IL PARADOSSO DELLA SEMPLICITA’: la mia lezione con Gustavo Naveira. #ditantointango

Immagine di Dolores Rasha

Mentre luglio inaugura il periodo classico delle vacanze per molti, per chi resta in città ci sono occasioni che valgono una stagione intera. Dopo averne sentito parlare per almeno vent’anni, come espressione illustre della mia passione tanguera, ho finalmente avuto il piacere di conoscere un grandissimo maestro: Gustavo Naveira.

Una sola lezione sul giro basta a stimolare la mente a indagare ancora di più la complessità e le possibilità che il tango argentino offre. Spiegazioni chiare, piccole immagini geometriche per evidenziare il motivo e il risultato di certi movimenti e una fluidità che fa sembrare tutto estremamente semplice.

Durante la lezione, Gustavo ha raccontato come, negli anni ’80, decise di tradurre i movimenti dei vecchi milongueros per poterli insegnare secondo una didattica accessibile e comprensibile a tutti. In quel periodo il mondo del tango ribolliva di stimoli, esplodendo in quello che è stato definito “tango nuevo”.

In merito a questo, lo stesso Naveira ha spesso chiarito un concetto fondamentale: “C’è grande confusione sulla questione del modo di ballare il tango: chiamatela tecnica, forma o stile. Il termine tango nuevo viene usato per riferirsi a uno stile di ballo, il che è un errore. In realtà, il tango nuevo è tutto ciò che è accaduto al tango a partire dagli anni ’80. Non è una questione di stile… Le parole tango nuevo esprimono ciò che sta accadendo al ballo del tango in generale; vale a dire che si sta evolvendo. Il tango nuevo non è un ulteriore stile; si tratta semplicemente del fatto che il ballo del tango sta crescendo, migliorando, sviluppandosi, arricchendosi e, in questo senso, ci stiamo muovendo verso una nuova dimensione nel ballo del tango… C’è stata molta discussione recente, nella comunità dei ballerini di tango, sul problema dell’abbraccio, dividendo il ballo in stile aperto o chiuso, il che è a sua volta motivo di grande confusione. Abbraccio aperto o abbraccio chiuso, ballare con spazio o ballare vicini, questi sono tutti termini superati. Questo è un vecchio modo di pensare, derivante dalla mancanza di conoscenza tecnica nelle epoche passate. Questa divisione semplice e grossolana tra aperto e chiuso è spesso usata da coloro che cercano di negare l’evoluzione del ballo, per mascherare la propria mancanza di conoscenza. Oggi è perfettamente chiaro che le distanze nel ballo hanno una complessità molto maggiore rispetto a un semplice aperto o chiuso… Abbiamo imparato e abbiamo sviluppato la nostra conoscenza. Il risultato di ciò è un ballo dalle maggiori possibilità e anche di una qualità molto più artistica.” (fonte qui)

Mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di fargli mille domande, non solo sulla tecnica, ma sulla storia che ha vissuto e ha contribuito a scrivere.

Se la lezione aveva mostrato il pensiero di Gustavo Naveira, la pratica successiva mi ha permesso di sperimentarlo direttamente. Ho avuto il regalo più grande: ballare con lui. Avevo un desiderio così forte di poter toccare con mano un simile gigante della specialità che l’ansia da prestazione è stata letteralmente detronizzata dalla curiosità.

Finito il brano, il mio stupore si è concentrato su una sensazione precisa: la disarmante facilità nel ballare con il Maestro.

Da quell’esperienza nasce una riflessione inevitabile: il suo abbraccio è sempre rimasto comodo, naturale, mai forzato. La stabilità del suo movimento trasmette una sicurezza che libera la follower da ogni esitazione; ogni spostamento nello spazio è guidato con una chiarezza tale da rendere il ballo sorprendentemente semplice. Corpo e mente si rilassano concentrandosi esclusivamente su connessione e ascolto della musica.

Credo che ognuno di noi dovrebbe lavorare sul proprio tango per riuscire a donare al partner questa sensazione. Ballare diventa facile, perchè si sta comodi nell’abbraccio chiuso o aperto che sia. Una apparente banalità capace però di modificare nella sostanza la qualità del movimento che la coppia può generare.

Certo, tradurre in pratica quel “diventare facile” è un percorso complesso: implica un gran lavoro di pulizia, di precisione e di tecnica consapevole. Una sfida continua a fare meglio per dare il meglio di sé stessi alla ricerca di un tango che soddisfi profondamente entrambi i partner.

Un ringraziamento speciale va a Tamara Selva Bisceglie che ha portato il Maestro a Trieste dandoci la possibilità di confrontarci con un mostro sacro della specialità.

Ahora a practicar!”

Pimpra

English traslation:

The Paradox of Simplicity: My Lesson with Gustavo Naveira

While July ushers in the classic vacation season for many, for those who stay in the city, there are opportunities that are worth an entire season. After hearing about him for at least twenty years as an illustrious expression of my tanguera passion, I finally had the pleasure of meeting a truly great master: Gustavo Naveira.

A single lesson on the giro (turn) is enough to stimulate the mind to further investigate the complexity and possibilities that Argentine tango offers. Clear explanations, small geometric visualizations to highlight the reason and result of certain movements, and a fluidity that makes everything seem extremely simple.

During the lesson, Gustavo shared how, in the 1980s, he decided to translate the movements of the old milongueros so he could teach them using a pedagogy that was accessible and understandable to everyone. At that time, the tango world was brimming with stimuli, exploding into what has been defined as “tango nuevo.”

Regarding this, Naveira himself has often clarified a fundamental concept:

“There is great confusion on the question of the way of dancing tango: call it technique, form, or style. The term tango nuevo is used to refer to a style of dancing, which is an error. In reality, tango nuevo is everything that has happened to tango since the 1980s. It is not a question of style… The words tango nuevo express what is happening to tango dancing in general; which is to say, it is evolving. Tango nuevo is not just another style; it is simply the fact that tango dancing is growing, improving, developing, enriching itself, and, in this sense, we are moving toward a new dimension in tango dancing… There has been much recent discussion in the tango community about the problem of the embrace, dividing the dance into open or closed styles, which in turn causes great confusion. Open embrace or closed embrace, dancing with space or dancing close, these are all outdated terms. This is an old way of thinking, resulting from a lack of technical knowledge in past eras. This simple and crude division between open and closed is often used by those who try to deny the evolution of the dance to mask their own lack of knowledge. Today it is perfectly clear that distances in the dance have a much greater complexity than a simple open or closed… We have learned and we have developed our knowledge. The result of this is a dance with greater possibilities and also of a much higher artistic quality.” (Source here)

I would have loved to have the chance to ask him a thousand questions, not just about technique, but about the history he lived through and helped write.

If the lesson had showcased Gustavo Naveira’s philosophy, the practice that followed allowed me to experience it firsthand. I received the greatest gift: dancing with him. I had such a strong desire to experience such a giant of the discipline firsthand that performance anxiety was literally dethroned by curiosity.

When the song ended, my awe centered on one precise sensation: the disarming ease of dancing with the Maestro.

An inevitable reflection arises from that experience: his embrace always remained comfortable, natural, never forced. The stability of his movement conveys a security that frees the follower from any hesitation; every shift in space is guided with such clarity that it makes the dance surprisingly simple. Body and mind relax, focusing exclusively on connection and listening to the music.

I believe that each of us should work on our own tango to be able to give our partner this sensation. Dancing becomes easy because you are comfortable, whether in a closed or open embrace. A seemingly trivial detail, yet one capable of fundamentally changing the quality of movement the couple can generate.

Of course, translating that “becoming easy” into practice is a complex path: it implies a great deal of refinement, precision, and conscious technique. A continuous challenge to do better, to give the best of oneself in search of a tango that deeply satisfies both partners.

A special thanks goes to Tamara Selva Bisceglie, who brought the Maestro to Trieste, giving us the opportunity to engage with a sacred monster of the discipline.

“Ahora a practicar!”

MI RITROVO FARO.

Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.

Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.

Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.

Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.

Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.

Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.

Riportami su quell’isola.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

Sette ore, quaranta gradi e nessun rimpianto. #ditantointango

Ballano Maria Elena (Mec) e Armando.

Mentre guidavo per sette ore per raggiungere la meta confesso che un pensiero l’ho fatto. Un bel “ma chi me lo fa fare” di far tanta fatica e macinare chilometri di strada per raggiungere una milonga.

Una bella domanda, infatti. Se poi guardo la mia carta d’identità, è quasi imbarazzante.

Il caldo di questi giorni è stato un potenziale deterrente per mandare tutto all’aria. Un clima così pesante che perfino respirare richiedeva uno sforzo, con gli occhi che lacrimavano per il troppo calore. Un piccolo assaggio d’inferno. Eppure, nonostante tutto, la prua della piccola utilitaria puntava decisa a sud-ovest. Direzione Fiumaretta di Ameglia, in braccio alla Marathonguera.

E’ stato un weekend di fuoco e sudore, condito da una brezza di mare che – purtroppo – verso le sei di sera lasciava spazio a calma piatta e umidità rovente.

Ma dove non arriva la resistenza fisica, ci pensa la passione tanguera a inventare nuove risorse. Abbiamo ballato tande su tande, così bagnate che all’uscita dalla doccia eravamo decisamente più asciutti.

Ma che importanza ha, se in quella fusione di musica, abbraccio e respiro si esprime tutta la gioia di vivere di cui siamo capaci?

Ecco che il caldo erculeo si trasforma: diventa un compagno di viaggio che accetti di buon grado perché la festa è troppo bella per fartela rovinare.

Consiglio la Marathonguera a tutti, specie a coloro che hanno bisogno di staccare la testa, a chi cerca una pausa di autentica, fluida leggerezza (la sauna, del resto, la offrono generosamente gli organizzatori!) Lì non manca nulla: l’abbraccio del mare, la luna che si specchia nelle acque del fiume prima del salto nel blu, la brezza lieve della sera che finalmente ritorna.

E poi sorrisi, tantissimi. E abbracci scivolosi sulla pelle madida, eppure ancorati a quel sentire unico, profondo, che ci regala la tanda.

Marathonguera è ritrovarsi. Tornare liberi, fluidi, sollevati da terra. Questo, per lo meno è l’effetto che ha fatto a me.E pazienza se ho scambiato un quantitativo di sudore imbarazzante; in fondo si tratta solo di acqua e sali.

Per l’anno prossimo farò scorta di integratori nella borraccia. E poi, chi mi ferma più? E se qualcuno mi chiederà: “Ma chi te lo fa fare?”, credo di avere finalmente la risposta.

Pimpra

PARADISI ARTIFICIALI

Esco da un’esperienza clinica che mi ha colpito molto.

Dovendo fare un esame invasivo (è andato tutto bene, evviva!) mi hanno somministrato un cocktail di Midazolam e Petidina, un mix di benzadiazepine e oppioide sintetico.

Era la mia prima volta in sedazione cosciente. Devo dire incredibile. Arrivata in ospedale per l’esame, credevo di essere tranquilla, sticazzi!, mi mettono l’ago in vena e chiedo che mix di farmaci mi avrebbero proposto. “Lei non si deve preoccupare, sarà rilassata e come un po’ assente dalla procedura”. L’infermiera prima di iniettare chiede “40 e 40?” il medico risponde “30 e 30”, “che tirchio” penso.

Passa poco più di un istante e qualcosa dentro di me si scioglie. Non che non mi accorgessi di ciò che mi stavano facendo, ma era come se la cosa non mi toccasse proprio in prima persona, come se sì il corpo era mio ma lo prestavo senza grandi problemi ai medici.

Ho percepito, a volte, un po’ di dolore quando la sonda doveva fare tornanti stretti nel mio intestino, ma sono comunque rimasta distaccata. Il dolore c’era ma ok, potevo affrontarlo e poi, durava pochissimo.

Non so esattamente quanto tempo ci abbiano messo in totale, so solo che il referto parla di 8′ per uscire dal mio corpo, sicuramente almeno il doppio per raggiungere il mio punto più lontano.

Arrivata a casa, mi sono sentita come dentro una bolla di beatitudine. Azzerato ogni pensiero negativo, nessuna ansia per nessun argomento, una pace interiore che non ricordo di aver mai avuto.

Credo che in paradiso ci si senta così.

Il giorno dopo, il corpo e la mente, lei soprattutto, sono di nuovo entrate nella dimensione quotidianità, anche se mi sforzo di ricreare quel senso di benessere del giorno prima.

Un amico chimico mi ha detto che il mio galleggiare tra le nuvole del piacere era determinato dall’oppiaceo sintetico che mi hanno iniettato. Bella roba mi sono detta, sensazione unica. Capisco molte cose, di molte dipendenze, di molte persone, oggi.

Non male neppure la benzodiazepina che ha spento gli interruttori dell’allarmismo, dello stress, alleggerendo il corpo dalle tensioni e la mente dai pensieri negativi.

Ho fatto la mia prima esperienza da paradiso artificiale. Eppure mi chiedo se, in forma meno forte, non potremmo concederci – almeno di tanto in tanto, delle pause mentali dalla vita che il nostro cervello elabora, creandoci ansie e paure che non dovremmo avere.

Chiedo per un amico, eh…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’EQUAZIONE DELLO SPARTITO. #ditantointango

Maggio, due giorni di tango nel cuore della pianura friulana, ospitati in una villa che l’estate improvvisa ha reso torrida. Tande umide, ma gratificanti. L’augurio al team di Andreina è di continuare così: l’estremo nord-est ha bisogno di accendere nuovi punti di attrazione per i tangueri. Brave.

Ho scambiato due chiacchiere con Alessandro, alla consolle in una delle sessioni. Oltre ad essere un ballerino magnetico, mi ha raccontato la sua equazione: MUSICA e RELAZIONE.

Non abbraccio, non connessione, ma relazione.

È un passaggio evolutivo. La relazione significa leggere l’altro. Essere accompagnate dentro una lettura musicale che lascia spazio anche al proprio modo di sentire l’orchestra.

Ascoltavo, ripensando alle tande ballate insieme, rivivendo nel corpo ciò che mi stava dicendo. Pulsazioni più alte, respiro più corto, la mente pronta a farsi sorprendere.

Il corpo smette di opporsi. Ballare diventa spontaneo, liberando un flusso di sensazioni che travolgono.

Finita la tanda, devo sedimentare tutto ciò che mi è arrivato. Mi è rimasto davvero qualcosa addosso.

Ballare la relazione: come ci si arriva? Studiando molto, mettendosi in discussione, spogliandosi delle paure per mostrarsi fragili. E ballando, sempre.

Lo voglio.

Pimpra

IMAGE CREDIT SAMUEL DI LUCA

E SE IL NOSTRO TANGO FOSSE DIVENTATO VECCHIO? #ditantointango

Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.

Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.

Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.

Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.

Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.

La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.

Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.

Pimpra

Non è un paese per lenti: il dating oltre la Generazione X

Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.

Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.

Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.

Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.

Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.

Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.

Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.

Passa il tempo e non succede niente.

Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.

Vita di relazione: inesistente.

Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.

Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.

Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.

Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.

Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.

Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.

Incontro un reperto di onestà intellettuale.

La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.

Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.

Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.

Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.

Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.

Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.

Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.

Pimpra

Image credit da qui

Primo maggio? Noi non facciamo grigliate. Facciamo maratone. #ditantointango

Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.

Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento.
Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.

I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.

Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.

Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.

Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.

Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!

Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.

Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.

Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.

Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.

Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.

Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no.
Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!

Pimpra

NON GIRO. NON INGRANO. POI RUGGISCO. #ditantointango

Image credit Marco Buoli

Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.

Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.

Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.

Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.

Potevo andarmene, ho scelto di restare.

Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.

Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.

Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.

La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.

Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.

È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.

Giaguare si nasce.

Pimpra

Brescia Tango Maraton. Tredicesima edizione. Numero sospetto #ditantointango

Io ci ho messo dentro mirade assassine, una pista larga abbastanza da non pestare nessuno e una colazione da Massari che definirei atto filosofico.

La mia ultima partecipazione risaliva al 2018, in epoca precovid. Periodo aureo delle maratone.

Ho trovato cambiamenti, decisamente migliorativi: la pista più grande, la gestione di tutta la parte ristorativa molto più fluida e funzionale del passato. Si vede che l’esperienza ha insegnato migliori prassi.

Quanto alla popolazione dei partecipanti, una bella sorpresa anche lì: un bel misto mare di italiani, francesi, spagnoli. E chi se lo aspettava!

Quanto all’energia sul piso direi molto bene, a mio parere un crescendo dalla pomeridiana di sabato ai fuochi tangueri della domenica pomeriggio, condotti dall’italo, oramai francesizzato, dj che ne sa una più del diavolo. Indovinate voi di chi sto parlando.

Mi sono gustata particolarmente i mix di stili che ho ballato in questa maratona: dai classici “maratoneti”, ai più intimisti “milongueros” ma con brio (altrimenti che noia!) ai “mistomare” che non si sa esattamente quale mondo preferiscono abitare e, meglio così.

Niente gruppi dei famosi, una bella sala dove non abbiamo fatto fatica a lanciare e ricevere mirade assassine, quelle che vanno a segno a molti metri di distanza e, per questo, danno molta soddisfazione.

Ci aggiungo la colazione della festeggiata dal maestro pasticcere Iginio. E che dire? La ciliegina sulla torta. Ops, era pure il mio compleanno. Fine settimana perfetto.

E no, il 13 non porta sfiga!

Pimpra

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