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Ricordi che svaniscono e memorie che si accavallano.
Non c’è più nulla del quotidiano che resta, ogni cosa, bella o brutta, si mescola in un torrente spettinato.
Resta il tuo corpo, ogni giorno più lento, invecchiato da questo peso che non riesci a togliere. Arriverà il giorno in cui anche il mio sguardo ti sarà indifferente, o forse ti farà paura, non so.
L’estate è esplosa prepotente, come un ragazzino impulsivo che fa il bullo con l’amico più giovane. Il caldo si attacca alla pelle senza accarezzarla.
Nel mio rifugio fresco che di solito chiamo gabbietta, passo la giornata davanti al pc. Lettere, numeri mi scorrono davanti agli occhi ma sono assente.
Lo sguardo non immagina destinazioni lontane, è tutto qui. Nascosto in profondità dentro di me.
Oggi la giornata pesa più del caldo che attraversa la pelle.
Oggi quelle ferite antiche fanno male, come se i lembi di carne dovessero ancora incollarsi.
Non distinguo più le lacrime dal sudore.
Non vedo più la differenza tra un incubo o la realtà.
Oggi il caldo taglia la pelle. Non sono lucida. Aspetto il buio per riposarmi.
Esco da un’esperienza clinica che mi ha colpito molto.
Dovendo fare un esame invasivo (è andato tutto bene, evviva!) mi hanno somministrato un cocktail di Midazolam e Petidina, un mix di benzadiazepine e oppioide sintetico.
Era la mia prima volta in sedazione cosciente. Devo dire incredibile. Arrivata in ospedale per l’esame, credevo di essere tranquilla, sticazzi!, mi mettono l’ago in vena e chiedo che mix di farmaci mi avrebbero proposto. “Lei non si deve preoccupare, sarà rilassata e come un po’ assente dalla procedura”. L’infermiera prima di iniettare chiede “40 e 40?” il medico risponde “30 e 30”, “che tirchio” penso.
Passa poco più di un istante e qualcosa dentro di me si scioglie. Non che non mi accorgessi di ciò che mi stavano facendo, ma era come se la cosa non mi toccasse proprio in prima persona, come se sì il corpo era mio ma lo prestavo senza grandi problemi ai medici.
Ho percepito, a volte, un po’ di dolore quando la sonda doveva fare tornanti stretti nel mio intestino, ma sono comunque rimasta distaccata. Il dolore c’era ma ok, potevo affrontarlo e poi, durava pochissimo.
Non so esattamente quanto tempo ci abbiano messo in totale, so solo che il referto parla di 8′ per uscire dal mio corpo, sicuramente almeno il doppio per raggiungere il mio punto più lontano.
Arrivata a casa, mi sono sentita come dentro una bolla di beatitudine. Azzerato ogni pensiero negativo, nessuna ansia per nessun argomento, una pace interiore che non ricordo di aver mai avuto.
Credo che in paradiso ci si senta così.
Il giorno dopo, il corpo e la mente, lei soprattutto, sono di nuovo entrate nella dimensione quotidianità, anche se mi sforzo di ricreare quel senso di benessere del giorno prima.
Un amico chimico mi ha detto che il mio galleggiare tra le nuvole del piacere era determinato dall’oppiaceo sintetico che mi hanno iniettato. Bella roba mi sono detta, sensazione unica. Capisco molte cose, di molte dipendenze, di molte persone, oggi.
Non male neppure la benzodiazepina che ha spento gli interruttori dell’allarmismo, dello stress, alleggerendo il corpo dalle tensioni e la mente dai pensieri negativi.
Ho fatto la mia prima esperienza da paradiso artificiale. Eppure mi chiedo se, in forma meno forte, non potremmo concederci – almeno di tanto in tanto, delle pause mentali dalla vita che il nostro cervello elabora, creandoci ansie e paure che non dovremmo avere.
Maggio, due giorni di tango nel cuore della pianura friulana, ospitati in una villa che l’estate improvvisa ha reso torrida. Tande umide, ma gratificanti. L’augurio al team di Andreina è di continuare così: l’estremo nord-est ha bisogno di accendere nuovi punti di attrazione per i tangueri. Brave.
Ho scambiato due chiacchiere con Alessandro, alla consolle in una delle sessioni. Oltre ad essere un ballerino magnetico, mi ha raccontato la sua equazione: MUSICA e RELAZIONE.
Non abbraccio, non connessione, ma relazione.
È un passaggio evolutivo. La relazione significa leggere l’altro. Essere accompagnate dentro una lettura musicale che lascia spazio anche al proprio modo di sentire l’orchestra.
Ascoltavo, ripensando alle tande ballate insieme, rivivendo nel corpo ciò che mi stava dicendo. Pulsazioni più alte, respiro più corto, la mente pronta a farsi sorprendere.
Il corpo smette di opporsi. Ballare diventa spontaneo, liberando un flusso di sensazioni che travolgono.
Finita la tanda, devo sedimentare tutto ciò che mi è arrivato. Mi è rimasto davvero qualcosa addosso.
Ballare la relazione: come ci si arriva? Studiando molto, mettendosi in discussione, spogliandosi delle paure per mostrarsi fragili. E ballando, sempre.
Mi piace pensare al tango come a un linguaggio. Un mezzo che permette la trasmissione di messaggi – emozioni, stimoli – tra due corpi, nell’abbraccio e verso la sala. Non è un dialogo uno a uno: è uno a molti. Il mio abbraccio crea un’energia che si mescola alle altre, un flusso che viene raccolto, interpretato e rilanciato dal musicalizador – che danza pure lui, ma da seduto.
Non parliamo sempre nello stesso modo, a volte siamo eleganti, altre più terra terra ma sempre veri e fedeli rappresentanti della nostra epoca. Balliamo il nostro tempo dentro un patrimonio musicale dai confini definiti.
Quando un tanguero esperto entra in pista, propone la sua lettura della musica: il suo “stile”. È quello che facciamo ogni mattina quando ci vestiamo: ognuno ha un modo personale di assemblare i capi, più o meno consapevole del messaggio che trasmette. E se il linguaggio del tango si evolve, di riflesso muta anche lo stile.
Me lo chiedo perché se guardo alla mia tanguera di soli cinque anni fa, vedo una persona diversa. Il mio stile è cambiato. Non so se in meglio o in peggio, so per certo che è un’altra cosa, cambiare va sempre bene. A volte si evolve, altre si regredisce, ma l’importante è non restare immobili.
Ho scambiato più abbracci possibili con sconosciuti, ho provato ad esprimermi con altre parole, ho cercato nuove forme. Credo che dovremmo farlo tutti, non solo i professionisti. Dovremmo aprirci alla curiosità di sperimentare percorsi nuovi, che potranno rivelarsi il nostro abito migliore o, al contrario, non essere tagliati per noi.
La verità? Ho paura di essere vecchia. Non anagraficamente, sia chiaro. Temo che il mio tango possa risultare datato, immobile in un’epoca che è già passata.
Per questo, se mai i nostri abbracci dovessero incontrarsi in pista, vi chiedo un feedback sincero. Balliamo, e poi ditemi cosa avete sentito. È l’unico modo che conosco per non fermarmi e continuare a crescere.
Noi tangueros abbiamo mille argomenti sui cui amiamo discutere, ne so qualcosa: ci scrivo da vent’anni. Eppure non avevo mai pensato a quei gesti che facciamo ballando e che possono destabilizzare il nostro partner.
“Accà nessuno è fesso“.
Nel tango il corpo parla. Eccome se parla. E volendo, dentro un abbraccio, ci fai passare anche cose che col tango c’entrano poco.
Gli approcci che portano altrove.
Da donna ne ho ricevuti. Il più delle volte ho fatto finta di nulla, altre mi sono fatta una bella risata.
Gambe che entrano più del dovuto, abbracci che stringono in un modo diverso, respiri all’orecchio più affannosi del normale, mani che si intrecciano con intimità. Strusciamenti in zone diplomaticamente basse. Il repertorio maschile, in questo campo, è molto ricco di gesti e sfumature.
Epperò, pure le tanguere non scherzano.
C’è una spassosissima letteratura di racconti maschi sugli approcci femminili durante la tanda. Tra i più utilizzati il tocco del collo dell’uomo.
Una mano che, a coppa, abbraccia la testa, la sfiora.
E’ seduzione? E’ estetica? E’ tecnica di ballo?
Bella domanda.
Ho visto spesso donne che ballano così, da spettatrice le trovo molto femminili, sensuali. Se il gesto non è esasperato mi pare pure elegante.
Ho chiara in mente la prima volta che ho ballato con un tanguero dallo stile personale e inconfondibile. Ho dovuto abbattere ogni ritrosia fisica e lasciarmi andare, impossibile ballare altrimenti. Dalla sorpresa iniziale in cui la mia testa cercava di capire se fosse tango o altro, ho lasciato spazio al corpo. Ha capito perfettamente, così ho scoperto una nuova dimensione di ballo.
Nel tango la seduzione esiste. A volte minima, a volte evidente. E’ un patto implicito. Impegnativo restare insensibili quando respiriamo l’altro, con un contatto tanto ravvicinato. Non siamo robot.
In milonga viviamo di tentazioni e del tentativo di non caderci dentro. Alla fine è divertente questa tensione, siamo vivi e vibranti. A volte anche troppo.
Quindi, manina sul collo oppure no?
Se accettiamo un ballo di abbraccio, ci prendiamo il pacchetto intero di contatto. In fondo dobbiamo resistere per una tanda, possiamo farcela.
Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.
Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.
Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.
Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.
Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.
Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.
Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.
Passa il tempo e non succede niente.
Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.
Vita di relazione: inesistente.
Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.
Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.
Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.
Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.
Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.
Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.
Incontro un reperto di onestà intellettuale.
La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.
Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.
Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.
Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.
Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.
Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.
Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.
Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.
Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?
Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?
Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.
La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.
L’abbraccio.
Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.
Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.
L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.
Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.
Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.
Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.
La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.
La musica finisce. L’abbraccio no.
Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.
Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.
Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?
Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.
L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.
C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.
Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.
La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.
Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.
La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.
Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.
Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.
Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.
Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?
Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.
Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.
Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento. Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.
I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.
Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.
Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.
Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.
Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!
Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.
Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.
Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.
Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.
Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.
Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no. Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!
E no: non è lo sfogo di chi non entra a un evento. È la fotografia di un sistema. È la fotografia di un sistema che da anni si regge su uno squilibrio evidente, tollerato da tutti perché ormai considerato normale.
Lo dico da donna che balla da vent’anni, che ha investito tempo, soldi, passione, chilometri, scarpe, emozioni. E che oggi fatica sempre di più a sopportare il potere sproporzionato che il sistema tango ha consegnato agli uomini.
Perché diciamolo chiaramente: nel tango non c’è parità di trattamento. Esattamente come spesso accade nella vita, anche qui gli uomini vengono “pagati” di più. Non in soldi, ma in possibilità, privilegi, margini di scelta.
Per una donna senza partner, iscriversi a un evento è diventata una prova di sopravvivenza sociale.
Le strade sono tre.
La prima: avere il dito più veloce della luce e riuscire a inviare il modulo nell’istante esatto in cui aprono le liste. E ormai nemmeno questo basta più.
La seconda: fare la questua tra amici e conoscenti tangueri per trovare un’iscrizione di coppia. Con il rischio, nemmeno troppo remoto, di sentirsi dire all’ultimo: “Scusa, ho trovato di meglio”.
La terza: lasciar perdere.
Perché questo è diventato il punto. La libertà si è trasformata in dipendenza.
Dipendenza da un sistema che, per ragioni numeriche, mette gli uomini in posizione di forza. I leader sono meno, quindi sono richiesti, corteggiati, attesi fino all’ultimo. A loro si concede tutto: iscrizioni tardive, ripensamenti, tempi biblici per dare conferma. Tanto, sono sempre necessari. Sempre benvenuti.
Alle follower, invece, si chiede rapidità, flessibilità, pazienza. E spesso pure silenzio.
Come se fosse naturale stare lì, educate e grate, ad aspettare che qualcuno ci conceda il privilegio di ballare.
E qui si apre un altro capitolo: l’età.
Se una follower non è più giovanissima, pur avendo esperienza, qualità, musicalità e anni di pista sulle spalle, parte già svantaggiata. L’anagrafe pesa, eccome se pesa.
Certo: il ricambio generazionale è importante. È giusto che i giovani abbiano spazio. Ma perché la mannaia cade quasi sempre sulle donne più grandi?
Perché ci sono leader con anni di tango che in pista non hanno mai davvero fatto il salto di qualità — diciamolo: alcuni non evolvono davvero nella qualità della pista— eppure continuano ad avere porte aperte, possibilità, corsie preferenziali?
Per il semplice fatto che sono uomini in un mercato dove la scarsità detta legge.
Io questa dinamica faccio sempre più fatica ad accettarla.
Perché la libertà, per me, è un valore non negoziabile. E non mi va di dover rincorrere uomini disponibili solo per sperare di partecipare a un evento dove, forse, riuscirò anche a ballare bene.
Se mettessi in fila tutti gli euro spesi in questi vent’anni per ballare tango, probabilmente potrei permettermi un anno sabbatico in giro per il mondo.
E allora mi fermo e mi chiedo: ne vale ancora la pena?
Negli ultimi anni il sistema è cambiato. Gli eventi sono proliferati, i partecipanti si sono diluiti, il rischio per chi organizza è aumentato. E in mezzo a tutto questo, il potere contrattuale maschile è cresciuto a dismisura.
Con il risultato di leader sempre più spocchiosi, sempre più lenti nel dare conferma, sempre più inconsapevoli del fatto che questo atteggiamento contribuisce a mandare in tilt un intero meccanismo.
Alla fine la risposta è più semplice di quanto sembri.
Il tango non sono gli eventi.
Gli eventi sono diventati il luogo in cui si esercita uno squilibrio di potere che tutti vedono e quasi nessuno mette in discussione.
Un sistema che pretende flessibilità solo da una parte.
Che trasforma il ballare in una concessione.
Che educa le donne ad aspettare e gli uomini a scegliere.
Io a questo meccanismo non intendo più partecipare.
Non mendicherò accessi, conferme, disponibilità.
Non normalizzerò uno squilibrio chiamandolo “necessità”.
Non baratterò il piacere di ballare con la perdita della mia libertà.
Il tango esiste anche senza tutto questo.
E io scelgo quello.
Perché lo strapotere maschile, ovunque si manifesti, non è folklore: è una forma di potere. E va chiamata per nome.
Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.
Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.
Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.
Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.
Potevo andarmene, ho scelto di restare.
Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.
Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.
Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.
La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.
Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.
È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.
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