NESSUN DESIDERIO.

Serata di stelle cadenti.
Le ho aspettate ad occhi chiusi.
Lucciole dentro di me.

Nel silenzio della mia casa,
un lunedì afoso di fine estate.

La stella sei tu.
Non hai bisogno di altri desideri.

Pimpra

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L’ESTATE, LO SPECCHIO E LA CARNE. #ditantointango

L’estate addosso. Fin troppo. E non mi riferisco al caldo soffocante che attanaglia il bel paese. Penso al corpo che in questo periodo dell’anno esce allo scoperto.

Oggetto e strumento che ci definisce, così come la nostra personalità. Diventa bersaglio e non semplice destinatario dello sguardo altrui. Ma anche del nostro.

In questi ultimi tre anni, la mia vita fisica è cambiata moltissimo. Dall’avere un corpo asciutto, quasi maschile, con muscoli definiti, poche curve, sono diventata una donna più morbida, più piena, più vicina a un’immagine femminile che non avevo mai abitato. Adesso ho il seno che prima era solo accennato.

Un cambiamento epocale.

Scoprire centimetri di pelle e ritrovarmi così diversa, mi costringe a un lavoro di cesello sulla mia autostima che, fino ad oggi, si basava sulla leggerezza del mio fisico voluta e cercata a qualsiasi costo.

A un certo punto le ragioni della natura hanno preso il sopravvento. Ci sono stagioni della vita che arrivano con la forza tranquilla dell’inevitabile e chiedono soltanto di essere attraversate.

Il cambiamento ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo di guardarmi allo specchio a quello in cui mi presento al mondo. Anche il tango ne è stato toccato.

L’armadio tanguero non mi corrisponde più. Gli abiti non scivolano come un tempo. Non sono più quella donna, fisicamente e psicologicamente.

È un duro lavoro da fare su me stessa, quello di cercare la nota armonica della mia nuova me. Risuonare con garbo dentro al mio corpo più soffice cercando di amarlo e onorarlo come merita.

Ho passato una vita intera a rincorrere l’ideale di un aspetto che non era il mio, fino al momento in cui la natura ha detto che era ora di smetterla e di accettare la realtà di quella che sono veramente.

Affrontare la milonga, oggi, mi crea un piccolo disagio. I pochi abiti che ancora indosso sono pieni, in punti dove fino a qualche anno fa erano comodi. Immagino me stessa vista da fuori e riesco a vedere solo un fisico abbondante. Qualcosa dentro si rompe.

L’immagine che avevo si è frantumata in mille pezzi e fatico a riconoscermi.

Smettere o continuare? Me lo sto chiedendo spesso e, a volte, mi convinco che appendere i tacchi al chiodo possa essere la sola possibilità.

Poi però la donna che vive in me si alza e mi riprende:

«Fino a che riuscirai a dare una buona connessione, un abbraccio accogliente e i tuoi piedi saranno reattivi, resta. Il tuo valore va oltre lo sguardo del tanguero di passaggio.»

Cerco di ripetermelo come fosse la preghiera della sera. E di avere una fede enorme in quelle parole.

Amen.

Pimpra

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

LA BAMBINA DELLA TERRA ROSSA D’AFRICA. #vitavissuta

L’odore penetrante del cherosene misto alla bora estiva mi accolse mentre salivo dalla poppa dell’aereo. Detestavo l’entrata dal retro, la trovavo più scomoda e rumorosa e poi non potevo sbirciare la cabina di pilotaggio.

Era agosto, tutti partivano e a Roma, l’inaspettato overbooking ci lasciò a terra. Un viaggio da incubo: tre giorni in giro per l’Europa. Una giovane madre con due figli al seguito. Uno di soli due anni. E non ero io. Prima di raggiungere la meta, Gombe in Nigeria.

Mio padre due giorni prima era lì, ad accogliere la sua famiglia per le vacanze, ma noi non eravamo arrivati e, a fine anni ’70, i cellulari non c’erano ancora.

Il nume protettore dei viaggiatori si è manifestato e, forse grazie al sorriso dolce di mia madre, un gentile padre di famiglia, con figlio a seguito e nella nostra stessa difficile situazione, ci ha aiutato a raggiungere la meta.

Gombe, ai miei occhi di bambina, era poco più grande di un villaggio, e trovare la villa dove mio padre poi ci raggiunse, non fu così difficile.

Finalmente l’incontro, le lacrime scioglievano la preoccupazione di non ritrovarsi più e il morso di un babbuino sul pannolino di mio fratello per chiudere la scena in modo ilare.

Non capirò mai l’amore per le Jeep di certe persone, perché quelle in cui ho viaggiato io nella mia infanzia erano tutto fuorché comode.

Ho ancora davanti agli occhi l’imbrunire sulla savana, l’enorme disco rosso del sole, così grande non l’avevo mai visto. La pista su cui correva la macchina, fatta a minuscole ondine di terra rossa, creava delle vibrazioni che entravano nel cervello. “Devo correre il più possibile” diceva mio padre “così le vibrazioni sono meno fastidiose”.

Mia mamma stringeva al petto mio fratello dormiente, tesa per la velocità ma finalmente al sicuro vicino a mio padre. Io stavo dietro, mi godevo il paesaggio lunare, la ritrovata unità familiare, come se improvvisamente tutto avesse nuovamente un senso.

La polvere entrava ovunque, calda e profumata di un odore unico, irripetibile.

L’arrivo al campo a tarda notte, la casa che altro non era che una scatola con due camere, un micro-soggiorno, una cucina si fa per dire e un bagno minuscolo. Di legno, ovviamente. Cemento, pietra, piastrelle: materiali quasi sconosciuti. Legno e linoleum credo. La baracca, nuova per carità, che la ditta offriva ai lavoratori bianchi.

Non mi piaceva, ovviamente, ma sin dai primi giorni era apparso evidente che la vita si svolgeva all’aperto. C’erano un sacco di bambini della mia età nel campo, così gli adulti chiamavano l’assemblamento di baracche, figli dei lavoratori del grande cantiere, la maggior parte provenienti dall’Italia del nord ovest e del centro.

Uno dei primi ricordi che mi tornano alla memoria era che mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, per le vocali aperte. Mi vergognavo tremendamente di questo difetto e, nel giro di poco tempo, presi l’accento milanese, quello che preferivo tra i tanti proposti. Era diventato così parte di me, ho l’orecchio musicale, che perfino i miei genitori avevano notato il cambiamento. Le prese in giro le vivevo anche al contrario, quando dall’Africa tornavo a Trieste e i cugini si burlavano di me per il mio strano accento. In pratica non ero mai nel posto giusto con l’accento giusto!

Fin dalla prima infanzia mi accompagnava una sensazione curiosa: ovunque fossi, mi sentivo una straniera. Avevo due case, quella degli affetti che lasciavo e quella in cui andavo a vivere. Tutto era diverso. In Europa mi mancava la grande madre terra, gli spazi dell’Africa, i suoi odori, la vastità dei suoi orizzonti. In Africa ripensavo agli affetti che lasciavo a casa, le nonne in particolare, gli zii. Ricordo che quando rientravo in Italia, le prime volte- ero ancora molto piccola, chiedevo ai miei genitori “Chi sono queste persone che sono venute a prenderci?”. Non mi sono mai sentita spezzata o senza radici. Al contrario. Il mondo è la mia casa.

Ad agosto, in Nigeria, si scatenano le piogge di monsone. Uno dei ricordi più vividi che mi sono rimasti: nuvoloni temporaleschi arrivavano puntuali a una certa ora del pomeriggio. L’aria cominciava a gonfiarsi e spaventava a morte gli altri bambini; io, invece, provavo una gioia inspiegabile. Pensavo sempre: la bora è molto più forte di questa arietta. I tuoni facevano eco nel cielo, rompendosi in frammenti rumorosi sopra le nostre teste e… dopo un attimo di silenzio, arrivava prepotente lo scrosciare metallico della pioggia. Un mantello d’acqua si rovesciava sulla terra quasi scuotendola, le prime gocce alzavano la polvere, in un attimo si formavano rivoli d’acqua. In quei momenti, la percezione di essere minuscola dinnanzi alla natura eppure di farne intimamente parte, mi procurava una sensazione sublime di immensità.

Noi bambini iniziavamo le nostre corse sotto il temporale, sguazzando nelle pozzanghere che erano diventate già piccoli acquitrini, e ridevamo felici di quella corsa proibita in cui ci bagnavamo completamente.

L’acquazzone aveva una furia molto veloce, smetteva all’improvviso lasciando dietro di sé una scia profumata di terra bagnata, di legno, di erba aromatica, un odore che per tutta la vita le mie narici hanno cercato.

Allora, completamente zuppi, iniziavamo gli scavi. Ognuno con la sua paletta, a margine delle pozzanghere scavavamo delle buche per cercare l’argilla. Il nostro gioco preferito, quello che ci dava la possibilità di creare oggetti.

Non c’era molto da fare nel campo, spesso le persone litigavano, gli adulti alla sera si consolavano con dosi troppo elevate di alcol. Anche noi ragazzini facevamo colossali baruffe che spesso venivano sedate dalla mamma di turno. Tutte, tranne la mia. La regola di casa era: deve farsi le ossa. E così è stato, sono diventata la capobanda e a me, nessuno veniva a farmi i dispetti.

I fine settimana, quando gli adulti avevano la pausa, spesso organizzavano la Jeep e ci portavano a scorrazzare fuori dal campo, facendo finta di farci guidare, noi tenevamo il volante a turno, sulle ginocchia di uno dei papà.

Ricordo il senso di libertà che mi prendeva dentro, la sensazione di essere già grande, di poter prendere il mondo in mano e fare ciò che avessi voluto.

Sono stati anni incredibili, anche duri ma io ero una bambina e i bambini si adattano più facilmente e più facilmente dimenticano. Ancora oggi, se ci penso, provo quello stesso senso d’immensità che mi ha toccato mentre vivevo lì.

Sono diventata terra d’Africa. Sono diventata il profumo dell’aria dopo il temporale.

Pimpra

LA MIRADA BOOMERANG. #ditantointango

Ho fame. Di tango.

Un mese di detox.

Torna, torna sempre.

Il richiamo è irresistibile, lo senti nel corpo, nelle emozioni che ti prendono lo stomaco quando la playlist dei preferiti ti spara un De Vidrio all’insaputa. Allora ti organizzi con i tuoi più cari amici, quelli che hanno bisogno della stessa dose tua e parti.

Lunghe ore di viaggio per poche ore ballate. Eppure si va, consapevoli dell’assurdità ma felici della magia che ci aspetta.

Violetas è una garanzia per una pomeridiana serale di grandissima piacevolezza. Ci sono tutti quelli che conosci, con cui negli anni hai scambiato abbracci e condiviso tande memorabili. Sono lì. E tu speri aspettino te.

Ognuno di noi ha il suo carnet sacro di ballerini preferiti, quelli con cui ballare Pugliese o D’Arienzo, affinità speciali nell’ascolto, nel movimento, nel gioco.

Quando li trovi riuniti nello stesso luogo, la fame aumenta e la voglia va fuori scala.

Dalla mia postazione, punto la mia tanda cercando il magico incrocio di sguardi. Sono stata tacciata di essere una che se la tira perché non mi sposto dal mio posto, non vado in giro per la sala a cercarmi i ballerini. Non mi rendo “disponibile”.

A volte però anche le migliori intenzioni cadono dinnanzi alla tentazione di una tanda dal sapore speciale.

Mi accorgo di essere troppo distante, avvicino il destinatario della mia mirada, in pratica faccio un agguato annullando o quasi lo spazio fisico.

Sono stata mascalzona per ben tre volte ieri.

Primo ballerino: oh yeah!

Secondo ballerino: rubo la tanda a una coppia (senza volerlo!). Lo vedo voltarsi verso la partner con un’espressione di scusa. È lì che qualcosa dentro di me comincia a incrinarsi.

Sono una testa di legno e invece di mettermi tranquilla e comportarmi saggiamente, ho lanciato un’altra occhiata a un ballerino seduto vicino a me. Mi porta in pista.

Terzo ballerino: disastro! Dopo pochi passi è chiaro che lui racconta una storia, io ne sto seguendo un’altra. Io lo abbraccio, lui mi allontana. In tre minuti ho ripensato a tutte le cattive idee della serata.

Sono tornata al mio posto con le pive nel sacco, rendendomi conto della cazzata che avevo fatto.

Le mirade mi sono tornate indietro come un boomerang.

Ieri la mia frenesia mi ha annebbiato il cervello e il buon senso. Forse il difficile è proprio questo: non restare troppo passive senza trasformare una mirada in un assedio.

Un equilibrio non facile da trovare, senza perdere la motivazione, il sorriso e la leggerezza necessaria per frequentare la milonga.

Prometto: mai più appostamenti. Mirada da lontano, e se va, va.

Pimpra

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IL NUOVO MAZZO. #vitavissuta

Mentre la vita scorre, arriviamo a bivi decisivi: non solo scelte da fare, ma situazioni che rimescolano completamente le carte. E con quel nuovo mazzo, dobbiamo giocare la nostra manche.

Non si tratta di controllare tutto ma di arrivare preparati.

Difficilmente arriviamo pronti a fare i genitori o ad accudire chi ha bisogno.

Ci sono poi i nostri genitori che, se siamo fortunati, restano con noi fino a un’età avanzata. Ma come?

Affrontare la loro vecchiaia, soprattutto quando il corpo o la mente cominciano a cedere, mette a soqquadro la nostra emotività. Ci scopriamo fragili, impauriti e spesso anche arrabbiati.

La mia povera madre sta affrontando la sua senilità con un corpo relativamente a posto ma con la mente che la sta abbandonando settimana dopo settimana.

Vederla sfiorire così velocemente, perdere le sue capacità di pensiero, dimenticare qualsiasi cosa, non essere più capace di condurre la vita indipendente che desidera, è un bivio della vita al quale non ero assolutamente preparata.

Certo, ho sentito i racconti di tanti amici che ci sono passati prima di me, eppure gestire questo cambiamento mi destabilizza nel profondo.

Mi ritrovo a vivermi “madre”, io che madre non sono, e a scoprirmi in un ruolo che non sento mio.

Come avrei voluto arrivare preparata a tutto questo, sapendo quali passi percorrere, come scegliere il meglio per lei, per rendere il suo inverno della vita più morbido possibile.

Non sono preparata, non lo sono affatto anche se cerco di fare il mio meglio.

Pimpra

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PER DINDIRINDINA! LA PUNTURINA NO! #vitavissuta

La punturina no!

Quando da mesi combatti con una tendinopatia al sovraspinato, arriva il giorno in cui ti arrendi all’evidenza. Ti rassegni alla sola via che ti rimane per riprenderti le funzionalità della spalla e poterti dedicare ai tuoi giochi preferiti (nuotare, lo yoga, la palestra): devi farti pungere la spalla e iniettare cortisone.

La fai facile tu, vai dal medico di famiglia, lui ti fa la prescrizione e poi prenoti. Macché, bisogna che il medico ortopedico decida se pungere, quindi prima devi passare a farti vedere da lui. Nel mentre, avevo già prenotato privatamente, per una cifra che galleggiava tra i 100 euro e non si sa, la punturina da fare privatamente.

Oggi pomeriggio mi reco dall’ortopedico, una donna, super simpatica devo ammettere. Ero convinta fosse un passaggio puramente “amministrativo”… invece no. Guarda l’eco delle mie spalle (entrambe non stanno messe benissimo), si concentra su quella che sta peggio e mi dice:

“Eh, qui dobbiamo almeno fare il cortisone”.

Penso tra me e me “Che ganza! Ha già capito tutto, adesso senza battere ciglio, mi farà l’impegnativa”.

“Venga a sedersi qui che procediamo”

“Procediamo a cosa?” chiedo smarrita

“Le faccio il cortisone!” ed inizia ad armeggiare con siringa e fiale.

“Dottoressa, eh, per la verità non me lo aspettavo! Non sono molto amica degli aghi e poi sulla spalla, mi hanno detto faccia malissimo”

Lei, continuando a preparare la siringa, con un sorriso ed un fare davvero gentile mi dice: “Non si preoccupi, non sentirà nulla. Mi dica piuttosto cosa farà dopo”.

Al che mi scatta la modalità bambina e rispondo convintamente “Di sicuro mi meriterò una pallina di gelato per il coraggio!”

Lei prende la palla al balzo: “Mi sembra un’ottima idea, mi dica a che gusto” e mentre io, con un po’ di fatica, concentro la mente e sintonizzo le papille gustative sul gelato, zac! mi punge e inietta.

Sono sopravvissuta, l’ago è entrato ma non ha dovuto infilarsi chissà dove nella mia spalla. Quindi il fastidio è stato davvero più che sopportabile.

Una volta finito, abbiamo scherzato su questo depistaggio della mente e della paura.

MORALE DELLA STORIA: inutile sopportare di avere male per mesi per la paura di una punturina.

Ovviamente per due giorni devo stare a riposo, non fare sforzi con la spalla e prepararmi ad avere piuttosto fastidio. Una reazione assolutamente normale.

La fregatura: niente tango nel weekend, niente palestra ed evitare il sole che infiamma.

Evviva.

Pimpra

IL PARADOSSO DELLA SEMPLICITA’: la mia lezione con Gustavo Naveira. #ditantointango

Immagine di Dolores Rasha

Mentre luglio inaugura il periodo classico delle vacanze per molti, per chi resta in città ci sono occasioni che valgono una stagione intera. Dopo averne sentito parlare per almeno vent’anni, come espressione illustre della mia passione tanguera, ho finalmente avuto il piacere di conoscere un grandissimo maestro: Gustavo Naveira.

Una sola lezione sul giro basta a stimolare la mente a indagare ancora di più la complessità e le possibilità che il tango argentino offre. Spiegazioni chiare, piccole immagini geometriche per evidenziare il motivo e il risultato di certi movimenti e una fluidità che fa sembrare tutto estremamente semplice.

Durante la lezione, Gustavo ha raccontato come, negli anni ’80, decise di tradurre i movimenti dei vecchi milongueros per poterli insegnare secondo una didattica accessibile e comprensibile a tutti. In quel periodo il mondo del tango ribolliva di stimoli, esplodendo in quello che è stato definito “tango nuevo”.

In merito a questo, lo stesso Naveira ha spesso chiarito un concetto fondamentale: “C’è grande confusione sulla questione del modo di ballare il tango: chiamatela tecnica, forma o stile. Il termine tango nuevo viene usato per riferirsi a uno stile di ballo, il che è un errore. In realtà, il tango nuevo è tutto ciò che è accaduto al tango a partire dagli anni ’80. Non è una questione di stile… Le parole tango nuevo esprimono ciò che sta accadendo al ballo del tango in generale; vale a dire che si sta evolvendo. Il tango nuevo non è un ulteriore stile; si tratta semplicemente del fatto che il ballo del tango sta crescendo, migliorando, sviluppandosi, arricchendosi e, in questo senso, ci stiamo muovendo verso una nuova dimensione nel ballo del tango… C’è stata molta discussione recente, nella comunità dei ballerini di tango, sul problema dell’abbraccio, dividendo il ballo in stile aperto o chiuso, il che è a sua volta motivo di grande confusione. Abbraccio aperto o abbraccio chiuso, ballare con spazio o ballare vicini, questi sono tutti termini superati. Questo è un vecchio modo di pensare, derivante dalla mancanza di conoscenza tecnica nelle epoche passate. Questa divisione semplice e grossolana tra aperto e chiuso è spesso usata da coloro che cercano di negare l’evoluzione del ballo, per mascherare la propria mancanza di conoscenza. Oggi è perfettamente chiaro che le distanze nel ballo hanno una complessità molto maggiore rispetto a un semplice aperto o chiuso… Abbiamo imparato e abbiamo sviluppato la nostra conoscenza. Il risultato di ciò è un ballo dalle maggiori possibilità e anche di una qualità molto più artistica.” (fonte qui)

Mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di fargli mille domande, non solo sulla tecnica, ma sulla storia che ha vissuto e ha contribuito a scrivere.

Se la lezione aveva mostrato il pensiero di Gustavo Naveira, la pratica successiva mi ha permesso di sperimentarlo direttamente. Ho avuto il regalo più grande: ballare con lui. Avevo un desiderio così forte di poter toccare con mano un simile gigante della specialità che l’ansia da prestazione è stata letteralmente detronizzata dalla curiosità.

Finito il brano, il mio stupore si è concentrato su una sensazione precisa: la disarmante facilità nel ballare con il Maestro.

Da quell’esperienza nasce una riflessione inevitabile: il suo abbraccio è sempre rimasto comodo, naturale, mai forzato. La stabilità del suo movimento trasmette una sicurezza che libera la follower da ogni esitazione; ogni spostamento nello spazio è guidato con una chiarezza tale da rendere il ballo sorprendentemente semplice. Corpo e mente si rilassano concentrandosi esclusivamente su connessione e ascolto della musica.

Credo che ognuno di noi dovrebbe lavorare sul proprio tango per riuscire a donare al partner questa sensazione. Ballare diventa facile, perchè si sta comodi nell’abbraccio chiuso o aperto che sia. Una apparente banalità capace però di modificare nella sostanza la qualità del movimento che la coppia può generare.

Certo, tradurre in pratica quel “diventare facile” è un percorso complesso: implica un gran lavoro di pulizia, di precisione e di tecnica consapevole. Una sfida continua a fare meglio per dare il meglio di sé stessi alla ricerca di un tango che soddisfi profondamente entrambi i partner.

Un ringraziamento speciale va a Tamara Selva Bisceglie che ha portato il Maestro a Trieste dandoci la possibilità di confrontarci con un mostro sacro della specialità.

Ahora a practicar!”

Pimpra

English traslation:

The Paradox of Simplicity: My Lesson with Gustavo Naveira

While July ushers in the classic vacation season for many, for those who stay in the city, there are opportunities that are worth an entire season. After hearing about him for at least twenty years as an illustrious expression of my tanguera passion, I finally had the pleasure of meeting a truly great master: Gustavo Naveira.

A single lesson on the giro (turn) is enough to stimulate the mind to further investigate the complexity and possibilities that Argentine tango offers. Clear explanations, small geometric visualizations to highlight the reason and result of certain movements, and a fluidity that makes everything seem extremely simple.

During the lesson, Gustavo shared how, in the 1980s, he decided to translate the movements of the old milongueros so he could teach them using a pedagogy that was accessible and understandable to everyone. At that time, the tango world was brimming with stimuli, exploding into what has been defined as “tango nuevo.”

Regarding this, Naveira himself has often clarified a fundamental concept:

“There is great confusion on the question of the way of dancing tango: call it technique, form, or style. The term tango nuevo is used to refer to a style of dancing, which is an error. In reality, tango nuevo is everything that has happened to tango since the 1980s. It is not a question of style… The words tango nuevo express what is happening to tango dancing in general; which is to say, it is evolving. Tango nuevo is not just another style; it is simply the fact that tango dancing is growing, improving, developing, enriching itself, and, in this sense, we are moving toward a new dimension in tango dancing… There has been much recent discussion in the tango community about the problem of the embrace, dividing the dance into open or closed styles, which in turn causes great confusion. Open embrace or closed embrace, dancing with space or dancing close, these are all outdated terms. This is an old way of thinking, resulting from a lack of technical knowledge in past eras. This simple and crude division between open and closed is often used by those who try to deny the evolution of the dance to mask their own lack of knowledge. Today it is perfectly clear that distances in the dance have a much greater complexity than a simple open or closed… We have learned and we have developed our knowledge. The result of this is a dance with greater possibilities and also of a much higher artistic quality.” (Source here)

I would have loved to have the chance to ask him a thousand questions, not just about technique, but about the history he lived through and helped write.

If the lesson had showcased Gustavo Naveira’s philosophy, the practice that followed allowed me to experience it firsthand. I received the greatest gift: dancing with him. I had such a strong desire to experience such a giant of the discipline firsthand that performance anxiety was literally dethroned by curiosity.

When the song ended, my awe centered on one precise sensation: the disarming ease of dancing with the Maestro.

An inevitable reflection arises from that experience: his embrace always remained comfortable, natural, never forced. The stability of his movement conveys a security that frees the follower from any hesitation; every shift in space is guided with such clarity that it makes the dance surprisingly simple. Body and mind relax, focusing exclusively on connection and listening to the music.

I believe that each of us should work on our own tango to be able to give our partner this sensation. Dancing becomes easy because you are comfortable, whether in a closed or open embrace. A seemingly trivial detail, yet one capable of fundamentally changing the quality of movement the couple can generate.

Of course, translating that “becoming easy” into practice is a complex path: it implies a great deal of refinement, precision, and conscious technique. A continuous challenge to do better, to give the best of oneself in search of a tango that deeply satisfies both partners.

A special thanks goes to Tamara Selva Bisceglie, who brought the Maestro to Trieste, giving us the opportunity to engage with a sacred monster of the discipline.

“Ahora a practicar!”

MI RITROVO FARO.

Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.

Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.

Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.

Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.

Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.

Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.

Riportami su quell’isola.

Pimpra

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Sette ore, quaranta gradi e nessun rimpianto. #ditantointango

Ballano Maria Elena (Mec) e Armando.

Mentre guidavo per sette ore per raggiungere la meta confesso che un pensiero l’ho fatto. Un bel “ma chi me lo fa fare” di far tanta fatica e macinare chilometri di strada per raggiungere una milonga.

Una bella domanda, infatti. Se poi guardo la mia carta d’identità, è quasi imbarazzante.

Il caldo di questi giorni è stato un potenziale deterrente per mandare tutto all’aria. Un clima così pesante che perfino respirare richiedeva uno sforzo, con gli occhi che lacrimavano per il troppo calore. Un piccolo assaggio d’inferno. Eppure, nonostante tutto, la prua della piccola utilitaria puntava decisa a sud-ovest. Direzione Fiumaretta di Ameglia, in braccio alla Marathonguera.

E’ stato un weekend di fuoco e sudore, condito da una brezza di mare che – purtroppo – verso le sei di sera lasciava spazio a calma piatta e umidità rovente.

Ma dove non arriva la resistenza fisica, ci pensa la passione tanguera a inventare nuove risorse. Abbiamo ballato tande su tande, così bagnate che all’uscita dalla doccia eravamo decisamente più asciutti.

Ma che importanza ha, se in quella fusione di musica, abbraccio e respiro si esprime tutta la gioia di vivere di cui siamo capaci?

Ecco che il caldo erculeo si trasforma: diventa un compagno di viaggio che accetti di buon grado perché la festa è troppo bella per fartela rovinare.

Consiglio la Marathonguera a tutti, specie a coloro che hanno bisogno di staccare la testa, a chi cerca una pausa di autentica, fluida leggerezza (la sauna, del resto, la offrono generosamente gli organizzatori!) Lì non manca nulla: l’abbraccio del mare, la luna che si specchia nelle acque del fiume prima del salto nel blu, la brezza lieve della sera che finalmente ritorna.

E poi sorrisi, tantissimi. E abbracci scivolosi sulla pelle madida, eppure ancorati a quel sentire unico, profondo, che ci regala la tanda.

Marathonguera è ritrovarsi. Tornare liberi, fluidi, sollevati da terra. Questo, per lo meno è l’effetto che ha fatto a me.E pazienza se ho scambiato un quantitativo di sudore imbarazzante; in fondo si tratta solo di acqua e sali.

Per l’anno prossimo farò scorta di integratori nella borraccia. E poi, chi mi ferma più? E se qualcuno mi chiederà: “Ma chi te lo fa fare?”, credo di avere finalmente la risposta.

Pimpra

SABBIA TRA LE DITA. #vitavissuta

Ricordi che svaniscono e memorie che si accavallano.

Non c’è più nulla del quotidiano che resta, ogni cosa, bella o brutta, si mescola in un torrente spettinato.

Resta il tuo corpo, ogni giorno più lento, invecchiato da questo peso che non riesci a togliere. Arriverà il giorno in cui anche il mio sguardo ti sarà indifferente, o forse ti farà paura, non so.

L’estate è esplosa prepotente, come un ragazzino impulsivo che fa il bullo con l’amico più giovane. Il caldo si attacca alla pelle senza accarezzarla.

Nel mio rifugio fresco che di solito chiamo gabbietta, passo la giornata davanti al pc. Lettere, numeri mi scorrono davanti agli occhi ma sono assente.

Lo sguardo non immagina destinazioni lontane, è tutto qui. Nascosto in profondità dentro di me.

Oggi la giornata pesa più del caldo che attraversa la pelle.

Oggi quelle ferite antiche fanno male, come se i lembi di carne dovessero ancora incollarsi.

Non distinguo più le lacrime dal sudore.

Non vedo più la differenza tra un incubo o la realtà.

Oggi il caldo taglia la pelle. Non sono lucida. Aspetto il buio per riposarmi.

Pimpra

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