Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.
Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.
Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.
Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.
Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.
La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.
Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.
Pimpra



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