UN TUFFO CON NEMO

Luoghi desertici erano già nei miei occhi e nelle mie narici, il pianoro dell’Iran, l’Africa settentrionale ma il Sinai è stata la mia prima volta.

Un viaggio verso il basso, in tutti i sensi, direzione sud e sotto l’acqua.

Fortunatamente gli amici mi avevano messa in guardia: Sharm El Sheikh esiste solo per fare le immersioni. Il messaggio era chiaro: luogo completamente turistico e vabbè, ma ero certa che qualcosa di locale, di tipico, l’avrei trovato. Invece no.

Scesa dall’aeromobile attendevo di percepire il “profumo del luogo”: nulla. Niente che scrivesse le mappe degli odori dei paesi visitati, probabilmente il clima torrido, secco e ventilato, elimina qualsiasi traccia.

L’areoporto dista pochi KM dalla zona urbana che si sviluppa a margine di lunghe strade, case, complessi alberghieri, ogni costruzione è bassa, di forma semplice, con piccoli guizzi orientaleggianti, come alle finestre. Il bianco domina, così come un bel ocra aranciato della sabbia terrosa della superficie che fa da contrappunto al nero pece dell’asfalto.

Il primo tuffo è stato esaltante. Immergersi in un acquario, dai mille pesci colorati, dai coralli di forme e dimensioni incredibili. Il mare, dopo la barriera, si inabissa velocemente, provocando, a volte, la sensazione di vertigine che svanisce immediatamente lo sguardo rapito da un colore, da una forma, da un pesce particolare.

Lo squalo aveva altro da fare, per mia fortuna, così pure il pesce balestra che pare essere molto aggressivo se gli invadi il territorio mentre si prende cura delle uova. Per il resto ho salutato Nemo, nuotato con deliziosi banchi di pesci a righe, pesci dalla livrea di un azzurro elettrico, ho pinneggiato con maestosi napoleone, ho dimenticato perfino che stavo in acqua.

Il mar Rosso è salatissimo, le mie povere ascelle lo dimostrano con la pelle talmente tanto secca da squamarsi vistosamente.

I lampioni delle strade sono alimentati ad energia solare, che pare un’evidenza lapalissiana, peccato che la sabbia del deserto circostante sporchi gli specchi e la manutenzione della pulizia sia troppo costosa, sicchè spesso restano spenti.

Un discorso a parte merita la popolazione locale. Gli egiziani o, comunque, i medio orientali, sono diversi dagli “arabi” che ricordavo. Ho visto ragazzi e ragazze molto belli, dai fisici asciutti, contrariamente a quanto ricordavo di quelle popolazioni.

Le donne, se di fede musulmana, sono costrette ad indossare improbabili “costumi” che le coprono – letteralmente – da capo a piedi, capelli compresi ma le poverine, non indossano seducenti tute aderenti alla cat woman, per intenderci, bensì palandrane nere di lycra che sotto quel sole cocente con una media di 35° all’ombra ve li raccomando. Eppure, a guardarle, sono come delle principesse: il volto truccato, le sopracciglia sempre ben definite, occhi penetranti, labbra carminio. Tutto ciò che non può essere svelato, ma solo immaginato del loro corpo e della loro bellezza, esce sul volto.

I bambini, quanti ne ho visti! Amatissimi dalla popolazione, rispettati, vezzeggiati. Le famiglie ne hanno in media 3, di solito in scala ravvicinata.

I venditori. Sono sopravvissuta agli attacchi seriali dei venditori della qualunque che, con la tecnica dell’esasperazione, alla fine escono vincitori nel duello con il potenziale cliente.

La parola magica che ti rivolgono sempre è “no stress” salvo poi iniziare immediatamente l’assedio a suon di parole per convincerti a comprare qualcosa.

Sono bravi con le lingue. Il russo impera, esageratamente, anche sulle insegne dei negozi e sui cartellini delle merci solo che, di questi bui tempi, di russi colà se ne sono visti ben pochi, e lo scettro dei turisti presenti è tornato in mani italiane.

Ho mangiato il migliore melone di sempre e sguazzato nella gelatina di frutta che mi ha riportato agli anni verdissimi dell’infanzia.

Come ogni turista che visita l’Egitto il pegno in diarrea è una moneta che tocca pagare. Per fortuna mi sono organizzata, potendo gestire in tempi velocissimi e con minimi effetti collaterali, il “marchio del faraone”.

Per i nordici il fattore protezione solare 50 è obbligatorio. Sono riuscita comunque a prendere un’insolazione sulla schiena e rientrare dalle ferie colorata come un latte macchiato, praticamente pallida come sempre. Ma è stato bello provarci, molto bello!

Ci tornerei?

Di sicuro, magari in una zona meno turistica, se esiste!, ma con l’obiettivo di fare le immersioni e fotografare quel paradiso di fondali.

Pimpra

COSA MI HA INSEGNATO IL TANGO SULLE DONNE.

foto credit Riccardo Lavia

Oggi i ricordi di Fb si spingono molto lontano nel tempo, a questa immagine di 10 anni fa.

Una me rispettosa del codice della milonga che chiedeva di indossare qualcosa di verde, in onore dei musicisti, il Duo Ranas.

Il verde è il colore che indossano le donne sicure di sé, quelle che credono/sanno/sono/si vedono belle. Rovistando negli armadi per prepararmi alla festa, non ho trovato verde da nessuna parte.

Ricordo che anche all’epoca, mi venne questo pensiero in testa: perché non ho mai considerato il verde? Mi piace pure, nelle sue diverse sfumature, intensità, più caldo o più brillante o freddo come il ghiaccio.

Io non ero all’altezza di vestirmi di verde, eh no.

La milonga fu un successo strepitoso: mi divertii tantissimo, ballai a fondere la suola delle scarpe, il concerto fu potente e magnifico. Una serata magica.

Chiesi la foto che vedete a un amico tanguero, ovviamente mi misi in posa, scimmiottando in modo assolutamente poco credibile, per non dire grottesco, la posa di una donna fatale, una che con il verde ci va a nozze. Sono passati 10 anni e, tanda dopo tanda, quella piccola donna in me è cresciuta e vive felice.

La Giaguara (dentro e fuori la milonga), non deve per forza indossare completi leopardati, tacchi a spillo H24, rossetto rosso carminio o mattone notte, per essere una vera Giaguara.

Si tratta di una dimensione dell’anima, di uno stato di totale riconoscimento della donna UNICA che si è.

Il tango, questo mi ha dato, a me che ho sempre avuto pudore di mostrarmi, non pensando mai di poterlo fare temendo di essere ridicola.

Poi lo stop della pandemia, due anni lontana dagli abbracci così cari, dalla musica capace di smuovemri sempre qualcosa dentro, lontana dal quel gioco di seduzione che si esprime sulla tenuta di uno sguardo, sulla mirada convinta, sicura, sorniona, giaguara.

Mi manca e pure io manco a me stessa.

Le tonalità del mio armadio sono molto coerenti, perchè mi piace quello che piace a me, ma il verde, nuovamente, manca.

E’ decisamente giunta l’ora di andarmelo a riprendere. Costi quel che costi, perchè la vita va avanti. Sempre.

Pimpra

PS: questo post stava nelle bozze da tanti mesi, non è frutto di un impulso odierno. Solo le ultime frasi lo sono, questo per dire che faccio molta fatica a sorridere e a fare finta che la vita di oggi sia uguale a quella di soli 3 anni fa.

Ma ho imparato che continuare a vivere, a resistere, ad essere resilienti è una dimensione dell’anima che dobbiamo nutrire perchè questo ci stanno insegnando i tempi: la vita cambia in un istante, senza preavviso.

Il mio cuore urla LOVE AND PEACE.

LA MIA COPENHAGEN

Il desiderio irrefrenabile di andarci mi è arrivato inaspettato, un giorno di tarda estate, capitando per caso nella bacheca di una conoscente. Gli occhi hanno avuto un sussulto emozionato che si è riflesso immediatamente sul cuore: dovevo visitare quella città.

Complice il weekend del mio compleanno, invece del solito pacchetto infiocchettato, ho ricevuto una mail con il biglietto aereo e l’hotel. Stavo per svenire di felicità davanti al pc.

Ho volato con gli olandesi di KLM, una compagnia aerea che non mi ha mai deluso, sin da quando, in tenera età, vi volavo tra Medio Oriente e Africa, resta tra le compagnie aeree preferite.

L’aeroporto di Copenhagen mette immediatamente il viaggiatore in una dimensione di piacevolezza, non è rumoroso, luce gradevole ovunque e il pavimento di legno. Non potevo credere ai miei occhi. Molti spazi dove rilassarsi e familiarizzare con il famoso “Hygge”.

L’albergo in centro, una chicca in puro spirito danese, legno, luci, sedie particolarissime, caminetto, personale giovanissimo e super gentile, camera dai colori neutri, caldi e rilassanti. Mi sono sentita immediatamente a mio agio.

La bicicletta, per i danesi, è come lo scooter per i triestini: fondamentale. TUTTI la usano, non ne ho mai viste così tante, così “bizzarre”, tutte insieme. Utilizzarle in città è semplicissimo evitando la produzione di smog, inoltre si pedala in tutta sicurezza perché ogni superficie stradale prevede la corsia dei ciclisti, con semafori e segnaletica dedicati. Si raggiunge in poco tempo, ogni angolo della città, inoltre, si può agilmente posteggiare il mezzo ai supporti, o, quando occupati, si lascia la bicicletta in fila, senza tema che venga rubata, danneggiata o altro. Mi è sembrato un sogno.

Altro vantaggio del turismo su due ruote: si evita la psicofollia delle foto, si pedala e si guarda, si assimila il paesaggio e si apprezza senza distrarsi, senza il bisogno imperante di condividere sui social, si sta, si vive, si gode del momento, si pedala. Evviva.

Copenhagen sembra costruita a dimensione uomo, non è una città che cannibalizza, ma piuttosto accompagna. Ci si può fermare nei caffè, ci sono tantissimi luoghi in cui concedersi uno spuntino, spazi esterni da vivere, certo solo nei mesi caldi, altrimenti ogni luogo pubblico offre, comunque, la possibilità di una sosta.

Sono stata rapita dalla fusione architettonica di antico e moderno, dove il design dalle linee essenziali, dialoga e si armonizza al contesto urbano precedente. Il “diamante nero” merita una visita, non fosse altro per apprezzare l’affaccio sul canale della struttura e il suo legame con l’antica biblioteca reale.

A Copenhagen il verde dei parchi cittadini non manca, così come si percepisce che la media della popolazione è molto giovane.

La sensazione che ho avuta è che al nord dell’Europa certi stilemi sociali non trovino casa: la sera di San Valentino ho visto numerose compagnie di amiche cenare insieme e ridere di gusto, coppie in tutte le sfacettature e combinazioni possibili, godersi il romanticismo senza bisogno di nascondersi. Naturalezza, convivenza, comunità, convivialità sono concetti che si vivono, non solo parole.

L’ambiente e la sua cura sono un baluardo, non ho incontrato un solo bidone esplodere per l’immondizia, tutto si differenzia, in modo consapevole, come fosse naturale farlo. Lo stesso cestino della camera dell’hotel era diviso per tre tipi di raccolta. L’acqua da bere si trova spesso nel tetrapack per evitare la produzione di plastica.

Se si parla di danesi non si può prescindere da almeno tre delle loro fissazioni: le candele, la luce, le sedie che confluiscono tutte in quella dimensione dell’anima che si chiama “Hygge” (una sorta di “Cozy” inglese).

Gli spazi, e la cosa mi ha colpito molto, sono arredati spesso con giochi di sedie, poltroncine e divani, diversi per forma e design, tutti incredibilmente confortevoli. Non per nulla alcune delle più iconiche sedie del design mondiale, vedono la luce dalle mani di sapienti maestri danesi. Il legno spadroneggia negli arredi quasi ovunque.

I popoli nordici, complice il lungo inverno, le poche ore di luce, il freddo, vivono la sacralità del luogo, della compagnia, dell’ambiente, della famiglia. Ecco che ricreano le condizioni ideali dove stare, come starci e con chi.

Se non si raggiunge almeno il metro e settanta cinque di altezza ci si sente un vero tappo di bottiglia, sono una popolazione alta, alta, alta e tanto, tanto, tanto bella. Le sfumature di biondo dei loro capelli, gli occhi in tutte le gradazioni del blu, dell’azzurro con tocchi di verdi.

Il mio personale momento di gloria l’ho vissuto quando il receptionist danese mi ha chiesto se fossi svedese (a me!!!!), ridendo ho risposto “100 % italiana e poi sono troppo corta per essere una svedese”, lui ha insistito affermando con convinzione che la mia faccia ha i lineamenti svedesi, in quanto all’altezza ci sono svedesi piccole. Da questa affermazione mi sono cuccata il bell’appellativo “La svedese nana” che mi ha accompagnato per tutta la vacanza.

Sarà che fanno molto sport, oltre che andare in bicicletta, ma ho faticato a vedere persone che non fossero in perfetta forma fisica. Pochi, pochissimi abitanti per così dire in sovrappeso, deduco quindi che il freddo faccia bene perché in quanto a condimenti grassi e burrosi, formaggi e carne, colà siamo nel paradiso delle iper calorie.

A me l’aringa marinata comunque resta indigesta.

Passeggiando per strada con la faccia da turista, il volto paonazzo per il vento gelido e l’espressione felice (quante volte ho pensato “meno male che sono triestina e la bora mi ha abituato a questo freddo), ho ricevuto in regalo sorrisi dalle persone che incrociavo che mi pareva un miracolo.

I danesi sorridono. Non li ho visti musoni, nevrastenici, se c’è da aspettare si mettono in fila tranquillamente, non si agitano. Incredibile.

In Danimarca di Covid manco l’ombra. Nel senso che se c’è, e pure da loro c’è, è una delle malattie di cui non si fa battage ovunque come da noi. Nessun green pass, massima libertà e… che bello!

Ho avuto la sensazione che le donne danesi siano molto indipendenti, libere e in questo ho percepito quella gaiezza delle mie donne triestine. Non sono riuscita a fare la foto di un equipaggio di canottiere almeno sessantenni, una mattina gelida, con la barca d’appoggio in cui c’era una loro nipotina che le seguiva felice. La bellezza di queste gagliardissime signore, non ho potuto non salutarle, incitarle, mi hanno sorriso e salutato a loro volta.

Voglio trascorrere la mia pensione qui, tra i meravigliosi popoli vichinghi, anche se le birra non mi piace e il freddo lo sento eccome, a differenza loro, ma… mi è stato fatto notare “Chi ti mantiene a te?” e il mio sogno si è dissolto come un fiocco di neve sull’asfalto…

SE PREVEDETE UN VIAGGIO, ECCO LA MIA LISTA:

  • per la prima volta la Lonley Planet mi ha tradita: comprate una guida scritta post 2021, il covid ha tristemente cambiato molte cose (negozi spariti, siti chiusi ecc ecc)
  • non fate bancomat all’arrivo che non serve, si paga tutto con la carta, in alcuni luoghi il contante non è accettato
  • non si visita la Danimarca se non si va in bicicletta
  • la voce cibo influisce pesantemente sulle spese di viaggio, per noi molto molto costoso. Però a Copenhagen si può mangiare davvero bene, è una città particolarmente “stellata”. La ristorazione italiana molto presente.
  • concedetevi il tempo della sosta per apprezzare ciò che vi circonda e, perché no, chiacchierare con i locali. In una parola fate Hygge pure voi
  • ho assaggiato un cidro spettacolare, a 4,5% che mi è andato in testa immediatamente (sono completamente astemia) aveva un sapore buonissimo
  • fatevi consigliare sui dolci danesi che alcuni meritano, per me la scoperta il brunsviger.

Una volta desideravo visitare i paesi caldi, crescendo il nord sta rubando attenzione ed interesse. Adesso capisco il perché.

Pimpra

SOLO IO STO COSI’ ALLA C@@@O?

Oggi non è una buona giornata.

Ci sta. L’umore non decolla rimanendo a rullare sulla pista della giornata senza spiccare il volo. Ho messo in atto tutte le pratiche che conosco, sono pure passata per una degustazione di gommose e morbide davanti al pc, mentre lavoravo. Niente.

Allora ho detto a me stessa che il malumore va analizzato, bisogna “starci dentro” e, come sono entrata “in contatto con me stessa”, il detto malumore è aumentato in maniera esponenziale, allora sai che c’è, ho pensato non fosse una gran buona idea quella di “connetermi con me”.

Pausa pranzo, sono uscita, giornata fredda, splendidamente cristallina, di quelle per intenderci che non possono non regalarti benessere, sono andata a veder cazzate da Tiger che ha il potere di farmi tornare adolescente, niente, assortimento schifoso, solo giocattoli inutili e residui natalizi in liquidazione: mi ha quasi depresso di più.

Allora ho scelto un grande magazzino sulla strada per il caffè del pomeriggio: ho aggiunto strazio allo strazio vedendo merce pessima in qualità e gusto.

Il caffè era buono. Meno male.

Provo allora con la terapia musicale, mi faccio accrezzare le orecchie e l’umore (spero) da calde note funk/soul che mi ritemprano, ma non basta.

Ma che cosa mi succede? Dove sono finite le endorfine della mia esistenza? Dove si è accasciata la mia serotonina? In che paese si è trasferita la dopamina?

Non ne ho idea. So solo che rivoglio la mia vita, la mia vita di prima. Mi sento legata a un palo, alla catena, giro in tondo senza andare da nessuna parte.

Meno male che il sole è nuovo ogni giorno.

STICAZZI.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

DI TANTO IN TANGO. TABU’ E QUESTIONI IRRISOLTE

Una accorata riflessione letta su FB (https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmilatango%2Fposts%2F10160268758039311&show_text=true&width=500) scritta da una tanguera professionista che affronta uno dei perduranti tabù del tango: chiudere una tanda prima della sua fine naturale.

Mila è una ballerina che danza con i più grandi, quindi il fatto che abbia affrontato il tema, mi ha stimolato a riflettere sullo spinoso argomento.

Mettere fine a una tanda non è mai piacevole, significa che non si è trovato il modo di comunicare con l’altro, di intendersi, di parlare lo stesso linguaggio. I corpi e gli spiriti non hanno scoperto una via comune in cui incontrarsi, perchè non è solo il corpo che fa tilt ma, forse, di più, è lo spirito che si ribella.

Nella mia lunga esperienza ho memoria chiara di tande e di ballerini che meritavano di essere lasciati lì in mezzo, quasi da subito. Personalmente, non mi ha mai irritato se il partner fosse meno bravo di come sperassi o decisamente all’inizio del suo percorso, ho sempre detestato quelli che si portano la verità in tasca e se qualcosa non funziona è ovviamente solo colpa dell’altro.

Il tango come performance a dimostrare chi è di più. Grave errore, perché si “è”, in quanto ballerini, se si “è insieme”, altrimenti non funziona.

Noi donne, nel ruolo di follower, siamo forgiate a cercare le chiavi di lettura del partner di ballo, quindi, credo, siamo naturalmente più predisposte a cercare una forma di adattamento. Il limite però va sempre posto e definito: mi adatto ma fino a quando non diventa una tortura, anzi prima lo diventi, decisamente prima.

Come correttamente afferma Mila nel suo scritto:

I don’t mind dancing with people who are beginners, or not at level I can enjoy fully. I’m fact I do it very often and can even enjoy it. Enough to have some sensitivity and respect from the other side. But my body has limits. When I am maneuvered pushed and led in way that breaks my comfort and doesn’t leave me an escape I have very strong protest inside and I just can’t stand it, despite of any dipolomatic skills or social consequences. Where are the limits of acceptance?”

Va tenuto conto della sensibilità e del rispetto che il ballerino deve mettere nel proporre i movimenti, nell’abbraccio che offre. Spesso accade che il corpo della donna diventi una sorta di fantoccio da spostare e usare a beneficio di passi, di pesudo coreografie onanistiche.

Se la ballerina abbandona i giochi, casca il mondo, lesa maestà, etichetta sociale della stronza.

Per lasciare ci vuole coraggio, fiducia in sè e nel limite che si è disposte a sopportare, ci si deve voler bene. Il modo in cui cui si mette fine all’esperienza, quello richiede, a mio personale giudizio, doti di educazione (sempre), gentilezza e signorilità.

Se una donna è lasciata prima della fine, probabilmente scatteranno le stesse pesanti emozioni che prova il lui abbandonato in pista.

Ma il punto non è questo, secondo me.

Quando l’alchimia non funziona la miglior soluzione è porre fine alla reciproca tortura, con la consapevolezza che non è messo in discussione il nostro valore in quanto persone. Avviene un confronto silenzioso e sicuramente doloroso che riguarda però esclusivamente le nostre capacità/competenze di ballerini/e.

Immagino che se fossimo capaci di gestire lo stop forzato in modo costruttivo, imparando ad analizzare ciò che non ha funzionato, i nostri limiti oggettivi, i nostri margini di perfezionamento, da una apparente “sconfitta” potremmo rialzarci con ossa più forti, motivati a studiare di più e a metterci in gioco con maggiore determinazione.

E’ che siamo diventati fragili. Il rifiuto grava sul nostro amor proprio come una colpa pesante, accendendo la presunzione come ombrello a proteggerci dalla delusione di non essere abbastanza.

Forse qualche ginocchio sbucciato, qualche cerottino sull’autostima, ci farebbe tornare a giocare/ballare più allegri di prima.

Pimpra

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Manco da questo schermo da parecchio, non che sia un male, per carità, ma non posso fare a meno di tornarci, di tanto in tanto.

La metà di novembre è oramai già alle porte, siamo dentro l’autunno profondo che porta con sè colori stupendi e i primi freddi. Tutto sta nel farselo piacere, come ogni mutamento, necessario, che la vita ci propone.

La normalità sembra nuovamente lontana, almeno a casa mia, Trieste, diventata vessillo di protesta e focolaio di numerosi contagi. Capoluogo spaccato a metà, diviso tra il pensiero illuminista di città della scienza e il moto libertario degli oppositori.

La frattura sta creando un maremoto di scontento e di aggressività a tutti i livelli, legami che si spezzano, coltelli che volano e parole taglienti che piovono da ogni dove.

A questa energia potenzialmente deflagrante, aggiungiamo un nuovo picco che la sanità locale sta vivendo a causa dell’impennata di contagi, specie a Trieste.

Da qualche giorno spira la bora. E’ arrivata finalmente e con lei quel cielo azzurro invernale saturo di una luce argentea. Faccio fatica a sentire il suo canto, a volte urlato altre sussurrato in gemiti lievi. Il malcontento delle persone copre la melodia frusciante delle foglie in caduta libera, difficile accorgersi degli uccelli che organizzano i loro nidi invernali.

Anche quest’autunno è fuori dalla normalità del prima. Non siamo riusciti a sconfiggere il virus burlone che ci illude di una vittoria e poi torna più fastidioso che mai.

Anche il tango ne risente, di nuovo. Oltreconfine un festival annunciato mesi addietro è stato revocato a causa della situazione molto pesante di contagi. La quarta ondata, dicono.

Come molti di voi, oramai non ascolto più, notizie nefaste entrano da un lato ed escono a velocità subsonica, dall’altro. Sono stanca dei dibattiti che tirano la copertina e ti lasciano scoperti i piedi o il busto, ognuno a lottare per l’idea che si è fatto della situazione.

Basta, non ne posso più.

Nel mentre questo film surreale mi scorre accanto, pedalo nel vento, respiro, sento male ai muscoli delle gambe, mi compiaccio del cuore che pulsa più veloce.

E continuo a godere della Vita, ad apprezzarne ogni piccola sfumatura, a svegliarmi sorridente al mattino. A fanculo il resto.

Pimpra

IMAGE CREDIT: DRAZEN NESIC

L’AVVENTURA INIZIA CON LA PRIMA PEDALATA

La scorsa notte ho faticato a dormire, esagitata come una bambina all’idea di cambiare mezzo di trasporto, di tornare alla bicicletta, come negli anni più verdi.

Diventare una ciclista urbana mette la donna di fronte a una serie di difficoltà da superare, in primis, il necessaire tecnico fondamentale per affrontare ogni tipo di meteo. Con lo scooter è uguale: sempre con me il kit da pioggia, così lo chiamo io.

In bicicletta la faccenda si complica poiché non ci sono bauletti contenitivi della mercanzia necessaria, sicché, lo zaino è il contenitore da usare (fino a che non attrezzerò il mezzo con le sacche laterali).

Problema n. 2 e siamo ancora sul tecnico: porto gli occhiali da vista, con il casco da moto, nessun problema, la visiera protegge da tutte le avversità metereologiche, ma in bicicletta? Il caschetto ne è sprovvisto, quindi, quando sarò sotto il diluvio, due le possibilità: tolgo gli occhiali e vedo quel che vedo oppure uso le lenti a contatto che mi danno un gran fastidio e che non sopporto quando lavoro davanti al pc, quindi dovrei organizzarmi per un “togli e metti” in ufficio. Fattibile e, temo, necessario.

Quando soffierà brutale la bora, affronterò il problema gelo, ma non adesso.

Lo zaino dicevo, dentro il quale devono starci: il kit da pioggia, il pranzo, il kit vestiti palestra, e, ovviamente la borsetta. Il solo elenco di questi oggetti richiede una capacità di non so quanti litri, cosa peraltro impossibile, considerato che mi devo muovere agile e lesta nel traffico cittadino.

La borsetta, dicevo, io che mi muovo portandomi dietro financo i mattoni di casa, ho dovuto micronizzare lei e il suo contenuto. Non lo credevo ma pure questo è stato possibile.

L’esperienza mi sta mettendo di fronte a una serie di sfide che, al momento, trovo più stimolanti che fastidiose, ma oggi è il mio giorno zero e, sebbene “bagnato”, mi sembra comunque molto fortunato!

Pimpra

QUALCHE DOMANDA DOVREMMO FARCELA

Classica routine del lunedì, una volta rientrata, incerta se indossare le scarpette e farmi una blanda corsetta, considerato che da un mese a questa parte mi reco e torno a casa dal lavoro a piedi, decido di fare la pigra e restarmene a casa.

La crew felina è in piena muta pelosa, pertanto mi sembra cosa buona e giusta, provvedere al passaggio dell’aspirapolvere. Conclusa l’operazione e svanita l’ultima molecola di volontà ginnica, nemmeno il videocorso di 20′ da fare a casa, mi metto ai fornelli per una bella cenetta sana e leggera.

Provvedo nel frattempo a cibare gli affamatissimi felini, poi la sottoscritta. La giornata volge alla sua parte più soave, il meritato relax che, di solito, è la mia cena consumata in solitaria, con la Zanzara che spara cazzate in sottofondo, il gingerino e il piatto verdure/proteine pronto sul desco e, il cellulare.

Ceno guardando Instagram che ha del demenziale, mi rendo conto, specie se penso alla mia età non più verdissima.

Niente, non carica il feed, metto e tolgo il wifi, cambio cellulare e continua a non funzionare. Non carica nemmeno FB, dannazione, e che cavolo pure watsup resta bloccato!

Tra un boccone di caponata e un sorso di gingerino, mando un sms al mio vicino di casa chiedendogli se pure a lui non va la rete che ne so forse a causa del maltempo. Mi risponde che il web è ok, solo l’universo Zuckerberg è bloccato.

MALEDIZIONE!

Il mio momento Panda della giornata è tutto in mano sua! Niente immagini, niente social, niente watsup, NIENTE.

All’improvviso mi sono guardata intorno, come sconcertata per quella “mancanza”, quel mio spippiolare sulla tastiera del cellulare, alla ricerca di stimoli che mi distraggono. Da cosa, non lo so, ma da qualcosa di sicuro.

Finito di cenare, con un certo latente fastidio, mi sono messa davanti alla tv e, guarda caso, nulla nella variegata proposta catodica è in grado di soddisfare la mia ANSIA di immagini.

Stamattina, pare, il problema sia risolto e mi sento più contenta.

Analizzo la reazione e mi rendo conto di quanto il mio comportamento sia stato malamente integrato in una logica che poggia sulla mia dipendenza. Male, molto male.

Ho perso la forza di leggere, perché faccio molta meno fatica a “guardare”, non riesco più a concentrarmi perché sono abituata ad essere invasa e pervasa da stimoli esterni, di un livello di complessità pari allo zero ma capaci di inghiottirmi.

Il buon Zuckerberg e tutti i suoi social/app collegati, per quanto mi riguarda, mi farebbero un gran servizio se andassero in down più spesso. Ho bisogno di risvegliarmi, di riprendermi da questa ipnosi collettiva, di rimettere in moto il cervello, quello che ho in dotazione, se esiste ancora.

Pimpra

IMAGE CREDITA DA QUI

TANGO E PSICHE POST COVID

Prima o poi, a dio e al governo piacendo, torneremo in pista. A dire il vero, molti di noi già ci sono tornati: i più gagliardi andando a ballare all’estero, dove era consentito farlo, alcuni nostrani potendo dedicarsi alle pratiche con partner fisso (… ma davvero avete ballato solo con il vostro partner..? ) e poi tutti quelli come me che stanno ancora aspettando l’apertura “ufficiale”.

Dopo questi due anni di delirio, mi chiedo, rimetteremo piede in pista come se nulla fosse accaduto o, qualcosa, dentro di noi, è cambiato?

Ne parlavo con alcune amiche, alcuni giorni addietro. Meditavamo sulla possibilità di andare a un Festival molto famoso che viene organizzato nella vicina Slovenia. Tappa fissa del peregrinare tanguero autunnale, divertimento assicurato, un gran bel festival. Inutile dire che alla sola idea, fiotti di acquolina tanguera inumidiscono la nostra bocca rimasta asciutta di tandas per troppo tempo, eppure…

Le regole sono chiare: certificato vaccinale, tampone, lo stesso schema preventivo e di controllo utilizzato da altri paesi europei, Svizzera in primis.

Abbiamo tutte concordato che è il solo modo, per il momento, per affrontare la pista ma, dopo pochi istanti, ad ognuna è venuto un rigurgito di ansia. “Ma chi abbraccerò? E se si è contagiato e non lo sa? E se mi attacca qualcosa? E se… ?”

La riflessione di oggi è questa: la prima milonga post pandemica, come ci troverà da un punto di vista psicologico? Di sicuro non uguali a prima.

Le persone che hanno vissuto questi due anni di clausura attenendosi ai precetti: niente vicinanza, niente abbracci, niente di niente, pure se vaccinate o guarite dal Covid, quale tipo di emozioni dovranno gestire la loro prima volta?

La fiducia, elemento imprescindibile dell’abbraccio tanguero, avrà la stessa potenza, la stessa intensità di sempre?

Saremo ancora capaci di abbracciarci realmente, senza schermi, senza limiti, mettendo tutto ciò che siamo dentro quell’abbraccio?

Me lo chiedo, perché, al momento, ancora non l’ho sperimentato.

La voglia c’è, ed è potente, quasi un’urgenza dell’anima, ma esiste anche quella fastidiosa sensazione di timore che crea un’emozione stonata, incompatibile con la bellezza del tango.

Non resta che saltare il fosso e, come tutte le prime volte, gestire l’emozione, lasciare andare via l’ansia e godersi l’esperienza!

BUONI – RITROVATI – ABBRACCI A TUTTI !

Pimpra

IL VIRUS E LA SALA DA BALLO. UN FALSO PROBLEMA.

Ho perso il conto, oramai, dei giorni che sono trascorsi dall’ultimo abbraccio dato in milonga, non lo so più, ho rimosso.

Sono stata “brava”, anzi “bravissima”, ho rispettato tutte le regole, mi sono astenuta, mi sono vaccinata (pur con tutti i dubbi, le perplessità, le paure), ho ottenuto il green pass, continuo a fare vita morigerata (fin troppo, una ottantenne probabilmente va al caffè con le amiche più di me), tutto per essere pronta al giorno in cui – FINALMENTE- pur con la necessaria prudenza, avrei rimesso piede in pista.

UN GIGANTESCO STICAZZI.

Ottobre del 2 anno di pandemia, contagi in calo, 75% della popolazione italiana vaccinata, mi aspetto di poter riprendere a ballare, così come stanno facendo in tutta Europa dall’estate, se non da prima.

In Svizzera, ad esempio, ballano da tempo: va esibito il certificato Covid (equivalente del nostro green pass) ovvero bisogna essere vaccinati con due dosi, guariti o avere un test negativo. Mi sembra così semplice, logico, funzionale, Svizzero! 🙂

In Italia tutta la popolazione della danza, del ballo sociale, del ballo di gruppo (discoteca) e di tutte le realtà che mettono il corpo e la musica al centro, restano fuori dai ragionamenti ministeriali, dall’attenzione del governo.

Fino a qui sono stata molto brava e super ligia però… come è possibile vedere alla televisione mega assembramenti in situazioni calcistiche (per dire) se pure all’aperto, ma in un vero e proprio assembramento, e poi vedersi negata la possibilità di un sano divertimento, pur applicando, come in Svizzera, un serio monitoraggio?

Mesi fa ho urlato la mia assoluta contrarietà a tutti gli eventi “carbonari” che persone che allora mi parevano senza scrupoli, continuavano ad organizzare. Oggi i tempi sono diversi, l’ora della quasi normalità è giunta, altrimenti, in questo ed in altri settori, fioriranno infiniti eventi, incontri, feste, milonghe, assolutamente clandestini, senza alcun tipo di controllo, potenzialmente pericolosi. Potenzialmente, lo ribadisco, poiché mi pare che i vaccinati, i guariti, o i tamponati con frequenza, oramai sono quasi la maggiornanza.

Da utente di una sala da ballo sono molto imbestialita di questa totale mancanza di considerazione, e capisco molto bene i veri professionisti che, una volta ancora, vedono il loro sacrosanto diritto di lavorare (art. 1 della nostra Costituzione) calpestato, offeso, ridicolizzato.

Pimpra

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