LE AVVENTURE DELLA PIMPRA. Summer 2021

Un’estate che definisco strana. Sembra quasi tutto normale ma sappiamo bene che non lo è, una gran parte delle nostre vite precedenti sono e restano ancora come congelate.

Abbiamo imparato a convivere con strane regole, ci adattiamo a nuovi modi di vivere il nostro tempo libero in un regime che definirei di semi libertà.

In tutto questo la vita va avanti, come se nulla fosse.

Venerdì pomeriggio, palestra. Praticamente vuota, situazione ideale: i macchinari sono liberi, non ci sono fastidi, odori molesti, gente che intralcia. Penso che sono diventata una selvaggia asociale, ma tant’è.

Parto con la prima serie di esercizi, sto per iniziarne un’altra mentre lascio la postazione a un ragazzo che conosco di vista, frequenta anche lui lo stesso luogo, più o meno ai miei orari.

Per la prima volta mi saluta chiedendomi come va.

Tolgo le micro cuffiette e gentilmente rispondo “Tutto bene grazie, fino a quando potremo continuare a venire qui” aggiungo “bene anche tu mi sembra” .

“Sì infatti” risponde il giovane. Un volto dai lineamenti delicati, elegante nei modi, riservato, un bel fisico fresco, asciutto e armonicamente muscoloso. L’avevo notato nella massa dei giovinetti che pompano i muscoli, menando vanto dei pesi sollevati e delle incredibili performance tra le lenzuola. Lui mai, sempre in disparte, in silenzio ad allenarsi, come me.

Rimetto le cuffiette, faccio per recuperare il cellulare e, come per magia, non lo trovo più. Deve essere lì, era accanto a me durante l’esecuzione dei primi esercizi, non posso averlo messo altrove. Guardo, cerco e nulla, come fosse sparito.

Il giovane capisce che qualcosa non va e mi porge il suo cellulare, iphone di ultimissima generazione, dicendomi di chiamare il mio numero, cosa che faccio e, incredibile, il cellulare era esattamente alla base dei miei piedi. Lo vedo, rido, ringrazio per l’aiuto, rimetto le cuffiette e continuo l’allenamento.

Tra me e me penso a quanto sono accecata, decretando che, la prossima volta, mi tocca assolutamente mettere le lenti a contatto (che non sopporto).

Doccia, vestizione e scappo a casa. Nello spazio antistante agli spogliatoi, il giovane sta armeggiando con il cellulare, saluto con un ciao e mi avvio.

Girato l’angolo, già in sella allo scooter lo rivedo, mi avvicina e mi chiede dove abito. Resto basita ma, come un automa, rispondo. Poi mi chiede se sono libera.

“Cosaaaa?” mi esce una faccia a forma di pesce con occhi a palla. Ma che domande sono, non conosco neppure il suo nome! Rilancia immediatamente dicendomi che non parla bene l’italiano, me ne ero accorta, al che chiedo di dove fosse. Kossovo, risponde.

Nella mia immaginazione era uno dei tanti studenti che frequentano la palestra, oppure un giovane professionista, e niente, invece mi dice che ha una ditta di costruzioni. Traduco nella mia testa pensando che lavora in una ditta di costruzioni.

Rilancia immediatamente facendomi una domanda così diretta da arrivamrmi come una sassata in faccia “Posso venire a casa tua?”

EEEEEEEEH?????????!!!!!!!!!!!!

Trasalisco imbarazzatissima, non so se incavolarmi a morte o ridere. Istintivamente mi viene da ridere perché reputo la situazione assolutamente surreale.

“Certo che non puoi venire a casa mia, ciao eh”.

Accendo il motore e parto. Lui si avvia con le pive nel sacco.

Alla sera, mi chiama per 3 volte. Non solo ardito ma pure stalker. L’ho bloccato e via.

Estate 2021 modalità ON.

😀

Pimpra

IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

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QUANDO GETTARE LA SPUGNA?

FONTE WEB

Perché questo curioso titolo? Frutto di una riflessione che mi corre dietro da parecchio.

Arriva un momento, nella vita di ciascuno di noi, in cui dobbiamo cedere il passo e ammettere che facciamo parte di una generazione che appartiene al “passato”, a un tempo che ha … esaurito il suo tempo?

Non è questione di giovani contro vecchi ma proprio di generazioni che sono, oggettivamente, molto distanti.

Cerco di spiegarmi meglio.

Credo che più o meno tutti noi, con diversi livelli di intensità/partecipazione, utilizziamo/siamo presenti almeno su un canale social, quale che sia. Dall’ormai obsoleto Facebook alle più gettonate piattaforme giovanili, penso a Tik Tok, solo per citarne una, esistiamo, o comunque guardiamo stories e immagini su Instagram, seguendo diverse persone, brand, gruppi. Per non parlare dello scambio di notizie su Twitter, dell’uso smodato di watsup e telegram.

Un mondo fatto di finestre senza tende, sulle quali chiunque può affacciarsi, interagire e, altrettanto chiunque può mostrarsi.

Non mi interessa dire se la cosa sia positiva o negativa, osservo però che questo particolare modo di stare al mondo, anche virtuale, ha dato un’accelerata impressionante alla differenza che si crea tra le generazioni.

Dai nostri genitori che da non molto hanno imparato ad utilizzare le chat di watsup, con fatica, perché quell’oggetto che si chiama smartphone è ancora abbastanza misterioso, a noi, generazione X che ci sentiamo ancora in sella su questa “modernità”, ma cominciamo a fare molta fatica. Almeno questo è quanto accade a me, sarà che non ho figli.

Seguo, su più canali social, persone/personaggi di variopinte provenienze geografiche ed anagrafiche, oltre che di diverse estrazioni e professioni, resto molto impressionata dalla quantità di immagini/video/storie contenuti che producono, instancabili, convinti, nel duro lavoro di aumentare la community che li segue, magari cercando anche di guadagnarci, dopo aver visto soddisfatto il narcisismo innato di ricevere moltissimi “like”.

Questi giovani, molto moderni (intendo le generazioni Y “millenials” e Z ), sono instancabili, vivono una realtà dentro la loro finestra virtuale, e si esprimono, e raccontano, e commentano senza sosta, a testa bassa, convinti.

Non sto criticandoli, anzi, li ammiro. Dedizione, inventiva, quell’energia legata alla giovane età, il sogno, l’immaginazione sul proprio futuro. BRAVI dico.

Poi guardo me, i miei profili social, e mi rendo conto, senza dubbio alcuno, che si percepisce benissimo la mia diversa età, il mio modo di comunicare che predilige ancora la parola scritta al video o alla storia (non ho ancora imparato a fare un montaggio decente!) e mi faccio la fatidica domanda: non è giunto il momento di ritirarmi, di farmi da parte, di smetterla di correre dietro alla modernità che non è più mia?

Arriva il momento in cui si smette di parlare e si inizia ad osservare in silenzio, perché la maturità suggerisce che è il tempo di fare spazio.

Dall’altra parte però penso che è bello mantenere viva la curiosità di capire come evolve il mondo, come le persone interagiscono tra di loro, di che cosa amano conversare, quello che condividono, le passioni, gli interessi. Poi, non tutto risuonerà interessante o utile, di questo ne sono sicura, ma sarà comunque un modo per “stare al mondo” o, almeno “corrergli dietro”.

La domanda che mi pongo è questa: la spugna va gettata prima o poi?

Chissà cosa ne pensate.

Pimpra

SIX.Q intervista con il professionista. ALESSANDRA JANOUSEK Professional Organizer

Sarà accaduto anche a voi di provare una sorta di disagio, un’emozione negativa non ben identificata, entrando nel vostro ufficio o, peggio, nella vostra casa.

Ambienti che normalmente avete sempre percepito come amici, luoghi nei quali vi sentivate a vostro agio che ad un certo punto, diventano ostili.

Se siete tra coloro che si sentono così, dovreste valutare di farvi aiutare a risolvere il mistero di questa sensazione di disordine da un professionista.

Ho il piacere di proporvi la SIX.Q di oggi con una Professional Organizer, figura ancora poco conosciuta in Italia che può aiutarci a trovare soluzioni organizzative alla nostra vita quotidiana.

Il vantaggio di affidarsi a un professionista qualificato è apprendere il metodo e farlo diventare parte della nostra routine quotidiana, così, senza sforzo, le attività della nostra vita lavorativa e personale diverranno fluide e lievi donandoci un benessere che avevamo dimenticato.

***

SIX.Q INTERVISTA AL PROFESSIONISTA.

1. Alessandra Janousek è una Professional Organizer possiamo intuire di cosa si tratta, vuoi chiarire meglio in che cosa consiste la tua attività?

La mia attività di Professional Organizer consiste nell’affiancare chi chiede il mio supporto nella propria organizzazione personale, con l’obiettivo di ottimizzare la gestione delle proprie risorse in vari ambiti (privato/personale, domestico, lavorativo), per acquisire maggiore consapevolezza dei propri spazi, energie e relazioni, e migliorare il proprio stile di vita e la quotidianità.

L’organizzazione è una competenza che può essere appresa e affinata e nel mio lavoro, con strumenti organizzativi su misura per ciascuna esigenza, accompagno le persone nel loro percorso di alleggerimento e benessere, in particolare nei momenti di transizione.

La figura del Professional Organizer (non esiste una denominazione ufficiale in italiano, ma si può rendere come professionista/consulente dell’organizzazione) è diffusa da molti anni all’estero, in particolare negli Stati Uniti, dov’è nata, e in Nord Europa. In Italia si sta diffondendo, e dal 2013 opera l’Associazione Professional Organizers Italia (APOI), di cui faccio parte.

Io ho scelto di occuparmi in particolare di quella che io definisco l’“arte di governare la carta”, e il mio cavallo di battaglia è la riorganizzazione di archivi, biblioteche e documenti.

Mi occupo inoltre di assistere le persone in particolare dopo un lutto, nella malattia, nella terza età o a causa di eventi importanti, quando affrontare adempimenti e ricordi è ancora più impegnativo e la necessità di alleggerirsi diventa prioritaria.

Nel frattempo, mi sto specializzando in disorganizzazione cronica e disturbo d’accumulo, ambiti molto specifici.

Esistono molti altri ambiti di intervento: domestico, gestione familiare e bambini, pubblica amministrazione, gestione del tempo.

Quest’ultimo punto in realtà è molto trasversale ed è un elemento importante che emerge spesso: riorganizzare le proprie risorse si traduce spesso in un notevole risparmio di tempo (e anche di denaro!).

2. Il mondo moderno è caotico per definizione, come interviene e quali vantaggi reca nella nostra vita l’intervento di un Professional Organizer?

È proprio perché il mondo moderno è così caotico, che è emersa l’esigenza di un professionista che si occupa di organizzazione personale!

Il Professional Organizer entra nella vita delle persone, osserva con rispetto le modalità di “azione” e di gestione del quotidiano, instaura un rapporto molto stretto di fiducia, e opera nella massima riservatezza, proponendo soluzioni organizzative personalizzate. APOI assicura inoltre che i propri associati aderiscano al codice etico.

Solitamente si inizia con un sopralluogo e un colloquio conoscitivo, si definiscono con il cliente gli obiettivi dell’intervento, si formula una proposta di piano d’azione e un preventivo. Successivamente si procede con l’intervento vero e proprio, che è sempre svolto in stretta collaborazione con il cliente.

I vantaggi che si ottengono con l’intervento di un Professional Organizer sono molteplici: l’acquisizione di metodi e strumenti di risoluzione per mantenere i benefici dell’intervento, che si traduce in un miglioramento della qualità della vita e della quotidianità.

3. Quando, secondo te, è giunto il momento di affidarsi a un professionista dell’organizzazione?

Il momento di affidarsi ad un P.O. è estremamente soggettivo, non c’è una regola: quando una situazione crea particolare disagio e la persona si rende conto che non è in grado di far fronte autonomamente alla risoluzione del problema organizzativo, è il momento di chiedere il sostegno di un Professional Organizer.

Non è invece utile (né eticamente corretto) un intervento imposto da altre persone (familiari, colleghi, amici), perché non produrrebbe effetti efficaci, se non condivisi e concordati, in particolare in situazioni di disorganizzazione cronica.

4 Il cambiamento nella vita e nelle abitudini di coloro che si affidano a un Professional Organizer è definitivo e facile da mantenere oppure le ricadute dentro il caos e la disorganizzazione sono frequenti? Se lo sono, secondo te, perché accadono? (ops queste sono due domande!)

Eh sì! queste sono 2 domande! 😉 Ma ovviamente sono strettamente connesse!

L’obiettivo dell’intervento del Professional Organizer è proprio quello di trasmettere un “metodo” organizzativo, non di agire in sostituzione del cliente; questo permette di mantenere i benefici a lungo termine. Inoltre, il cliente viene comunque seguito a distanza di tempo per mantenere un rapporto di fiducia e un contatto costante.

5. A chi ti obietta che nel suo “caos calmo” si trova perfettamente a suo agio, cosa rispondi?

Infatti questa è spesso una (legittima!) obiezione! Se il “caos” non crea disagio, non c’è motivo di intervenire, anche se spesso “assaggiare” qualche spunto di riorganizzazione personale, convince anche i più scettici. L’organizzazione regala molti margini di miglioramento, anzi, come ha detto una mia cliente, regala “libertà”!

6. Per concludere la SIX.Q in modo provocatoriamente allegro, raccontaci, sono più disordinati gli uomini o le donne?

Non credo ci sia una questione di genere in questo ambito…o per lo meno, io non l’ho notata!

Vero è che spesso sono le donne che principalmente si rendono conto di avere la necessità di un supporto in ambito organizzativo, probabilmente perché sono maggiormente gravate da carichi di diversa natura nella loro quotidianità e hanno difficoltà a conciliare famiglia, lavoro, tempo per sé stesse.

***

Per contattare Alessandra Janousek:

cell: 360799898

mail: ciao@alessandrajanousek.com

Facebook: Alessandra Janousek Professional Organizer

***

Ringrazio moltissimo Alessandra per aver accettato di partecipare all’intervista e… avermi aperto gli occhi su un mondo che non conoscevo.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE

Pensavo che ai tempi difficili, bisogna sempre reagire con vigore e, soprattutto, con positività.

Inutile ribadire che la pausa forzata, costretta, dura ma – ahimè – necessaria, che il tango sta attraversando, pesa molto ma, secondo il primo postulato della sopravvivenza, voglio reagire e pensare positivo.

Mi è quindi venuta l’idea di micro interviste, le “SIX.Q” , da proporre ai maestri di tango che conosco.

Vi ricordate i compiti delle vacanze dell’epoca? Ecco una specie di attività del genere, ma senza la rottura di scatole che i compiti veri comportavano.

Sei domande lievi, dove i nostri amici maestri ci danno qualche visione e prospettiva in breve del tango post Covid.

La prima raccolta di domande avrà un focus sul corpo danzante. 

L’idea è di raccogliere spunti provenienti da professionisti che lavorano in Italia così che possano pungolare la nostra voglia di tenerci in attività, di curare il corpo e i movimenti facendoci arrivare meno ciocchi di legno al primo appuntamento sulla pista da ballo.

Sto raccogliendo le interviste che saranno pubblicate a cadenza settimanale, sempre con titolo “SIX.Q” e il nome dei professionisti intervistati.

Il patto che faccio con loro e con voi, amici lettori, è questo: nessun retro pensiero, nessuna preferenza, nessun fine di lucro mio o loro. Solo uno scambio, un arricchimento per la comunità.

Sotto ogni intervista riporterò le informazioni relative alla loro attività professionale, così sarà per tutti.

L’idea è di fare un viaggio in tutta la penisola, di dare voce alle voci, di ricevere suggerimenti e consigli, di mantenere viva e vibrante la nostra passione.

Se volete partecipare alle interviste, se avete qualche argomento in particolare che vi interessa approfondire, se avete domande, scrivetemi a questo indirizzo di posta: girotangando@gmail.com .

Pimpra

FINO A CHE PUNTO POTETE SPINGERVI?

Il tempo, tiranno e inesorabile, continua a scorrere.

I giorni scivolano dalle mani, la primavera ha lasciato spazio all’estate, il lockdown è alle spalle, non dimenticato ma volutamente nascosto nello scrigno di quei ricordi che non vuoi rammentare.

Le vacanze sono alle porte, per chi può e vuole permettersele.

L’estate del tanguero è, per definizione, “errante”, tra giri di milonghe o eventi di ogni sorta, complice la stagione più bella, le giornate più lunghe e la voglia repressa di uscire e vivere intensamente.

Da quanto leggo però, se lo sono un po’ scordati questo nostro ballo, relegandolo in fondo alla lista delle attività da normare. In alcune regioni il solo escamotage trovato è il “ballo tra congiunti”, sul quale evito di esprimere commenti, tanto appare assurdo e, tutto sommato, poco democratico. Il virus c’è o non c’è, parliamoci chiaro, e se pure i congiunti conviventi tra loro non sono a rischio, a ragione il solo fatto di condividere una sala con altri congiunti, li potrebbe mettere potenzialmente “a rischio”.

Ma non è questo l’argomento su cui desidero soffermarmi.

Vi chiedo: ma voi, patiti dell’abbraccio in tutte le sue forme, fino a che punto sareste capaci di adattarvi, purché vi fosse concesso di ballare di nuovo? E per ballare intendo con chicchessia.

Avete paura? Avete solo le scatole piene? Avete pensato di appendere le scarpette al chiodo, dichiarando conclusa una stagione della vostra vita, oppure vi state preparando studiando tecnica in solitaria?

Come state? Come vi sentite amici miei?

L’immagine del post mi ha fatto molto riflettere su come saremo al nostro rientro in pista, ai nostri sentimenti, alle paure o, semplicemente, al senso di liberazione e di gioia che ci pervaderanno.

Per me non ho la risposta, nel senso che il mio cuore ha come congelato la passione tanguera che mi divora, permettendomi di sopravvivere ai giorni senza abbracci, senza emozioni, senza stimoli.

A casa uso le ante dell’armadio in modo molto alternativo, obbligandomi agli esercizi di tecnica che mi è sempre piaciuta ma che aveva un sapore diverso quando era una scelta e non l’unica opzione.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

IMAGE CREDIT BY STEFAN STEFANCIK

TANGO POST COVID. COME SAREMO?

Ho cercato in tutti i modi di distogliere la mente dall’amato tango confinandolo nel silenzio di questo tempo di epidemia.

Silenzio di abbracci e di socialità di pelle, vivo e vibrante in modalità virtuale, anche se non è la stessa cosa.

Dopo uno stop così prolungato ci riaffacceremo al nostro bel mondo in modo diverso, cambiati nel corpo e nello spirito.

Forse il corpo sarà facile da riportare a regime, riprendendo i movimenti a lungo rimasti addormentati. Come molti, anche io ho cercato di tenermi in esercizio, inserendo nella mia routine di allenamento standard anche degli esercizi utili a mantenere certe flessuosità.

Ma ballare è altro, studiare in coppia è altro, immergersi completamente è altro.

Si fa come si può e quanto si riesce, l’arte di arrangiarsi.

L’aspetto post epidemia che più mi interessa indagare è come saremo noi, la comunità di danzatori che si incontra di nuovo.

La comunità tanguera ha salutato amici che hanno perso la vita contro il virus, altri che- fortunatamente- ne sono usciti. Sono tutte ferite che lasciano un segno profondo.

Penso a me, a quanto vengo presa da una sorda malinconia nonappena le note di un tango qualsiasi lambiscono le mie orecchie, fa quasi male sentirle, di quel dolore ancestrale del distacco, come un amato da cui ci si separa senza volerlo.

Penso alla fiducia, all’abbraccio che verrà, se sarà scevro di paura, e sarò capace di abbandonarmi come prima.

Immagino ci saranno nuove regole da seguire e che l’autorizzazione di riaprire le milonghe tarderà ad arrivare.

Di sicuro tutto questo servirà a non dare per scontate tante cose, credo che la prima milonga in cui rimetterò piede avrà la sacralità di un momento specialissimo, di quelli da ricordare.

Saremo gli stessi tangueros di prima? Torneremo più vergini nei pensieri? Avremo più desiderio e questo sarà rivolto alla conoscenza e all’apertura verso l’altro?

Spero di sì.

Mi auguro che lo stop forzato a cui siamo stati costretti ci renda migliori mentre poseremo uno sguardo gentile su chi avremo davanti, indossando l’abito della festa felici di ritrovarci ancora.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

IL TANGO AI TEMPI DI CORONAVIRUS

Certe epidemie ti sorprendono così, tra il lusco e il brusco, un giorno a caso mentre guardi il TG e ti avvisano che, in un luogo tanto lontano da casa tua, è in atto una virulenta epidemia.

D’istinto mi dispiaccio per le persone coinvolte ma, non mi agito, non mi faccio prendere dal panico.

Poi però il virus scorrazza a briglie sciolte per il pianeta e ti ritrovi casa infestata come quel paese tanto lontano che ne è stata la fonte.

Continuo a restare serena anche se i mass media italiani fanno i peggio disastri (e come potrebbe essere diverso, considerato il nostro “spirito di popolo”?) provocando un panico irrazionale in troppe persone.

Resto calma ma cerco di riflettere e di informarmi.

Ho un’età e uno stato di salute che mi espongono a un rischio davvero lieve, alla peggio prenderei un’influenza, ma il problema non è questo, non è la MIA salute, è la salute degli altri, che potrei – anche inconsapevolmente – contagiare e, per effetto domino, il collasso a cui possono venire esposti i servizi sanitari di emergenza, le terapie intensive che non sono strutturate per simili emergenze.

La MIA influenza, non è il vero problema. E’ che posso contribuire, come untore (anche asintomatico) alla diffusione esponenziale del virus.

Sono una ballerina di tango, questo è il periodo in cui vengono organizzati eventi di tango che sono nel mio cuore.

Che fare quindi? Andarci, tanto per me il rischio è pressoché nullo o fermarsi a riflettere, pensando, per una volta, alle conseguenze su un sistema più grande?

Non è affatto facile prendere questa decisione, perché ballare è un’esigenza spirituale oltre che fisica.

Assisto a molti dibattiti in proposito, le fazioni si dividono sostanzialmente tra gli “allarmisti” e i “negazionisti”.

Credo non sia giusto giudicare le scelte di nessuno.

Siamo cittadini di un paese e, per una volta, siamo chiamati a dare una risposta – sicuramente – personale, a un’emergenza pubblica.

Io la mia scelta l’ho fatta.

Pimpra

Articolo di oggi

AMORE A-TOSSICO

Guardavo i tuoi occhi nocciola intenso, uno sguardo su cui poso il mio da tantissimo tempo. Oggi siamo quasi dei veterani, i sopravvissuti della relazione.

Ti guardo, amando i segni che la vita poco a poco ti ha scritto sul volto e sul corpo, li sento miei. So che vedi lo stesso in me e mantieni lo sguardo, in un legame che ha superato tempeste, celebrato estati, oltrepassato impenetrabili nebbie.

La tua mano mi riscalda ancora, anche se è sempre fredda, così i tuoi pensieri che poche volte mi sveli ma che mi arrivano comunque.

Un tempo non sapevo amare. Mi sono impegnata per riuscire a farlo e ci lavoro ancora.

Amare non è “facile”. Innamorarsi lo è, essere presi da passione lo è.

Amare è lo schema successivo, quello per pochi, solo per chi lo vuole veramente. E’ la ricerca del guizzo che mantiene viva la fiamma che si trasforma, perdendo quella sembianza di fuoco, ma aumentando considerevolmente il calore.

Amare è una scelta. Concentrarsi su una persona alla volta.

Quante volte sono rimasta intrappolata in relazioni “tossiche”…

Le più temibili sono quelle che si nascondono sotto il velo iridescente dell’amore mentre iniettano il loro veleno poco a poco fino a farci stare male, in un’agonia senza fine.

E’ difficile riconoscerle perché è impossibile accettare che l’amore possa fare male. Ma così è, semplicemente perché di amore non si tratta.

Come uscirne?

Credo che la ricetta sia trovare il coraggio di guardare la situazione come è in realtà e in verità e scegliere di salvare il proprio c…o. Non si può immaginare di “redimere” il/la tossico/a se questi non vogliono ed è davvero sciocco continuare a perdere tempo in situazioni dove il dolore della relazione si è cronicizzato.

Continuo a guardare i tuoi occhi nocciola intenso, uno sguardo su cui poso il mio da tantissimo tempo. Ho capito che siamo molto fortunati.

Pimpra (in love San Valentino is coming!)

IMAGE CREDIT DA QUI

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