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COME PERDERE L’ECCELLENZA: IL CASO DEL BURLO GAROFALO- post di denuncia #malasanità

d9_2_hospital_symbolNon si può sempre tacere ed accettare che le cose migliori che la città ha saputo costruire negli anni, poco a poco, perdano la qualità, il prestigio e il senso che avevano.

Oggi voglio denunciare, e so perfettamente di utilizzare un verbo dalle tinte forti, il degrado dei servizi dell’ospedale pediatrico infanitle della mia città, il Burlo Garofalo.

Premetto che mi duole il cuore ad utilizzare parole tanto dure nei confronti di una struttura ospedaliera amatissima in città. Praticamente tutti i triestini sono nati lì, da generazioni.

La crisi, i riassetti della sanità hanno, purtroppo, minato le basi del duro lavoro dei medici ospedalieri, e di tutti coloro che ruotano nel mondo dell’ospedale, dal personale amministrativo a quello infiermieristico ecc.

La mia esperienza che, purtroppo, è stata confermata dai racconti di altre donne, è che, il trattamento riservato alla paziente adulta, rasenta livelli di intollerabile sopportazione.

Il fatto: dovevo fare un’isterescopia. Un esame banalissimo, di routine.

Tempi di attesa: bibilici. Nel mio caso 2 mesi e mezzo.

Il giorno dell’esame, vengo ripresa dal ginecologo che avrebbe eseguito il prelievo, il quale parte con una manfrina sull’inutilità dell’esame dal momento che, in ragione della mia età, era molto normale avere ciò che avevo e che tanto avrei dovuto prendere degli ormoni.

Resto sbalordita e replico che la mia ginecologa era di opposto parere. Poi, tanto per farmi sentire a mio agio, mi preannuncia che avrei provato parecchio dolore e che, non avendo io avuto figli, l’esame era piuttosto difficoltoso da eseguire. Il tutto brandendo un aggeggio che sembrava un kalasnikov…

Temendo il peggio, stoica, ho replicato che il dolore l’avrei saputo gestire ma che facesse il prelievo.

A onor del vero, siccome la tensione tra il medico e me era palpabile, le infermiere dello staff, hanno cercato di tenermi tranquilla ed io, onde evitare di attivare tutti i muscoli del mio corpo, ho deposto le armi dialettiche, replicando con battute di spirito che hanno fatto sorridere il cerbero ginecologo.

La morale della mia storia è che, quel qualcosa va tolto e che, la sottoscritta, si è ben guardata dal tornare nell’ospedale della sua città, dove sono nati quasi tutti i triestini, preferendo “emigrare” nel vicino centro ospedaliero di Monfalcone.

Ho creduto di essere sbarcata sulla luna: personale gentilissimo, disponibile, struttura in perfetto ordine, il primario (addirittura!) che mi ha trattato come la più importante delle pazienti.

MORALE e poi smetto:

se una persona SCEGLIE o si trova a lavorare nella sanità, che sia il primo gradino della scala o il gotha dei professoroni, HA OBBLIGO  di tenere sempre a mente che le persone che DEVONO per qualche ragione frequentare la struttura, NON STANNO BENE.

Pertanto, non hanno nessuna voglia/desiderio/forza di sopportare/supportare le frustrazioni di coloro che, all’ospedale, ci lavorano. E so che sono tremende, e difficili da gestire, ma NON VANNO MAI RIVERSATE SUL PAZIENTE.

Perchè, se il mio spirito di sopportazione è basso o è diventato basso, DEVO cambiare mestiere dal momento che la mia professione E’ e RIMARRA’ sempre UNA MISSIONE.

E con questo, passo e chiudo.

Pimpra

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DONNE, PROFESSIONI E TACCHI

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Quest’oggi, mentre transitavo da un piano all’altro della gabbietta, sono stata letteralmente folgorata dal tacco 12 di una ospite del palazzo.

Qui da me, spesso accade che si svolgano eventi di rappresentanza, ed oggi era un giorno di questi.

Dallo stiletto risalgo alla gamba e su su fino ad avere la visione completa dell’insieme. Un abito nero ben segnato nei punti giusti, issato su un paio di stabilianti decolleté dal tacco altissimo.

Oggi ospitavamo la categoria “legulei” in svariate declinazioni: avvocati, magistrati, consiglieri, praticanti, professori… insomma la variopinta umanità che ruota attorno al macrocosmo della “Legge”.

A parte il solito abito da lavoro degli uomini, su cui non mi soffermerò (benchè ci sarebbe, comunque, tanto da dire), sono rimasta colpita dalle calzature sfoggiate dal gentil sesso.

Tutti voi conoscete la mia passione radicale per i tacchi, i tacchi a stiletto, per la precisione, quelli aguzzi, affilatissimi, sottili e pericolosi. Li adoro. Venderei la macchina per potermi permettere un paio di Louboutin. Un paio a settimana. 🙂

Ciò detto e premesso, le signore presenti mi hanno inondato di non poche perplessità.

Ho notato che, brutte o belle fossero, tutte indossavano scarpe da capogiro (anche per l’altezza!). Adirittura fuori contesto tanto erano eleganti e/o evidentemente da sera.

Molto spesso le ho viste traballare e avere un portamento non precisamente da danzatrici classiche ma, loro, se ne fregavano assai di ciò. L’importante era svettare, elevarsi, farsi notare, rubare gli sguardi.

Non posso negare che le ho pure invidiate un po’, perchè, in sala, ho visto più d’una suola rossa…

Nello stesso momento mi ponevo una domanda: “Come mai, dai tempi dell’Università le studentesse di legge erano sempre le più fighe di tutte, quelle tiratissime (e che se la tiravano anche…) a dispetto di tutte le altre?”

[Per inciso quelle di lettere erano considerate ottimo territorio di caccia, ma più per il concetto che a lettere i “costumi” erano più lassi ovvero vigeva l’allegro motto del “darla_via” (e di non doverlo nascondere che la vita è bella e va vissuta pienamente)].

A ben pensarci, non credo che le future avvocatesse, notaio, magistrato lo fossero meno, zoccole, intendo, solo che, nel loro caso, vigeva il codice d’onore del darla_via “segretamente” e – così i malevoli vociferano – solo a quelli da cui poter ricavare un qualche vantaggio. Ma si sa queste sono dicerie di campanile, perciò lasciano il tempo che trovano… 🙂

Tornando all’oggi, eppure mi chiedo, dove risieda il bisogno di “esagerare” così tanto, di manifestare una femminilità talmente eccessiva da essere quasi violenta.

Che sia per far paura ai colleghi maschi, incutendo in siffatta maniera, una sorta di rispetto professionale che, altrimenti, non sarebbe altrettanto riconosciuto?

Perchè, le signore, più che “normali” professioniste, davano la sensazione di essere delle tigri appena uscite di gabbia.

Belle, ma tremendamente pericolose.

Quindi, donne all’ascolto, adesso guardatevi i piedi e ditemi che cosa indossate. Da lì saremo in grado di capire il vostro livello di prestigio sociale, di volontà di emergere,  di realizzazione professionale, l’aggressività presunta o latente,  e un sacco di altre cose belle!

😉

Pimpra

FILOSOFEGGIANDO

freedom

Se osservo la mia vita in questo particolare momento storico, intravvedo, ben definiti, i contorni di un ossimoro esistenziale.

Da un lato immobile fissità, dall’altro liquido instabile e ondeggiante.

Cosa preferire? Dipende.

L’età adulta, lo ammetto, mi ha fatto un grande regalo: affronto con più sobrietà, meno pancia, più distacco, le tempeste della vita.

Ovviamente non sono diventata una piccola Buddha, la pancia duole e le emozioni furoreggiano ma, il loro effetto è molto, molto, più lieve e meno duraturo del passato.

L’età, se ben vissuta, regala una saggezza del corpo e della psiche, volta alla sopravvivenza.

La saggezza è materia che si deforma come un elastico: prende nuova forma quanto è messo in tensione per poi tornare alla sua dimensione naturale nonappena il fenomeno passa.

Così noi adulti. Così alcuni di noi adulti.

Mi ci metto, in questo gruppetto, perchè – vivaddio! –  ho imparato la mia leziuncella.

Non mi oppongo più, non mi incazzo più (di tanto), gestisco la delusione in tempi molto più brevi e, soprattutto, non lascio che questa provochi su di me, ferite insanabili.

Tutto passa.

Anche lo sguardo sulle cose cambia, perchè la via è che “se non li puoi cambiare, devi cambiare tu”, quindi si modifica la rotta, il punto di vista, si abbatte ogni eventuale aspettativa e ci si adatta allo scenario perchè, ed è qui la soluzione all’esistenza, nella vita bisogna andare a cercare la qualità.

Se uno/a è guerrafondaio allora è giusto che si metta l’elmetto e combatta per raggiungere i suoi obiettivi (lavoro, vita privata, affermaizone personale…), al contrario, se la scelta di vita è improntata alla ricerca consapevole e armoniosa del “proprio tempo libero”, sicuramente la posizione da tenere sarà diversa.

L’ho imparato, dopo l’ennesima fucilata alle spalle, dopo l’ulteriore calcio in culo, che ciò ce conta per me è, in assoluto, il mio “privato”. Il mio spazio/tempo di cui sono custode incontrastata, dove nessuno può avere le chiavi d’accesso.

Il mio tempo, in fondo, rappresenta la quantità totale della mia libertà. Ed ho tutte le intenzioni di difenderlo!

STICAZZI.

 

Pimpra

IMAGE CREDIT: PIMPRA_TS

SONO FINITI GLI ABBRACCI

image credit: Claudio VisintinIMAGE CREDIT: Claudio Visintin_Borgoricco

Torno da una milonga – graditissima – dove ho finalmente, liquefatto la suola delle scarpette.

Musica dal vivo strepitosa, la bella atmosfera di un luogo familiare, i sorrisi degli amici che non vedo oramai quasi più e il tango che amalgama, mixa la bella gente che partecipa alla festa.

Ho ballato con una variopinta sfumatura di umanità maschile, da quelli malati di tango a coloro che lo vivono in una dimensione meno eccessiva, dagli esperti a quelli che hanno meno chilometri sulle gambe.

In tutto questo bel caleidoscopio, sono stata molto colpita da un – nuovo per me –  fenomeno.

Sono finiti gli abbracci.

Questi uomini, non sanno o non vogliono più “abbracciare” la ballerina. Ora, non intendo dilungarmi con un lunghissimo pippolotto su cosa significhi “abbracciare”, il web è popolato su discorsi a tema e non mi aggiungerò al coro.

Per me è stato un piccolo choc, una grande delusione, in primis “esistenziale”.

Se danzare, nella moda corrente, significa porgere il tocco di una mano, un abbraccio finto o virtuale in nome di una dinamica che si vuole il più possibile vorticosa, ecco, c’è qualcosa che non mi quadra più.

Non passa l’emozione. E, anche il tango, diventa una speciale “performance” dentro una sorta di “trance ritmica” nella quale le altre sfumature vanno perdendo colore.

Ricordo nel mio viaggio in Argentina dello scorso anno che i maestri insistevano molto sul punto “abbracciami”, dopo che – a mio modo di vedere europeo – non era immaginabile abbracciarli più di così… invece il modo c’era, e, nell’esatto istante in cui loro “abbracciavano” me, passava una speciale scintilla che illuminava il tocco e il tango si animava di magia.

Io non ballo con gli argentini o, se lo faccio, accade troppo di rado, io ballo con i miei conterranei. I miei conterranei non mi abbracciano più e, quando a me viene naturale di farlo, capisco che non è più cosa gradita.

E mi chiedo:

  • sono vecchia e si sentono a disagio?
  • abbraccio in modo troppo intenso e loro non “tengono botta”
  • copro la loro visibilità e/o credono che, così facendo, metta le radici nel pavimento e non mi muova più?

So che resteranno interrogativi senza risposta.

Nel frattempo devo solo decidere se uniformarmi o mantenere viva la mia passione per questa danza straordinaria, continuando – nell’abbraccio –  a mettere la mia anima a nudo. Perchè farlo, a me, non fa paura…

STICAZZI.

Pimpra

 

QUANDO SI INCONTRA UN VERO “MAESTRO”

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Ricordo ancora di un corso all’Università dal tema “La letteratura di viaggio”.

Da allora ho sempre favoleggiato di avere la possibilità di incontrare un personaggio di quelli che, nella vita, sanno come lasciare traccia di sè.

Non ho mai pensato ad una avventura sensuale da consumarsi nella tratta Parigi – Venezia e poi non vedersi più, ma qualcosa di diverso, qualcosa che mettesse in campo pensieri e sentimenti, visioni e coraggio.

Dopo non so quanti anni sono stata accontentata.

Trafelata dalla mia settimana lavorativa che non ha visto uno stop, finalmente prendo posto sul treno che mi riporterà a casa.

Accanto a me un signore agé, davanti a lui 4 quotidiani, le fotocopie di un articolo scientifico in inglese,  la rivista “Scienze”, un blocco degli appunti e una penna dozzinale.

Lo osservo di nascosto mentre sono affacendata a sistemare i miei bagagli.

Capisco immediatamente che deve provenire dalla mia terra: benchè in abito scuro, non ha quella ricerca estetica formale che è una caratteristica di punta degli uomini del nord ovest. Lui è più scarno, l’abito non è un biglietto da visita che gli interessa.

La calligrafia veloce e lanciata del suo tratto, scorre sul blocco degli appunti. A momenti si ferma a riflettere e poi riprende a scrivere.

E’ uno scienziato. Riconosco certe formule e poi l’articolo che sta leggendo, lo afferma chiaramente. Siamo nel campo della cardiologia.

Al mio ritorno dal caffè, vedo che ha scelto il mio posto sul corridoio e, gentilmente, gli chiedo di spostarsi. Lo fa scusandosi e sorridendo con gli occhi di un celeste chiaro.

Lo osservo meglio e mi permetto un “Mi scusi ma lei è forse il prof. XXX?” mi risponde “Sì, sono io, ma lei come fa a conoscermi?”

“Perchè lei è un personaggio molto famoso, un medico di chiarissima fama”.

Iniziamo in modo naturale, spontaneo e piacevolissimo, una conversazione che ho preso come un vero dono del cielo. Il mio vicino è una persona che definire brillante, illuminata e, ancora mentalmente, incredibilmente giovane, è dire poco.

Ho apprezzato l’umanità, l’amore indiscusso per la professione medica, per la ricerca, per la vocazione verso una tra le professioni più difficili e il senso di condivisione che lo hanno sempre contraddistinto.

Un uomo così, a prescindere dal campo di interesse professionale e umano è colui che definisco “Maestro”, una di quelle persone faro e luce per gli altri, un pioniere, un esploratore e un maieuta.

Ci siamo salutati con una gran stretta di mano e tanta ammirazione da parte mia.

Nella mia valigia di esperienze adesso c’è anche questa frase:

“Nella vita è importante esprimere la propria opinione. Essa va esposta motivandola  e dimostrandola chiaramente e, per questa ragione, difendendola con altrettanto vigore. Il modo in cui la si esprime è importante, ma rimane fondamentale essere coerenti alle proprie idee, ai propri ideali e a se stessi. E, poco importa se si sta antipatici a mezzo mondo. Prima o poi incontreremo chi ci saprà apprezzare per questa nostra caratteristica.”

Avevo i lucciconi quando raccontava della stima che tutt’ora lo lega ai suoi allievi/discepoli a come sono rimasti in contatto e a quanto egli sia orgoglioso che i suoi “figli” abbiano superato il padre.

E’ confortante sapere che, in questo mondo inquinato dalla falsità, dall’ipocrisia, dall’egoismo, esistano ancora illuminati “Maestri”.

Pimpra

Se siete troppo curiosi per resistere… qui.

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LE NUOVE SCHIAVITŪ

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Sono in vacanza da qualche giorno, mi godo il monsone, carico di abbondante pioggia che questo clima oramai  impazzito, ha il piacere di donarci.

Un pò mi sono incazzata, per il resto arresa al volere della natura.

Tra una sessione e l’altra di palestra, un sonnellino, una chiacchiera, una tanda non sono mai uscita dalla mia galera quotidiana.

Ero fuori solo con il corpo, ma dentro con tutta la mente, le emozioni, le incazzature, l’ansia e la frustrazione.

Il perchè è presto detto, in mia compagnia l’onnipresente smartphone. E tu vedi l’icona delle mail e che fai, ignori? Certo, così dovrebbe essere dato che, nell’ingranaggio, sei solo un micrometrico dentino di una ruota ben più grande. Invece, conscia che i casini sono come la gramigna che germina anche sulle rocce, l’istinto di sapere di quale morte morirai al tuo rientro, fa sì che leggi e sai per filo e per segno ciò che sta accadendo. E poi ti telefonano, ignari o insensibili del tuo tempo libero.

Alla notte, invece che perdermi in dolci sogni, la mia mente continua ad elaborare, a vedere le carte, a immaginare come risolvere situazioni, come rispettare scadenze. Come se la mia persona, la mia presenza fossero strategiche e di vitale importanza per l’apparato che mi inghiottisce ogni giorno.

Così non è, ovviamente, perchė, in quel caso, godrei delle meritate stellette che, invece, nessuno vuole concedermi. Io, come tantissimi altri, sono un efficacissimo cavallo da tiro, di quelli con le zampe grosse e il corpo tozzo, quelli che non sono belli da vedere, che non vanno esibiti nelle cerimonie ufficiali, senza il lavoro dei quali però, non esisterebbe cerimonia.

Allora, la carota che ti danno è a base di tecnologia, per essere sempre connessi, illudendoti che ti te hanno stima ed è quello un primo modo che hanno di riconoscertelo.

Invece ti mettono dentro a una nuova gabbia, dalle sbarre più strette perchè invisibili e te la mettono direttamente dentro la testa.

Sono queste le mie vacanze, passate a cercare di “staccare la presa del cervello” senza riuscirci, a maledire la mia vita attuale che rappresenta la commedia della morte di tutti i miei sogni.

STICAZZI.

Pimpra

IL TEMPO DEL RACCOLTO

boccioli di fiori di albicocca

Mi chiedo quante delle persone che conosco siano state cresciute sotto imperativi morali quali: “Dovere *** è potere”, “Chi fa da sè, fa per tre” e via andare… per farla breve, chi ha avuto genitori che, invece di viziare, coccolare, accudire fino all’inverosimile il loro pargolo, hanno ben pensato di metterlo – da subito –  al corrente che la vita è meravigliosa, ma piuttosto dura.

[*** un interessante refuso, la frase corretta è: “Volere è potere”]

L’avete capito, a me, l’hanno insegnato da subito. E la vita, ci ha messo del suo a farmi entrare il concetto per bene in mente. Nessuno sconto, nessuna corsia preferenziale, nessuna spintarella…

Ed eccomi qua, adulta fatta, ad affrontare, a viso aperto, la mia vita. Come una barca a vela fende le onde del mare che ama, ma che teme, che è amico, ma non sempre.

A forza di zappare, arare, pulire il mio campo, posso dire – finalmente – di vedere qualche micrometrica gemma, minuscoli germogli di vita che stanno spingendo le zolle per uscire e godersi i raggi del sole.

Una fatica demenziale (a volte), un sacrificio assurdo, ma, con calma i risultati stanno arrivando. Quando qualcuno che ti ha visto all’opera ti dice “io voglio lavorare con te, perchè ho stima di come fai le cose, di come gestisci le situazioni”… e, aggiunge, chiedimi aiuto per tutto quello che ti serve. Sarò felice di spendere una parola per te.

Ecco, il giorno in cui ciò accade, ti guardi le mani ancora sporche di terra, il vestito impolverato e i capelli in disordine sotto il cappello di paglia, e dici “finalmente, comincia il tempo del raccolto”.

E i scarifici fatti fino a qui, il sudore e le lacrime, forse non sono stati per niente… e, tutto sommato, ringrazi i tuoi vecchi per averti insegnato a lottare, sempre, fino in fondo.

Adesso aspetto la mia primavera e scommetto che sarà piena di colori.

[STICAZZI SE ME LA MERITO!] 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ANTI-AGE

MOVIMENTOE’ un periodo che non sono in armonia. Che significa che il dentro e il fuori sono come una scarpa e uno zoccolo messi insieme: una cacofonia.

La testa è presa da mille ragionamenti, decisioni da prendere, tanto lavoro anche potenzialmente stimolante ma ancora nella sua fase più embiornale, caotica, quindi stressantissimo.

Il risultato di tutto questo è che si riflette sul corpo imprimendogli una incredibile stanchezza, una forma di spossatezza difficile da definire.

Quando mi allenavo seriamente correndo come una pazza, alla fine della sessione ero un cadavere, ma la fatica durava il tempo di una doccia ritemprante che poi, alla crema per il corpo, già mi sentivo tutta quanta ringalluzzita.

Perchè quella era stanchezza positiva. Poi, più ci si allena con costanza, più il recupero va a regime e si sta solo e semplicemente BENISSIMO.

Altra è, invece, questa privazione di energia dovuta allo stress. E’ un demonio che entra nella mente e s’insinua fin dentro la più remota cellula. E mangia, mangia tutto ciò che trova: allegria, energia, concentrazione, sonno, desiderio… tutto.

Credo che sia un fenomeno noto a noi tutti , amplificato dalle difficoltà che, praticamente ognuno, sta vivendo nel suo quotidiano, non fosse altro che per mandare avanti la baracca.

Che fare?

Il mio rimedio l’ho trovato, ed è sempre lo stesso da quando ho imparato a camminare: muovermi, fare “sport”, andare in palestra, farmi salire le pulsazioni, aumentare la frequenza del respiro, sudare, ballare.

E’ come se mettessi tutta me dentro la lavatrice e la facessi andare, ciclo dei bianchi, 60°, due ore di lavaggio, centrifuga a mille giri.

Esco sconvolta, trasfigurata, inguardabile (non troverò MAI un fidanzato in palestra!!!), ma con un profondo senso di pace, con una connessione ritrovata verso di me, sia dentro che fuori.

Credo che sia questa la risposta che dobbiamo darci per combattere l’invecchiamento. Non si invecchia perchè il volto si segna di esperienza, invecchiamo perchè perdiamo quella fresca gioia del fare, dell’essere attivi.

Mi stupisco quando, per strada, incontro coetanei che non vedo da tempo e che ricordo giovani, scattanti e arzilli e ritrovo invece grigi, imbolsiti, “pesanti”.

Non permettiamo al tempo di aggredirci così.

SIGNORE E SIGNORI: TUTTI A MUOVERE IL CULO!

Sticazzi! 🙂

Pimpra

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IMAGE CREDIT: DA QUI E DA QUI

PERCHE’ IO VALGO.

frasi personaggi cugino itVe la ricordate quella pubblicità di l’Oreal che aveva come claim “Perchè io valgo!”?

L’ho sempre trovata irritante, la patatona di turno che scuoteva la lunghissima chioma ammiccando in camera per dire la supercazzola “Io valgo”, istigava in me voglia di tirarle sberle. Ma che cavolo di frase è?

Ebbene, oggidì, quelle parole, quella frase, sono state la mia forte motivazione per esprimere certe mie idee ai piani alti. Eh sì, perchè, come insegnava la nonna Carla, “Se non si chiede, non si ottiene” o, per farla più filosofica, “Qui timide rogat, docet negare” (Seneca, Fedra, 593-94), bisogna tirare fuori il leone che sonnecchia dentro di noi se vogliamo alzare la testa dal pavimento dove ce la fanno stare.

Non serve essere arroganti, saccenti, presupponenti, esaltati, è sufficiente avere ben chiare in mente le proprie qualità, le abilità. Insomma, essere convinti del prodotto che stiamo cercando di piazzare sul mercato.

Non so come andrà a finire, di sicuro mi ha fatto bene all’animo, ho fatto la mia dichiarazione di intenti, ho delineato lo scenario, ho fatto vedere che la mia testa non è solo attaccata al collo per far dondolare la coda di cavallo, ma la uso anche per pensare, per progettare.

C’è da augurarsi che, dall’altro lato, chi ascolta abbia voglia di farlo, e che, una volta colto il messaggio, abbia l’interesse di agire.

Ma questo solo il tempo saprà dirlo.

Nel frattempo, esorto le mie lettrici donne, di AVER BEN PRESENTE IL LORO VALORE. Quello vero, quello intrinseco che non è fatto di belle tette o di un bel culo, ma di capacità, di talenti, di intuito, di intelligenza creativa.

A tutti dico “Vogliamoci bene!” evitiamo di fare la guerra a noi stessi, vedendo sempre il nostro bicchiere piccolo, vuoto e sporco e tutta la bottiglia di champagne dentro la coppa del nostro vicino.

Volgiamo uno sguardo amorevole e sincero verso noi stessi e, chissà, magari qualcuno di lassù (dai piani alti alle immensità del cielo stellato) forse ci darà ascolto…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

CONOSCI TE STESSO

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Ricordo perfettamente la lezione di filosofia del compianto professore che, il solo, all’epoca credette nelle mie capacità di pensare. Pace alla buona anima del prof. Roberto Calafati che mai dimenticherò.

Ho ancora davanti agli occhi il suo sguardo triste quando, conclusa la maturità, gli dissi che no, non avrei studiato filosofia ma lingue. Fu veramente dispiaciuto e me lo disse.

Ci sono persone che non si dimenticano e, nella mia formazione giovanile, un posto lo detiene per sempre il mio amato professore. Che all’epoca, in verità, non sapevo di amarlo, l’ho scoperto poi.

Burbero, per nascondere una grande timidezza, sempre vestito con una giacca/maglione blu, marinaresca e di ottima fattura. Per tutti gli anni del liceo. La sua divisa esistenziale, direi, la sua armatura verso il mondo e verso di noi, suoi giovani e spensierati allievi ben poco attenti alle sue lezioni di storia e di filosofia.

Lo vedo ancora camminare intorno all’aula, la mani conserte dietro la schiena, una voce pastosa frutto delle centinaia di sigarette fumate, mentre dissertava su Talete o su Hegel. Un piacere, per me, che mi perdevo nei suoi ragionamenti e annotavo, ligia, gli appunti.

La filosofia mi piacque da subito, rimasi affascinata dalla dialettica del pensiero che, nel corso dei secoli, distendeva i suoi ragionamenti sui massimi sistemi. La filosofia non si memorizza, si vive sulla propria pelle, entra a far parte della nostra vita come una trancia di DNA.

Ricordo l’illuminazione esistenziale del celeberrimo motto iscritto nel tempio di Apollo a Delfi, quel “Conosci te stesso” che, ora come allora, mi accompagna nella vita.

In questa ricerca, come Diogene, sperimento ogni sorta di sistema per andare più a fondo, nei meandri di me, e provare a comprendere me stessa e il mondo.
E, la sfida più grande, cercare di imparare dalla serie infinita di errori che ho fatto fin qui.

Ieri il mondo era grigio. Oggi ho armato la mia conoscenza di “prospettiva”, di “visione laterale”, di “bisogno costruttivo”. I colori sono tornati.

Amen.

Pimpra

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