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Tutti gli articoli nella categoria pensieri leggeri
Organizzazione della vita materna, numerose incombenze impediscono di vivere questo tempo come una bolla tutta mia.
Nessuno con cui aprire il pentolone dei miei pensieri e svuotarlo.
Mica facile.
Sfuggo la gente, io che sono sempre stata la regina della socialità. Non voglio sguardi, persone. Non voglio mostrare al mondo la faccia che si aspetta da me. Di fingere non ho più la forza e nemmeno la voglia.
Solitudine. La conosco bene, è diventata una presenza. Ci parlo, con lei sì, ogni giorno. Mi tiene silenziosa compagnia, come i miei gatti.
C’è un pericolo nell’imparare ad amarla: non ho più voglia di parole inutili, di sorrisi fasulli, di rapporti vuoti.
Divento una quercia. Il tronco nodulato e le radici ben affondate a terra.
Non so se le querce a volte piangono, io non lo faccio. Mi commuovo per apparenti stupidaggini, ma piangere no. E poi perché, per la vita che mi sono scelta? Non sarebbe coerente.
Mancano poche ore, e il tempo sarà nelle mie mani. E pure io sarò nelle mie mani. Non mi resta che vivermi.
L’odore penetrante del cherosene misto alla bora estiva mi accolse mentre salivo dalla poppa dell’aereo. Detestavo l’entrata dal retro, la trovavo più scomoda e rumorosa e poi non potevo sbirciare la cabina di pilotaggio.
Era agosto, tutti partivano e a Roma, l’inaspettato overbooking ci lasciò a terra. Un viaggio da incubo: tre giorni in giro per l’Europa. Una giovane madre con due figli al seguito. Uno di soli due anni. E non ero io. Prima di raggiungere la meta, Gombe in Nigeria.
Mio padre due giorni prima era lì, ad accogliere la sua famiglia per le vacanze, ma noi non eravamo arrivati e, a fine anni ’70, i cellulari non c’erano ancora.
Il nume protettore dei viaggiatori si è manifestato e, forse grazie al sorriso dolce di mia madre, un gentile padre di famiglia, con figlio a seguito e nella nostra stessa difficile situazione, ci ha aiutato a raggiungere la meta.
Gombe, ai miei occhi di bambina, era poco più grande di un villaggio, e trovare la villa dove mio padre poi ci raggiunse, non fu così difficile.
Finalmente l’incontro, le lacrime scioglievano la preoccupazione di non ritrovarsi più e il morso di un babbuino sul pannolino di mio fratello per chiudere la scena in modo ilare.
Non capirò mai l’amore per le Jeep di certe persone, perché quelle in cui ho viaggiato io nella mia infanzia erano tutto fuorché comode.
Ho ancora davanti agli occhi l’imbrunire sulla savana, l’enorme disco rosso del sole, così grande non l’avevo mai visto. La pista su cui correva la macchina, fatta a minuscole ondine di terra rossa, creava delle vibrazioni che entravano nel cervello. “Devo correre il più possibile” diceva mio padre “così le vibrazioni sono meno fastidiose”.
Mia mamma stringeva al petto mio fratello dormiente, tesa per la velocità ma finalmente al sicuro vicino a mio padre. Io stavo dietro, mi godevo il paesaggio lunare, la ritrovata unità familiare, come se improvvisamente tutto avesse nuovamente un senso.
La polvere entrava ovunque, calda e profumata di un odore unico, irripetibile.
L’arrivo al campo a tarda notte, la casa che altro non era che una scatola con due camere, un micro-soggiorno, una cucina si fa per dire e un bagno minuscolo. Di legno, ovviamente. Cemento, pietra, piastrelle: materiali quasi sconosciuti. Legno e linoleum credo. La baracca, nuova per carità, che la ditta offriva ai lavoratori bianchi.
Non mi piaceva, ovviamente, ma sin dai primi giorni era apparso evidente che la vita si svolgeva all’aperto. C’erano un sacco di bambini della mia età nel campo, così gli adulti chiamavano l’assemblamento di baracche, figli dei lavoratori del grande cantiere, la maggior parte provenienti dall’Italia del nord ovest e del centro.
Uno dei primi ricordi che mi tornano alla memoria era che mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, per le vocali aperte. Mi vergognavo tremendamente di questo difetto e, nel giro di poco tempo, presi l’accento milanese, quello che preferivo tra i tanti proposti. Era diventato così parte di me, ho l’orecchio musicale, che perfino i miei genitori avevano notato il cambiamento. Le prese in giro le vivevo anche al contrario, quando dall’Africa tornavo a Trieste e i cugini si burlavano di me per il mio strano accento. In pratica non ero mai nel posto giusto con l’accento giusto!
Fin dalla prima infanzia mi accompagnava una sensazione curiosa: ovunque fossi, mi sentivo una straniera. Avevo due case, quella degli affetti che lasciavo e quella in cui andavo a vivere. Tutto era diverso. In Europa mi mancava la grande madre terra, gli spazi dell’Africa, i suoi odori, la vastità dei suoi orizzonti. In Africa ripensavo agli affetti che lasciavo a casa, le nonne in particolare, gli zii. Ricordo che quando rientravo in Italia, le prime volte- ero ancora molto piccola, chiedevo ai miei genitori “Chi sono queste persone che sono venute a prenderci?”. Non mi sono mai sentita spezzata o senza radici. Al contrario. Il mondo è la mia casa.
Ad agosto, in Nigeria, si scatenano le piogge di monsone. Uno dei ricordi più vividi che mi sono rimasti: nuvoloni temporaleschi arrivavano puntuali a una certa ora del pomeriggio. L’aria cominciava a gonfiarsi e spaventava a morte gli altri bambini; io, invece, provavo una gioia inspiegabile. Pensavo sempre: la bora è molto più forte di questa arietta. I tuoni facevano eco nel cielo, rompendosi in frammenti rumorosi sopra le nostre teste e… dopo un attimo di silenzio, arrivava prepotente lo scrosciare metallico della pioggia. Un mantello d’acqua si rovesciava sulla terra quasi scuotendola, le prime gocce alzavano la polvere, in un attimo si formavano rivoli d’acqua. In quei momenti, la percezione di essere minuscola dinnanzi alla natura eppure di farne intimamente parte, mi procurava una sensazione sublime di immensità.
Noi bambini iniziavamo le nostre corse sotto il temporale, sguazzando nelle pozzanghere che erano diventate già piccoli acquitrini, e ridevamo felici di quella corsa proibita in cui ci bagnavamo completamente.
L’acquazzone aveva una furia molto veloce, smetteva all’improvviso lasciando dietro di sé una scia profumata di terra bagnata, di legno, di erba aromatica, un odore che per tutta la vita le mie narici hanno cercato.
Allora, completamente zuppi, iniziavamo gli scavi. Ognuno con la sua paletta, a margine delle pozzanghere scavavamo delle buche per cercare l’argilla. Il nostro gioco preferito, quello che ci dava la possibilità di creare oggetti.
Non c’era molto da fare nel campo, spesso le persone litigavano, gli adulti alla sera si consolavano con dosi troppo elevate di alcol. Anche noi ragazzini facevamo colossali baruffe che spesso venivano sedate dalla mamma di turno. Tutte, tranne la mia. La regola di casa era: deve farsi le ossa. E così è stato, sono diventata la capobanda e a me, nessuno veniva a farmi i dispetti.
I fine settimana, quando gli adulti avevano la pausa, spesso organizzavano la Jeep e ci portavano a scorrazzare fuori dal campo, facendo finta di farci guidare, noi tenevamo il volante a turno, sulle ginocchia di uno dei papà.
Ricordo il senso di libertà che mi prendeva dentro, la sensazione di essere già grande, di poter prendere il mondo in mano e fare ciò che avessi voluto.
Sono stati anni incredibili, anche duri ma io ero una bambina e i bambini si adattano più facilmente e più facilmente dimenticano. Ancora oggi, se ci penso, provo quello stesso senso d’immensità che mi ha toccato mentre vivevo lì.
Sono diventata terra d’Africa. Sono diventata il profumo dell’aria dopo il temporale.
Il richiamo è irresistibile, lo senti nel corpo, nelle emozioni che ti prendono lo stomaco quando la playlist dei preferiti ti spara un De Vidrio all’insaputa. Allora ti organizzi con i tuoi più cari amici, quelli che hanno bisogno della stessa dose tua e parti.
Lunghe ore di viaggio per poche ore ballate. Eppure si va, consapevoli dell’assurdità ma felici della magia che ci aspetta.
Violetas è una garanzia per una pomeridiana serale di grandissima piacevolezza. Ci sono tutti quelli che conosci, con cui negli anni hai scambiato abbracci e condiviso tande memorabili. Sono lì. E tu speri aspettino te.
Ognuno di noi ha il suo carnet sacro di ballerini preferiti, quelli con cui ballare Pugliese o D’Arienzo, affinità speciali nell’ascolto, nel movimento, nel gioco.
Quando li trovi riuniti nello stesso luogo, la fame aumenta e la voglia va fuori scala.
Dalla mia postazione, punto la mia tanda cercando il magico incrocio di sguardi. Sono stata tacciata di essere una che se la tira perché non mi sposto dal mio posto, non vado in giro per la sala a cercarmi i ballerini. Non mi rendo “disponibile”.
A volte però anche le migliori intenzioni cadono dinnanzi alla tentazione di una tanda dal sapore speciale.
Mi accorgo di essere troppo distante, avvicino il destinatario della mia mirada, in pratica faccio un agguato annullando o quasi lo spazio fisico.
Sono stata mascalzona per ben tre volte ieri.
Primo ballerino: oh yeah!
Secondo ballerino: rubo la tanda a una coppia (senza volerlo!). Lo vedo voltarsi verso la partner con un’espressione di scusa. È lì che qualcosa dentro di me comincia a incrinarsi.
Sono una testa di legno e invece di mettermi tranquilla e comportarmi saggiamente, ho lanciato un’altra occhiata a un ballerino seduto vicino a me. Mi porta in pista.
Terzo ballerino: disastro! Dopo pochi passi è chiaro che lui racconta una storia, io ne sto seguendo un’altra. Io lo abbraccio, lui mi allontana. In tre minuti ho ripensato a tutte le cattive idee della serata.
Sono tornata al mio posto con le pive nel sacco, rendendomi conto della cazzata che avevo fatto.
Le mirade mi sono tornate indietro come un boomerang.
Ieri la mia frenesia mi ha annebbiato il cervello e il buon senso. Forse il difficile è proprio questo: non restare troppo passive senza trasformare una mirada in un assedio.
Un equilibrio non facile da trovare, senza perdere la motivazione, il sorriso e la leggerezza necessaria per frequentare la milonga.
Prometto: mai più appostamenti. Mirada da lontano, e se va, va.
Quando da mesi combatti con una tendinopatia al sovraspinato, arriva il giorno in cui ti arrendi all’evidenza. Ti rassegni alla sola via che ti rimane per riprenderti le funzionalità della spalla e poterti dedicare ai tuoi giochi preferiti (nuotare, lo yoga, la palestra): devi farti pungere la spalla e iniettare cortisone.
La fai facile tu, vai dal medico di famiglia, lui ti fa la prescrizione e poi prenoti. Macché, bisogna che il medico ortopedico decida se pungere, quindi prima devi passare a farti vedere da lui. Nel mentre, avevo già prenotato privatamente, per una cifra che galleggiava tra i 100 euro e non si sa, la punturina da fare privatamente.
Oggi pomeriggio mi reco dall’ortopedico, una donna, super simpatica devo ammettere. Ero convinta fosse un passaggio puramente “amministrativo”… invece no. Guarda l’eco delle mie spalle (entrambe non stanno messe benissimo), si concentra su quella che sta peggio e mi dice:
“Eh, qui dobbiamo almeno fare il cortisone”.
Penso tra me e me “Che ganza! Ha già capito tutto, adesso senza battere ciglio, mi farà l’impegnativa”.
“Venga a sedersi qui che procediamo”
“Procediamo a cosa?” chiedo smarrita
“Le faccio il cortisone!” ed inizia ad armeggiare con siringa e fiale.
“Dottoressa, eh, per la verità non me lo aspettavo! Non sono molto amica degli aghi e poi sulla spalla, mi hanno detto faccia malissimo”
Lei, continuando a preparare la siringa, con un sorriso ed un fare davvero gentile mi dice: “Non si preoccupi, non sentirà nulla. Mi dica piuttosto cosa farà dopo”.
Al che mi scatta la modalità bambina e rispondo convintamente “Di sicuro mi meriterò una pallina di gelato per il coraggio!”
Lei prende la palla al balzo: “Mi sembra un’ottima idea, mi dica a che gusto” e mentre io, con un po’ di fatica, concentro la mente e sintonizzo le papille gustative sul gelato, zac! mi punge e inietta.
Sono sopravvissuta, l’ago è entrato ma non ha dovuto infilarsi chissà dove nella mia spalla. Quindi il fastidio è stato davvero più che sopportabile.
Una volta finito, abbiamo scherzato su questo depistaggio della mente e della paura.
MORALE DELLA STORIA: inutile sopportare di avere male per mesi per la paura di una punturina.
Ovviamente per due giorni devo stare a riposo, non fare sforzi con la spalla e prepararmi ad avere piuttosto fastidio. Una reazione assolutamente normale.
La fregatura: niente tango nel weekend, niente palestra ed evitare il sole che infiamma.
Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.
Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.
Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.
Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.
Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.
Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.
Mentre guidavo per sette ore per raggiungere la meta confesso che un pensiero l’ho fatto. Un bel “ma chi me lo fa fare” di far tanta fatica e macinare chilometri di strada per raggiungere una milonga.
Una bella domanda, infatti. Se poi guardo la mia carta d’identità, è quasi imbarazzante.
Il caldo di questi giorni è stato un potenziale deterrente per mandare tutto all’aria. Un clima così pesante che perfino respirare richiedeva uno sforzo, con gli occhi che lacrimavano per il troppo calore. Un piccolo assaggio d’inferno. Eppure, nonostante tutto, la prua della piccola utilitaria puntava decisa a sud-ovest. Direzione Fiumaretta di Ameglia, in braccio alla Marathonguera.
E’ stato un weekend di fuoco e sudore, condito da una brezza di mare che – purtroppo – verso le sei di sera lasciava spazio a calma piatta e umidità rovente.
Ma dove non arriva la resistenza fisica, ci pensa la passione tanguera a inventare nuove risorse. Abbiamo ballato tande su tande, così bagnate che all’uscita dalla doccia eravamo decisamente più asciutti.
Ma che importanza ha, se in quella fusione di musica, abbraccio e respiro si esprime tutta la gioia di vivere di cui siamo capaci?
Ecco che il caldo erculeo si trasforma: diventa un compagno di viaggio che accetti di buon grado perché la festa è troppo bella per fartela rovinare.
Consiglio la Marathonguera a tutti, specie a coloro che hanno bisogno di staccare la testa, a chi cerca una pausa di autentica, fluida leggerezza (la sauna, del resto, la offrono generosamente gli organizzatori!) Lì non manca nulla: l’abbraccio del mare, la luna che si specchia nelle acque del fiume prima del salto nel blu, la brezza lieve della sera che finalmente ritorna.
E poi sorrisi, tantissimi. E abbracci scivolosi sulla pelle madida, eppure ancorati a quel sentire unico, profondo, che ci regala la tanda.
Marathonguera è ritrovarsi. Tornare liberi, fluidi, sollevati da terra. Questo, per lo meno è l’effetto che ha fatto a me.E pazienza se ho scambiato un quantitativo di sudore imbarazzante; in fondo si tratta solo di acqua e sali.
Per l’anno prossimo farò scorta di integratori nella borraccia. E poi, chi mi ferma più? E se qualcuno mi chiederà: “Ma chi te lo fa fare?”, credo di avere finalmente la risposta.
Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.
Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.
Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.
Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.
Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.
La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.
Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.
Noi tangueros abbiamo mille argomenti sui cui amiamo discutere, ne so qualcosa: ci scrivo da vent’anni. Eppure non avevo mai pensato a quei gesti che facciamo ballando e che possono destabilizzare il nostro partner.
“Accà nessuno è fesso“.
Nel tango il corpo parla. Eccome se parla. E volendo, dentro un abbraccio, ci fai passare anche cose che col tango c’entrano poco.
Gli approcci che portano altrove.
Da donna ne ho ricevuti. Il più delle volte ho fatto finta di nulla, altre mi sono fatta una bella risata.
Gambe che entrano più del dovuto, abbracci che stringono in un modo diverso, respiri all’orecchio più affannosi del normale, mani che si intrecciano con intimità. Strusciamenti in zone diplomaticamente basse. Il repertorio maschile, in questo campo, è molto ricco di gesti e sfumature.
Epperò, pure le tanguere non scherzano.
C’è una spassosissima letteratura di racconti maschi sugli approcci femminili durante la tanda. Tra i più utilizzati il tocco del collo dell’uomo.
Una mano che, a coppa, abbraccia la testa, la sfiora.
E’ seduzione? E’ estetica? E’ tecnica di ballo?
Bella domanda.
Ho visto spesso donne che ballano così, da spettatrice le trovo molto femminili, sensuali. Se il gesto non è esasperato mi pare pure elegante.
Ho chiara in mente la prima volta che ho ballato con un tanguero dallo stile personale e inconfondibile. Ho dovuto abbattere ogni ritrosia fisica e lasciarmi andare, impossibile ballare altrimenti. Dalla sorpresa iniziale in cui la mia testa cercava di capire se fosse tango o altro, ho lasciato spazio al corpo. Ha capito perfettamente, così ho scoperto una nuova dimensione di ballo.
Nel tango la seduzione esiste. A volte minima, a volte evidente. E’ un patto implicito. Impegnativo restare insensibili quando respiriamo l’altro, con un contatto tanto ravvicinato. Non siamo robot.
In milonga viviamo di tentazioni e del tentativo di non caderci dentro. Alla fine è divertente questa tensione, siamo vivi e vibranti. A volte anche troppo.
Quindi, manina sul collo oppure no?
Se accettiamo un ballo di abbraccio, ci prendiamo il pacchetto intero di contatto. In fondo dobbiamo resistere per una tanda, possiamo farcela.
Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.
Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?
Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?
Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.
La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.
L’abbraccio.
Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.
Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.
L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.
Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.
Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.
Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.
La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.
La musica finisce. L’abbraccio no.
Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.
Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.
Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?
Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.
L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.
C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.
Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.
La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.
Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.
La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.
Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.
Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.
Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.
Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?
Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.
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