NELLE MIE MANI. #vitavissuta

Domani alle 13.00 iniziano le ferie.

Due settimane senza il pc. Tempo per me.

Si fa per dire.

Organizzazione della vita materna, numerose incombenze impediscono di vivere questo tempo come una bolla tutta mia.

Nessuno con cui aprire il pentolone dei miei pensieri e svuotarlo.

Mica facile.

Sfuggo la gente, io che sono sempre stata la regina della socialità. Non voglio sguardi, persone. Non voglio mostrare al mondo la faccia che si aspetta da me. Di fingere non ho più la forza e nemmeno la voglia.

Solitudine. La conosco bene, è diventata una presenza. Ci parlo, con lei sì, ogni giorno. Mi tiene silenziosa compagnia, come i miei gatti.

C’è un pericolo nell’imparare ad amarla: non ho più voglia di parole inutili, di sorrisi fasulli, di rapporti vuoti.

Divento una quercia. Il tronco nodulato e le radici ben affondate a terra.

Non so se le querce a volte piangono, io non lo faccio. Mi commuovo per apparenti stupidaggini, ma piangere no. E poi perché, per la vita che mi sono scelta? Non sarebbe coerente.

Mancano poche ore, e il tempo sarà nelle mie mani. E pure io sarò nelle mie mani. Non mi resta che vivermi.

Pimpra

NESSUN DESIDERIO.

Serata di stelle cadenti.
Le ho aspettate ad occhi chiusi.
Lucciole dentro di me.

Nel silenzio della mia casa,
un lunedì afoso di fine estate.

La stella sei tu.
Non hai bisogno di altri desideri.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’ESTATE, LO SPECCHIO E LA CARNE. #ditantointango

L’estate addosso. Fin troppo. E non mi riferisco al caldo soffocante che attanaglia il bel paese. Penso al corpo che in questo periodo dell’anno esce allo scoperto.

Oggetto e strumento che ci definisce, così come la nostra personalità. Diventa bersaglio e non semplice destinatario dello sguardo altrui. Ma anche del nostro.

In questi ultimi tre anni, la mia vita fisica è cambiata moltissimo. Dall’avere un corpo asciutto, quasi maschile, con muscoli definiti, poche curve, sono diventata una donna più morbida, più piena, più vicina a un’immagine femminile che non avevo mai abitato. Adesso ho il seno che prima era solo accennato.

Un cambiamento epocale.

Scoprire centimetri di pelle e ritrovarmi così diversa, mi costringe a un lavoro di cesello sulla mia autostima che, fino ad oggi, si basava sulla leggerezza del mio fisico voluta e cercata a qualsiasi costo.

A un certo punto le ragioni della natura hanno preso il sopravvento. Ci sono stagioni della vita che arrivano con la forza tranquilla dell’inevitabile e chiedono soltanto di essere attraversate.

Il cambiamento ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo di guardarmi allo specchio a quello in cui mi presento al mondo. Anche il tango ne è stato toccato.

L’armadio tanguero non mi corrisponde più. Gli abiti non scivolano come un tempo. Non sono più quella donna, fisicamente e psicologicamente.

È un duro lavoro da fare su me stessa, quello di cercare la nota armonica della mia nuova me. Risuonare con garbo dentro al mio corpo più soffice cercando di amarlo e onorarlo come merita.

Ho passato una vita intera a rincorrere l’ideale di un aspetto che non era il mio, fino al momento in cui la natura ha detto che era ora di smetterla e di accettare la realtà di quella che sono veramente.

Affrontare la milonga, oggi, mi crea un piccolo disagio. I pochi abiti che ancora indosso sono pieni, in punti dove fino a qualche anno fa erano comodi. Immagino me stessa vista da fuori e riesco a vedere solo un fisico abbondante. Qualcosa dentro si rompe.

L’immagine che avevo si è frantumata in mille pezzi e fatico a riconoscermi.

Smettere o continuare? Me lo sto chiedendo spesso e, a volte, mi convinco che appendere i tacchi al chiodo possa essere la sola possibilità.

Poi però la donna che vive in me si alza e mi riprende:

«Fino a che riuscirai a dare una buona connessione, un abbraccio accogliente e i tuoi piedi saranno reattivi, resta. Il tuo valore va oltre lo sguardo del tanguero di passaggio.»

Cerco di ripetermelo come fosse la preghiera della sera. E di avere una fede enorme in quelle parole.

Amen.

Pimpra

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

LA BAMBINA DELLA TERRA ROSSA D’AFRICA. #vitavissuta

L’odore penetrante del cherosene misto alla bora estiva mi accolse mentre salivo dalla poppa dell’aereo. Detestavo l’entrata dal retro, la trovavo più scomoda e rumorosa e poi non potevo sbirciare la cabina di pilotaggio.

Era agosto, tutti partivano e a Roma, l’inaspettato overbooking ci lasciò a terra. Un viaggio da incubo: tre giorni in giro per l’Europa. Una giovane madre con due figli al seguito. Uno di soli due anni. E non ero io. Prima di raggiungere la meta, Gombe in Nigeria.

Mio padre due giorni prima era lì, ad accogliere la sua famiglia per le vacanze, ma noi non eravamo arrivati e, a fine anni ’70, i cellulari non c’erano ancora.

Il nume protettore dei viaggiatori si è manifestato e, forse grazie al sorriso dolce di mia madre, un gentile padre di famiglia, con figlio a seguito e nella nostra stessa difficile situazione, ci ha aiutato a raggiungere la meta.

Gombe, ai miei occhi di bambina, era poco più grande di un villaggio, e trovare la villa dove mio padre poi ci raggiunse, non fu così difficile.

Finalmente l’incontro, le lacrime scioglievano la preoccupazione di non ritrovarsi più e il morso di un babbuino sul pannolino di mio fratello per chiudere la scena in modo ilare.

Non capirò mai l’amore per le Jeep di certe persone, perché quelle in cui ho viaggiato io nella mia infanzia erano tutto fuorché comode.

Ho ancora davanti agli occhi l’imbrunire sulla savana, l’enorme disco rosso del sole, così grande non l’avevo mai visto. La pista su cui correva la macchina, fatta a minuscole ondine di terra rossa, creava delle vibrazioni che entravano nel cervello. “Devo correre il più possibile” diceva mio padre “così le vibrazioni sono meno fastidiose”.

Mia mamma stringeva al petto mio fratello dormiente, tesa per la velocità ma finalmente al sicuro vicino a mio padre. Io stavo dietro, mi godevo il paesaggio lunare, la ritrovata unità familiare, come se improvvisamente tutto avesse nuovamente un senso.

La polvere entrava ovunque, calda e profumata di un odore unico, irripetibile.

L’arrivo al campo a tarda notte, la casa che altro non era che una scatola con due camere, un micro-soggiorno, una cucina si fa per dire e un bagno minuscolo. Di legno, ovviamente. Cemento, pietra, piastrelle: materiali quasi sconosciuti. Legno e linoleum credo. La baracca, nuova per carità, che la ditta offriva ai lavoratori bianchi.

Non mi piaceva, ovviamente, ma sin dai primi giorni era apparso evidente che la vita si svolgeva all’aperto. C’erano un sacco di bambini della mia età nel campo, così gli adulti chiamavano l’assemblamento di baracche, figli dei lavoratori del grande cantiere, la maggior parte provenienti dall’Italia del nord ovest e del centro.

Uno dei primi ricordi che mi tornano alla memoria era che mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, per le vocali aperte. Mi vergognavo tremendamente di questo difetto e, nel giro di poco tempo, presi l’accento milanese, quello che preferivo tra i tanti proposti. Era diventato così parte di me, ho l’orecchio musicale, che perfino i miei genitori avevano notato il cambiamento. Le prese in giro le vivevo anche al contrario, quando dall’Africa tornavo a Trieste e i cugini si burlavano di me per il mio strano accento. In pratica non ero mai nel posto giusto con l’accento giusto!

Fin dalla prima infanzia mi accompagnava una sensazione curiosa: ovunque fossi, mi sentivo una straniera. Avevo due case, quella degli affetti che lasciavo e quella in cui andavo a vivere. Tutto era diverso. In Europa mi mancava la grande madre terra, gli spazi dell’Africa, i suoi odori, la vastità dei suoi orizzonti. In Africa ripensavo agli affetti che lasciavo a casa, le nonne in particolare, gli zii. Ricordo che quando rientravo in Italia, le prime volte- ero ancora molto piccola, chiedevo ai miei genitori “Chi sono queste persone che sono venute a prenderci?”. Non mi sono mai sentita spezzata o senza radici. Al contrario. Il mondo è la mia casa.

Ad agosto, in Nigeria, si scatenano le piogge di monsone. Uno dei ricordi più vividi che mi sono rimasti: nuvoloni temporaleschi arrivavano puntuali a una certa ora del pomeriggio. L’aria cominciava a gonfiarsi e spaventava a morte gli altri bambini; io, invece, provavo una gioia inspiegabile. Pensavo sempre: la bora è molto più forte di questa arietta. I tuoni facevano eco nel cielo, rompendosi in frammenti rumorosi sopra le nostre teste e… dopo un attimo di silenzio, arrivava prepotente lo scrosciare metallico della pioggia. Un mantello d’acqua si rovesciava sulla terra quasi scuotendola, le prime gocce alzavano la polvere, in un attimo si formavano rivoli d’acqua. In quei momenti, la percezione di essere minuscola dinnanzi alla natura eppure di farne intimamente parte, mi procurava una sensazione sublime di immensità.

Noi bambini iniziavamo le nostre corse sotto il temporale, sguazzando nelle pozzanghere che erano diventate già piccoli acquitrini, e ridevamo felici di quella corsa proibita in cui ci bagnavamo completamente.

L’acquazzone aveva una furia molto veloce, smetteva all’improvviso lasciando dietro di sé una scia profumata di terra bagnata, di legno, di erba aromatica, un odore che per tutta la vita le mie narici hanno cercato.

Allora, completamente zuppi, iniziavamo gli scavi. Ognuno con la sua paletta, a margine delle pozzanghere scavavamo delle buche per cercare l’argilla. Il nostro gioco preferito, quello che ci dava la possibilità di creare oggetti.

Non c’era molto da fare nel campo, spesso le persone litigavano, gli adulti alla sera si consolavano con dosi troppo elevate di alcol. Anche noi ragazzini facevamo colossali baruffe che spesso venivano sedate dalla mamma di turno. Tutte, tranne la mia. La regola di casa era: deve farsi le ossa. E così è stato, sono diventata la capobanda e a me, nessuno veniva a farmi i dispetti.

I fine settimana, quando gli adulti avevano la pausa, spesso organizzavano la Jeep e ci portavano a scorrazzare fuori dal campo, facendo finta di farci guidare, noi tenevamo il volante a turno, sulle ginocchia di uno dei papà.

Ricordo il senso di libertà che mi prendeva dentro, la sensazione di essere già grande, di poter prendere il mondo in mano e fare ciò che avessi voluto.

Sono stati anni incredibili, anche duri ma io ero una bambina e i bambini si adattano più facilmente e più facilmente dimenticano. Ancora oggi, se ci penso, provo quello stesso senso d’immensità che mi ha toccato mentre vivevo lì.

Sono diventata terra d’Africa. Sono diventata il profumo dell’aria dopo il temporale.

Pimpra

LA MIRADA BOOMERANG. #ditantointango

Ho fame. Di tango.

Un mese di detox.

Torna, torna sempre.

Il richiamo è irresistibile, lo senti nel corpo, nelle emozioni che ti prendono lo stomaco quando la playlist dei preferiti ti spara un De Vidrio all’insaputa. Allora ti organizzi con i tuoi più cari amici, quelli che hanno bisogno della stessa dose tua e parti.

Lunghe ore di viaggio per poche ore ballate. Eppure si va, consapevoli dell’assurdità ma felici della magia che ci aspetta.

Violetas è una garanzia per una pomeridiana serale di grandissima piacevolezza. Ci sono tutti quelli che conosci, con cui negli anni hai scambiato abbracci e condiviso tande memorabili. Sono lì. E tu speri aspettino te.

Ognuno di noi ha il suo carnet sacro di ballerini preferiti, quelli con cui ballare Pugliese o D’Arienzo, affinità speciali nell’ascolto, nel movimento, nel gioco.

Quando li trovi riuniti nello stesso luogo, la fame aumenta e la voglia va fuori scala.

Dalla mia postazione, punto la mia tanda cercando il magico incrocio di sguardi. Sono stata tacciata di essere una che se la tira perché non mi sposto dal mio posto, non vado in giro per la sala a cercarmi i ballerini. Non mi rendo “disponibile”.

A volte però anche le migliori intenzioni cadono dinnanzi alla tentazione di una tanda dal sapore speciale.

Mi accorgo di essere troppo distante, avvicino il destinatario della mia mirada, in pratica faccio un agguato annullando o quasi lo spazio fisico.

Sono stata mascalzona per ben tre volte ieri.

Primo ballerino: oh yeah!

Secondo ballerino: rubo la tanda a una coppia (senza volerlo!). Lo vedo voltarsi verso la partner con un’espressione di scusa. È lì che qualcosa dentro di me comincia a incrinarsi.

Sono una testa di legno e invece di mettermi tranquilla e comportarmi saggiamente, ho lanciato un’altra occhiata a un ballerino seduto vicino a me. Mi porta in pista.

Terzo ballerino: disastro! Dopo pochi passi è chiaro che lui racconta una storia, io ne sto seguendo un’altra. Io lo abbraccio, lui mi allontana. In tre minuti ho ripensato a tutte le cattive idee della serata.

Sono tornata al mio posto con le pive nel sacco, rendendomi conto della cazzata che avevo fatto.

Le mirade mi sono tornate indietro come un boomerang.

Ieri la mia frenesia mi ha annebbiato il cervello e il buon senso. Forse il difficile è proprio questo: non restare troppo passive senza trasformare una mirada in un assedio.

Un equilibrio non facile da trovare, senza perdere la motivazione, il sorriso e la leggerezza necessaria per frequentare la milonga.

Prometto: mai più appostamenti. Mirada da lontano, e se va, va.

Pimpra

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IL NUOVO MAZZO. #vitavissuta

Mentre la vita scorre, arriviamo a bivi decisivi: non solo scelte da fare, ma situazioni che rimescolano completamente le carte. E con quel nuovo mazzo, dobbiamo giocare la nostra manche.

Non si tratta di controllare tutto ma di arrivare preparati.

Difficilmente arriviamo pronti a fare i genitori o ad accudire chi ha bisogno.

Ci sono poi i nostri genitori che, se siamo fortunati, restano con noi fino a un’età avanzata. Ma come?

Affrontare la loro vecchiaia, soprattutto quando il corpo o la mente cominciano a cedere, mette a soqquadro la nostra emotività. Ci scopriamo fragili, impauriti e spesso anche arrabbiati.

La mia povera madre sta affrontando la sua senilità con un corpo relativamente a posto ma con la mente che la sta abbandonando settimana dopo settimana.

Vederla sfiorire così velocemente, perdere le sue capacità di pensiero, dimenticare qualsiasi cosa, non essere più capace di condurre la vita indipendente che desidera, è un bivio della vita al quale non ero assolutamente preparata.

Certo, ho sentito i racconti di tanti amici che ci sono passati prima di me, eppure gestire questo cambiamento mi destabilizza nel profondo.

Mi ritrovo a vivermi “madre”, io che madre non sono, e a scoprirmi in un ruolo che non sento mio.

Come avrei voluto arrivare preparata a tutto questo, sapendo quali passi percorrere, come scegliere il meglio per lei, per rendere il suo inverno della vita più morbido possibile.

Non sono preparata, non lo sono affatto anche se cerco di fare il mio meglio.

Pimpra

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MI RITROVO FARO.

Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.

Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.

Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.

Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.

Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.

Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.

Riportami su quell’isola.

Pimpra

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SABBIA TRA LE DITA. #vitavissuta

Ricordi che svaniscono e memorie che si accavallano.

Non c’è più nulla del quotidiano che resta, ogni cosa, bella o brutta, si mescola in un torrente spettinato.

Resta il tuo corpo, ogni giorno più lento, invecchiato da questo peso che non riesci a togliere. Arriverà il giorno in cui anche il mio sguardo ti sarà indifferente, o forse ti farà paura, non so.

L’estate è esplosa prepotente, come un ragazzino impulsivo che fa il bullo con l’amico più giovane. Il caldo si attacca alla pelle senza accarezzarla.

Nel mio rifugio fresco che di solito chiamo gabbietta, passo la giornata davanti al pc. Lettere, numeri mi scorrono davanti agli occhi ma sono assente.

Lo sguardo non immagina destinazioni lontane, è tutto qui. Nascosto in profondità dentro di me.

Oggi la giornata pesa più del caldo che attraversa la pelle.

Oggi quelle ferite antiche fanno male, come se i lembi di carne dovessero ancora incollarsi.

Non distinguo più le lacrime dal sudore.

Non vedo più la differenza tra un incubo o la realtà.

Oggi il caldo taglia la pelle. Non sono lucida. Aspetto il buio per riposarmi.

Pimpra

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Non è un paese per lenti: il dating oltre la Generazione X. #vitavissuta

Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.

Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.

Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.

Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.

Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.

Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.

Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.

Passa il tempo e non succede niente.

Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.

Vita di relazione: inesistente.

Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.

Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.

Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.

Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.

Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.

Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.

Incontro un reperto di onestà intellettuale.

La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.

Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.

Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.

Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.

Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.

Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.

Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.

Pimpra

Image credit da qui

L’ONDA PERFETTA: ANATOMIA DI UNA TANDA SUBLIME. #ditantointango

Image credit Radu

Ho un pensiero che mi ronza di testa.

Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.

Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?

Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?

Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.

La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.

L’abbraccio.

Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.

Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.

L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.

Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.

Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.

Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.

La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.

La musica finisce. L’abbraccio no.

Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.

Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.

Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?

Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.

L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.

C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.

Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.

La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.

Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.

La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.

Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.

Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.

Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.

Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?

Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.

Pimpra

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