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Ne ero quasi certa, dopo lo stop forzato della pandemia, credevo di essermi ripresa in mano la vita. Attività diversificate, viaggi, interessi.
Sono passati 5 anni da allora, 3 dalla mia prima maratona post pandemia.
Ed eccomi qui, arzilla signora di mezza età, nel fior fiore della sua dipendenza!
Viaggio per andare a ballare.
Gli amici che frequento sono (quasi) tutti tangueri.
Continuo a voler frequentare le maratone.
Insisto a prendere lezioni private.
Non mi decido ad appendere le scarpette al chiodo.
E niente, questo weekend non ballo. E mi chiedo se mi perderò qualche milonga favolosa. E continuo a star dietro alle iscrizioni agli eventi.
Controllo la mail per vedere se mi hanno risposto. Non mi hanno risposto, allora non mi prendono. Cerco un altro evento da sostituire. Ho pensato di iscrivermi a un evento in Finlandia, così, solo per il brivido della conferma.
Ecco come sto messa. Ma va tutto bene eh, la mia è una dipendenza sana. Solo il conto in banca mi dice il contrario, ma si sa che non sono mai stata brava a gestire le finanze.
Uscirne si può. Dicono.
Ma io non credo di volerlo.
“Ciao sono la Pimpra. Questo weekend non ballerò.”
Applausi in sala. Sipario. Luci spente. Tranne sul sito delle iscrizioni.
Una festa dentro la notte, un farsi dell’alba stretti in abbracci indimenticabili.
A volte è maschera di un sorriso che nasconde una ferita.
Ballare -come lo sport, e forse meglio ancora- ci connette al corpo, che è la più potente medicina quando l’anima e il cuore soffrono.
Il corpo ci riporta nel qui e ora. Ci ancora alla realtà. Ci tiene vivi.
Nel 2023 il mio piccolo mondo mi è crollato in testa.
Senza fare rumore. In un silenzio peggiore di qualsiasi esplosione.
Il cuore si è sciolto, così pure le immagini che aveva creato, rivelando uno scenario squallido.
Ci sono stati momenti in cui non ho più percepito emozioni, sensazioni, ho vissuto dentro una linea piatta, fatta di routine, di gesti conosciuti e oramai meccanici, senza provare alcunchè, dolore e rabbia compresi.
La vita scivolava a gocce scolorite, così i giorni. Il corpo si muoveva come un automa. Vuoto di senso. Vuoto di stimoli. Solo vuoto.
Poi, una mattina, nella quotidiana passeggiata verso l’ufficio, la playlist del cellulare mi ha sbattuto in faccia uno dei miei tanghi preferiti. Un monito. Un richiamo. Uno schiaffo alla mia apatia.
Ho concluso il mio anno orribile andando in maratona da sola, viaggiando da sola, restando da sola. Un’iniziazione. Una consacrazione alla mia nuova me. Alla giaguara ferita, ma ancora palpitante di vita, pronta a rialzarsi.
E così è stato. Weekend dopo weekend, ho ripreso a viaggiare e a ballare. Tanto. Con tutti.
Non era una fuga, la mia, era la dimostrazione della mia resistenza ai colpi della vita, agli inganni delle persone, alla solitudine.
E sono rinata.
E il mio tango è rinato.
Anzi: è nato per la seconda volta.
Gli abbracci sono una forma di regolazione emotiva, riducono l’ansia, ricompongono la frammentazione. Pezzo dopo pezzo, il tango ha incollato i miei cocci, riassemblandomi in un insieme decisamente migliore.
Gli abbracci del tango non chiedono nulla eppure ti restituiscono tutto. Ti rimettono in mano la tua vita, la tua persona, i tuoi desideri. Riaccendono i sogni.
Le crisi oggi arrivano a onde, come la risacca. Tornano, sempre.
A vent’anni cerchi il tuo posto nel mondo.
A cinquanta ti chiedi chi sei diventato.
In tutto questo il tango. Che resta, accoglie, contiene, racconta.
Oggi, quando tocco le assi di legno della milonga mi emoziono ancora. Quel tango, quello che mi ha salvato, mi risuona dentro.
Da allora ho la mia playlist di preferiti, brani che sanno suonare dentro di me tutte le note delle emozioni.
247 vi dice qualcosa? Sono le leghe che separano casa mia dalla location della maratona del fine settimana appena concluso. (549 km se non avete voglia di fare il calcolo).
Una maratona di chilometri per raggiungere Alba dove alloggiavo, con l’aggiunta di altri 16 km per arrivare all’ameno paesino di La Morra, sede dell’evento.
Mentre mi trovavo in macchina, non potendone più, la mente annebbiata provocava ulteriore fastidio stuzzicandomi la testa con pensieri negativi: “varrà la pena aver fatto tutto questo viaggio? Ci sarà l’atmosfera gaia di abbracci e sorrisi che tanto piace a me? Ballerò? Mi divertirò? La musica si accorderà ai miei desideri?”.
La sala è accolta nel paesino in cima a una collina che, con il buio della sera del venerdì, mi pareva di essere finita dentro a un campionato di corsa in montagna, tra tornanti e curve e un asfalto che te lo raccomando. Ancora più martellanti e furiosi i pensieri “Ahò ma siamo sicuri che ne vale la pena?”
All’arrivo i primi sorrisi luminosi alla reception degli ospiti mentre ti annodano il nastrino rosso color barolo come fil rouge della festa, la caramellina gourmet dell’antica confetteria Converso di Bra (i dettagli fanno la differenza!) trovata nella busta dei ticket della ristorazione, e già mi è partito il primo sospiro di sollievo.
E poi i volti degli altri, più o meno stanchi del fine settimana alle spalle, chi del viaggio (ovviamente meno lungo del mio, ma tanto è un’ovvietà), ma tutti sereni, molti di loro a sorseggiare qualche bollicina che il bar in fondo alla sala ne offriva di deliziose.
Così è partita la mia prima edizione di Barolera, una maratona piemontese di cui avevo sentito molto parlare.
L’atmosfera del luogo è percepibile da subito, c’è quell’educazione e quell’accoglienza elegante che caratterizza i sabaudi e definisce i loro eventi.
Dopo un sonno ristoratore, dimenticati i km alle spalle, l’entusiasmo di trovarmi in gita tanguera si è impossessato di me e delle amiche con cui ho fatto la trasferta.
Alba ha un ridente centro storico, colonizzato da un mercatino che ne riempie le stradine ma, ancor più bello il contorno di colline e vigneti che cinge la cittadina.
I 16 km che separano Alba da La Morra, sono una delizia per gli occhi, alternando dolci colline a nocciolaie e vigneti a pastini. Un senso di pace, di armonia si è impossessato di tutta me facendomi arrivare in milonga con il migliore dei sorrisi.
Le sorprese non sono mancate, dallo zabaione home made offerto nel pomeriggio ai danzanti per ricaricare le batterie, alle meringhe, al budino specialità locale che già ho dimenticato come si chiama (il bünet, grazie Veronica Anna Federica!). Tutto parlava del territorio, la qualità parlava del territorio.
Foto credit Mauro Tonchich
Piacevolissime le coreografie di danza moderna che hanno spezzato la solennità dei tanghi ballati e dato vigore agli astanti sulle note della febbre del sabato sera e non solo, e, dulcis in fundo, la coreografia “open” dedicata ai tangueros, “appresa” in soli 20′. Con il tango ci sappiamo fare ma quanto al resto siamo piuttosto negati ma volonterosi e dotati di grande sangue freddo per esibirci insieme alle bravissime ballerine moderne!
(ps: l’anno prossimo inviateci il tutorial del brano con anticipo che almeno proviamo a prepararci! 😀 )
Una menzione speciale spetta al buffet della domenica che ha coccolato il palato con piatti deliziosi, un risotto ai porri buonissimo, e poi una scelta di ottimi affettati, formaggi del luogo, i famosissimi grissini, altri stuzzichini vari, un vero capolavoro di ospitalità!!! BRAVI!
Tra zabaione, dolcetti, caramelline, budini vari avevo il fuoco delle calorie che bruciava violento dentro di me facendomi ballare come una invasata. Che bello!
Consiglio assolutamente di venirci, anche se non amate il vino e siete astemi come me, è tutto il contorno che coinvolge, mettendo in una dimensione di relax, dentro una piacevolissima onda di allegria.
Tradizione vuole che, il 1 maggio, si faccia pic nic con gli amici, piuttosto che andare al concerto in piazza, o, comunque, fare una gita fuori porta, trascorrere il tempo possibilmente all’aperto. Spiace per tutti quelli che, loro malgrado, debbano lavorare durante le feste comandate. La vita non è affatto democratica, si sa.
Quest’anno ho seguito la tradizione, complice fra le altre una bellissima giornata di primavera molto avanzata e, con la solita truppa di oramai “congiunti” tangueri, abbiamo raggiunto la ridente Bassano del Grappa per recarci all’Hangar dove si è celebrata la consueta festa del 1 maggio insieme ai Revoltosi.
In questa occasione a tutti i partecipanti viene chiesto un piccolo contributo in cibo e bevande per creare un buffet super guarnito di prelibatezze “home made” e pure a Km zero, preparate dalle sapienti mani degli ospiti. Il tutto piacevolmente innaffiato, tra gli altri, da ettolitri di prosecco. Siamo in Veneto e bere è una religione.
Una pomeridiana lunga, iniziata mangiando dalle 12.30 che si è protratta fino alle 21.00. I tempi dilatati dall’ottimo cibo, dalle chiacchiere scambiate assaggiando le leccornie campestri, in una modalità di “chill out” che sempre dovrebbe caratterizzare le milonghe.
Il significato di incontrarsi è pur questo: una chiacchiera, una bevuta, una tanda. In totale relax.
Sarà che la sede dell’Hangar, specie nella sua versione estiva con lo spazio all’aperto, si presta particolarmente, sarà che i Revoltosi sono uno squadrone oramai più che affiatato e collaudato, sarà che gli uccellini cinguettavano, l’aria profumava di fiori, il prosecco idratava la gola assetata e golosa, sarà che oramai – almeno di vista- conoscevo tutti, ma la giornata è stata davvero piacevole.
Stavamo così bene all’aria aperta che hanno dovuto suonare le trombe per farci entrare in pista, per poi uscirne poco dopo che ancora quell’assaggino lì al buffet ci mancava. Così per tutto il pomeriggio.
Cosa lasciano milonghe del genere? Un sapore di buono, non solo per l’ottimo cibo, ma per l’atmosfera davvero amicale che si crea. Non è sempre facile percepire quella bella sensazione di stare in un luogo dove si sta bene, dove ci si sente parte di un tutto, dove l’energia fluisce leggera.
Quando poi si balla con questa modalità di spirito, anche il tango ne beneficia, come se si accordasse al benessere generale.
Spesso ci penso quando vado in giro a ballare, quale è quell’ingrediente speciale che crea quel certo non so che di cui tutti godono. Una risposta me la sono data: i padroni di casa, quello che ci mettono, l’idea che hanno in mente quando organizzano l’evento, la loro modalità di “stare insieme” agli amici, agli ospiti, anche agli sconosciuti.
Maggio è iniziato con una sferzata di allegria, speriamo continui così!
L’ho fatto di nuovo, stavolta la fuga dalla città per trascorrere il weekend nella provincia bolognese, a Zola Predosa.
L’albergo si affaccia sulla sinuosa collina che guarda al piccolo paesino ai suoi piedi, immerso in un drappeggio di prati delle più sgargianti sfumature di “verde primavera”.
Arrivarci mette in una dimensione d’animo rilassata, le nari si riempiono di quel profumo fresco di erba giovane, mista al dolce aroma dei fiori che sbocciano sugli alberi e sui prati. Una cornice bucolica che mette sempre di buonumore.
Ho perso il conto delle edizioni alle quali ho partecipato, a volte mi chiedo se non sia troppo abitudinaria nel frequentare i luoghi che mi piacciono. Poi penso che, se mi piacciono, il motivo c’è ed è piuttosto convincente se mi spinge sempre a tornare.
Quest’anno un giorno in più rispetto alla formula originale sabato e domenica, per me una proposta da cogliere. Partenza con gli amici al mattino, giretto-tortellino a Bologna city, e poi con calma in hotel, a prepararsi per la prima serata.
Al contrario di quello che si fa di solito, il venerdì era aperto al pubblico non maratona, consentendo a chi lo desiderava di assaggiare questo pasticcino delizioso che è “ETDS”. Una partenza per tutti piuttosto rilassata come dovrebbe essere il venerdì, quando ci si porta dietro la stanchezza della settimana di lavoro e le ore di viaggio. [Ore solo per la compagine triestina, ovviamente, tutti gli altri ospiti arrivano molto più veleocemente, ma tant’è].
Posso solo confermare la piacevolezza di ETDS, tutto è comfort, a partire dalla calorosa accoglienza dello staff degli organizzatori che ti fanno sentire veramente a casa.
Per le signore una sorpresa deliziosa che ci ha procurato grande eccitazione: il braccialetto maratona con dei carinissimi pendagli che, una volta concluso il loro utilizzo, diventeranno charms di qualche bracciale permanente. Che bella idea!
A sensazione, eravamo una compagine tanguera più ridotta rispetto alle edizioni del passato, ma molto ben assortita sicchè la pista meno sovraffollata ha permesso di concedersi – volendolo- anche qualche evoluzione garibaldina senza far danni.
Confermato invece l’ingrediente speciale dell’evento: le persone. Niente caste, niente gruppetti chiusi, tutti simpaticamente in compagnia di tutti. Questo fa la differenza, una grande differenza. Si sente, si percepisce anche ballando, i corpi sono rilassati, ricettivi, gli abbracci più calorosi e presenti.
Ho potuto ascoltare tj che conoscevo di fama ma non a mio orecchio e, devo dire, trovo molto interessante leggere le proposte musicali di professionisti provenienti da paesi stranieri, ognuno con il suo imprintig particolare, chissà se frutto esclusivo di ricerca personale, personalità e/o influenza della propria nazionalità. Sarebbe interessante indagare.
Un weekend così armonioso con tande così tanto belle, godute, allegre, passionali e quante altre sfumature il tango sa regalare, che sono tornata a casa dentro una bolla di beatitudine e sto sorridendo alla giornata uggiosa che non racconta affatto primavera.
Grazie a Simona e a tutti i meravigliosi componenti dello staff di averci regalato un’altra squisitezza tanghera, come sapete fare voi ❤
Tornare a Bologna per ballarci è sempre un’opzione che fa bene al corpo e allo spirito. Non so come e perchè e quale sia la magica alchimia che si vive nella città, ma fatto è che le milonghe funzionano (molto bene).
Sono tornata a BOCAtangoday con il trolley carico di aspettative e una meravigliosa parrucca lilla per festeggiare, anche con il colore, la gioia di tornare in un luogo del cuore, con la scusa del periodo carnevalesco.
Non è sempre detto che ciò che ha funzionato l’anno precedente, continui a farlo nei mesi a venire, in questo caso, posso certificare che il test è stato brillantemente superato.
BOCAtangoday si connota per un sapore particolare che è quello dell’abbraccio amichevole e aperto, del ballo che è davvero sociale. Una meraviglia non aver bisogno di doversi impegnare per essere invitata, di fare la mirada assassina sperando di essere vista.
Nulla di tutto ciò, uno sguardo in relax e via a ballare. Se non è la prima sarà la seconda o la terza ma la tanda arriva, sempre.
Questa atmosfera così accogliente, rilassata, “cozy”, permette a tutti di ballare meglio perchè le ansie da prestazione, ansie da invito che non viene mai colto, ansie di sentirsi “i brutti anatroccoli” della milonga, restano fuori dalla porta.
E questo è un plus straordinario.
Il lavoro di selezione porta buoni frutti, è necessario ammetterlo. Non è questione di democrazia, nel senso “dentro tutti”, dentro solo quelli che condividono la filosofia “abbraccia, sorridi, apriti e balla”.
Quindi che aggiungere se non che BOCAtangoday è una delle numerose gemme tanguere bolognesi che non so quale sia la l’incantesimo, ma Bologna accoglie. Ecco.
Grazie Antonella, Marianna, Luciana per regalarci tanta bellezza.
Pimpra
Image credit Samuel di Luca che ha colto l’espressione beata della fata turchina 😉
Ci pensavo con amici questo fine settimana, andando in una milonga fuori dai confini regionali. In un momento di amarcord la mente è volata ai nostri esordi tangueri, oramai vent’anni or sono. Un tempo davvero lunghissimo se pensiamo a una passione del tempo libero, un divertissement per alleggerire la mente dai pensieri, muoversi un po’, godere della socialità.
Vent’anni hanno segnato l’avvicendarsi di una generazione di tangueros, forse due. Rammento i primi passi, le prime milonghe, i primi eventi, le maratone, i festival.
Ricordo le esibizioni di tango nuevo che aveva letteralmente spaccato il filo rosso del tango tradizionale, portando una ventata di modernità in una danza dai codici non scritti ma tramandati di ballerino in ballerino. Ricordo quel fermento creativo, quella febbre nella ricerca di dinamiche sempre più fluide, movimenti che danzavano nell’aria e sul piso. C’era fame di sapere, di provare, di mettersi in gioco, eravamo come drogati dalla pista, impossibile darsi una regolata, meno che meno smettere.
Abbiamo vissuto le fazioni che si sono scontrate sul campo, i milongueri classicisti, i saloneri, i nuevisti ognuno con il suo credo e le sue emozioni, i suoi miti danzanti. Eravamo parti di correnti creative diverse eppure, in milonga, andavamo insieme e ballavamo insieme.
Essere follower all’epoca richiedeva massima apertura mentale e conoscenza tecnica. Ballavamo con tutti, poi, evidentemente, la preferenza per uno stile o l’altro emergeva naturalmente, ma, la maggior parte era in grado di rispondere a qualsiasi tipo di marca, a qualsiasi genere di abbraccio di qualsiasi “corrente tanguera”.Non era sempre facile, per le milonguere, amanti dell’abbraccio stretto, trovarsi a volteggiare in dinamiche fuori asse, era una sfida da cogliere, così come per le amanti del “nuevo” trovarsi ingabbiate in un abbraccio troppo contenitivo, un duello tra anima e ragione.
Anche i tangueros hanno vissuto momenti di alta competitività (con loro stessi in primis) quando dovevano imparare movimenti complessi, dinamiche non particolarmente naturali, da proporre a ballerine che non sempre comprendevano le intenzioni.
Abbiamo studiato tanto, e, quelli che non hanno ancora smesso, continuano, ben consapevoli che il tango non perdona. “No studio, no tango” (o tango di scarsissima qualità).
All’epoca le milonghe e gli eventi erano pochi, bisognava spostarsi ed approfittare di ogni occasione. Ci si incontrava tutti insieme e insieme, giovani e meno giovani, si ballava.
L’esplosione degli ultimi anni di eventi, dalle piccole milonghe agli incontri del weekend, ha polverizzato una parte di socialità e di scambio, penalizzando i tangueros. Spesso le milonghe sono sguarnite ed è entrato quel terribile virus che separa le persone invece che unirle. Giovani con giovani, comprensibile ma non scontato, meno giovani maschi con giovani, meno giovani femmine sedute anche se ballerine di alto rango. Non se ne viene fuori ed è un peccato.
Illo tempore i più “anziani”, tangueristicamente parlando, passavano il testimone ai più giovani ma lo facevano in modo democratico, ovvero anche i giovani ballavano con grande orgoglio con le follower più grandi. Ballavano sentendosi onorati. Ai giorni nostri questo passaggio di testimone si è perso.
Quando osservo la pista, la maggior parte delle volte, vedo volteggiare l’ormone, quello sì democraticamente spartito tra uomini e donne di tutte le età, meno si vede ballare il “tango per il tango”.
Ora, essendo tutti animali (qui inteso nel senso alto del termine), l’aspetto della mera attrazione fisica, la ricerca di un contatto che possa trascendere la pista, è sempre esistito e nessuno si scandalizza, anzi , rilevo però che c’è un oggettivo sbilanciamento nelle intenzioni dei danzanti.
Ciò detto, mi chiedo come avverrà la transazione definitiva dalla generazione dei tangueros degli anni pre Covid alla nuova generazione di ragazzi e ragazze che si sono affacciati in questi ultimi anni.
Non nascondo che mi piacerebbe assai, per dovere di passaggio di testimone, che ci fosse la stessa apertura mentale, la stessa curiosità che abbiamo vissuto noi, in modo che, dallo scambio, possano nascere nuovi stimoli per tutti.
Ma forse la mia è solo l’utopia di una visionaria.
Prima quindicina dell’anno, buoni propositi a profusione, progetti, decisioni da prendere, scelte da fare, sogni da accendere. Dentro questa frenetica progettazione che, per la sottoscritta, dura al massimo un ciclo lunare (dopodichè butto le carte all’aria e – forse- ricomincio), partecipo alla festa ferrarese e i primi dubbi sulla tenuta dei buoni propositi fanno già capolino.
Ben sapevo quello che mi aspettava essendoci stata l’anno prima, ma mi illudevo che la mia gloriosa forza di volontà, questa volta, non mi avrebbe fatto cadere dentro la trappola delle caramelle di pesce, piuttosto che nel ghiotto risotto di parmigiano, per limitarmi a una blandissima citazione del ben di dio che abbiamo trovato.
Il mix “cibo-tango-cibo-tango” è deflagrante, noi adulti presenti abbiamo reso le armi dinnanzi alla tentazione delle gioie del palato che, unite alle piacevolezze delle tande ballate, hanno deliziato anima e corpo per l’intera giornata.
Ottocento tango party è una gemma unica nel suo genere, combinando l’arte culinaria a quella dell’ospitalità tanguera nello stesso soggetto, il nostro ospite Alessandro Parise (e lo straordinario staff di aiutanti) non ha mancato di coccolarci calorosamente anche questa volta.
In tutta l’orgia dionisiaca di cibo, bevande e tango voglio assolutamente citare i tj che ci hanno accompagnato durante la giornata, la squisita Abeba Teclehaimanot e il poderoso Nicola Cavallarin che ci hanno fatto letteralmente fondere la suola delle scarpe.
Oggi, in teoria, è il “blue monday” la giornata più triste dell’anno. Ma di cosa stiamo parlando? Sono ancora completamente immersa dentro l’onda endorfinica del carboirdato e di D’Arienzo che voglio di più? L’edizione di settembre, già annunciata, due giorni di festa garantita. Stay tuned!
Questo post è composto da due parti. La seconda vi darà fastidio, già ve lo dico. Ma non voglio più tacere.
PARTE PRIMA: EROICA TANGO MARATHON
Torno da uno squisito weekend di maratona in una città che amo molto: Torino. La 7° volta di Eroica che ho avuto il piacere di visitare per due edizioni negli anni pre Covid. Ero molto curiosa di tornarci per i ricordi piacevoli che ne avevo.
Non sono stata delusa, Eroica si conferma una tappa da segnare nel panorama degli eventi italiani. Il sito mi piace assai, affacciato alla Dora, una pista enorme, ampie vetrate, luce, aria, il pavimento di legno, posato in modo non convenzionale.
Scelte musicali molto apprezzate da parte dei tj, ma ho imparato che questa è anche una questione di gusti, ciò che piace all’uno non è detto sia gradito all’altro. A me sono piaciuti moltissimo.
Tante piccole dolcezze pensate per gli ospiti, quelle cortesie che lasciano un piacevole ricordo di un’atmosfera accogliente, ospitale, aperta.
Non ho percepito la presenza di quei maledetti gruppi che rompono l’onda lunga del mescolarsi delle diverse correnti, quella di conoscere e ballare con persone nuove, evviva.
E poi i torinesi sono sabaudi, hanno modi eleganti, accolgono con classe, sono discreti, è sempre un piacere incontrarli.
Ho ballato molto, mi sono davvero divertita e torno a casa con un bagaglio di bellissime emozioni tanguere. Ciò che tutti cerchiamo in eventi di questo genere.
BRAVI tutti, gran bella edizione!!!
PARTE SECONDA: I SASSOLINI NELLA SCARPA
E dopo la rosa, arrivano le spine, che non sono rivolte a questo evento in particolare, ma a tutti gli eventi a cui di recente ho partecipato.
La prima assoluta cosa che mi manda ai matti è la totale mancanza di controllo della ronda. Ho sempre pensato che i milongueros talebani fossero, appunto, talebani, ma devo ricredermi. L’assenza totale di ronda crea una situaizone ingestibile per tutti coloro che sanno ballare e desiderano farlo bene.
Allo stato delle cose, dopo il covid che ha segnato un punto di rottura con il movimento tanguero degli anni 2010-2020, in pista si trovano i supersiti della “vecchia” generazione con quelli della nuova. Il che, in senso assoluto, non solo manifesta il farsi naturale della vita, ma rappresenta pure il passaggio del testimone verso la nuova era. Così come deve essere.
La convivenza però si sta rivelando piuttosto difficile poichè, a fronte di coloro che sono stati cresciuti con la conoscenza dei codici basici della milonga: rispetto della ronda ed educazione in pista (entrata e uscita) e gestione del movimento (leggi “passi/strutture”) della coppia nel contesto della ronda stessa, ci sono le nuove leve che se ne fregano alla grandissima di queste regole basiche. O forse, semplicemente, i loro maestri non hanno ritenuto abbastanza importante e non hanno insistito a sufficienza per insegnargliele.
Un tempo la maratona esprimeva l’eccellenza dei ballerini, tanto che i maratoneti erano considerati gli spacconi, quelli che se la tiravano. I maratoneti ballavano nel loro circolo magico, eventi nei quali si entrava solo se il livello di ballo raggiungeva un minimo standard che era ben più alto della sufficienza.
Le maratone moderne sono sicuramente più democratiche ma, di contro, accolgono soggetti che non hanno assolutamente la competenza per poter stare lì. Con la parola “competenza” intendo la padronanza delle tre regoline sopra esposte: rispetto della ronda, educazione in pista, gestione del proprio movimento.
La parola educazione, ne vogliamo parlare? Può capitare a tutti di avere un contatto nella dinamica del ballo ma, almeno, ci si scusa, non si fa finta di niente e chissenefrega. Se la coppia che ci precede non si muove, non la si invita ad andare avanti semplicemente speronandola.
La ronda, ogni ronda, specie quella di maratona, non è il teatro dove mostrare il campionario di figure, molte volte prestate da esibizioni di professionisti (che ballano DA SOLI su un palco), che il lui o la lei di turno esibiscono per sentirsi più cool. No, decisamente no.
Il tango cerca altro, vuole connessione profonda, vuole pause, vuole respiri di anime danzanti, vuole movimenti che raccontino una storia, un’emozione, non un’immagine per la bacheca di instagram.
Cosa sta succedendo?
Avrei altro da dire, per oggi mi fermo qui. Credo che noi tutti dovremmo farci un esame di coscienza e cercare di portare in pista la parte migliore di noi stessi come ballerini che si trova esattamente nella direzione opposta all’espressione della nostra vanità e del nostro ego strabordante.
Fine settimana lungo in una assolata e caldissima Roma, contavo i giorni come i bambini che aspettano le vacanze estive, non vedevo l’ora di partire. Gita con amici che è la cosa più divertente che si possa fare.
La fortuna ha voluto che il viaggio iniziasse il giovedì, per essere presenti sin dalla vigilia, alla pre-marathon, per non perdere nulla, per farla tutta, per godere di ogni istante. Viaggiare in macchina ci ha evitato di essere ostaggi del bug di Microsoft che ha letteralmente fatto saltare il sistema: aerei e treni cancellati, ritardi apocalittici, tangueros che non sono riusciti a partire, altri arrivati con un giorno di ritardo.
La kermesse di ballo è iniziata con un delizioso “pizza party” che ha permesso di rompere il ghiaccio, ritrovarsi con gli amici di sempre e con quelli che si incontrano meno di frequente. Alla sera la pre-marathon più bagnata di ogni tempo (una centralina elettrica incendiata nel quartiere ha messo ko la fornitura di energia), eravamo tutti così sudati che faceva quasi ridere ma, nonostante gli ottomila gradi, era impossibile mollare il colpo fino a che, nel mezzo della notte, la centralina è stata riparata e – miracolo!- si è potuta accendere l’aria condizionata.
La formula “all in” della maratona per me resta sempre una scelta vincente. La vivi al massimo, la vivi comoda, non devi pensare a nulla, solo a ballare a divertirti a conoscere persone, per l’intero weekend.
Cosa c’è di più godibile che riposare il corpo dopo le fatiche della pista, immergendosi nella piscina dell’hotel, prendere la tintarella a bordo vasca, in compagnia, tra risate e chiacchiere in un melting pot incredibile di persone, dai quattro angoli del globo?
La Latina reloaded non è per i deboli di cuore, in pista si trova un livello di tango siderale, come ci avevano abituato tutte le edizioni precedenti, la maratona dove i maestri di alto rango, i professionisti, vanno a divertirsi. Una gran quota di giovanissimi incredibilmente talentuosi che era un piacere guardarli, e poi quelli come me, di sicuro in minoranza, a completare l’incredibile parterre.
Il programma è stato, come sempre, impeccabile: tj set favolosi e variegati, ospiti cosmopoliti, l’intrattenimento che ha spaziato dallo show cooking, alla degustazione olio, alla degustazione vini ai pizza party, al gelato time che mai nella vita mi sono scofanata tre coppette di fila da quanto era buono , siamo in Italia e promuoviamo la nostra enogastronomia. Spazio relax a bordo piscina, con una gentilezza in più per gli ospiti: il cuscinetto per il mare personalizzato da portarsi a casa, senza dimenticare la scatolina di liquirizia Amarelli personalizzata con il logo maratona. Tanti piccoli dettagli che evidenziano la cura e la ricerca del progetto di base.
Menzione a parte per il contenitore della manifestazione, l’hotel dove eravamo ospiti, che non si è del tutto rivelato all’altezza della situazione.
Probabilmente solo chi ha partecipato alle edizioni precedenti ha percepito questo disallineamento, i neofiti, al contrario, ne hanno apprezzato ogni aspetto, senza se e senza ma. Il tema è che quando abitui i tuoi ospiti a standard qualitativi elevatissmi, questi definiscono il posizionamento dell’evento e ogni minimo scostamento dall’eccellenza viene percepito.
Sono tornata a casa carica di stimoli tangueri, di tantissima voglia di migliorare il mio tango. Ho visto cose in pista che voi umani non potete immaginare, ho invidiato (bonariamente) i talentuosissimi giovani che ballano in modo mirabolante, ho toccato con mano che il tango è un linguaggio in evoluzione continua e poterlo vivere e godere in eventi come questo, resta sempre un grandissimo arricchimento personale.
Ben consapevole della fatica fisica ed emotiva che è stata, ringrazio i meravigliosi Mauro, Antonio, Bobo, Fabrizio, Eleonora e lo staff che li ha coadiuvati per averci regalato un’altra memorabile edizione. Non resta che aspettare le date della prossima!
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