BF E THANKSGIVING

Marte in scorpione fino al 3 gennaio 2020.

Fastidio, piacere di attaccare briga, sfanculamento beato alle convenzioni, “minni futtu” come se piovesse.

“Fai la brava Pimpra!”.

Tutto ciò detto e premesso, ho le scatole arcipiene di questo “black Friday” di noialtri, ho gli armadi della pazienza stracolmi di questo scimmiottare gli americani nelle loro tradizioni.

MI AVETE ROTTO.

Pochi di noi conoscono le ragioni storiche del “venerdì nero” che chiamarlo così nella nostra lingua ci si accappona la pelle. Checcifrega, sappiamo solo che ci sono gli sconti.

Mi chiedo: dove abbiamo nascosto la creatività tutta italiana che, per favorir l’economia e i consumi, non siamo capaci di inventarci una nostra, originale e vivida supercazzola?

Per gli americani si tratta di un episodio su base storica, leggete qui, che è diventato un evento di consumo entrato nella tradizione di popolo. Ma per noi? Non rappresenta nulla.

Halloween è già incamerato nei costumi, adesso aspetto che pure il Thanksgiving, per la cronaca precede di un giorno il black Friday, diventi una nostra festa popolare.

Siamo noiosi, copioni e stiamo diluendo quelle straordinarie caratteristiche creative che ci hanno sempre reso un paese unico al mondo.

Pensateci.

“Fai la brava Pimpra!”.

Pimpra

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TANGO ARGENTINO. INDIPENDENZA E FIDUCIA.

Dopo pochissime lezioni da leader, si sta aprendo un mondo.

Sto ritrovando la gioia e la freschezza di imparare che mi hanno accompagnato per anni nello studio del mio ruolo naturale di follower, arricchendo il mio bagaglio personale non solo di stimoli e di nuove sfide, ma di una riflessione più ampia sul tango stesso.

La santa ballerina che si è gentilmente offerta di accompagnarmi in questa nuova avventura, non solo mi aiuta a proporre meglio le marche maschili, ma accetta di seguirmi nei guizzi creativi, assolutamente prematuri e incontrollati, che mi escono nel corpo e che le offro a uno stato assolutamente grezzo.

Siamo seguite da due maestri estremamente generosi che si prestano con grande altruismo ad aiutarmi, quale leader in erba, ad uscire dai gineprai in cui vado a cacciarmi da neofita quale sono.

Ieri sera mi è accaduta una cosa speciale: mentre praticavo i movimenti di noi cuccioli, non potendo fare a meno di ascoltare la musica di sottofondo, mi sono trovata – senza sapere nemmeno io il perché – a voler fare un movimento “così” che ci stava troppo bene con quello che stavo ascoltando e il mio corpo ha preso quella forma. La mia paziente ballerina ha provato a seguirmi in qualche modo ma, ovviamente, non riuscivo a proporle quel passo in modo corretto.

Chiamo l’insegnante chiedendo se trovarmi così, con i piedi in quel modo e l’abbraccio in quella forma, era una cosa fattibile oppure semplicemente un mio delirio fisico.

La risposta è stata positiva, che la dama potevo portarla a fare il passo semplicemente chiedendole un pivot per metterla nella direzione giusta. Detto fatto, il movimento che il mio corpo aveva in mente è diventato un movimento, un passo per la coppia.

La mia gioia, non potete immaginare.

Lezione dopo lezione, passettino dopo passettino, inizio a capire cosa succede nella coppia, apprezzo la connessione, comincio ad avere consapevolezza degli errori che faccio quando marco sbagliato, riprovo e, dulcis in fundo, mi trovo a proporre cose senza saperlo, solo perché il mio corpo va lì in quel modo e la donna – incredibile! – capisce e segue.

Sento una libertà interiore e una creatività che mi travolgono, ma resto umile. Come è giusto e doveroso sia. (rido).

Alla follower viene offerta una proposta (marca) che, pur chiedendo un viaggio (il passo) che porta in una direzione (la creazione di un movimento, una “figura”), è lasciata libera nella scelta del “mezzo di trasporto” (interpretazione fisica della donna, adornos, come si muove).

L’importante è arrivare a destinazione all’ora prevista, non prima, non dopo (timing di coppia), senza disturbare in alcun modo il conducente (il leader).

La follower vive una grande indipendenza.

Sceglie come eseguire la proposta essendo capace di “viaggiare in autonomia” ovvero: non chiede aiuto a lui in termini di sostegno, supporto, cura, sicurezza, e tutto il corollario di cose che già sappiamo ma che spesso mettiamo da parte.

Per godere entrambi di questa nostra indipendenza dobbiamo buttarci in uno studio “matto e forsennatissimo”.

Tecnica base come se non ci fosse un domani. Gestire il corpo sui tacchi, per bassi che possano essere, non è così “naturale”, semplice come ci piace pensare, non lo è affatto.

Il secondo importantissimo elemento è dare fiducia al leader.

Se non la concediamo, il corpo, che non mente mai! – ricordiamocelo!, lo comunica immediatamente. Il risultato finale è un tango meno interessante per entrambi, meno empatico, meno connesso e pure molto meno creativo! E non lamentiamoci poi se i leader sono noiosi! 🙂

Il percorso appena iniziato nel ruolo opposto mi sta dando tante di quelle lezioni per il mio ruolo naturale di ballerina che, ogni volta, ne rimango sorpresa.

Al momento porto a casa questi insegnamenti:

  • se decido di ballare il tango, non posso fingere. Tutto ciò che sento e che penso del mio partner di ballo in quella tanda, i miei stati emotivi,il mio corpo li racconta senza finzione quindi…
  • ballare da leader è molto più difficile di quanto non avessi mai potuto immaginare
  • ballare – bene- da follower è un durissimo lavoro. E’ richiesta ferrea disciplina e costanza nello studio della tecnica di base, è opportuno mantenere apertura mentale e di coscienza verso l’altro. Ascoltarlo senza pregiudizi, con curiosità e rispetto.
  • il punto sopra vale anche per il leader 😉

Per adesso è tutto, ballo e chiudo!

Pimpra

PS: poi, diciamocelo, essere indipendenti e concedere fiducia all’altro sono le due pietre miliari per far funzionare una coppia anche nella vita…

GENIO, TALENTO E LIBERTA’

Sto studiando il ruolo opposto, non inverso perché leader e follower nel tango sono accomunati da moltissimi elementi.

Ripenso ai consigli, ai suggerimenti dei miei maestri, a quello che il mio corpo racconta e ai feedback della mia ballerina. Ogni lezione porto a casa qualcosa di utilissimo anche per il mio ruolo naturale di follower.

Mi trovo a guardare video di tango che, confesso, mi hanno sempre annoiato a morte, cercando di carpire i segreti, i gesti del ballerino uomo. La curiosità intellettuale mi tiene incollata a video che avrei abbandonato dopo pochi secondi.

Ed ecco la provocazione odierna: quel genio lì del Frumboli, talento indiscusso, innovatore, un alieno arrivato da una dimensione altra che si è messo a calcare i parquet di tutto il mondo, da un punto di vista – prettamente “tecnico-posturale”, si prende uno spazio suo, una dimensione molto personale, fuori dagli schemi.

La domanda che porto è questa: ciò che impariamo dai nostri maestri, le battaglie che portiamo avanti per cercare di diventare ballerini migliori, combattendo con foga e vigore i nostri difetti – in particolar modo posturali – sono battaglie utili?

Mi chiedo se, ma continuo a provocare, invece di “distrarci” nello studio forsennato della tecnica, non focalizzassimo il nostro interesse verso la musica, conoscendone ogni sfumatura di ritmo e melodia o quanto altro necessario per tentare successivamente di portare la nostra personalissima visione musicale o percezione, dentro ai movimenti? Avrebbe un senso? Saremmo in grado di “ballare”?

Me lo chiedo da “leader”, o meglio da “ballerina inversa”. Non è che studiando più la musica e lavorando sulle basi, da eseguire alla perfezione, non è che potrei ballare meglio?

Togliendo l’ansia da sovrastrutture creative che impongono al mio essere leader la costruzione di un disegno corporeo e musicale atto al soddisfacimento dell’ascolto del follower, non è che mi perdo qualcosa?

Ripenso a quel genio di Chicho, a come la musica/lità gli scorre nelle vene, a come gli esce dal corpo in movimenti che esprimono in assolutezza quanto il suo orecchio percepisce e la sua sensibilità interpreta. Movimenti che gli sono usciti cercando di leggere con il corpo, ciò che il suo orecchio musicale e la sua percezione sentivano.

Il talento e il genio sono anche legati a una buona quota di libertà che il soggetto decide di prendere per se stesso. Ma questa domanda la dovrei fare a Chicho, vorrei sapere quanto “l’Accademia” l’ha segnato e quanto invece, lui abbia saputo e sa tuttora gestire la quota di libertà che, sempre, il suo tango si prende e regala al mondo.

Chicho Fumboli, anche per questo, è un grande Maestro, un innovatore, un ballerino inimitabile.

Pimpra

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PROFESSIONE? INFLUENCER

Chiara Ferragni, campagna Pomellato, ph P. Lindbergh

Da ieri, sul social dei vecchi, FB, leggo il grande sconcerto per la nuova laurea on line a tema come diventare “influencer”. Sgomento degli adulti, scandalo intellettuale, mala tempora currunt, dove siamo finiti… ecc ecc.

Ripetete con me guardandoci allo specchio: siamo dinosauri.

La nostra idea di cultura mal si adatta al tempo moderno, con questo non voglio dire che il tempo moderno sia migliore, ma, semplicemente DIVERSO, NUOVO.

Ai miei tempi scrissi una tesi in pubblicità che, per la mia facoltà di allora, era qualcosa di estremamente innovativo. Ovviamente dovetti dare una patina il più possibile istituzionale alla mia dissertazione e mi riuscì un lavoro originale di cui essere soddisfatta. La tesi riportava le immagini di annunci pubblicitari, cosa assolutamente incredibile ed innovativa per gli usi di allora.

Il tempo cambia le cose e la società ne è il primo specchio.

Gridare all’orrore intellettuale perchè, qualcuno, molto scaltro e con una eccellente capacità di lettura del mondo attuale, propone a costi esosi un corso universitario on line (GENIO! il target in questo modo si apre ancora di più!) per apprendere le tecniche utili a far soldi con la propria “idea di se stessi”, mi sembra un colpo di genio!

Nel nostro piccolo anche noi, utilizzatori di social, siamo, chi più chi meno, degli influencer. Di sicuro alcuni riescono meglio di altri poiché possiedono quello speciale carisma che permette di vendere, di veicolare verso, di proporre ciò che altri desiderano acquistare, anche se inconsapevoli.

Sto, evidentemente, semplificando l’argomento che richiede ben più lunga e articolata dissertazione, ciò che mi preme sottolineare è un punto soltanto: perché essere sempre giudicanti, mai in modo costruttivo o semplicemente possibilista quando qualcosa di diverso si affaccia al nostro orizzonte?

Se un giovane, dai millenials in poi (noi “adulti” a livello sociologico possiamo considerarci nel reparto geriatria) desidera apprendere delle tecniche per mettere a frutto la sua vena narcisistica e riesce a farla diventare un professione, pure redditizia, cosa c’è di sbagliato?

Certo che la cultura a cui siamo abituati noi è un’altra cosa, rappresenta una nobilissima arte dell’intelletto, della preparazione, della ricerca, dell’approfondimento, della volontà di andare al fondo degli argomenti. Pure io condivido questa visione ma, aggiungo, nella formazione superiore di un giovane, devono rientrare anche materie o meglio argomenti, temi, che hanno a che fare strettamente con il mondo reale, con l’attualità.

Uno dei temi scottanti della formazione universitaria dei miei tempi era proprio quella di riuscire a dare una forma concreta, tangibile, al percorso di studi compiuto. Ovviamente era più “semplice” per coloro che intraprendevano percorsi che portavano diretti a una professione ma per gli altri?

Diventare influencer altro non è che occuparsi di una nicchia molto moderna e attuale della comunicazione. Tutto qua.

Non credo quindi che abbia tanto senso fare gli intellettuali schifati poiché, purtroppo o per fortuna, non esiste una sola cultura o una sola visione del mondo.

Voglio avere fiducia, è la sola cosa che mi resta.

AMEN

Pimpra

VORREI VIVERE A LUNGO

Vorrei vivere a lungo.

Non perché mi interessi vedere il mio corpo disfarsi sotto le picconate del tempo, vorrei vivere a lungo per dare un senso al viaggio.

In Giappone, questo senso, lo chiamano Ikigai, il senso della vita, quel fuoco sacro che brucia dentro di noi facendoci attraversare tempeste pur di realizzare il fine per il quale sentiamo di esistere.

Vorrei vivere a lungo perché il mio Ikigai si è nascosto sotto il tappeto. Ma io non ho nemmeno un tappeto perciò provo un discreto imbarazzo quando pongo a me stessa la domanda “Pimpra ma il tuo scopo quale è?”

I giapponesi sono un popolo gentile e saggio, perciò ti offrono la soluzione a questo tuo problema esistenziale dicendoti “Il tuo ikigai è TROVARE il tuo ikigai” che, a pensarci bene, è una proposta assolutamente intelligente.

I creativi e gli artigiani e tutti coloro che sentono di avere una forte motivazione a percorrere una strada, a realizzare un progetto, hanno la mia profonda stima. E pure la mia (sana) invidia.

E provo a ricordare se per un istante una specie di senso da realizzare lo avessi avuto pure io. Cerco nel tempo passato, cerco nella mia infanzia e scopro alcune interessanti cose.

Volevo andare alle olimpiadi per salire sul podio e sentire il mio inno nazionale indossando la medaglia più preziosa. Poi ci ripenso e mi accorgo che quello era il sogno di mio padre. Io volevo fare la ballerina classica e lui mi ha buttato in piscina.

Cresco e capisco che il mio paese d’elezione, quello in cui avrei voluto vivere era la Francia ma mi manca il coraggio di fare il salto, e mi faccio convincere che partecipare ai concorsi pubblici sarebbe stata la panacea lavorativa, così faccio, li vinco pure e sottoscrivo con il sangue la mia condanna a morte cerebrale.

Non faccio figli, ma forse meglio così. Ah sì, da oggi sono ufficialmente divorziata. Ecco meglio non averli fatti.

Nel frattempo invecchio, di brutto. Ma la mia testa, incredula, pensa sempre di aggirarsi tra i 20 e i 30 anni di età.

I miei anni si vedono tutti, da qualunque parte li osservi.

E questo dannato ikigai ancora non si palesa, ancora non lo so leggere, ancora non so dove si sia nascosto.

Però i giapponesi mi dicono di mantenere il sorriso, di accettare il cambiamento, di diventare “antifragile” che vuol dire che le avversità mi rendono più forte, insomma resilienza come se non ci fosse un domani.

E ci provo, e trovo il sorriso dell’accettazione quando, al lavoro, i miei superiori mi affidano compiti equiparabili a “Scava la fossa, riempi la fossa”, e io porto a termine con precisione e accuratezza quanto richiesto, senza perdere la testa, senza diventare una furia umana, senza entrare nel tunnel della frustrazione più nera.

Sii un’artigiana, una takum, cura il dettaglio e trasforma ciò che puoi in qualcosa dalla sofisticata semplicità. Il concetto mi pare molto bello e mi permette di entrare nel flusso che mi connette con il senso, con quel viaggio di cui, alla nascita, ho staccato il biglietto, ma di cui ancora non conosco la destinazione…

Ecco, vorrei vivere a lungo per scoprirlo.

Pimpra

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VIBRANTI ARMONIE

L’estate è entrata prepotente, come una folata di vento inaspettata, e ha conquistato subito tutto: pelle e cuore.

Le prime luci del giorno mi accolgono con una carezza tiepida avvolta dai profumi morbidi dei fiori ancora freschi di notte.

I tigli stanno fiorendo e benedicono del loro languido sospiro profumato le strade cittadine. D’un tratto sei dentro una nuvola avvolgente che porta via i pensieri, e ti lasci andare a ricordi e dolcezze antiche.

Estate sono progetti di vacanze, scorribande serali in sella agli scooter alla ricerca del posto migliore dove farsi un tuffo. Di giorno e di notte.

Questa luce alta nel cielo che ci accompagna fino a tardi, quasi a volere trascorrere con noi anche la notte, questa luce, riesce ad illuminare anche le stanze più nascoste dentro di me.

Ho salutato un caro amico che, troppo presto, è partito per il suo viaggio. Il volto immerso in una beatitudine di cui ho solo sentito parlare e che ieri, per la prima volta, ho letto sul suo viso. Le lacrime sono sgorgate copiose perché non è mai facile dirsi arrivederci.

Eppure, nonostante tutto, ho letto la vibrante armonia della vita stessa che nulla butta via, ma tutto trasforma.

Pimpra

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La gestione dei liquidi corporei in milonga

Lo so, lo so già il titolo fa schifo e avete ragione. Però, parliamone, perché il problema è reale.

Quando Giove Pluvio deciderà – finalmente – di togliersi di mezzo e giugno sarà giugno e non giugnembre, la grande comunità tanguera potrà dedicarsi con vigoria alle milonghe estive, all’aperto, in riva al mare, sul cocuzzolo di una montagna, vicino a un lago. Insomma ovunque.

Godremo della luna che ci guarderà dall’alto, favoleggeremo di abbracci sotto le stelle, tutto meraviglioso, tutto bellissimo ma… dove le collochiamo le litrate di sudore che – consapevoli o no – ci scambieremo?

Una divertente provocazione letta sul Galateo della milonga dove viene citato un articolo in cui si racconta del party erotico-copulatorio che certi acari compiono sulla nostra faccia.

Ora, nessuno è così sprovveduto da non aver mai pensato che, ballando stretti stretti, qualche prodotto biologico ce lo scambiamo, ma vedere l’aspetto di questi piccoli mostri… beh, inquieta vieppiù!

Ora rinunciare ad abbracciarci, giammai!, però alcuni provvedimenti dovremmo necessariamente adottarli.

Anche io sudo molto in faccia, quindi mi metto in prima fila, quando vado in milonga mi piace sentirmi elegante, perciò mal mi ci vedo con una fascia elastica sulla fronte modello Mc Enroe dei tempi d’oro, atta a contenere le mie scalmane liquefatte…

Per non parlare degli uomini che, geneticamente, di solito sudano pure più di noi…

Ebbene la crociata milonguera del 2019 sarà quella di trovare una soluzione attraente al problema del sudore. Almeno sulla faccia!

Chiamo a raccolta gli amici stilisti per offrire una soluzione che soddisfi le necessità di entrambi i sessi. Personalmente, sono disposta a fare da testimonial! 🙂

E sempre BUON TANGO A TUTTI!

Pimpra

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CRONACHE DALLA PALESTRA

“Maggembre” è quasi concluso, il clima è rimasto fresco, piove che nemmeno ai tropici, il cambio di stagione in stallo. Interregno nell’armadio, e stato di fastidiosa anarchia: mezza roba invernale, qualche citazione più primaverile. Le scarpe: un dramma.

Di buono c’è che pure la malefica prova costume è ancora distante e, quindi, il fato meterologico permette di correre ai ripari. In senso letterale.

La palestra è piena, una fascia ampia di adepti che, con sudore e fatica, cercano di rendere la carrozzeria più presentabile. In verità “più presentabile” per gli over 40, gli altri, invece, possono ancora dilettarsi ad aggiungere optional.

Per tutti, fatica.

Mi presento puntuale dopo il lavoro, più o meno alla stessa ora, nelle stesse giornate e, con me, un gruppetto eterogeneo di persone dei due sessi. Quelli a me coetanei, poveracci, sono piuttosto mal messi: adipe, fisici collassati, dove, l’impietoso scorrere del tempo, ha lasciato traccia profonda. Ci sono le eccezioni, i meritevoli (uomini e donne) che hanno faticato sempre, costruendosi fisici notevoli che il tempo ha solo minimamente segnato, di solito limitandosi a rigarne i volti.

E poi ci sono loro, la beata gioventù. Osservo le ragazze nello spogliatoio prima di entrare in sala, mentre controllano se la biancheria disegna correttamente quel delicato “non vedo ma immagino” sotto le guaine affusolate del loro leggins, strizzano i seni acerbi in bralette coordinate, sistemano le chiome, il lucidalabbra, smartphone alla mano, sono pronte ad affrontare l’allenamento, più di sguardi che di sollevamento pesi, ma tant’è.

Mentre frusto la mia volontà a non cedere sotto la super serie di addominali, mi diletto ad ascoltare i discorsi dei giovani virgulti, a guardarli mentre cercano di capire se e come è cresciuto i bicipite, ad alzarsi la maglietta per mostrare all’amico quanto è bella la loro “tartaruga” . Non smettono di guardarsi, commentando i loro progressi, esibendosi in una serie infinita di banalità in campo alimentare che, a volte, vorrei prenderli a testate.

Invece resisto, io faccio parte della guardia dei dinosauri, e quando metto piede in sala sudo, divento paonazza sotto sforzo, il cellulare lo guardo solo per vederci gli esercizi della scheda, non telefono agli amici e, tra una ripetuta e l’altra, cerco di respirare. Evito accuratamente di individuare la mia immagine nello specchio che quello che ci troverei fa a pugni con la media dei presenti.

E poi arrivano loro, quelle giovani e belle, e senti che la sala pesi trattiene il respiro, i ragazzi aprono il petto, gonfiano i bicipiti per far vedere quanto sono grossi, fanno le facce come a dire “Non mi sono accorto che sei entrata, sai” per poi sdilinquirsi quando Lei se ne va senza degnarli di un solo sguardo, come fosse una gatta, a coda alta e naso all’insù.

Una stilla di sudore mi imperla la tempia, l’asciugo e finisco la mia serie. Forse quest’anno arriverò preparata alla prova costume. Forse…

Pimpra

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IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

MONDO PICCOLO

Nel mio peregrinare porto sempre con me l’odore di salmastro, le raffiche del mio vento di nord est, lo specchio argentato del mare. Un luogo senza il canto ritmato della risacca è come se mancasse del respiro e della vita.

In macchina sul far dell’alba, per raggiungere la campagna, per me come andare alla scoperta del nuovo mondo. Mentre macinavo i troppi chilometri che mi separano da qualunque destinazione non sia un generico est, cercavo di immaginare cosa avrei trovato, una volta a destinazione.

Ho sempre amato la campagna, ma quella che porto nel cuore è sempre molto triestina, una campagna a due passi dall’alto Adriatico a un tiro di schioppo dalla terra rossa del Carso.

La grande casa gialla mi accoglie come una donna dal seno prosperoso e i fianchi larghi, con il grembiule da cucina mentre sta tirando la pasta. Parcheggio e respiro immediatamente un’aria che sa di buono, di cose che nel mio quotidiano ho perso oppure, semplicemente, dimenticato.

Ci sono papaveri che costeggiano le strade del borgo, un piccolo miracolo per i miei occhi di cittadina abituati ai riconoscere solo le sfumature di grigio asfalto. Mi sembra di doverli proteggere tanto sono belli, e più di una volta ho sbandato tanto ero presa a rimirarli.

L’erba è alta, ha una sfumatura di verde quasi trionfante. La pioggia intermittente di questi giorni è la sua cura di bellezza più efficace.

Comincio a sentirmi a casa, in questo spazio aperto, nel casolare che mi accoglie con la sua storia centenaria raccontata dai muri di argilla. Qui il cellulare si prende una pausa, per mettere in pausa me e non riceve il segnale.

La campagna chiama, pretende attenzione, vuole essere guardata, scoperta, amata come merita. Non posso smettere di sentirmi viva. Nelle parole del maestro che mi insegna come usare la reflex, perché poi, quella terra lussureggiante, florida, timida e melanconica, andremo a fotografarla.

Guareschi ci racconta della Bassa e della sua gente, dell’animo contadino e ruspante di Don Camillo e Peppone e la nostra macchina fotografica ripercorre quei luoghi traducendoli nel presente.

Alla sera, davanti alla stufa, il fuoco riscalda la luce della stalla dove, anche la voce calda dallo spiccato accento parmigiano, così morbida da infondere di vibrante emozione le parole di Guareschi, ci accompagna alla scoperta di un mondo antico che vive immutato nel cuore di questa speciale parte di Emilia.

Ho gli occhi carichi di bellezza, di campagna, di casolari, di argini di fiume, di fiori di campo, di nuvole che si fanno belle e giocano rovesciandoci addosso secchiate d’acqua. Ma è tutto un ridere, correre in macchina, scansare l’ombrello, bagnarci come si faceva da bimbi, con allegria e innocenza.

Non sono ancora capace di raccontare con le mie immagini questa bellezza, e pure le parole mi fanno difetto per esprimere il calore di chi mi ha accolto ed ospitato.

Se potete, regalatevi questa esperienza. Qualcosa dentro di voi riprenderà a vibrare, forte, di buono.

Questo è il mondo piccolo: strade lunghe e dritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti
(G. Guareschi)

Pimpra

Il luogo sede del workshop fotografico lo trovate qui oppure qui

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