INSEGNANTI, MAESTRI, ALLIEVI E TANGO ARGENTINO

L’odioso virus ha colonizzato tutti gli ambiti della nostra vita lasciandoci pochissimo margine di azione e di libertà di essere e di fare come e ciò che vorremmo.

L’essere umano è nato per adattarsi e così sia, sebbene con le ossa rotte e l’umore a terra, stiamo tutti imparando a vivere di nuovo in modo diverso.

Il mondo del tango è tra quelli più colpiti dai nuovi divieti legati alla pandemia. Dopo lo choc iniziale di vedermi costretta ad appendere le scarpette al chiodo, ho sfruttato il periodo per riflettere su alcuni aspetti.

Ripensavo a quanti maestri ho incontrato nei miei anni di studio. Tanti, sicuramente, ricordo gli stage seguiti con professionisti famosissimi, gli innumerevoli corsi, le lezioni private che ho frequentato.

La distanza obbligata a cui la situazione contingente mi costringe, ha fatto luce su un criterio che, in precedenza, nella scelta di percorsi/corsi/stage, non avevo valutato con sufficiente attenzione.

Immagino il maestro come colui che ducit et docet, mi aspetto che egli/ella oltre alla competenza di materia che – ovviamente – gli riconosco, ci metta un ingrediente in più.

Per me il maestro vuole essere generoso del suo sapere, poiché il suo successo passa attraverso il percorso di crescita del suo allievo.

Ho quindi ripercorso tutti gli anni in cui ho studiato, rendendomi conto che tante volte ho incontrato insegnanti che fingevano di essere maestri poiché il dono che facevano del loro sapere arrivava solo fino ad un certo punto.

Insegnare una materia come la danza ha evidentemente mille sfumature, ma resto della mia idea che insegnare, richieda in primis generosità. Si fa dono di se stessi, del proprio percorso, della propria esperienza all’allievo che, a sua volta, evidentemente, elaborerà con i suoi strumenti e le sue capacità, quanto ricevuto.

Mentalmente ho risposto all’obiezione che più volte ho sentito ribattere, ovvero “io non posso/non voglio plasmare a mia immagine e somiglianza l’allievo”. E su questo sono d’accordo ma, senza imporre la mia visione del mondo come unica e assoluta, ciò non vieta all’insegnante di aprire la sua valigia di esperienza e di condividerla.

Questo maledetto periodo, alla fine, qualcosa mi ha insegnato: adesso so chi andare a cercare.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE . Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: FRANCESCA AUTERI

La carovana delle interviste SIX.Q si spinge nella bellissima Sicilia intervistando una delle numerose e incantevoli tangueras, artiste e insegnanti che popolano quella meravigliosa terra.

Godiamoci quindi l’intervista dell’amica Francesca Auteri da Catania.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza.

Francesca Auteri, dalla sicilianissima Catania.

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo. 

Per me essere donna e essere danzatrice, o ancora, essere una danzatrice donna, sono due elementi che s’intersecano fortemente ma senza doversi per forza contraddire l’un l’altro, anzi. Spesso nel tango la femminilità (o ciò che nell’immaginario comune è associato “all’essere femmina”) viene estremizzato e tramutato in stereotipo (forse una gabbia?) di genere. Ma l’essere donna va ben oltre il tacco 10 e la gonna con spacco inguinale; è un sentire profondo, viscerale, una connessione con ciò che di più antico esiste in noi, con la nostra ciclicità corporea, il nostro sangue, le nostre ossa. Una danzatrice donna sarà sempre donna, fuori dalla scena e in scena, quando insegnerà e quando berrà un caffè bruciato al bar; sarà donna a prescindere da cosa indosserà, da quale orientamento sessuale avrà, da cosa mangerà la sera a cena. 

3.Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve? 

Il tango, come tutte le discipline degne di chiamarsi tali, è a tutti gli effetti un profondo percorso conoscitivo del sé più intimo. Quindi, in primis, ci si riappropria del corpo, della capacità di sapersi muovere da soli e in coppia; si allontana la paura del contatto con l’altro, si riscopre l’abbraccio, la diffidenza lentamente si tramuta in fiducia, il gruppo diviene momento di condivisione e socialità. E ciò riguarda tutti, non solamente il gentil sesso! Inoltre spesso si approda a questa danza dopo un momento particolarmente difficile e doloroso della propria esistenza, come un lutto o una separazione; in tal senso il tango ha indubbiamente un valore fortemente terapeutico e di “traghettamento” verso nuovi orizzonti. 

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia maschio/femmina.

Innanzitutto la conoscenza di entrambi i ruoli è un elemento decisivo e necessario per migliorare e completare la nostra danza. Essere follower ma saper anche guidare ci regala una consapevolezza incredibilmente solida, delle possibilità maggiori di giocare con i tempi e gli spazi della musica, una sensibilità più profonda per comprendere le esigenze e i bisogni della persona con la quale stiamo danzando. In più si riconoscono con più facilità gli errori attraverso la lente d’ingrandimento costituita dall’indossare una veste nuova e dunque un nuovo punto di vista. Errore comune però, ma ciò dipende moltissimo dalla natura della danzatrice (o del danzatore, perché le mie parole hanno una valenza tanto al femminile, quanto al maschile) è il cadere nel monologo, nel non ascoltare l’altro, nell’imporsi. Ma questo è un problema di sempre (e non solo nel mondo del tango, ahinoi!). 

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

La risposta è assolutamente affermativa, certo. Il tango aiuta a riscoprire parti di sé assopite o sconosciute, regala nuove sicurezze, insegna ritualità, rilassa e rinforza il corpo e la mente. Potrei portare infiniti esempi al riguardo, ma ricordo in particolar modo una mia allieva, vicina ai quarant’anni, rigidissima nei movimenti e nel pensiero; bene, dopo qualche anno, era un’altra donna, più rilassata, più socievole, più sorridente. Si era ritrovata, scoprendo aspetti del proprio essere prima taciuti e dimenticati

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

“Ah insegni tango…Figo! Ma che lavoro fai?”

Ecco, no, sbagliato: insegnare tango, danza, essere artista, attore, musicista, pittore, ballerino, circense, coreografo, regista, scrittore e chi più ne ha più ne metta, sono tutti lavori, dignitosi e faticosi non meno di altri. Che poi vengano sminuiti e ben poco apprezzati dai più, beh, questa è un’altra triste, tristissima, storia.

Ci vogliono anni di preparazione, grandi sacrifici, lotte estenuanti, ore e ore senza nemmeno intravedere una miserissima moneta, per portare avanti progetti di vita in questi settori già di per sé così precari e vacillanti. Vi prego, non dimentichiamocelo. 

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Per studiare e contattare la Maestra:

email: auterifrancesca.tango@gmail.com

Profilo FB: Francesca Auteri

Pagina FB della scuola dove insegna: Barrio de Tango

Sito web: Barrio de tango

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Ringrazio Francesca per aver accolto con tanto entusisamo l’invito a partecipare a questa SIX.Q tango intervista!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: LARA CARMINATI

La SIX.Q di oggi è a Lara Carminati, ex danzatrice classica, che ci regala spunti interessanti sui quali soffermarci e riflettere per esprimere al meglio la nostra essenza femminile quando siamo in pista e non solo.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Lara Carminati, Monza

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo?

La femminilità è il focus della donna tanguera. Credo che il tango rappresenti proprio questo per noi donne, la possibilità di esprimere tutta la nostra femminilità uscendo dai ruoli che siamo obbligate a ricoprire nella nostra routine quotidiana. Il mio modo di sentirmi donna entra impetuoso nel mio modo di ballare, nel tango mi sento completamente libera di esternare tutta la sensualità che sento vivermi dentro. La mia femminilità non rappresenta mai un ostacolo, anzi è il serbatoio cui attingo per trovare creatività e personalità nel ballo.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve?

Il primo segnale di cambiamento che avverto è nella confidenza che le mie allieve prendono con il proprio corpo e il proprio carattere. Insisto molto sullo sviluppo della consapevolezza del corpo e conoscenza. Dalla conoscenza di noi stesse può iniziare il meraviglioso viaggio alla scoperta della nostra femminilità. Invito a non ricercare alcuno standard di bellezza (tanguera) ma a sperimentare tutto ciò che sentiamo ci porti in contatto con la nostra anima sensuale. Cambiano nella spontaneità con cui interagiscono con me e tra loro a lezione, cambiano nella sicurezza che acquistano nei gesti e nei movimenti del corpo, che si tratti di passi di tango o semplici esercizi preparatori.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia maschio/femmina.

Conoscere entrambi i ruoli non può che giovare alla consapevolezza del nostro ballo, più conosciamo più ci muoviamo con cognizione di causa, esaltando tecnica e creatività in ogni movimento. Inoltre lo studio del ruolo da leader diventa un gioco che propone un po’ di leggerezza allo studio e alle serate di milonga in cui i cavalieri scarseggiano o sono troppo “timidi” per non dire altro, per invitare. E cosi possiamo sperimentare la musica come noi la sentiamo, non solo seguire ciò che ci viene proposto, possiamo costruire il nostro ballo e mentre costruiamo ed interpretiamo la musica, esprimiamo un’altra parte di noi, quella più attiva, emancipata e guerriera che pur sempre ci appartiene.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Il tango fa benissimo alle donne!! Le fa sentire vive, femmine senza aver bisogno di ricorrere alla volgarità, le fa riscoprire donne nella sua accezione più elegante e raffinata del termine. Il tango esplora il corpo e l’animo della donna, attiva nuove sensazioni, espande le emozioni…come può non far bene? non ci sono controindicazioni. Il fisico ne trae giovamento grazie all’attività fisica assolutamente non stressante ed alla portata di tutti. Il cuore si apre all’altro per poterlo accogliere nel nostro abbraccio, il respiro ci accompagna in ogni passo portandoci a contatto con quella parte di noi che forse non avremmo mai conosciuto senza il tango. Io personalmente non mi sarei scoperta tanto femminile se non avessi incontrato il tango nel mio percorso.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Mi sento una donna trasparente senza grandi segreti, questo anche grazie al tango che ha tirato fuori davvero tutto di me. Tuttavia se posso sfruttare questa occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa, il mio pensiero va ad una insegnante di danza classica, che mi ha spesso demotivata, riponendo nelle mie capacità (a torto o a ragione) poca fiducia…ecco oggi con orgoglio e soddisfazione mi girerei verso di lei per dire …”Ce l’ho fatta!” e mi sento completamente appagata. Grazie per questa intervista, un’occasione per riflettere su tanti aspetti del tango e della donna in generale.

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Per studiare e per contattare la Maestra:

Pagina fb: Lara Carminati

sito web: Marco Palladino e Lara Carminati

sedi corsi: Treviolo (BG) c/o Punto Dance – Milano c/o Il principe – San Vittore Olona (MI) c/o Jacko Dance – Monza (MB) c/o Sport Village – Trezzano sul Naviglio (MI) c/o Dance Dance
Percorsi al femminile a Treviolo e Monza e on line su piattaforma zoom

SIX.Q TANGO INTERVISTE

Pensavo che ai tempi difficili, bisogna sempre reagire con vigore e, soprattutto, con positività.

Inutile ribadire che la pausa forzata, costretta, dura ma – ahimè – necessaria, che il tango sta attraversando, pesa molto ma, secondo il primo postulato della sopravvivenza, voglio reagire e pensare positivo.

Mi è quindi venuta l’idea di micro interviste, le “SIX.Q” , da proporre ai maestri di tango che conosco.

Vi ricordate i compiti delle vacanze dell’epoca? Ecco una specie di attività del genere, ma senza la rottura di scatole che i compiti veri comportavano.

Sei domande lievi, dove i nostri amici maestri ci danno qualche visione e prospettiva in breve del tango post Covid.

La prima raccolta di domande avrà un focus sul corpo danzante. 

L’idea è di raccogliere spunti provenienti da professionisti che lavorano in Italia così che possano pungolare la nostra voglia di tenerci in attività, di curare il corpo e i movimenti facendoci arrivare meno ciocchi di legno al primo appuntamento sulla pista da ballo.

Sto raccogliendo le interviste che saranno pubblicate a cadenza settimanale, sempre con titolo “SIX.Q” e il nome dei professionisti intervistati.

Il patto che faccio con loro e con voi, amici lettori, è questo: nessun retro pensiero, nessuna preferenza, nessun fine di lucro mio o loro. Solo uno scambio, un arricchimento per la comunità.

Sotto ogni intervista riporterò le informazioni relative alla loro attività professionale, così sarà per tutti.

L’idea è di fare un viaggio in tutta la penisola, di dare voce alle voci, di ricevere suggerimenti e consigli, di mantenere viva e vibrante la nostra passione.

Se volete partecipare alle interviste, se avete qualche argomento in particolare che vi interessa approfondire, se avete domande, scrivetemi a questo indirizzo di posta: girotangando@gmail.com .

Pimpra

FINO A CHE PUNTO POTETE SPINGERVI?

Il tempo, tiranno e inesorabile, continua a scorrere.

I giorni scivolano dalle mani, la primavera ha lasciato spazio all’estate, il lockdown è alle spalle, non dimenticato ma volutamente nascosto nello scrigno di quei ricordi che non vuoi rammentare.

Le vacanze sono alle porte, per chi può e vuole permettersele.

L’estate del tanguero è, per definizione, “errante”, tra giri di milonghe o eventi di ogni sorta, complice la stagione più bella, le giornate più lunghe e la voglia repressa di uscire e vivere intensamente.

Da quanto leggo però, se lo sono un po’ scordati questo nostro ballo, relegandolo in fondo alla lista delle attività da normare. In alcune regioni il solo escamotage trovato è il “ballo tra congiunti”, sul quale evito di esprimere commenti, tanto appare assurdo e, tutto sommato, poco democratico. Il virus c’è o non c’è, parliamoci chiaro, e se pure i congiunti conviventi tra loro non sono a rischio, a ragione il solo fatto di condividere una sala con altri congiunti, li potrebbe mettere potenzialmente “a rischio”.

Ma non è questo l’argomento su cui desidero soffermarmi.

Vi chiedo: ma voi, patiti dell’abbraccio in tutte le sue forme, fino a che punto sareste capaci di adattarvi, purché vi fosse concesso di ballare di nuovo? E per ballare intendo con chicchessia.

Avete paura? Avete solo le scatole piene? Avete pensato di appendere le scarpette al chiodo, dichiarando conclusa una stagione della vostra vita, oppure vi state preparando studiando tecnica in solitaria?

Come state? Come vi sentite amici miei?

L’immagine del post mi ha fatto molto riflettere su come saremo al nostro rientro in pista, ai nostri sentimenti, alle paure o, semplicemente, al senso di liberazione e di gioia che ci pervaderanno.

Per me non ho la risposta, nel senso che il mio cuore ha come congelato la passione tanguera che mi divora, permettendomi di sopravvivere ai giorni senza abbracci, senza emozioni, senza stimoli.

A casa uso le ante dell’armadio in modo molto alternativo, obbligandomi agli esercizi di tecnica che mi è sempre piaciuta ma che aveva un sapore diverso quando era una scelta e non l’unica opzione.

Pimpra

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FACCIAMO IL PUNTO

Fine giugno.

Solstizio estivo: fatto.

Profezia Maya: scollinata senza effetti apocalittici.

Progetti per l’estate? M A H .

Tango in milonga? M A H. M A H .

Non so come state messi voi ma è giunto il tempo di fare il punto della situazione.

Personalmente sopravvivo con una discreta dignità a questo strano momento storico.

Lo definisco così perché tutto quello che ho e non ho intorno mi pare strano: la gente con le mascherine, il gel igienizzante ovunque, le regole dello stare insieme (sempre più lasse a dire il vero), il tango argentino ancora ghettizzato e quindi impraticabile nella sua veste più sociale, quella della milonga, lo smart working che amo, ma che mi sembra comunque legato alla calamità, il mare che ancora non ho raggiunto perché non riesco a immaginarlo con il distanziamento.

Non so come vi sentiate voi, io definirei il mio stato attuale STRANO.

La vita casalinga, leggi da smart worker, se da un lato mi rende una lavoratrice migliore – l’habitat consono e le relazioni sociali completamente assenti fanno bene al mio spirito – dall’altro mi ha resa la fotocopia della “zia Abelarda”.

Non ho più quella voglia insistente di uscire per il giro di vetrine e shopping connesso, sono diventata appassionatissima di verde e piante che curo con amore, il mio lato animalista è vieppiù rafforzato eppure…

Percepisco come una situazione di sospensione, come se i mesi da poco trascorsi non fossero completamente sotterrati e volutamente dimenticati, come se, poco più avanti, altre difficili prove ci stiano attendendo.

La mia è solo una sensazione “animalesca”, una specie di istinto, nessun pensiero razionale o ansia di fondo che non sono roba mia.

E comincio a sognare di quando ballavo, di quando tutti noi ballavamo e facevamo progetti meravigliosi e le vacanze estive erano il massimo per la programmazione di viaggi e di weekend da tango-dipendenti. Adesso percepisco silenzio, o piccole voci soffuse e mi sembra così strano, ai limiti del surreale.

La mia sarà un’estate scondita di viaggi e, probabilmente, di incontri, di persone, di quella vita caotica e colorata che tanto amo.

Mi auguro solo che la lupa che porto dentro si sbagli e che quella strana vibrazione di fondo che percepisco, si dissolva nell’alba del mattino.

Pimpra

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Riscrivere il significato di “Comunità tanguera”

Le buone notizie stanno arrivando, pare che la pandemia sia entrata nella curva decrementale, ci si ammala di meno e – fortunatamente – in modo meno grave.

Dal 3 giugno, finalmente, saremo liberi di muoverci nel nostro paese e, con qualche difficoltà che verrà presto risolta – mi auguro, anche verso il resto del mondo.

Le attività stanno tutte riaprendo e, ne sono certa, anche per quanto concerne le danze di coppia, verranno proposte soluzioni a breve e… torneremo in pista.

Questo sciagurato periodo, ahimè, ha mostrato degli aspetti della comunità tanguera che mi hanno fatto molto riflettere.

La politica portata nel tango, il pensiero critico verso le soluzioni messe in atto dai governi, lo scagliarsi gli uni contro gli altri in dibattiti on line relativamente la gravità della situazione, mi hanno colpito profondamente.

Dopo l’ultimo post che ho scritto, qui, e le numerose bordate personali che ho ricevuto (si sa che i leoni da tastiera sono sempre vigili e pronti a sferrare attacchi), desidero chiarire la mia posizione e invitarvi a un dialogo costruttivo, leale e scevro da offese gratuite e poco utili al dibattito.

Credo fermamente che la comunità tanguera debba riscrivere se stessa.

Prima era tutto semplice, ognuno sceglieva “il suo mondo” ideale dove portare la sua danza: gli amanti del tango milonguero nei loro circuiti, così come i maratoneti i loro weekend, andavamo ai Festival, alle milonghe, agli stages e chi più ne ha più ne metta.

Poi, come se un colpo di spugna avesse cancellato la lavagna, ci ritroviamo con le scarpette in mano ad aspettare che ne sarà di noi, della nostra voglia, del nostro bisogno di incontrarci e ballare.

Non sarà più come prima, temo.

Dobbiamo ancora capire se, come, quando, in che modo potremo riprendere ma, ciò che a me preme massimamente, è il modo in cui entreremo in relazione.

Vi propongo la mia personalissima visione.

Chi mi conosce da anni lo sa. La mia vita è impostata sul concetto “LOVE AND PEACE” e “VIVI E LASCIA VIVERE”.

Agire nella propria vita la LIBERTA’ significa, innanzitutto, rispettare quella dell’altro.

Vivere in una società civile, significa avere rispetto delle sue regole. [Questa frase è dedicata a coloro che non hanno saputo/voluto leggere con gli occhiali giusti, l’ultima frase del post precedente, una iperbole provocatoria ].

Fatta questa premessa, il mio mondo tanguero ideale rappresenta in assoluto il concetto più bello di “COMUNITA’ ” .

Partiamo dall’assunto che “(…) Come notava Z. Bauman, “oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona” (2001, p. 138). Citazione da Treccani qui.

Riprendiamo il concetto di “riparo dalle maree montanti della turbolenza globale” e chiediamoci quanto il tango come comunità può fare per essere riparo, specie dopo questa pandemia.

La prima riflessione dovremmo portarla all’interni di noi stessi, chiedendoci quanto siamo disposti a dare e quali rinunce accettare affinché la comunità risorga come riparo, porto, isola felice.

Saremo capaci di bandire i giudizi che abbiamo sempre a fior di labbra su ogni cosa riguardi il tango, giudizi che – purtroppo – sono animati da critica feroce più che da spunto di riflessione e dialogo costruttivo?

Saremo capaci di essere meno egoisti? Di gioire se i nostri amici di altri paesi nel mondo danzeranno prima di noi? O inveiremo contro questo nostro stato assassino che tarpa le ali ai nostri desideri?

Personalmente ho pensato molto in questo periodo, rivalutato mille pensieri, rivisto scelte.

Oggi posso affermare di essere una persona fortunata ad avere questa passione e di poterla condividere con voi, con tutta la gioia, l’apertura mentale, la curiosità e il rispetto possibili.

Spero che anche per voi possa essere lo stesso, in libertà, senza bandiere, senza confini, senza colori, uniti dal quel “CUM” latino che ci porta “INSIEME”.

Buon nuovo inizio, Amici miei

PIMPRA

MALINCONIA TANGUERA

Questa è solo la minima parte del mio personale parco scarpette da tango. Queste sono le bimbe che, attualmente, mi seguono nelle peregrinazioni sulle piste.

Ho sbagliato tempo dei verbi: devo usare il passato remoto.

Ci passo davanti ogni giorno, le accarezzo con lo sguardo, ogni paio mi ricorda momenti fenomenali della mia vita, ore di piacere, di gioia, a volte anche di cocenti delusioni, di dispiacere.

Le mie scarpette da tango raccontano la mia vita, quella degli ultimi 15 anni.

Ogni giorno mi osservo i piedi, li vedo senza lividi, senza calli, senza unghie rotte, dovrei essere contenta, invece ci leggo il segno della pausa, della sosta obbligata a cui siamo stati costretti.

Ammiro molto gli amici e i maestri che, determinati, hanno continuato a ballare, ad allenarsi a distanza, a perfezionare la tenica.

Io faccio fatica, perché mi prende come un dolore dentro, vivo una sorta di lutto, perché mancano gli abbracci, come non mai.

Ho letto che in alcune regioni d’Italia, con prudenza, stanno riaprendo le scuole di ballo, ed è una cosa meravigliosa. Da me, nel lontano nord est ancora vige il divieto, ma sono e voglio restare ottimista.

Ho una grande paura: riuscirò a ballare ancora? Sarò in grado? Il corpo non allenato, rimasto per mesi in quasi totale inattività fisica, recupererà?

Sono sopraffatta dal desiderio e dal timore, dal bisogno di riprendere e dalla paura di non farcela.

Le mie scarpette sono lì, mi guardano e continuano a ricordarmi come ero e come era bello ballare.

Non metto più i tacchi da tantissimo tempo, perché se non posso ballare, è come se la mia “donna” portasse l’abito del lutto.

Ma il tango tornerà ed è bene farsi trovare pronti.

Oggi indosserò il paio da studio e muoverò i primi passi, in fondo la vita è questo: RICOMINCIARE.

Pimpra

GLI OLANDESI LA CHIAMANO “HUID-HONGER”, NOI “FAME DI TANGO”

Pochi giorni fa, durante una mini passeggiata nei pressi di casa, mentre ero completamente immersa nei miei pensieri, ho avuto come l’istinto di sollevare lo sguardo.

L’immagine che ho avuto dinnanzi agli occhi è quella che vedete, ho afferrato il cellulare per immortalarla.

Rientrata nella quarantena domestica, mi è parso chiaro come, sempre più forte e intensa, sto provando quella che gli olandesi definiscono: “huid-honger” che tradotto potrebbe più o meno significare “fame di pelle”.

Ne parlavo via mail con il mio amico Michiel, l’olandese appunto, si discuteva su come il distacco forzato dal tango ci provocasse queste curiose sensazioni.

Mi piace immaginare il giorno in cui, come queste dolci rondinelle della foto, anche noi tangueri impenitenti, potremo finalmente tornare agli amati lidi e riprendere le nostre danze.

Penso anche a come cambieranno gli approcci alla tanda, il modo di ballare, e pure se dovremo farlo “mascherati”.

Sono pensieri che, dopo due mesi di congelamento dovuto allo choc pandemico, cominciano piano piano a riaffiorare alla mente, come se i primi spiragli di riapertura delle attività quotidiane, ci permettessero nuovamente di sognare.

E’ chiaro che, nostro malgrado, il tango sarà l’ultima delle ultime attività a cui potremo dedicarci in futuro e che, questo stesso futuro, rimane estremamente incerto e, di sicuro, piuttosto lontano nel tempo, ma tant’è la mente non si ferma.

Così, continuo a perdermi nella dolcezza del volo di queste rondinelle immaginando la gonna svolazzante rincorrere i miei movimenti nella prima tanda post epidemia.

Sognare, ne sono certa, fa bene allo spirito.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

TANGO E TECNOLOGIA

Ormai ho perso il conto dei giorni, stare a casa ovatta il senso del tempo. Mi accorgo dello scandire delle giornate osservando il piumaggio di foglie del carpino che domina il giardino. E’ lui che funge da calendario.

Come molti di noi, lavoro da casa e, se possibile, sono più iperconnessa di prima. Nel carosello di pixel che fiammeggiano quotidianamente dinnazi ai miei occhi, sto notando un grande cambiamento “adattativo” riservato a noi, i “droGatti” tangueros.

Molti professionisti (e non) si sono affacciati alle piattaforme virtuali per continuare a mantenere vivo il rapporto con i loro allievi e, perché no, non perdere completamente la fonte del loro reddito.

Una delle piattaforme che vanno per la maggiore è Zoom, ma sicuramente ve ne sono altre di validissime.

Personalmente non mi sono ancora mai iscritta a uno di questi webinair, ma conto di farlo prima o poi. So di molti amici che seguono lezioni di ogni tipo in modalità on line, da quelle più tipicamente “intellettuali”, i classici corsi di formazione per capirci, a vere e proprie lezioni che implicano il corpo.

Ecco che mi chiedo come cambierà il mondo tanguero, anche alla luce di queste possibilità offerte dalla tecnologia moderna.

Facendo un salto nel passato, ripenso ai miei esordi a metà del 2000, ricordo perfettamente come molti tangueros dell’epoca facevano indigestione di video di esibizioni per carpire i movimenti dei professionisti. Poi si presentavano in pista e usavano l’inconsapevole ballerina/o quale strumento di verifica dei loro progressi. Inutile dire che per il 90% di loro gli effetti erano nefasti.

Ma torniamo ad oggi, come cambia, se cambia, la didattica on line? Il fatto che io veda il mio maestro effettuare dei movimenti, spiegarmeli, mi permette comunque di apprendere? Il maestro, via etere, ha la possibilità di osservare i movimenti degli allievi e di offrire le sue correzioni?

Oppure le lezioni on line poggiano piuttosto sulla condivisione con l’aula di esercizi che vengono dettagliatamente spiegati alla classe che poi, in autonomia, li riproduce?

Si possono fare domande? I maestri interagiscono o il rapporto è “one to many“?

Non nascondo che questa possibilità di apprendimento, non solo mi incuriosisce, ma mi pare un’ottima ancora di salvataggio sia per i professionisti, gravemente privati della possibilità di lavorare, sia per gli allievi che si sentono mancare i loro punti di riferimento.

Ancora, come si può rendere questo strumento il più efficace possibile, in modo che, una volta l’emergenza risolta (accadrà prima o poi!), non ci si ritrovi in pista completamente a digiuno dei movimenti, con tutti i nostri punti deboli in esaltazione?

La domanda è rivolta sia ai maestri che avranno il piacere di rispondere, sia agli allievi che hanno esperienza del metodo.

Ad ogni buon conto e a prescindere da tutto, apprezzo la voglia di trovare soluzioni, di reagire a una situazione drammatica, all’arte di arrangiarsi che, messe insieme, ci faranno rialzare la testa e riprendere le nostre vite.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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