FINO A CHE PUNTO POTETE SPINGERVI?

Il tempo, tiranno e inesorabile, continua a scorrere.

I giorni scivolano dalle mani, la primavera ha lasciato spazio all’estate, il lockdown è alle spalle, non dimenticato ma volutamente nascosto nello scrigno di quei ricordi che non vuoi rammentare.

Le vacanze sono alle porte, per chi può e vuole permettersele.

L’estate del tanguero è, per definizione, “errante”, tra giri di milonghe o eventi di ogni sorta, complice la stagione più bella, le giornate più lunghe e la voglia repressa di uscire e vivere intensamente.

Da quanto leggo però, se lo sono un po’ scordati questo nostro ballo, relegandolo in fondo alla lista delle attività da normare. In alcune regioni il solo escamotage trovato è il “ballo tra congiunti”, sul quale evito di esprimere commenti, tanto appare assurdo e, tutto sommato, poco democratico. Il virus c’è o non c’è, parliamoci chiaro, e se pure i congiunti conviventi tra loro non sono a rischio, a ragione il solo fatto di condividere una sala con altri congiunti, li potrebbe mettere potenzialmente “a rischio”.

Ma non è questo l’argomento su cui desidero soffermarmi.

Vi chiedo: ma voi, patiti dell’abbraccio in tutte le sue forme, fino a che punto sareste capaci di adattarvi, purché vi fosse concesso di ballare di nuovo? E per ballare intendo con chicchessia.

Avete paura? Avete solo le scatole piene? Avete pensato di appendere le scarpette al chiodo, dichiarando conclusa una stagione della vostra vita, oppure vi state preparando studiando tecnica in solitaria?

Come state? Come vi sentite amici miei?

L’immagine del post mi ha fatto molto riflettere su come saremo al nostro rientro in pista, ai nostri sentimenti, alle paure o, semplicemente, al senso di liberazione e di gioia che ci pervaderanno.

Per me non ho la risposta, nel senso che il mio cuore ha come congelato la passione tanguera che mi divora, permettendomi di sopravvivere ai giorni senza abbracci, senza emozioni, senza stimoli.

A casa uso le ante dell’armadio in modo molto alternativo, obbligandomi agli esercizi di tecnica che mi è sempre piaciuta ma che aveva un sapore diverso quando era una scelta e non l’unica opzione.

Pimpra

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FACCIAMO IL PUNTO

Fine giugno.

Solstizio estivo: fatto.

Profezia Maya: scollinata senza effetti apocalittici.

Progetti per l’estate? M A H .

Tango in milonga? M A H. M A H .

Non so come state messi voi ma è giunto il tempo di fare il punto della situazione.

Personalmente sopravvivo con una discreta dignità a questo strano momento storico.

Lo definisco così perché tutto quello che ho e non ho intorno mi pare strano: la gente con le mascherine, il gel igienizzante ovunque, le regole dello stare insieme (sempre più lasse a dire il vero), il tango argentino ancora ghettizzato e quindi impraticabile nella sua veste più sociale, quella della milonga, lo smart working che amo, ma che mi sembra comunque legato alla calamità, il mare che ancora non ho raggiunto perché non riesco a immaginarlo con il distanziamento.

Non so come vi sentiate voi, io definirei il mio stato attuale STRANO.

La vita casalinga, leggi da smart worker, se da un lato mi rende una lavoratrice migliore – l’habitat consono e le relazioni sociali completamente assenti fanno bene al mio spirito – dall’altro mi ha resa la fotocopia della “zia Abelarda”.

Non ho più quella voglia insistente di uscire per il giro di vetrine e shopping connesso, sono diventata appassionatissima di verde e piante che curo con amore, il mio lato animalista è vieppiù rafforzato eppure…

Percepisco come una situazione di sospensione, come se i mesi da poco trascorsi non fossero completamente sotterrati e volutamente dimenticati, come se, poco più avanti, altre difficili prove ci stiano attendendo.

La mia è solo una sensazione “animalesca”, una specie di istinto, nessun pensiero razionale o ansia di fondo che non sono roba mia.

E comincio a sognare di quando ballavo, di quando tutti noi ballavamo e facevamo progetti meravigliosi e le vacanze estive erano il massimo per la programmazione di viaggi e di weekend da tango-dipendenti. Adesso percepisco silenzio, o piccole voci soffuse e mi sembra così strano, ai limiti del surreale.

La mia sarà un’estate scondita di viaggi e, probabilmente, di incontri, di persone, di quella vita caotica e colorata che tanto amo.

Mi auguro solo che la lupa che porto dentro si sbagli e che quella strana vibrazione di fondo che percepisco, si dissolva nell’alba del mattino.

Pimpra

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MALINCONIA TANGUERA

Questa è solo la minima parte del mio personale parco scarpette da tango. Queste sono le bimbe che, attualmente, mi seguono nelle peregrinazioni sulle piste.

Ho sbagliato tempo dei verbi: devo usare il passato remoto.

Ci passo davanti ogni giorno, le accarezzo con lo sguardo, ogni paio mi ricorda momenti fenomenali della mia vita, ore di piacere, di gioia, a volte anche di cocenti delusioni, di dispiacere.

Le mie scarpette da tango raccontano la mia vita, quella degli ultimi 15 anni.

Ogni giorno mi osservo i piedi, li vedo senza lividi, senza calli, senza unghie rotte, dovrei essere contenta, invece ci leggo il segno della pausa, della sosta obbligata a cui siamo stati costretti.

Ammiro molto gli amici e i maestri che, determinati, hanno continuato a ballare, ad allenarsi a distanza, a perfezionare la tenica.

Io faccio fatica, perché mi prende come un dolore dentro, vivo una sorta di lutto, perché mancano gli abbracci, come non mai.

Ho letto che in alcune regioni d’Italia, con prudenza, stanno riaprendo le scuole di ballo, ed è una cosa meravigliosa. Da me, nel lontano nord est ancora vige il divieto, ma sono e voglio restare ottimista.

Ho una grande paura: riuscirò a ballare ancora? Sarò in grado? Il corpo non allenato, rimasto per mesi in quasi totale inattività fisica, recupererà?

Sono sopraffatta dal desiderio e dal timore, dal bisogno di riprendere e dalla paura di non farcela.

Le mie scarpette sono lì, mi guardano e continuano a ricordarmi come ero e come era bello ballare.

Non metto più i tacchi da tantissimo tempo, perché se non posso ballare, è come se la mia “donna” portasse l’abito del lutto.

Ma il tango tornerà ed è bene farsi trovare pronti.

Oggi indosserò il paio da studio e muoverò i primi passi, in fondo la vita è questo: RICOMINCIARE.

Pimpra

GLI OLANDESI LA CHIAMANO “HUID-HONGER”, NOI “FAME DI TANGO”

Pochi giorni fa, durante una mini passeggiata nei pressi di casa, mentre ero completamente immersa nei miei pensieri, ho avuto come l’istinto di sollevare lo sguardo.

L’immagine che ho avuto dinnanzi agli occhi è quella che vedete, ho afferrato il cellulare per immortalarla.

Rientrata nella quarantena domestica, mi è parso chiaro come, sempre più forte e intensa, sto provando quella che gli olandesi definiscono: “huid-honger” che tradotto potrebbe più o meno significare “fame di pelle”.

Ne parlavo via mail con il mio amico Michiel, l’olandese appunto, si discuteva su come il distacco forzato dal tango ci provocasse queste curiose sensazioni.

Mi piace immaginare il giorno in cui, come queste dolci rondinelle della foto, anche noi tangueri impenitenti, potremo finalmente tornare agli amati lidi e riprendere le nostre danze.

Penso anche a come cambieranno gli approcci alla tanda, il modo di ballare, e pure se dovremo farlo “mascherati”.

Sono pensieri che, dopo due mesi di congelamento dovuto allo choc pandemico, cominciano piano piano a riaffiorare alla mente, come se i primi spiragli di riapertura delle attività quotidiane, ci permettessero nuovamente di sognare.

E’ chiaro che, nostro malgrado, il tango sarà l’ultima delle ultime attività a cui potremo dedicarci in futuro e che, questo stesso futuro, rimane estremamente incerto e, di sicuro, piuttosto lontano nel tempo, ma tant’è la mente non si ferma.

Così, continuo a perdermi nella dolcezza del volo di queste rondinelle immaginando la gonna svolazzante rincorrere i miei movimenti nella prima tanda post epidemia.

Sognare, ne sono certa, fa bene allo spirito.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

IMAGE CREDIT BY STEFAN STEFANCIK

TANGO POST COVID. COME SAREMO?

Ho cercato in tutti i modi di distogliere la mente dall’amato tango confinandolo nel silenzio di questo tempo di epidemia.

Silenzio di abbracci e di socialità di pelle, vivo e vibrante in modalità virtuale, anche se non è la stessa cosa.

Dopo uno stop così prolungato ci riaffacceremo al nostro bel mondo in modo diverso, cambiati nel corpo e nello spirito.

Forse il corpo sarà facile da riportare a regime, riprendendo i movimenti a lungo rimasti addormentati. Come molti, anche io ho cercato di tenermi in esercizio, inserendo nella mia routine di allenamento standard anche degli esercizi utili a mantenere certe flessuosità.

Ma ballare è altro, studiare in coppia è altro, immergersi completamente è altro.

Si fa come si può e quanto si riesce, l’arte di arrangiarsi.

L’aspetto post epidemia che più mi interessa indagare è come saremo noi, la comunità di danzatori che si incontra di nuovo.

La comunità tanguera ha salutato amici che hanno perso la vita contro il virus, altri che- fortunatamente- ne sono usciti. Sono tutte ferite che lasciano un segno profondo.

Penso a me, a quanto vengo presa da una sorda malinconia nonappena le note di un tango qualsiasi lambiscono le mie orecchie, fa quasi male sentirle, di quel dolore ancestrale del distacco, come un amato da cui ci si separa senza volerlo.

Penso alla fiducia, all’abbraccio che verrà, se sarà scevro di paura, e sarò capace di abbandonarmi come prima.

Immagino ci saranno nuove regole da seguire e che l’autorizzazione di riaprire le milonghe tarderà ad arrivare.

Di sicuro tutto questo servirà a non dare per scontate tante cose, credo che la prima milonga in cui rimetterò piede avrà la sacralità di un momento specialissimo, di quelli da ricordare.

Saremo gli stessi tangueros di prima? Torneremo più vergini nei pensieri? Avremo più desiderio e questo sarà rivolto alla conoscenza e all’apertura verso l’altro?

Spero di sì.

Mi auguro che lo stop forzato a cui siamo stati costretti ci renda migliori mentre poseremo uno sguardo gentile su chi avremo davanti, indossando l’abito della festa felici di ritrovarci ancora.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Nuova rubrica, preferivo quelle sul tango ma tant’è.

Se avessero ipotizzato solo 3 settimane fa che la vita di tutti sarebbe cambiata repentinamente mettendo interi paesi in quarantena, avrei pensato al rimando a una nuova serie tv mica a vita vera.

Invece siamo qui, ognuno a casa sua, molti anche separati dagli affetti più vicini e più cari, per non parlare dei malati e di chi li assiste in prima linea.

In questi tempi così impossibili, nelle mie maree emozionali che si alternano tra momenti in cui sono sul pezzo ed altri in cui ogni sorta di spiacevolezza emotiva mi pervade, ho pensato che bisognasse far tesoro dell’esperienza che – di sicuro – qualche insegnamento positivo per il futuro ne avrei ricavato.

Oggi, credo di essere alla 1° settimana di “vera” quarantena, poiché non devo uscire per recarmi al lavoro, faccio il mio primo bilancio.

La difficoltà maggiore, in primis da accettare intellettualmente, è quella che non si può uscire di casa. Premetto che a casa (sarà l’età?) ci sto benissimo, ma, una cosa è scegliere di starci, altro è esserne costretti. Dopo i primi giorni in cui le pareti sembravano cadermi in testa, con rassegnazione, mi sto – lentamente- abituando.

Mi rimane vitale cercare di muovermi, muovere il corpo, far circolare 2 endorfine di numero che il movimento procura. Fortunatamente, fosse mai stato un segno premonitore?, l’estate scorsa acquistai una app di esercizi da fare a casa, all’epoca per sopperire la chiusura agostana di due settimane della palestra preferita, mai acquisto fu più lungimirante, pur senza saperlo.

La forzata solitudine ineluttabilmente porta a doversi confrontare – in silenzio – con i propri fantasmi. Beh, lo ammetto, i miei hanno deciso di organizzare un volo charter per venire a trovarmi. Superati i primi momenti di conoscenza, direi che adesso abbiamo raggiunto una pacifica convivenza.

Oggi mi è venuta in mente mia nonna Natalina, classe 1909, quando ero piccola mi raccontava la sua vita in tempo di guerra. Un episodio, tra i tanti, che maggiormente mi colpì all’epoca fu quando venne alla luce mia madre, sotto un bombardamento, nacque prematura di 7 mesi. I miracoli che la nonna fece per farla sopravvivere, per nutrire quella creaturina così piccola e fragile.

Raffronto quelle difficoltà a quanto sto vivendo io, alla prima (per fortuna e speriamo pure l’unica) quarantena della mia vita a quanto noi tutti facciamo fatica ad adeguarci.

Già penso a come era bella la vita di prima, quando, al contrario, mi sembrava grigia e triste o forse, semplicemente, molto banale. Prima ero libera, potevo ballare il mio amato tango abbracciando gli sconosciuti, oggi, non avvicino nemmeno mia madre, temendo di poterla contagiare.

Il pensiero di quarantena di oggi è proprio questo:

rimodulare le abitudini, pensare ed agire in modo diverso, apprendere nuove abitudini.

Una faticaccia, specie per chi non è più nell’età verde.

Ma la forzata reclusione, probabilmente, anche a questo servirà, a riscrivere da zero le nostre vite, lasciando dietro quello che non può più stare con noi, scoprendo anche le sorprese che il nuovo con sé porta.

UN VIRTUALE ABBRACCIO,

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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LEGGERE IL POST ASCOLTANDO QUESTA MUSICA

CORONAVIRUS E IL TEMPO DELLA NOIA

Non vedo l’ora arrivi il tempo in cui la grande emergenza epidemiologica mondiale sia rientrata, aspetto quel momento come tutti, nel frattempo, cerchiamo di sopravvivere.

La mia solidarietà a tutti coloro che rischiano il lavoro a causa delle misure restrittive per contenere il contagio. Spero che il Paese sappia rialzarsi, la nostra storia lo racconta, a noi tutti dimostrare che siamo capaci, una volta in più.

Il momento che stiamo vivendo ha mutato in noi tutti e senza preavviso, le abitudini, dal lavoro alla vita di famiglia a quella sociale passando per gli sport e il tempo libero.

Come una gigantesca onda siamo stati travolti e, pur con estrema fatica, malcelata rassegnazione, siamo chiamati ad attenerci strettamente alle nuove – restrittive – regole del vivere civile.

A nessuno piace subire una decisione, specie se la stessa ci priva del diritto sacrosanto alla nostra libertà, anche se la ragione è di salute pubblica, quindi assolutamente condivisibile.

Sono rimasta colpita dalla sofferenza di molti nel non sapere come riempire il tempo, svuotato dalle abituali attività.

Adulti che faticano immensamente a gestire LA NOIA.

Cos’è esattamente?

Da Treccani on line: nòia s. f. [prob. dal provenz. nojaenoja; v. noiare e annoiare]. – 1. a. Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana (…)

Mi soffermo su “Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività” . Come adulti, fatichiamo a gestire la “mancanza”, essere privi di qualcosa che riempie qualcos’altro, un vuoto nascosto.

Sono la prima della fila a temere la noia, quindi vi capisco, ma posso anche aggiungere che la noia serve, ci insegna molte cose.

La prima, per me la più interessante, è che ci costringe a stare in silenzio, in compagnia di noi stessi. Cosa affatto facile, specie se il silenzio esteriore, amplifica il caos interiore. Se non lo facciamo mai, questo contatto, può essere estremamente pauroso, inquietante, ansiogeno perché a se stessi non si sfugge, meno che meno ai propri demoni, alle inquietudini che portiamo.

Perché ho imparato ad apprezzare la noia?

Mi ha insegnato moltissimo, mi ha portata ad esplorare dei territori dove non volevo assolutamente andare, ho scoperto aspetti interessanti che non conoscevo, ho visto in faccia i miei demoni.

Con la noia abbiamo una possibilità di crescere, per questo gli educatori invitano gli adulti a creare spazi di noia per i propri figli, ci si confronta con le parti più nascoste di noi, si scoprono risorse.

La noia indolente di questi giorni, per esempio, mi ha spinta a provare a far funzionare la macchina da cucire. Ho fatto più tentativi, ho provato frustrazione, ma ho insistito e alla fine ce l’ho fatta. Non mi ci sarei mai messa, nel mio quotidiano vivere, presa da altre attività più pressanti. Invece, il periodo di noia, impedendomi di disperdere il mio tempo, mi ha portata esattamente dove il mio sé più nascosto, quello legato alla creatività, voleva andassi.

Mi piace condividere con voi questa piccola riflessione, perché se impariamo a trovare l’opportunità in un contesto che sembra solo funesto, vivremo meglio.

La noia è un tema caro alla letteratura, approfittiamo di questo strano tempo per annaffiare lo spirito, sono certa che germoglieremo insieme alla primavera nascente.

Pimpra

Suggestioni: qui, qui, qui, qui, qui

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