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23-12= 11 di detox

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11 giorni che sembrano 5 mesi.

Un silenzio che diventa un rumore assordante.

Insospettabili esseri umani chiedono come sto.

Leggerezza e pesantezza di cuore convivono in alternanza.

L’umiltà obbligata di essere tagliata fuori e provare a darsi un senso comunque.

Tempo per riflettere seriamente.

Tempo per ascoltarsi.

Tempo per stare nel “qui e ora”.

Tempo che si dilata e si espande.

Tempo da riempire di cose vere, di persone vere, di passioni vere.

Tempo per piangere in silenzio.

11 giorno di detox.

Meno 19 giorni alla nuova alba.

Sticazzi.

Olè.

Pimpra

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I MIEI PRIMI 7 GIORNI

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Con gaudio e tripudio ho scollinato i primi 7 giorni di detox dal mio social preferito.

Cosa è cambiato?

MOLTISSIMO. Tocca ammetterlo.

Il tempo è dilatato, nel senso che è come se mi rendessi conto di averne di più. Lo sguardo sulle relazioni si è posato su persone vere, reali che posso vedere e toccare.

Non sono mancate dolcissime sorprese che mi hanno tanto accarezzato il cuore, persone che dal social mi hanno contattata più volte per un saluto, un “come stai”.

Oramai so di non esistere più e non mi crea particolare dispiacere. Ho capito che era tutto “virtuale”, di nome e di fatto.

Il momento è vantaggioso per dedicarsi ad altro, alla fotografia, ad esempio che la primavera inoltrata propone scenari da riempirsi il cuore. E’ tempo di scrivere, di leggere e di muovere il culone pesante che – maledizione a me! – questo infausto periodo di transizione, mi ha fatto troppe volte atterrare le frustrazioni in frigo con le nefaste conseguenze del caso.

Su FB ci tornerò, come detto, allo scadere del mese, ma sarà diverso. Mi impegnerò per utilizzarlo come potenziale bacino di informazioni tanguere e non solo. Per il resto, non sono più e non tornerò più ad essere, ed è questa la sfida che mi sono data: vincerò io o la mia social dipendenza? Staremo a vedere.

Nel frattempo mi sono dedicata alle piante del mio terrazzo, a far ordine in casa, a pensare che mi toccherà mettere mano al cambio di stagione. Piccole cose doverose che, adesso, finalmente, faccio con diversa attenzione.

Vabbè dai sono orgogliosa di me. Porto a casa questa piccola vittoria.

Olè!

Pimpra

PS: maledizione al social, mi aveva riattivato il profilo dopo 7 giorni!!! Figuraccia. Sono nuovamente “disattivata”. UFFF…

IMAGE CREDIT DA QUI

SOCIAL DIPENDENZA.

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A primavera, insieme alle famose pulizie, noi donne in particolare, siamo avvezze a detossinare il corpo. Per la prima volta dal 2009, invece di ripulire il corpo, ho deciso di disintossicarmi da FB.

Sapevo che non mi sarebbe stato per nulla facile, come una nuova dipendenza prepotentemente entrata nella mia vita. Ci ho messo più di 10 anni, per riconoscerlo prima, ammetterlo poi. Ma tant’è.

Oggi è solo il secondo giorno di questo mio curioso detox e molte domande arrivano alla mente. Una, in particolare, mi colpisce: questa piccola pausa che ho preso è come se simulasse la mia morte sociale. Non esisto più in quel contenitore virtuale/reale che è il mondo social.

Mi ritrovo in balia di me stessa, delle  sensazioni e dei  pensieri, per troppo tempo distratti dall’uso e abuso del mio social preferito.

Alla sera, finalmente, mi addormento cullata dai dialoghi di un film, metto finalmente mano alla pila di libri che ho accumulato in attesa di “avere tempo” quel tempo che ho sempre rubato sbirciando nella vita degli altri.

Mi sento una stupida, devo ammetterlo. Ma non credo nemmeno di essere la sola ad aver ceduto al canto di sirena dei like dati e ricevuti.

Adesso devo stare in mia compagnia. Dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo e più bella del mondo. Invece sono scappata da me, per troppo tempo, perché, quello che avevo da dirmi, non volevo sentirlo.

La maturità di fronte alle dipendenze, perchè FB come il gambling, crea una vera e propria dipendenza, mi ha dato la forza di vedere che avevo un problema e di prendere il coraggio di staccarmi per un po.

La scienza dimostra come un’abitudine entra nel comportamento dopo sole 3 settimane, pertanto, me ne sono data 4, così, per sicurezza. Un tempo relativamente breve, per rimettere l’uso del social, che pure ha una utilità, nel luogo/tempo che merita. Il giusto.

Adesso devo andare alla ricerca delle persone, di quei meravigliosi esseri umani che popolano la mia vita e che sono fatti di carne ossa sentimenti profumi ed emozioni. Vado a riprendermi la vita.

Oggi è solo il secondo giorno e già mi chiedo cosa sarà del mio weekend. Ho letto che il roseto più bello della mia città è aperto per le visite, sarà l’occasione perfetta per consolare la mia solitudine tuffando il naso nel loro inebriante profumo.

Dio salvi la Pimpra! OLE’! 😀

Pimpra

 

DI TANTO IN TANGO. Milano vale sempre il viaggio. PTM tango marathon

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Ci sono eventi imperdibili nel lungo e infarcito calendario del tanguero che si rispetta. Ci devi essere, ma non perché “fa figo” esserci, ma perché ti fa bene. Al tuo umore e al tuo tango.

Mi pregio della mia terza partecipazione alla maratona di Milano, non credo ne esistano altre, e ritengo che, per i milanesi, sia un punto d’onore far risplendere quella che organizzano. Milano, è sempre Milano: chiede ed offre il meglio.

Come il buon vino, anche questa maratona è cresciuta, si è evoluta non tanto nella impeccabile organizzazione che l’ha, da subito, contraddistinta – e figuriamoci se non era così! – quanto per la ricercata e attenta scelta dei TJ e dei suoi ospiti.

Se è vero che il colore della festa lo crea l’ospite, con le sue qualità di anfitrione, è pure vero che i partecipanti danno il valore aggiunto. E qui non è mancato di certo!

Ho apprezzato, in particolare, l’equilibrato e preciso mix delle età/provenienze dei danzatori che hanno regalato grande tango e grande socialità.

Per la prima volta, non ho percepito, se non in modo infinitesimale, le solite “sette” i gruppetti di quelli “vicini-vicini”, quelli che o tra loro o morte. Certo, gli amici si siedono accanto, è abbastanza naturale, ma non vi erano chiusure agli altri, non le ho proprio riscontrate. Un grande risultato portato a casa dal team PTM. Non è facile dosare così scientificamente le persone e scegliere, tra le tante, quelle con un ottimo livello di ballo (pure sempre di maratona trattasi)  e con una bella dimensione sociale di “apertura” al mondo, agli altri.

Sono stata STRABENE.
Il mio tango è stato appagato degli abbracci ricevuti, la mia Anima delle parole scambiate.

Torno a casa felice, arricchita, con una voglia immensa che urla “ANCORA!”

Grazie PTM friends, siete speciali ❤

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. UN COMPLEANNO IMPORTANTE 10 ANNI DI TOSCA

PIer Andrea Pierini

Tosca è stata la prima maratona alla quale ho partecipato. Ricordo molto bene la sensazione di brivido quando, per la prima volta, venni accettata.

Tosca è, da sempre, la maratona. Ricordo bene quella lontana prima edizione: vi ballavano i migliori tangueros europei, maestri di fama tra gli ospiti danzanti. Un livello stratosferico.

All’epoca ero una “pulcina” e li guardavo con deferente ammirazione, chiedendomi se, mai, un giorno, potessi essere “degna” di partecipare alla Tosca, così come lo erano loro.

Sono passati gli anni e Tosca è cresciuta, in tutti i sensi, fino ad arrivare al rispettosissimo traguardo di 10 edizioni.

Non potevo perderla, non volevo assolutamente perderla. Ho atteso la mia mail “sei IN” con trepidazione, così come accadde all’epoca.

E’ stato un weekend al di là delle migliori aspettative, almeno per me. C’era tutto il profumo di Toscana, dalla meravigliosa villa, sede dell’evento, al cibo che ci trovavamo a disposizione.

Non mi dilungo sul TJ set da urlo e come hanno urlato poi i nostri piedi per il dolore dopo la gioia infinita di ore sfrenate di ballo.

Una maratona perfetta che, una volta in più, ha confermato la sensibilità tutta femminile delle sue organizzatrici che, da donne e da mamme, hanno sputo creare magia.

Di questi tempi non è facile portare avanti, con tanto rinnovato successo, un evento, ed io lo so bene che è pure, in parte, il mio mestiere, ma se ciò avviene, significa aver fatto un lavoro di qualità globale. E così è stato.

Un minimo appunto, solo per dovere di cronaca: il pavimento un po’ troppo scivoloso. Ma è questione assolutamente risolvibile per la prossima, meravigliosa Tosca che ci aspetta.

GRAZIE TOSCHE del mio cuore!

Pimpra

IMAGE CREDIT:  Foto © Pier Andrea Perini (sito: perini.io | facebook: pier.perini | Instagram: /siorp)

Una goccia di poesia nella fragilità di un cristallo

Stamattina era già nell’aria, quel silenzio ovattato e speciale che solo una nevicata regala.

Davo gas allo scooter che poca voglia aveva di condurmi al lavoro, come fosse troppo infreddolito e stanco di questo inverno.

Ma quale inverno, forse abbiamo vissuto una settimana o poco più di freddo intenso, di quello che al mattino ti fa maledire la sveglia, doverti alzare, affrontare la bora pungente che ti accompagna, tendendoti i più beceri tranelli, nel percorso che ti porta in ufficio.

Una settima che si conclude con la più bella delle sensazioni, la neve che fa tornare tutti bambini, anche se in città è scomoda, e lo è di più in una città carica di saliscendi come Trieste. Eppure…

Ho regalato a me stessa del tempo, per tornare a casa prima che il manto stradale mi fosse impraticabile e godere della compagnia delle amate Gattonzole.

Gli animali lo sapevano prima ed ho scoperto che una delle due creature è, per così dire, meteoropatica, stamattina era nervosa, poi, appena i primi fiocchi hanno toccato terra, si è tranquillizzata.

La neve nobilita anche il più triste e squallido dei paesaggi, conferendo una poesia racchiusa nello scrigno di micro cristalli di ghiaccio.

E allora, sai che c’è, torniamo bambini e… tutti a far palle di neve! Olè!

Pimpra

IL PROFUMO DELLA ROSA

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Oggi è un giorno speciale.

Questo è, per me, l’anno che conclude il ciclo del primo ingresso nella grande maturità, la decade che ha segnato l’ingresso negli “anta”, in quella fase della vita in cui, in teoria, le cose avrebbero dovuto trovar compimento.

I bilanci spesso fanno male e, se proprio devo fare il mio, non ho “compiuto” ciò che speravo.

Oggi mi è fatto dono di una giornata meravigliosamente limpida di sole e di vento, di quella tanto amata bora che soffia birichina, gioiosa e libera.

Oggi è il mio giorno speciale. Mi regalerò tempo e una fetta di torta.

E, come scrissi qualche anno addietro “finalmente saprò respirare dentro un vaso colmo di petali profumati e sorriderò ancora”.

A voi tutti, felice giornata degli Innamorati! ❤

Pimpra

 

DI TANTO IN TANGO. QUANDO LE DIMENSIONI CONTANO

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Non ci avevo mai fatto caso prima, ma, nel tango, le dimensioni contano eccome!

Espressioni come un “grande” ballerino o una “grande ballerina, piuttosto che un “grande “evento”, una “grande” sala, un “grande” tj.

Quando ci vogliamo divertire il metro di misura che utilizziamo è sempre quello: GRANDE.

Mi chiedo: ragiono anche io allo stesso modo?

La risposta è: ahimè, sì.

Perché “ahimè”.

Se accettiamo il postulato che le cose piccole sono quelle preziose, che piccolo è bello, che la dimensione più ridotta delle cose fa sì che le stesse vengano pensate, curate, prodotte con più cura, ecco che il “grande” evento di suo, rischia di perdere quell’elemento di qualità che è insito nel “piccolo” evento.

Ma sarà poi vero?

Un piacevole dibattito con un amico che preferisce l’orbita “encuentro” a quella di “maratona”  e che sia pure un “piccolo” encuentro da massimo 120-130 persone, perché, secondo lui, nel piccolo la socialità si esalta, anche se, forse, si può perdere quel bel mix di qualità/livello di ballo che, un “grande” numero potrebbe  – e sottolineo potrebbe – offrire.

Mi ha fatto riflettere: sarà poi vero?

Allora ho fatto un veloce brainstorming sugli eventi a cui ho partecipato e, le mie conclusioni sono che:

  • evento GRANDE, è super wow se e solo se, gli organizzatori hanno due palle così (perdonate il francesismo), ne sanno (ovvero a loro volta hanno partecipato a tantissimi eventi), non sono divorati dal “fare business” ma pensano ai loro ospiti (prima priorità), insomma hanno “mestiere”.
    Va detto che, se l’evento è assolutamente aperto a tutti, come un Festival, ad esempio, tirare le fila della qualità è molto più ostico e bisogna lavorare sulla lunga distanza. Ripenso a quella favola che è stato il Festival di Fivizzano, quello di Mantova, solo per citarne due. Anni di lavoro, di qualità offerta con costanza e caparbietà, fino ad “educare” i partecipanti e, per una strana alchimia, a selezionarli verso il meglio. Non serviva essere già dei super ballerini, ma di certo era necessario avere quella voglia matta di studiare e di confrontarsi con gli altri, di osservare e di imparare. Quindi, nel tempo, questi “allievi festivalieri” sono diventati ballerini di tutto rispetto.
  • evento GRANDE vuole spazio grande, metri quadrati di pista, spazio “sociale”, se si è tanti bisogna potersi anche “incontrare”, magari lo si fa fuori della pista e poi si entra e si mixa piacevolmente ballo e non solo ballo, amicizia, chiacchiere, leggerezza.
    E’ capitato più volte che l’elemento spaziale fosse una variabile trascurata ed è un imperdonabile errore.
  • GRANDE QUALITÀ’ su tutto. Dai signori TJ che con le loro performance firmano e danno colore all’evento. I “musici” non si scelgono alla “cazzomaniera”, solo perché uno costa meno o l’altro era impegnato e metto insieme scarpe e zoccoli che tanto ai miei ospiti va bene tutto. E no! Non è così! Se vado a una maratona mi aspetto una certa particolare onda, lo stesso vale per il mondo milonguero.

    Mi fermo qui, su queste macro aree per non far la maestrina dalla penna rossa che tanto mi sta sulle scatole.

Quindi, per tirare le somme, l’equilibrio migliore dove si trova?

Nel mio mondo dei sogni l’ideale è  un Grande evento curato nei minimi dettagli come se… fosse un piccolo evento! Che, tradotto significa: voglio la moglie piena e la botte ubriaca! 😀

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

 

DI TANTO IN TANGO. La chiamano “maratona” ma hanno inventato qualcosa di nuovo.

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Dentro l’inverno fino al collo, anche se piccole vibrazioni di primavera già sono nell’aria.
Cosa c’è di meglio, per scongiurare malumore e malanni di stagione, se non recarsi in uno dei templi che conosci e fare uno “sciabadah***” lungo un fine settimana, in compagnia delle tue scarpette da tango e di tanti amici?

La stagione del tango si apre, nel ventaglio infinito delle sue proposte, a tutti gli adepti che, dopo il rallentamento invernale (si fa per dire), riprendono vigorosi l’attività di tango trotters.

BTM (Brescia Tango Marathon) è tappa obbligatoria, almeno per la sottoscritta. E’ la terza volta che ci vado e, sempre, torno a casa felice.

Quest’anno c’è stata una nuova alchimia che mi fa pensare a un modo diverso, forse più attuale (?) di vivere/proporre la maratona.

Innanzitutto bisognerebbe cambiarle il nome, perché definire i tre giorni di gaudio tanguero come una maratona standard, non è corretto.

Partiamo dal dato certo: maratona vuol dire un inferno di metri quadrati di parquet.
In questo caso, non ci sono. La location è molto particolare, fatta di più ambienti e la sala da ballo è accogliente e calda, con un’energia tutta sua, perché riflette la grande passione che si vive al suo interno. Il bar raccoglie momenti conviviali e di scambio e poi direttamente in pista.
[Una menzione speciale andrebbe ai barman che si alternano nelle lunghe ore di maratona: coccole alcoliche come se non ci fosse un domani e … beato chi può bere! :-)]

Maratona significa Tj che ti portano in un saliscendi di onde vibrazionali e ti “violentano” di piacere tanguero, sapori forti, impatti musicali ad alta densità ritmico/melodica/emotiva. In questo caso, l’orgasmo tanguero è stato lungo, protratto, denso  e  “lieve” rendendo il godimento meno faticoso.
A momenti sembrava di essere proiettati dentro un “Encuentro” e mentre mi sintonizzavo su quel mood, l’energia cambiava ancora. Un viavai di sfumature e di timbri e di intensità che hanno saputo accontentare i palati di tutti: degli “intimisti”, degli “educati”, dei “coraggiosi”, di “quelli che vanno contro corrente” e di quelli “minni futtu” che tanto stanno bene sempre, a prescindere.

Una scelta coraggiosa, che – confesso il mio peccato- all’inizio mi ha turbato profondamente perché nella testa cercavo altro. Poi però, a ben osservare, a ballare, a starci dentro quella pista, ritengo sia stata la scelta più azzeccata e idonea per lo spazio a disposizione.

Ma, per farti un’idea di quello che succede, basta guardare: tutti con tutti, non ho percepito i “belli” e neppure i “brutti”, e la mirada scivolava lieta e ti rispondevano con un sì e se proprio quella tanda non era destinata a te, prima o poi l’occasione tornava e l’abbraccio lo ricevevi goduto e pieno.

Grazia è la donna dei miracoli, lei le cose le inventa, le prova e vede come va. Ogni nuova impresa comporta qualche rischio, ed è inutile fingere che tutto sia stato perfetto, ma la perfezione è noiosa assai e a noi non interessa.

Compito per la prossima edizione? Trovare una definizione più consona a questo Tango-cammeo.

Olè.

Pimpra

 

NDR: “Sciabadah”= immaginate il cavallo che scuote la criniera, nitrisce di piacere, muove lo zoccolo a terra sollevando polvere perché è contento di ciò che fa o sta per fare. Immagine evocativa altresì definita “SUPERWOW!”

 

 

IMMAGINI E RACCONTI BREVI. L’orologio nero.

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La stanza è molto chiara, un bianco ottico esaltato dalla luce fredda dei neon. Numerose sedie di legno assiepate come soldatini intorno a un centro che non è visibile. Ordine monastico, bianco assoluto, nessun segno che personalizza le pareti, eccetto il grande orologio nero.

Fuori persone dallo sguardo basso, perduto dentro ai ricordi o spento nel piccolo schermo dello smartphone, aspettano. In un attimo, senza segno apparente, questa umanità colonizza la stanza bianca.

Li osservo in silenzio, cercando di leggere la loro storia perduta, i ricordi infranti in un muro di oblio. Guardo i loro corpi tremare, come scossi da una silenziosa energia vibrante.

E quegli occhi.

Dentro lo sguardo di un uomo si legge tutto. Non è questione di verità o di naturalezza, l’Anima sceglie gli occhi come finestra sul mondo.

Nessuno è interessato al suo vicino, tutti contano i minuti.  La democrazia del tempo che li rende uguali.

Il tempo, scandito dall’orologio nero, imprigiona di sé i presenti.

Un uomo prende la parola e racconta il suo inferno. Silenzio.

Energia vibrante si diffonde e ammanta tutti di sé. Qualcuno piange, qualcuno trema di più, qualcuno si copre il volto con le mani.

Osservo l’uomo, mi sta di fronte.

La normalità di chiunque. La banalità di chiunque. L’assoluta unicità di chiunque.

Il suo inferno è passato. La lotta, vinta. Ma, dice, ha paura.

Applausi, lacrime. Commiato.

La vita mi scorre davanti danzando la sua macabra danza, eppure sorrido. Sorrido delle debolezze, della profonda umanità, della vulnerabilità, e di quella sensazione cosciente di essere piccoli eppure immensi allo stesso istante.

Gli occhi, adesso, si animano e il loro movimento è stabile. Sanno dove guardare.

Mi alzo e vado via.

Pimpra

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