UN TUFFO CON NEMO

Luoghi desertici erano già nei miei occhi e nelle mie narici, il pianoro dell’Iran, l’Africa settentrionale ma il Sinai è stata la mia prima volta.

Un viaggio verso il basso, in tutti i sensi, direzione sud e sotto l’acqua.

Fortunatamente gli amici mi avevano messa in guardia: Sharm El Sheikh esiste solo per fare le immersioni. Il messaggio era chiaro: luogo completamente turistico e vabbè, ma ero certa che qualcosa di locale, di tipico, l’avrei trovato. Invece no.

Scesa dall’aeromobile attendevo di percepire il “profumo del luogo”: nulla. Niente che scrivesse le mappe degli odori dei paesi visitati, probabilmente il clima torrido, secco e ventilato, elimina qualsiasi traccia.

L’areoporto dista pochi KM dalla zona urbana che si sviluppa a margine di lunghe strade, case, complessi alberghieri, ogni costruzione è bassa, di forma semplice, con piccoli guizzi orientaleggianti, come alle finestre. Il bianco domina, così come un bel ocra aranciato della sabbia terrosa della superficie che fa da contrappunto al nero pece dell’asfalto.

Il primo tuffo è stato esaltante. Immergersi in un acquario, dai mille pesci colorati, dai coralli di forme e dimensioni incredibili. Il mare, dopo la barriera, si inabissa velocemente, provocando, a volte, la sensazione di vertigine che svanisce immediatamente lo sguardo rapito da un colore, da una forma, da un pesce particolare.

Lo squalo aveva altro da fare, per mia fortuna, così pure il pesce balestra che pare essere molto aggressivo se gli invadi il territorio mentre si prende cura delle uova. Per il resto ho salutato Nemo, nuotato con deliziosi banchi di pesci a righe, pesci dalla livrea di un azzurro elettrico, ho pinneggiato con maestosi napoleone, ho dimenticato perfino che stavo in acqua.

Il mar Rosso è salatissimo, le mie povere ascelle lo dimostrano con la pelle talmente tanto secca da squamarsi vistosamente.

I lampioni delle strade sono alimentati ad energia solare, che pare un’evidenza lapalissiana, peccato che la sabbia del deserto circostante sporchi gli specchi e la manutenzione della pulizia sia troppo costosa, sicchè spesso restano spenti.

Un discorso a parte merita la popolazione locale. Gli egiziani o, comunque, i medio orientali, sono diversi dagli “arabi” che ricordavo. Ho visto ragazzi e ragazze molto belli, dai fisici asciutti, contrariamente a quanto ricordavo di quelle popolazioni.

Le donne, se di fede musulmana, sono costrette ad indossare improbabili “costumi” che le coprono – letteralmente – da capo a piedi, capelli compresi ma le poverine, non indossano seducenti tute aderenti alla cat woman, per intenderci, bensì palandrane nere di lycra che sotto quel sole cocente con una media di 35° all’ombra ve li raccomando. Eppure, a guardarle, sono come delle principesse: il volto truccato, le sopracciglia sempre ben definite, occhi penetranti, labbra carminio. Tutto ciò che non può essere svelato, ma solo immaginato del loro corpo e della loro bellezza, esce sul volto.

I bambini, quanti ne ho visti! Amatissimi dalla popolazione, rispettati, vezzeggiati. Le famiglie ne hanno in media 3, di solito in scala ravvicinata.

I venditori. Sono sopravvissuta agli attacchi seriali dei venditori della qualunque che, con la tecnica dell’esasperazione, alla fine escono vincitori nel duello con il potenziale cliente.

La parola magica che ti rivolgono sempre è “no stress” salvo poi iniziare immediatamente l’assedio a suon di parole per convincerti a comprare qualcosa.

Sono bravi con le lingue. Il russo impera, esageratamente, anche sulle insegne dei negozi e sui cartellini delle merci solo che, di questi bui tempi, di russi colà se ne sono visti ben pochi, e lo scettro dei turisti presenti è tornato in mani italiane.

Ho mangiato il migliore melone di sempre e sguazzato nella gelatina di frutta che mi ha riportato agli anni verdissimi dell’infanzia.

Come ogni turista che visita l’Egitto il pegno in diarrea è una moneta che tocca pagare. Per fortuna mi sono organizzata, potendo gestire in tempi velocissimi e con minimi effetti collaterali, il “marchio del faraone”.

Per i nordici il fattore protezione solare 50 è obbligatorio. Sono riuscita comunque a prendere un’insolazione sulla schiena e rientrare dalle ferie colorata come un latte macchiato, praticamente pallida come sempre. Ma è stato bello provarci, molto bello!

Ci tornerei?

Di sicuro, magari in una zona meno turistica, se esiste!, ma con l’obiettivo di fare le immersioni e fotografare quel paradiso di fondali.

Pimpra

PROFUMO DI TIGLI, PROFUMO D’AMORE

Il profumo dei tigli in fiore mi accoglie nei diversi passaggi cittadini che da casa mi portano in centro, segnando senza dubbio l’arrivo dell’estate.

Il mio naso si perde nel loro aroma dolciastro come fossi un insetto alla ricerca del miglior nettare, mi inebria profondamente mettendomi in una dimensione dello spirito che può variare dalla pura estasi olfattiva, proiettandomi in un salto nella macchina del tempo alle estati della fanciullezza, o, semplicemente, mi rallegra facendomi sorridere.

La fioritura dei tigli dura solo qualche settimana. Quando inizia la fase più matura e si intravvedono dei piccoli bozzoli forieri di semi futuri, mi risveglio dal mio sonno profumato rendendomi conto che l’estate è già qui e con essa le imminenti vacanze, il mare aspetta. Il costume pure.

Faccio i conti con la trascendente mutevolezza della Natura e con l’incessante fluire del Tempo.

Negli alberi gli anni si leggono nei cerchi concentrici che si creano nel loro tronco, per me è lo stesso anche se l’anno in più si posiziona, a seconda, in diversi punti del corpo.

Una volta è la spalla destra, il collo, il ginocchio e mi accorgo di non riuscire a leggere le etichette senza aiuto e così via, una serie di modifiche sostanziali della forma che segnano indelebilmente anche la sostanza.

Non è sempre una passeggiata di salute accettare mentalmente di essere in grado di fare la spaccata frontale ma non potersi godere una corsetta balsamica, piuttosto che una camminata vivacissima perchè il bastardissimo il nervo sciatico al momento lo impedisce.

Un corollario di piccoli fastidi che scoprono come una matrioska il degrado del corpo mettendo a nudo l’anima, basita, che deve prenderne atto.

Accanto a questo fastidio concettuale rappresentato dall’invecchiamento si svela al contempo un interessante risvolto della medaglia: la resilienza cementata a saggezza che, in realtà, permette agevolmente di superare gli ostacoli.

Si tratta di spostare semplicemente la lancetta su uno stato di maggiore e perdurante equilibrio, tra ciò che si fa e ciò che si pensa e, soprattutto, si impara a pensarsi bene, si apprende a volersi bene, ad apprezzarsi per ciò che si è diventati.

Forte dei miei pensieri positivi, m’incamminavo a fare delle commissioni gestendo l’acido lattico dell’allenamento del giorno prima, sorridendo ad ogni passo quando le fibre di qua e di là, in alto e in basso si lamentavano per qualcosa. Il corpo urla la sua esistenza, obbligandoci a tenerne conto, a curarlo, a proteggerlo come nessuno mai.

Diventare grandi, in fondo, ci costringe alla più grande dimostrazione d’amore, quella che dobbiamo a noi stessi.

A ben pensarci, non è affatto male.

Pimpra

Image credit da qui

FOTOGRAFARE IL TANGO. RADU TANASESCU

Chi come me, frequenta da lungo tempo le piste della milonga, non può non aver incontrato Radu con la sua macchina fotografica mentre, felpato come un felino in azione notturna, inizia a scattare. E dire che Radu è grande e non si può non notarlo, eppure, quando non balla e tu sai che fotografa, ti piace passargli davanti, magari è il tuo giorno fortunato e diventi una foto pure tu e il/la partner di quella tanda.

Le foto di Radu mi sono sempre piaciute assai perchè lui ama lavorare in bianco e nero e i suoi lavori hanno la sua indiscutibile firma. Ne escono sempre immagini potenti, che ti si fermano negli occhi, sono fotografie materiche, che fissano lo sguardo scolpendo nei ricordi, l’attimo.

Godiamoci l’intervista a Radu Tanasescu.

  1. Fotografo e tanguero. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Sicuramente sì. Conoscere a fondo le dinamiche del ballo e della pista mi aiuta ad immaginare ed anticipare alcuni istanti altrimenti difficili da cogliere.

2. Cosa arriva nell’obiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Nell’obiettivo della macchina arriva il “viaggio” di singoli e coppie racchiuso in quel particolare brano musicale. Può essere uno sguardo, una particolare espressione del viso, un atteggiamento interessante oppure una determinata forma corporale, il tutto sotto la luce del momento e del luogo. Lo scatto è sempre una miscela tra ciò che vedo, ciò che immagino e le sensazioni che ne scaturiscono in quell’istante.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

Credo che qualsiasi cosa estranea al ballo in milonga sia più o meno fastidiosa per chi balla. Il tango è, dopo tutto, una danza molto intima. Chi balla tende ad evitare i punti di luce forte e, di conseguenza, i fotografi. Per fortuna, quando la pista è piena, non si può fare a meno di passare davanti all’obiettivo.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Onestamente, penso che sia uno degli ultimi aspetti presi in considerazione dai partecipanti ad un evento. Ci sono molti altri aspetti che vengono valutati con molta attenzione prima di decidere l’iscrizione. Il lavoro di un fotografo è utile soprattutto per gli organizzatori, fornisce loro uno strumento in più per promuovere gli eventi.

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in una immagine?

Mi piacerebbe cogliere di più le forme delle coppie in movimento. Questo perché in una normale milonga, di solito, gli spazi sono contingentati, pertanto la fotografia finisce quasi sempre per esprimere dei ritratti abbastanza ravvicinati.

6. Quale è la foto a cui sei più legato e perché.

Difficilmente torno a guardare le mie foto e quando lo faccio ricordo con piacere i relativi contesti, quindi non ne ho di preferite in senso stretto. Sono contento se la gente si (ri)scopre e si piace in qualcuno dei miei scatti.

Per contattare Radu:

email: radugt@gmail.com

fb: Radu Tangodj Tanasescu

instagram: Radugt

twitter: Radugt

Website: lefotodiradu

Ringrazio molto Radu di aver partecipato all’intervista con l’artista!

Pimpra

FOTOGRAFARE IL TANGO. LUDOVICA PALOMA

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

Ho conosciuto Ludovica Paloma attravero i suoi suggestivi scatti di Venezia. La città lagunare, direte voi, è esercizio facile, è bella in ogni istante, in ogni anfratto della sua esistenza. E’ proprio in questa bellezza così irreale da poter diventare scontata che le immagini di Paloma hanno fermato il mio sguardo, proponendo una lettura a volte musicale, a volte acquerellata, quando non direttamente cesellata della città.

E un giorno la incontro in milonga, in una posizione alquanto curiosa per una elegante e raffinata signora quale è, mentre coglie l’attimo che desidera fissare. E’ attrazione per me irresistibile, così come le foto che ci regala.

Godiamoci quindi l’intervista a Ludovica Paloma.

  • Fotografa e tanguera. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Se fossi stata invitata in milonga senza ballare il tango sicuramente le mie foto sarebbero state diverse. Avrei forse cercato il lato romantico dato dall’abbraccio di una donna ed un uomo. Negli scatti cerco sempre di catturare un movimento particolare delle mani, delle dita, degli incroci che formano le braccia, una postura eretta, gambe ben stese, pieghe di vestiti.

  • Cosa arriva nell’obbiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Prima di scattare creo il vuoto intorno a me cercando di entrare in contatto con la mia intelligenza spirituale (ps ognuno di noi ce l’ha) e quando sento la vibrazione mi lascio guidare e scatto. Non esiste giusto o sbagliato è una sottile energia che sussurra: ora!

  • Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

I social utilizzano l’immagine come principale mezzo espressivo. L’immagine è tutto su Fb ed instagram. Il mondo del tango oggi abbonda di persone che vengono chiamate ufficialmente a documentare la serata e partecipanti che scattano. Chi viene chiamato a fotografare il tango non scatta solo il tango, scatta il movimento, il ritratto, la street, il tutto concentrato nelle foto di tango. Se si sottovaluta la qualità di un’immagine si rischia di trovare foto sfocate, piste mezze vuote (perché c’è una cortina musicale o la gente sta iniziando a mirare) che non giovano alla resa dell’evento. La gente, dopo un evento torna a casa e ha voglia di avere dei piccoli souvenirs e quando vede una bella foto la condivide. Nel condividere la propria immagine in quell’evento si condivide l’evento stesso e tutti gli amici vedranno a quale evento l’amico ha partecipato.  Quindi sì, è importante la foto soprattutto se gli organizzatori la vogliono usare come strumento di marketing e va usata con consapevolezza.

  • Fotografare il tango a colori o in bianco e nero (BN)? Quanto la fotografia di tango è capace di creare un nuovo racconto rispetto a ciò che accade in pista?

Ci sono periodi della mia vita in cui ho bisogno del colore. Se potessi riempirei una piscina con tutti i colori dell’arcobaleno e mi ci tufferei. Il mondo, quando ho questa fase, ha colori e colori molto saturi. Quando cerco la poesia vedo il mondo in BN. Ci sono immagini che nella mia mente sono concepite già in BN, non devo rivederle e decidere cosa fare.

In milonga l’intensità della luce contribuisce a creare assieme ai colori degli effetti caravaggeschi incredibili.

Il rovescio della medaglia sono volti marcati con occhiaie enfatizzate che stravolgono quasi deformandone, a volte, l’espressione, e capelli scompigliati.

Il sudore ed il viso arrossato per l’intensità della tanda crea qualche perplessità a chi è abituato a farsi i selfie perfetti stile influencer.

Il bianco e nero oltre a romanzare l’immagine è magnanimo coi volti e con un’illuminazione complessa è preferibile.

Nel macrocosmo della milonga esistono tanti microcosmi quante sono le coppie che si son formate in pista quella sera. Ogni foto è una micronarrazione, svela un istante che altri hanno perso perché erano intenti a ballare.

Ogni album è una matriosca che contiene svariate narrazioni sempre diverse ma tenute assieme dal fil rouge della musica.

  • Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in una immagine?

Non mi costruisco un’immagine in testa, mi affido sempre alla realtà, perché la realtà ha il potere di stupirmi sempre più di qualsiasi immagine immaginata.

  • Quale è la foto a cui sei più legata e perché.

Ho scelto questa foto perché rappresenta la fase embrionale del mio minimalismo.  Quando questa coppia di ballerini mi è passata davanti non avevo dubbi su cosa avrei “tirato fuori”.  A volte si sente l’esigenza di raccontare una storia senza protagonisti principali, creare un contenuto con un metalinguaggio che viene decodificato immediatamente da chi condivide la tua stessa esperienza: ballare.

Per contattare Ludovica Paloma

FB Ludovica Paloma 

Instagram Ludovica Paloma

Pagina Fb Ludovica Paloma a picture teller 

Ringrazio Ludovica Paloma per avere accettato l’invito alla SIX.Q intervista con l’artista.

Pimpra

FOTOGRAFARE IL TANGO. NORA BRAMBILLA

image credit Nora Brambilla

Ogni anima danzante lo sa, l’immagine coglie l’attimo, definisce uno stato d’animo, esalta un’atmosfera, legge la vibrazione di luce e suoni. Il tanguero e il fotografo sono diventati un binomio imprescindibile della milonga e per questo ho scelto di chiedere ad alcuni amici fotografi, un loro punto di vista.

Inizio la carrellata con Nora Brambilla, milanese, tanguera e fotografa. Ho avuto il piacere di conoscerla qualche anno addietro, ho percepito immediatamente la sua verve, il candido fervore della sua danza, l’entusiasmo. Ho scoperto solo successivamente le sue foto e ne sono rimasta colpita, decidendo di iniziare da lei questo viaggio nelle immagini del tango carpite nella penombra di una sala, dentro l’intimità di un abbraccio.

  1. Fotografa e tanguera. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Certamente si! Oltre ad un occhio puramente tecnico, ovvero; così come non mi piacerebbe essere “colta in fallo” in una cattiva posizione evito a mia volta di pubblicare foto che non mi soddisfano dal punto di vista di postura, e piacevolezza dell’abbraccio. Per me, un ricordo di quel dato momento in pista deve sempre essere un complimento ai soggetti che ritraggo.  Poi più personale è quello che per me dovrebbe essere il tango, si capisce subito guardando le mie foto che cerco connessione, dialogo, gioia di condividere la musica, una delle mie citazioni preferite sul tango è: “Lui suona la nostra musica ed io ci canto sopra” non certo quella sul pensiero triste che si balla.

2. Cosa arriva nell’obbiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Ciò che attrae come una calamita il mio obbiettivo è un bel sorriso spontaneo durante il ballo; poi i fattori sono gli stessi della vita di tutti i giorni; perché noti più una persona di un’altra? Cosa mi spinge ad inseguire più una coppia rispetto ad un’altra? Credo che la parte del leone la faccia sempre quell’aura di piacevolezza che da dietro il mio obbiettivo percepisco. Ho avuto più volte conferma di questo quando, soprattutto delle dame, mi hanno detto in privato, grazie per quello scatto, è stata la tanda più bella della serata. E a questo aggiungo quello che io chiamo il “guizzo” che sia un dettaglio nell’abito o un gesto nel ballo  un modo di interpretare l’abbraccio che devo assolutamente catturare.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

In effetti sì, può succedere che delle coppie siano attratte o disturbate dalla presenza dei fotografi. Dal mio canto se vedo uno sguardo di disapprovazione, o per lo meno, che a me pare tale, distolgo l’obbiettivo; e qui ecco che la tanguera e la fotografa convergono. Nulla di diverso dal mio punto di vista dal concetto di mirada; se miro un cavaliere che  non gradisce le mie attenzioni distolgo lo sguardo e passo oltre, lo stesso se impugno una macchina fotografica; al contrario se c’è dell’interesse cerco nel limite del possibile di non disturbare il loro ballo e di coglierli in un momento di spontaneità.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Forse sono di parte, ma dal punto di vista della promozione dell’evento (per lo meno dell’edizione che seguirà) un buon fotografo può fare la differenza. Saper “raccontare” la storia di quell’evento credo possa essere importante per chi deciderà di parteciparvi.  Per la riuscita dell’evento in sé, non saprei, io personalmente se scelgo un evento rispetto ad un altro è per l’atmosfera che penso di trovare, per gli abbracci che avrò il piacere di vivere; abbracci però che se immortalati sarò felice di conservare. Quindi qual è la risposta? 🙂

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in un’immagine?

La foto perfetta non credo esista, sono una “neo” fotografa di tango e fotografa da che ho memoria ma la storia è sempre la stessa, la foto che vorrei aver scattato è sempre quella che non sono riuscita a scattare.  Nel tango ci sono artisti che ammiro particolarmente e che “da grande” mi piacerebbe ritrarre così come assoluti sconosciuti che ballando in pista mi hanno incantato al punto da non scattare alcuna foto, era troppo bello viverli.

6. Quale è la foto a cui sei più legata e perché.

Domanda difficilissima, se ci ragiono non trovo una risposta adeguata, ti faccio vedere la prima che mi è venuta in mente leggendo la tua domanda perchè forse ha segnato un cambio nel mio modo di voler fare foto in milonga, sono passata dal fare ritratti al cercare di raccontare una storia.

Ringrazio Nora Brambilla per aver partecipato alla Six.Q intervista con l’artista, spero di incrociarti prossimamente in milonga e – chissà- di ispirare uno dei tuoi bellissimi scatti.

Nora Brambilla self portrait

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Instagram: lagattachescatta

ANCHE IL TACCO FA LA TANGUERA

Sto per scrivere un concetto che sicuramente cozza con quanto espresso tempo addietro, mi prendo il sacrosanto diritto di cambiare idea ma, preciso, mi piacerebbe avere uno scambio di opinione con altre donne.

Ho visto ballare il tango da tangueras in infradito, scarpe da ginnastica, scarpettine da jazz, salva piedi insomma senza indossare le tradizionali calzature con il tacco e il loro tango poteva esprimersi come se nulla fosse. Fluido dalla terra al cielo, sgorgare nel loro abbraccio, risplendere nel volto.

Anche a me è capitato di darmi a pazze danze indossando inappropriate sneakers, quando non sono stati addirittura gli anfibi, l’ho fatto, ma si trattava di puri attimi di follia o di necessità mediche.

Mi sto convincendo che la tanguera è anche i tacchi che indossa.

Quasi tutte le balleirne in erba, una volta scoperti i meravigliosi sandali dall’altissimo stiletto, sono cadute nella trappola di volerli indossare come a sancire con la loro altezza l’ingresso nel mondo della milonga. Ex (danzatrici) classiche a parte, dotate del famoso “collo del piede” formato dalla durissima disciplina, per la quasi totalità della platea di praticanti la nuova arte, i tacchi altissimi sono stati una vera e propria tortura, salvo casi rarissimi, conducendo le addette a notevole sofferenza fisica delle estremità.

Studiando e crescendo nel tango, ognuna di noi ha saputo fare i conti con i suoi limiti adattando il tacco alla ballerina e non il contrario. Aggiungo: meno male. Meno armadi appesi alle braccia del povero leader, maggiore dinamica, equilibrio e asse mantenuti con più costanza.

Ma il punto della questione non è questo.

Il tacco per la tanguera è il catalizzatore della sua “giaguara” interiore, dentro e fuori dalla pista. Essere oramai capaci di portare i tacchi e camminarci veloci, come si trattasse di indossare sneakers, perchè il corpo ha appreso l’arte di cercare il suo asse anche quando la superficie d’appoggio è più ridotta, rende la donna più sicura di sè, più elegante nell’incedere, più sexy se lo desidera.

Fate questa prova, amiche tanguere, nel corso della vostra giornata, passate da scarpe basse a un paio con il tacco e poi mi raccontate come vi sentite cambiare dentro, come se quella donna sempre presa da millemila cose da fare, pensare, organizzare, ad un tratto si fermasse mostrando attenzione a se stessa.

Un vero miracolo, una dedica d’amore rivolta a noi stesse.

E’ primavera, il cambio di stagione degli armadi è imminente, il cambio di attitudine mentale è atto dovuto: apriamo le porte a tutte le sfumature possibili delle donne che sappiamo di essere.

Buon divertimento a tutte!

Pimpra

NELLA PENOMBRA, MI ASPETTA

credits Ludovica Paloma

Questo lunghissimo periodo di astinenza tanguera ha tolto moltissimo, specie nel corpo, e nello stesso tempo ha fatto ordine in certi pensieri arruffati, in alcune credenze sbagliate facendo spazio a una profonda e vivida riflessione.

E’ facile intuire come il corpo risenta dello stop.

La tradizione popolare argentina deifnisce i movimenti dei tangueros come la cosa più naturale del mondo “bailar el tango es como caminar“, omettendo il trascurabile dettaglio che si tratta di una camminata ad elevatissimo indice di complessità. La scelta soggettiva sta nell’altezza in cui si vuole posizionare l’asticella della propria goffaggine.

Non aprirò il mio sermone su quanto sia fondamentale dedicarsi alla “long life learning tanguera“, assioma fondamentale di ogni soggetto danzante: non si deve mai smettere di studiare per migliorarsi o, semplicemente, per non peggiorare (troppo), ne va del gusto che si può offrire e ricevere nel corso della milonga.

La sosta forzata mi ha costretta a prendere atto di taluni aspetti che non mi ero mai data il tempo di analizzare, di assumere e di metabolizzare poi.

Nei discorsi sul tango si parla sempre dell’abbraccio, uno dei cardini di cui si ammanta la connessione, magica parola che ci proietta immediatamente dentro il cuore sacro del tango.

Questi mesi protratti di buio e di silenzio però, mi hanno offerto una chiave di lettura che non avevo trovato in precedenza.

IL TANGO E’ LO SPECCHIO.

Un tempo, il mio asse corpo/sensazioni, era tarato per dare una risposta immediata all’abbraccio che ricevevo. Abbraccio morbido=”devo essere più flessuosa e docile possibile”; abbraccio presente ma non costrittivo=”yuppy qui si va via dinamici”; abbraccio destrutturato=”povera me!”, abbraccio stretto che non respiro=”fatemi uscire subito dalla gabbia!” e così per le millemila sfumature dell’abbraccio ricevuto e, spero, donato a mia volta.

Io ero una ballerina “fuori”, nel senso che cercavo un dialogo verso l’altro, a volte perdendo di vista chi fossi o, se per qualche ragione non riuscivo ad andare verso, diventavo una ballerina “aggressiva”, prendendomi ciò che desideravo, proponendo assertivamente al leader, il quale, se molto evoluto in termini di preparazione e apertura mentale, accoglieva con piacere questo impeto. Ma sempre di “impeto” si trattava. Azione/reazione.

Questi lunghi mesi di buio mi hanno costretto dapprima, insegnato, poi, a riconsiderare tutto, me per prima.

Mi appare chiaro, oggi, che essere soddisfatta del “mio tango”, non significa prioritariamente aver “ballato bene” in senso “fisico”, ma piuttosto aver ballato bene con la parte più vera di me che balla con l’altro.

Ho capito che mentre ballo il partner è il mio specchio, un medium che riflette me stessa, aiutandomi a vedere, a sentire, a vivere le emozioni: la paura (di sbagliare il movimento), la dimensione del mio abbandono (quel lasciarsi andare totalmente all’ascolto), la frustrazione di percepire gli ostacoli che inconsciamente frappongo per giustificare un “non riesco a farlo/sentirlo, a farlo/sentirlo come vorrei, a farlo/farlo sentire bene”.

Ho compreso che lo specchio mediato dall’altro, il più delle volte in modo inconsapevole, è un bene preziosissimo. Posso e devo fare i conti su ciò che non desidero affrontare, devo guardare e starci in quella sensazione sgradevole, per capire che sono anche quella tanguera, quella donna.

Accettato il rimando, il tango si libera e diventa espressione leggiadra, passionale, fluida, timida, delicata, forte, allegra, struggente, melanconica, dolorosa … di ciò che siamo.

Mi ci sono voluti tantissimi anni per arrivarci, per capire fino in fondo l’impatto di questo ballo immenso che vive dentro di me e sa aspettare che io torni. Sempre.

Pimpra

COSA MI HA INSEGNATO IL TANGO SULLE DONNE.

foto credit Riccardo Lavia

Oggi i ricordi di Fb si spingono molto lontano nel tempo, a questa immagine di 10 anni fa.

Una me rispettosa del codice della milonga che chiedeva di indossare qualcosa di verde, in onore dei musicisti, il Duo Ranas.

Il verde è il colore che indossano le donne sicure di sé, quelle che credono/sanno/sono/si vedono belle. Rovistando negli armadi per prepararmi alla festa, non ho trovato verde da nessuna parte.

Ricordo che anche all’epoca, mi venne questo pensiero in testa: perché non ho mai considerato il verde? Mi piace pure, nelle sue diverse sfumature, intensità, più caldo o più brillante o freddo come il ghiaccio.

Io non ero all’altezza di vestirmi di verde, eh no.

La milonga fu un successo strepitoso: mi divertii tantissimo, ballai a fondere la suola delle scarpe, il concerto fu potente e magnifico. Una serata magica.

Chiesi la foto che vedete a un amico tanguero, ovviamente mi misi in posa, scimmiottando in modo assolutamente poco credibile, per non dire grottesco, la posa di una donna fatale, una che con il verde ci va a nozze. Sono passati 10 anni e, tanda dopo tanda, quella piccola donna in me è cresciuta e vive felice.

La Giaguara (dentro e fuori la milonga), non deve per forza indossare completi leopardati, tacchi a spillo H24, rossetto rosso carminio o mattone notte, per essere una vera Giaguara.

Si tratta di una dimensione dell’anima, di uno stato di totale riconoscimento della donna UNICA che si è.

Il tango, questo mi ha dato, a me che ho sempre avuto pudore di mostrarmi, non pensando mai di poterlo fare temendo di essere ridicola.

Poi lo stop della pandemia, due anni lontana dagli abbracci così cari, dalla musica capace di smuovemri sempre qualcosa dentro, lontana dal quel gioco di seduzione che si esprime sulla tenuta di uno sguardo, sulla mirada convinta, sicura, sorniona, giaguara.

Mi manca e pure io manco a me stessa.

Le tonalità del mio armadio sono molto coerenti, perchè mi piace quello che piace a me, ma il verde, nuovamente, manca.

E’ decisamente giunta l’ora di andarmelo a riprendere. Costi quel che costi, perchè la vita va avanti. Sempre.

Pimpra

PS: questo post stava nelle bozze da tanti mesi, non è frutto di un impulso odierno. Solo le ultime frasi lo sono, questo per dire che faccio molta fatica a sorridere e a fare finta che la vita di oggi sia uguale a quella di soli 3 anni fa.

Ma ho imparato che continuare a vivere, a resistere, ad essere resilienti è una dimensione dell’anima che dobbiamo nutrire perchè questo ci stanno insegnando i tempi: la vita cambia in un istante, senza preavviso.

Il mio cuore urla LOVE AND PEACE.

LA MIA COPENHAGEN

Il desiderio irrefrenabile di andarci mi è arrivato inaspettato, un giorno di tarda estate, capitando per caso nella bacheca di una conoscente. Gli occhi hanno avuto un sussulto emozionato che si è riflesso immediatamente sul cuore: dovevo visitare quella città.

Complice il weekend del mio compleanno, invece del solito pacchetto infiocchettato, ho ricevuto una mail con il biglietto aereo e l’hotel. Stavo per svenire di felicità davanti al pc.

Ho volato con gli olandesi di KLM, una compagnia aerea che non mi ha mai deluso, sin da quando, in tenera età, vi volavo tra Medio Oriente e Africa, resta tra le compagnie aeree preferite.

L’aeroporto di Copenhagen mette immediatamente il viaggiatore in una dimensione di piacevolezza, non è rumoroso, luce gradevole ovunque e il pavimento di legno. Non potevo credere ai miei occhi. Molti spazi dove rilassarsi e familiarizzare con il famoso “Hygge”.

L’albergo in centro, una chicca in puro spirito danese, legno, luci, sedie particolarissime, caminetto, personale giovanissimo e super gentile, camera dai colori neutri, caldi e rilassanti. Mi sono sentita immediatamente a mio agio.

La bicicletta, per i danesi, è come lo scooter per i triestini: fondamentale. TUTTI la usano, non ne ho mai viste così tante, così “bizzarre”, tutte insieme. Utilizzarle in città è semplicissimo evitando la produzione di smog, inoltre si pedala in tutta sicurezza perché ogni superficie stradale prevede la corsia dei ciclisti, con semafori e segnaletica dedicati. Si raggiunge in poco tempo, ogni angolo della città, inoltre, si può agilmente posteggiare il mezzo ai supporti, o, quando occupati, si lascia la bicicletta in fila, senza tema che venga rubata, danneggiata o altro. Mi è sembrato un sogno.

Altro vantaggio del turismo su due ruote: si evita la psicofollia delle foto, si pedala e si guarda, si assimila il paesaggio e si apprezza senza distrarsi, senza il bisogno imperante di condividere sui social, si sta, si vive, si gode del momento, si pedala. Evviva.

Copenhagen sembra costruita a dimensione uomo, non è una città che cannibalizza, ma piuttosto accompagna. Ci si può fermare nei caffè, ci sono tantissimi luoghi in cui concedersi uno spuntino, spazi esterni da vivere, certo solo nei mesi caldi, altrimenti ogni luogo pubblico offre, comunque, la possibilità di una sosta.

Sono stata rapita dalla fusione architettonica di antico e moderno, dove il design dalle linee essenziali, dialoga e si armonizza al contesto urbano precedente. Il “diamante nero” merita una visita, non fosse altro per apprezzare l’affaccio sul canale della struttura e il suo legame con l’antica biblioteca reale.

A Copenhagen il verde dei parchi cittadini non manca, così come si percepisce che la media della popolazione è molto giovane.

La sensazione che ho avuta è che al nord dell’Europa certi stilemi sociali non trovino casa: la sera di San Valentino ho visto numerose compagnie di amiche cenare insieme e ridere di gusto, coppie in tutte le sfacettature e combinazioni possibili, godersi il romanticismo senza bisogno di nascondersi. Naturalezza, convivenza, comunità, convivialità sono concetti che si vivono, non solo parole.

L’ambiente e la sua cura sono un baluardo, non ho incontrato un solo bidone esplodere per l’immondizia, tutto si differenzia, in modo consapevole, come fosse naturale farlo. Lo stesso cestino della camera dell’hotel era diviso per tre tipi di raccolta. L’acqua da bere si trova spesso nel tetrapack per evitare la produzione di plastica.

Se si parla di danesi non si può prescindere da almeno tre delle loro fissazioni: le candele, la luce, le sedie che confluiscono tutte in quella dimensione dell’anima che si chiama “Hygge” (una sorta di “Cozy” inglese).

Gli spazi, e la cosa mi ha colpito molto, sono arredati spesso con giochi di sedie, poltroncine e divani, diversi per forma e design, tutti incredibilmente confortevoli. Non per nulla alcune delle più iconiche sedie del design mondiale, vedono la luce dalle mani di sapienti maestri danesi. Il legno spadroneggia negli arredi quasi ovunque.

I popoli nordici, complice il lungo inverno, le poche ore di luce, il freddo, vivono la sacralità del luogo, della compagnia, dell’ambiente, della famiglia. Ecco che ricreano le condizioni ideali dove stare, come starci e con chi.

Se non si raggiunge almeno il metro e settanta cinque di altezza ci si sente un vero tappo di bottiglia, sono una popolazione alta, alta, alta e tanto, tanto, tanto bella. Le sfumature di biondo dei loro capelli, gli occhi in tutte le gradazioni del blu, dell’azzurro con tocchi di verdi.

Il mio personale momento di gloria l’ho vissuto quando il receptionist danese mi ha chiesto se fossi svedese (a me!!!!), ridendo ho risposto “100 % italiana e poi sono troppo corta per essere una svedese”, lui ha insistito affermando con convinzione che la mia faccia ha i lineamenti svedesi, in quanto all’altezza ci sono svedesi piccole. Da questa affermazione mi sono cuccata il bell’appellativo “La svedese nana” che mi ha accompagnato per tutta la vacanza.

Sarà che fanno molto sport, oltre che andare in bicicletta, ma ho faticato a vedere persone che non fossero in perfetta forma fisica. Pochi, pochissimi abitanti per così dire in sovrappeso, deduco quindi che il freddo faccia bene perché in quanto a condimenti grassi e burrosi, formaggi e carne, colà siamo nel paradiso delle iper calorie.

A me l’aringa marinata comunque resta indigesta.

Passeggiando per strada con la faccia da turista, il volto paonazzo per il vento gelido e l’espressione felice (quante volte ho pensato “meno male che sono triestina e la bora mi ha abituato a questo freddo), ho ricevuto in regalo sorrisi dalle persone che incrociavo che mi pareva un miracolo.

I danesi sorridono. Non li ho visti musoni, nevrastenici, se c’è da aspettare si mettono in fila tranquillamente, non si agitano. Incredibile.

In Danimarca di Covid manco l’ombra. Nel senso che se c’è, e pure da loro c’è, è una delle malattie di cui non si fa battage ovunque come da noi. Nessun green pass, massima libertà e… che bello!

Ho avuto la sensazione che le donne danesi siano molto indipendenti, libere e in questo ho percepito quella gaiezza delle mie donne triestine. Non sono riuscita a fare la foto di un equipaggio di canottiere almeno sessantenni, una mattina gelida, con la barca d’appoggio in cui c’era una loro nipotina che le seguiva felice. La bellezza di queste gagliardissime signore, non ho potuto non salutarle, incitarle, mi hanno sorriso e salutato a loro volta.

Voglio trascorrere la mia pensione qui, tra i meravigliosi popoli vichinghi, anche se le birra non mi piace e il freddo lo sento eccome, a differenza loro, ma… mi è stato fatto notare “Chi ti mantiene a te?” e il mio sogno si è dissolto come un fiocco di neve sull’asfalto…

SE PREVEDETE UN VIAGGIO, ECCO LA MIA LISTA:

  • per la prima volta la Lonley Planet mi ha tradita: comprate una guida scritta post 2021, il covid ha tristemente cambiato molte cose (negozi spariti, siti chiusi ecc ecc)
  • non fate bancomat all’arrivo che non serve, si paga tutto con la carta, in alcuni luoghi il contante non è accettato
  • non si visita la Danimarca se non si va in bicicletta
  • la voce cibo influisce pesantemente sulle spese di viaggio, per noi molto molto costoso. Però a Copenhagen si può mangiare davvero bene, è una città particolarmente “stellata”. La ristorazione italiana molto presente.
  • concedetevi il tempo della sosta per apprezzare ciò che vi circonda e, perché no, chiacchierare con i locali. In una parola fate Hygge pure voi
  • ho assaggiato un cidro spettacolare, a 4,5% che mi è andato in testa immediatamente (sono completamente astemia) aveva un sapore buonissimo
  • fatevi consigliare sui dolci danesi che alcuni meritano, per me la scoperta il brunsviger.

Una volta desideravo visitare i paesi caldi, crescendo il nord sta rubando attenzione ed interesse. Adesso capisco il perché.

Pimpra

IL POTERE DEI SOGNI

Qua bisogna capire bene se sono io che sto decisamente “fuori fase” o, se ciò che mi sta accadendo è naturale e quindi “cosa buona e giusta”.

Di norma sono un gioioso ghiro, mi addormento mirabilmente dinnanzi alla tv, complice l’affettuoso abbraccio dei miei tre gatti, dormo così tanto bene che trascorro sull’amato divanetto una buona parte della notte, poi, mi trasferisco a letto.

Consapevole che l’abitudine non sia delle migliori, non fosse altro per la postura assunta dal mio povero collo, ma tant’è, oramai è un’abitudine.

Ciò che mi ha spinto a scrivere questo post è un accadimento recente: sogno in modo pazzesco, e va bene, non fosse però che i sogni che faccio sono inquietanti, stanotte trasformatisi in incubi, così tanto reali – ad un certo momento della notte, ho nettamente percepito “qualcuno” camminarmi sulle lenzuola, nel dormi veglia, per tanquillizzarmi, ho pensato a uno dei gatti, poi sentendolo fermissimo tra le mie gambe, e continuando a percepire questo calpestio sul piumino, ho acceso la luce e, ovviamente, non c’era nulla, la gatta serena e tranquilla tra le mie gambe. Ho richiuso gli occhi, dandomi della scema e, allo stesso tempo, consolandomi pensando che i gatti proteggono dalle presenze che non si vedono e, insomma, ho cercato di riprendere sonno.

Non è che sono proprio diventata matta, tanti anni or sono ho avuto un contatto con una strana presenza, ma non a casa mia, ero in Toscana, mi ha spaventato a morte, perchè non sono affatto pronta a vivere simili esperienze.

Mia nonna, la precedente inquilina dell’appartamento in cui vivo, da ragazzina mi raccontava spesso di presenze invisibili che la venivano a trovare alla notte, ma nel suo racconto, non era mai spaventata, dava la cosa come “naturale nel soprannaturale”. Avendo a memoria le sue parole e il suo atteggiamento molto rilassato in materia, quando la cosa accade a me, e mi è accaduta più volte nel corso degli anni, prendo un sacrosanto spavento, mi agito perchè non comprendo e quindi invito “la presenza” ad andarsene. Percepisco molto distintamente se si tratta di incontri bonari, con energie quantomeno “neutre” , oppure se “la cosa” è arrabbiata, piuttosto che oggettivamente cattiva.

Ciò detto, stantotte che notte: sogno dapprima che, in vacanza al mare, vengo travolta dal crollo di un gigantesco ponte di sabbia, percependo ogni instante dei quintali di sabbia che mi stavano atterrando in testa. Riesco a scamparla perchè nel pericolo capisco che devo tuffarmi in mare ad un preciso istante, così faccio e resto viva. L’incidente non ha coinvolto nessuno, ero la sola sotto al ponte di sabbia.

Però non è finita, mentre cerco la persona con cui ero in vacanza senza trovarla, mentre rientro all’albergo, mi trovavo un un paese straniero dell’Africa nord sahariana, mi perdo nel paesino, chiedo informazioni a gente del posto, incappo in due figuri che mi si rivolgono in francese e che parlano italiano tra loro, non mi piacciono per niente, e faccio finta di essere francese. Ricevute le info, faccio il contrario di quanto suggerito, più o meno trovo la strada dell’albergo, ma scopro che mi stanno aspettando prima per farmi un agguato. Ed ecco che percepisco sul mio letto l’ospite invisibile.

Per farla breve, una notte di merda, come le ultime scorse.

In più, suggestionata da tutto quello che sento intorno a me da troppo tempo, nel dormiveglia ho pure pensato che questi sogni assurdi, queste percezioni, fossero l’attivazione delle nanotecnologie kattivissime che mi hanno iniettato con il vaccino.

E con questo concludo la mia notte da incubo.

Quando i rintocchi elettronici della sveglia hanno annunciato l’arrivo delle sei, ho benedetto il cielo di dovermi alzare.

La riflessione che mi resta tra le mani è un interrogativo: cosa sta cercando di dirmi il mio subconscio che non sono in grado di capire. Ma questa è un’altra storia…

Pimpra

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