanea, da brave triestine, volevano andare a Grignano a fare il bagno e a prendere il sole. Incuranti della canicola, incuranti della non più verde età, e volevano raggiungere lo stabilimento utilizzando ben 3 autobus.

La mia amica, unica figlia, per poco non andava fuori di testa, cercando di far ragionare la madre sul rischio di compiere tale impresa.

Certo impresa perché far uso dei mezzi di trasporto pubblici, oramai infestati di cittadini privi di senso civico, con il caldo che colpisce duro anche i più giovani, a quasi 90 anni, è come sfidare la sorte.

Ne parlavamo insieme a pranzo, quest’oggi, e mentre Alessandra esprimeva la sua preoccupazione per le idee della madre, io immaginavo la scena, vedendo me, alla stessa età (ci arriverò?), con la mia amica, due arzille vecchiette che, incuranti del mondo e dei limiti fisici dovuti all’età, organizzavano la loro giornata di mare.

La mente è volata via in un soffio e ho provato un senso di gioia e di pace così grande che ho capito, mi è stato chiaro perchè rischiare di cadere in autobus, di avere un colpo di calore e non so che altro.

Si chiama amore per la vita, amore per se stessi e per quell’Anima immensa che siamo che non conosce età, sesso, nazionalità, religione. E’ l’infinita Gioia che ci chiama, che fa muovere i nostri passi, tiene sveglia la mente e caldo il cuore.

Ho detto alla mia amica “Lasciala andare e se mai dovesse accaderle qualcosa, potrà dire di aver vissuto fino all’ultimo istante”.

E’ chiaro che è l’istante, oramai, la sola ragione che conta.

E poi, una triestina non può avere il guinzaglio al collo e men che meno la catena.

OLE’! Evviva la vita!

#STICAZZI!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’ARTE DI ARRANGIARSI

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1° giugno, Trieste.

E’ mattina, non tanto presto. Dopo il caffè di rito alla Torrefazione di Cavana che frequento unicamente per amicizia, il caffè è troppo grezzo per le mie nobili papille viziate da Illy, mi avvio alla gabbietta.

L’umore è buono, non fosse perché la settimana è già finita, lavorativamente parlando, ed ho un bel po’ di progetti in mente per il week end.

Cammino spedita verso l’orologio che segna il mio ingresso nel mondo dei grandi quando, ad un palo, vedo affisso un annuncio.

Attratta dalla foto, non resisto, mi fermo, leggo, prendo il cellulare, fotografo e, ridendo da sola, senza ritegno per strada, mi avvio all’ufficio.

L’ideatore di tale prodezza comunicativa, un genio assoluto del self marketing, uno così, lo assumerei subito.

Mentre sto per entrare al lavoro, mi guardo intorno, che mi è venuto il sospetto di trattasse di una candid camera. Poco male, se mi vedrete filmata mentre sogghigno da sola e fotografo improbabili affissioni, sappiate che ridere fa molto bene alla salute.

Ciò detto, il divertente episodio del mattino mi ha fatto pensare.

Quanto siamo creativi nel cercare di stare meglio? Chi di trovare un lavoro e, possibilmente, un lavoro che piaccia? Quanto agiamo nella realtà, magari in modi e con strumenti diversi da quelli che utilizzano tutti, per creare il nostro personale fascio di luce?

Non sono domande a cui è semplice dare risposta, sono pur tanto questioni che è bene porsi.

Con questo mood molto vivace, sono entrata in ufficio e, guarda un po’, la scrivania e le carte che mi circondano, si sono colorate di sfumature nuove, più interessanti.

A volte, per stare meglio, basta solo cambiare prospettiva.

Lesson number one dell'”Arte di arrangiarsi”! 🙂

Pimpra

Il coraggio dell’empatia. Il coraggio del pensiero. Il coraggio della parola. Il coraggio di comunicare.

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Il lavoro che faccio è molto stimolante, in questo periodo lo è in modo particolare. Oggi, presentazione del progetto “Condivido” per le scuole, per portare nelle aule i 10 comandamenti della comunicazione non ostile. Vi invito caldamente a leggere qui  , qui  e qui .

Stamane, la presentazione alle scuole, con diretta streaming da Milano e diverse città italiane collegate. Un bel progetto, una splendida idea per diffondere la cultura della “non ostilità” in rete presso il popolo millennials e non solo.

Il conduttore della mattinata, Paolo Ruffini, livornese, classe 1978, giovane al punto giusto per la audience. Si presenta immediatamente come uno di loro, l’amico di 5° quando te sei un pischello primino. Battute a go go, ne ha per tutti, giovani e meno giovani, la platea ride e ascolta, ascolta e ride.

Il tono sale e il “parlare volgare” pure: le parolacce si sprecano, lo stile è quello della periferia, dei sobborghi, dei giovani popolari, non di quelli con il naso in su.

Ridiamo, ridono, noi, dalla sede distaccata, non perdiamo una sola parola.

Percepisco strane vibrazioni intorno a me: gli adulti, insegnanti e non solo, cominciano a provare disagio per il tono scurrile e per l’argomento affrontato: una discussione sulla omosessualità e i comportamenti potenzialmente negativi, di odio e violenza, che scatena nei suoi detrattori. Scandalo, quelle parole non si dicono, un tema così poco politically correct, non può uscire libero, dalle parole di un conduttore, chiamato e pagato per fare altro.

In una sede, staccano la spina. Il collegamento viene interrotto perché gli adulti del luogo non gradiscono il tenore della discussione  e il portato semantico delle parole utilizzate.

Quello che era uno spettacolo educativo, ricordo per chi l’avesse dimenticato che educare=educere ovvero tirare fuori, allevare, si è trasformato all’improvviso in una pippa semi noiosa, non fosse per il desiderio dei ragazzi in sala, di ribellarsi alla censura.

Vi rendete conto: censura. Non mi piace quello che sento o non lo condivido, che faccio? stacco la spina.  Cosa insegno ai giovani? Che se non sono d’accordo, giro le spalle e me ne vado? Oppure intervengo e cerco di spiegare le mie motivazioni per cui un’idea/opinione/modo espressivo non posso accettarlo?

Questo è accaduto a Trieste, una città in cui hanno sempre vissuto eminenti liberi pensatori, intelligenze della cultura della scienza e dell’arte. Trieste oggi ha staccato la spina perché il Paolo ha affrontato un tema spinoso, non concordato, utilizzando il volgare gergo giovanile.

Mi piace ricordare che siamo stati tutti adolescenti, ribelli e testoni, mi piace ricordare che poco ci piaceva ascoltare il pippolotto dell’adulto di turno che, dall’alto, ci declamava le sue lezioni su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Se devo fare divulgazione, se desidero entrare in connessione emotiva con la mia audience, specie se questa si trova nella complicatissima età dell’adolescenza, devo per forza scendere dalla cattedra e sporcarmi i lati della bocca con un baffo di ketchup, non posso permettermi di essere il colto e raffinato insegnante che sono se, alla ciurma che ho dinnanzi, parlo con un linguaggio, un tono e uno stile che non “entrano” nella testa e nel cuore e che non sono capiti.

Lo spettacolo e lo show possono e devono avere un certo tipo di dinamiche anche poco ortodosse, il lavoro in aula dell’insegnante sarà quello di modulare, tradurre i contenuti portandoli a una soglia più elevata, ma mai rarefatta.

Per comunicare e per farlo bene ci vuole un gran coraggio.

E, comunque, la censura mai.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: IL CIRCOLO TRIESTETANGO

Bailando

Ho deciso di continuare a scrivere le mie impressioni, sempre non richieste, sui luoghi in cui il mio peregrinare tanguero mi porta. Scriverò solo dei luoghi che, per qualche ragione, mi colpiscono favorevolmente. Non ho nessuna voglia di fare polemiche o di criticare il lavoro degli organizzatori.

Solo cose belle. Scrivo se… mi piace.

Da triestina, mi rendo conto di non aver mai dedicato parole favorevoli al movimento tanguero della mia città. Il motivo mi è chiaro: quando si guarda casa propria, si cerca la polvere in ogni anfratto, si è più critici.

Sono felice di poter spendere una considerazione positiva sul Circolo Triestetango. Non mi importa una cippa lippa di dirvi che ha una bella e lunga tradizione e tutte quelle info che a un tanguero/a esigente, non interessano.

Parliamo di dati oggettivi.

Di norma la sede danzante si trova a Muggia, località di mare – deliziosa peraltro – in provincia di Trieste. La milonga ha sempre luogo di giovedì, dalle 21.30 alle 24.30. Un orario che ben si coniuga con le esigenze lavorative del venerdì.

La pista è adatta, in termini di grandezza, ed è di un buon parquet vero (non di prefinito) quindi elastico. La sala affaccia direttamente sul porticciolo di Muggia, conferendo quel certo non so ché di piacevole. Aspetti logistici importanti e a favore. Di contro, bisogna ammetterlo, quando comincia a fare caldo, fa caldo… e la ronda, spesso è sconosciuta (ma è situazione comune a molte parti d’Italia e non solo).

I pro pro pro che mi hanno colpito, in questi anni recenti, sono legati alla atmosfera che si trova partecipando alla milonga: assolutamente accogliente. Merito del direttivo, ne sono certa, che si spende sempre moltissimo per regalare agli iscritti questa sensazione di piacevolezza, di casa, di benessere.

Devo fare una menzione particolare alla signora Loredana che, ad ogni milonga, offre un buffet “hand made” con delizie sempre diverse, sia dolci che salate, capaci di coccolare il palato e lo spirito dei tangueros ospiti. Sembrano dettagli di poco conto, ma non è così, perché sono questi gli elementi che di un luogo lo fanno sentire come “casa”.

Ulteriore punto a vantaggio è la buona ricerca di TJ che arrivano anche da molto lontano e che propongono visioni musicali sempre diverse e per questo molto stimolanti.

Ma che ve lo dico a fare, Tangueros erranti, forse forse un giretto in milonga anche dalle mie parti, potete prenderlo in considerazione!

Olè!

Pimpra

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