LA BAMBINA DELLA TERRA ROSSA D’AFRICA. #vitavissuta

L’odore penetrante del cherosene misto alla bora estiva mi accolse mentre salivo dalla poppa dell’aereo. Detestavo l’entrata dal retro, la trovavo più scomoda e rumorosa e poi non potevo sbirciare la cabina di pilotaggio.

Era agosto, tutti partivano e a Roma, l’inaspettato overbooking ci lasciò a terra. Un viaggio da incubo: tre giorni in giro per l’Europa. Una giovane madre con due figli al seguito. Uno di soli due anni. E non ero io. Prima di raggiungere la meta, Gombe in Nigeria.

Mio padre due giorni prima era lì, ad accogliere la sua famiglia per le vacanze, ma noi non eravamo arrivati e, a fine anni ’70, i cellulari non c’erano ancora.

Il nume protettore dei viaggiatori si è manifestato e, forse grazie al sorriso dolce di mia madre, un gentile padre di famiglia, con figlio a seguito e nella nostra stessa difficile situazione, ci ha aiutato a raggiungere la meta.

Gombe, ai miei occhi di bambina, era poco più grande di un villaggio, e trovare la villa dove mio padre poi ci raggiunse, non fu così difficile.

Finalmente l’incontro, le lacrime scioglievano la preoccupazione di non ritrovarsi più e il morso di un babbuino sul pannolino di mio fratello per chiudere la scena in modo ilare.

Non capirò mai l’amore per le Jeep di certe persone, perché quelle in cui ho viaggiato io nella mia infanzia erano tutto fuorché comode.

Ho ancora davanti agli occhi l’imbrunire sulla savana, l’enorme disco rosso del sole, così grande non l’avevo mai visto. La pista su cui correva la macchina, fatta a minuscole ondine di terra rossa, creava delle vibrazioni che entravano nel cervello. “Devo correre il più possibile” diceva mio padre “così le vibrazioni sono meno fastidiose”.

Mia mamma stringeva al petto mio fratello dormiente, tesa per la velocità ma finalmente al sicuro vicino a mio padre. Io stavo dietro, mi godevo il paesaggio lunare, la ritrovata unità familiare, come se improvvisamente tutto avesse nuovamente un senso.

La polvere entrava ovunque, calda e profumata di un odore unico, irripetibile.

L’arrivo al campo a tarda notte, la casa che altro non era che una scatola con due camere, un micro-soggiorno, una cucina si fa per dire e un bagno minuscolo. Di legno, ovviamente. Cemento, pietra, piastrelle: materiali quasi sconosciuti. Legno e linoleum credo. La baracca, nuova per carità, che la ditta offriva ai lavoratori bianchi.

Non mi piaceva, ovviamente, ma sin dai primi giorni era apparso evidente che la vita si svolgeva all’aperto. C’erano un sacco di bambini della mia età nel campo, così gli adulti chiamavano l’assemblamento di baracche, figli dei lavoratori del grande cantiere, la maggior parte provenienti dall’Italia del nord ovest e del centro.

Uno dei primi ricordi che mi tornano alla memoria era che mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, per le vocali aperte. Mi vergognavo tremendamente di questo difetto e, nel giro di poco tempo, presi l’accento milanese, quello che preferivo tra i tanti proposti. Era diventato così parte di me, ho l’orecchio musicale, che perfino i miei genitori avevano notato il cambiamento. Le prese in giro le vivevo anche al contrario, quando dall’Africa tornavo a Trieste e i cugini si burlavano di me per il mio strano accento. In pratica non ero mai nel posto giusto con l’accento giusto!

Fin dalla prima infanzia mi accompagnava una sensazione curiosa: ovunque fossi, mi sentivo una straniera. Avevo due case, quella degli affetti che lasciavo e quella in cui andavo a vivere. Tutto era diverso. In Europa mi mancava la grande madre terra, gli spazi dell’Africa, i suoi odori, la vastità dei suoi orizzonti. In Africa ripensavo agli affetti che lasciavo a casa, le nonne in particolare, gli zii. Ricordo che quando rientravo in Italia, le prime volte- ero ancora molto piccola, chiedevo ai miei genitori “Chi sono queste persone che sono venute a prenderci?”. Non mi sono mai sentita spezzata o senza radici. Al contrario. Il mondo è la mia casa.

Ad agosto, in Nigeria, si scatenano le piogge di monsone. Uno dei ricordi più vividi che mi sono rimasti: nuvoloni temporaleschi arrivavano puntuali a una certa ora del pomeriggio. L’aria cominciava a gonfiarsi e spaventava a morte gli altri bambini; io, invece, provavo una gioia inspiegabile. Pensavo sempre: la bora è molto più forte di questa arietta. I tuoni facevano eco nel cielo, rompendosi in frammenti rumorosi sopra le nostre teste e… dopo un attimo di silenzio, arrivava prepotente lo scrosciare metallico della pioggia. Un mantello d’acqua si rovesciava sulla terra quasi scuotendola, le prime gocce alzavano la polvere, in un attimo si formavano rivoli d’acqua. In quei momenti, la percezione di essere minuscola dinnanzi alla natura eppure di farne intimamente parte, mi procurava una sensazione sublime di immensità.

Noi bambini iniziavamo le nostre corse sotto il temporale, sguazzando nelle pozzanghere che erano diventate già piccoli acquitrini, e ridevamo felici di quella corsa proibita in cui ci bagnavamo completamente.

L’acquazzone aveva una furia molto veloce, smetteva all’improvviso lasciando dietro di sé una scia profumata di terra bagnata, di legno, di erba aromatica, un odore che per tutta la vita le mie narici hanno cercato.

Allora, completamente zuppi, iniziavamo gli scavi. Ognuno con la sua paletta, a margine delle pozzanghere scavavamo delle buche per cercare l’argilla. Il nostro gioco preferito, quello che ci dava la possibilità di creare oggetti.

Non c’era molto da fare nel campo, spesso le persone litigavano, gli adulti alla sera si consolavano con dosi troppo elevate di alcol. Anche noi ragazzini facevamo colossali baruffe che spesso venivano sedate dalla mamma di turno. Tutte, tranne la mia. La regola di casa era: deve farsi le ossa. E così è stato, sono diventata la capobanda e a me, nessuno veniva a farmi i dispetti.

I fine settimana, quando gli adulti avevano la pausa, spesso organizzavano la Jeep e ci portavano a scorrazzare fuori dal campo, facendo finta di farci guidare, noi tenevamo il volante a turno, sulle ginocchia di uno dei papà.

Ricordo il senso di libertà che mi prendeva dentro, la sensazione di essere già grande, di poter prendere il mondo in mano e fare ciò che avessi voluto.

Sono stati anni incredibili, anche duri ma io ero una bambina e i bambini si adattano più facilmente e più facilmente dimenticano. Ancora oggi, se ci penso, provo quello stesso senso d’immensità che mi ha toccato mentre vivevo lì.

Sono diventata terra d’Africa. Sono diventata il profumo dell’aria dopo il temporale.

Pimpra

MI RITROVO FARO.

Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.

Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.

Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.

Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.

Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.

Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.

Riportami su quell’isola.

Pimpra

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UN BATTESIMO TARDIVO: LA MILONGA SI’ #ditantointango

Image credit DIEGO BILLI

Se parli di tango e pensi a una città che ti offre il mondo quella è Bologna. In tutta l’Emilia Romagna si balla stra bene, va detto, ma il capoluogo merita una menzione speciale.

Le milonghe fioriscono come i fiori sul prato a primavera, ma, a differenza di altre città, riescono ad avere ognuna la sua sfumatura, il suo colore: se altre sono il regno della convivialità urbana, la Milonga Sì mette in scena il pathos del dramma teatrale, dove ogni tanda sembra un atto messo in scena solo per noi.

Sono stata rapita dai bianco/neri di certe foto che ritraevano volti immersi in una dimensione surreale, giochi di chiaroscuri e luci che venivano assorbite e rimbalzate dal nero pece sbiadita delle assi di legno di un teatro. Questa è la sede di Milonga Sì, la pancia di un teatro capace di scomporsi e ricomporsi per le diverse esigenze che l’arte richiede.

Avevo una curiosità potenziata da mesi di attesa, immagini e racconti che mi rimbalzavano nella memoria, accendendo il sacro fuoco della passione.

Un sabato sera umidiccio in una Bologna vivace e giovane, ho finalmente varcato la soglia.

Lasciato alle spalle il minimalismo moderno dell’ingresso si sprofonda nel ventre caldo del teatro. Le pareti sono vive, agghindate con uno spartito regolare di mantegne, tiri a corda, americane che sparano coni di luce soffusa. L’atmosfera della sala è l’incanto della milonga.

Un sabato di pomeridiana che scollina fino alla notte con 10 ore filate di tango, due tj session. Nel mezzo si può fare una pausa, per coccolare anche il palato, rifugiandosi nelle trattorie che si affacciano su San Vitale.

Milonga Sì è sicuramente una delle tappe da fare a Bologna. Raccoglie tangueros dal centro Italia, fino al lontano Nord Est.

Tutti desiderano parteciparvi, ed è ben comprensibile, la pista nel pomeriggio è molto popolata. Forse troppo per permettere lo sfilare leggero delle coppie. Nelle intenzioni della padrona di casa, in questo modo si sperimentano tutte le sfaccettature dell’andare in milonga: dal momento super popolato, a quello in cui le coppie iniziano a ritirarsi e lo spazio prende maggior respiro.

Personalmente, ho preferito la seconda fase, meno caotica e decisamente più piacevole.

Un battesimo decisamente tardivo, il mio. Ma di assoluto effetto.

Pimpra

COLEGIALA TANGO MARATHON BIG 10. BIG BANG! #ditantointango

La decima edizione: un bivio. O si evolve e si sboccia in una nuova epoca o si sfiorisce. Colegiala ha scelto il Big Bang!

La Colegiala ha festeggiato il suo compleanno con una festa che ha scritto un nuovo punto di partenza per le maratone che verranno.

Ma veniamo ai fatti. Il cambio di location sulle prime mi ha preoccupato, sono un’abitudinaria. Colegiala era la colonia della Fiat, la Torre circolare, le ridicole stanzette con il bagno in comune, l’ascensore che due volte su tre non arrivava. Nonostante il poco appeal sotto l’aspetto prettamente “logistico”, tutto il contesto era semplicemente favoloso. La spiaggettina di fronte alla sala pranzo, il baretto dei caffè del mattino e delle infinite chiacchiere tra amici, la pista da ballo così bella e spaziosa.

Colegiala era un marchio di fabbrica.

Al decimo compleanno ha traslocato in un complesso residenziale a 4 stelle, dentro una pineta di altissimi pini marittimi, circondata da verde. C’era la Spa, il mare incazzoso a due passi, un’atmosfera di fine fine estate che accarezzava l’umore.

La stanza d’albergo era una vera stanza, il servizio di ristorazione come MAI goduti in questi lunghi anni di trasferte tanguere. Una qualità nell’offerta alimentare, nel servizio, negli spazi a disposizione che hanno lasciato tutti i partecipanti senza parole.

La squadra è sempre la stessa, meno male!, rodata dopo lustri di maratone organizzate e, anche in questo caso, non ha sbagliato un colpo. Sabato mattina a modificare i posizionamenti delle sedie per favorire gli ingressi in pista e permettere almeno un minimo sindacale di mirada. Tutto ciò che andava sistemato è stato corretto con piccoli aggiustamenti per dare a tutti il comfort e la piacevolezza di sempre.

La pista perfetta, morbida il giusto, nessun mostruoso mal di piedi alla fine delle danze. E le colonne hanno fatto il loro aiutando i maratoneti a seguire la ronda. Top!

Anche la serata a tema, un topos irrinunciabile di Colegiala, è stato pensato per agevolare quelli come me che sono poco creativi quando si tratta di mascherarsi.

Abbiamo assistito a due pomeridiane da incorniciare, le mie prefertite, dove un Piscitello ha creato un’onda di energia vibrazionale di cui tutti ci siamo accorti. Dieci minuti di applausi alla fine della sessione lo hanno testimoniato.

E poi, il Re, monarca assoluto del mio cuore tanguero, il caro Mauro Berardi, che ha risposto tanda dopo tanda alle gioiose provocazioni del suo predecessore.

Avevo qualche perplessità si potesse perdere il “dna Colegialo” cambiando sede, invece mi sono dovuta ricredere, semplicemente abbiamo fatto upgrade, dalle superiori all’università, questo è il nuovo spirito.

Per l’anno prossimo devo ricordarmi il costume che la Spa mi attende.

E a tutti gli organizzatori attenti: l’asticella si è alzata. E di molto.

Pimpra

I GIORNI IN CUI NON SUCCEDO.

Ci sono giorni in cui non succede niente. Non un pensiero brillante, non un desiderio, non un sogno da fare ad occhi aperti.

L’estate finalmente brucia sulla pelle, ma tu non sei sintonizzata su quell’onda calda.

Telefonate lunghe, confidenze sussurrate. Ti rendi conto che la tua vita è uguale a quella di mille altri. Rincuora ma fa pensare.

La noia si abbatte dentro ore bruciate di sole. Una voce ti rimprovera e ti dice così non va bene.

Da sola mi sento un gigante. La libertà che ho nelle mani esplode in scintille di godimento. No non posso ridurmi a vegetare, voglio vivere.

L’acqua è di un tenue azzurro, riflette le piastrelle chiare del fondo della piscina. La luce è così potente che trafigge le pupille. Respiro il delicato aroma del cloro. Ascolto il canticchiare dell’acqua mossa da mani asincrone. Mi connetto. Indosso la cuffia, gli occhialini scuri e salto dentro il liquido.

Bracciata dopo bracciata il pensiero svanisce, la mente si libera. Uno due uno due. I punti di leva del mio corpo si fanno caldi e morbidi. Il corpo prende la forma dell’acqua.

Non sono più un’atleta, il mio ritmo è lento e inesorabile.

Uno due, uno due.

Non c’è più nulla intorno, solo lo sciabordio dell’acqua, la luce che riverbera forte, il respiro ritmato e il cuore che accompagna questa danza.

Uno due, uno due.

La miglior pausa pranzo di sempre. E sto.

Pimpra

NEI PANNI DI UN “MEDIOMAN” TANGUERO. #ditantointango

Alzi la mano chi non ha mai stramaledetto la tanda eseguita, magari per distrazione, con un “medioman” tanguero.

Dicesi Medioman tanguero quel tanguero che dopo percorsi di studio o frequentazione di più o meno svariati corsi di tango, non riesce ad esprimere interpretazione della musica, propone una due o tre sequenze di passi che sono sempre uguali, balla tango-milonga-vals, Pugliese, D’Arienzo, Troilo come se fossero la stessa cosa. Insomma il leader che è la classica X sulla schedina del piacere: non si può dire un disastro ma neppure un fuoco d’artificio, ma, soprattutto, si connota per essere troppo prevedibile.

Per non fare sconti a nessuno, esiste la medesima figura pure per lei. La Mediowoman tanguera è quella follower senza infamia e senza lode, quella che, sente D’Arienzo, Pugliese o Vargas, non modifica nulla nella sua energia, nei suoi movimenti, come se l’onda potente delle note non la riguardasse.

Si muove facilmente, leggera, come una foglia al vento.

Personalità non pervenuta.

Quando due medioman si incontrano nell’abbraccio ce ne accorgiamo: lui impasta le sue sequenze tutte uguali, lei lo segue con distacco. Manca la scintilla, quella connessione vibrante di anime.

Non posso smettere di chiedermi perchè ostinarsi a ballare così, senza colore, con poche forme, senza varietà, almeno energetica.

Allora penso entrino in gioco dinamiche più legate alla psiche che al puro sapere tanguero.

Il leader sente di aver bisogno del controllo per evitare l’errore. Tiene saldamente la regia della tanda. Immagina che un pacchetto preconfezionato di passi/strutture/movimenti possa soddisfare la follower.

Spesso accade che lei non si prenda spazio, non osi, non si esponga. Sta e basta. Quasi passiva mi verrebbe da dire, anche se a marca, esegue.

Qui sta il punto: eseguire non è ballare.

Esecuzione è movimento, gesto, linea. Senza l’emozione che nasce dall’incontro tra musica e abbraccio rischia di essere una combinazione vuota. Magari eseguita tecnicamente in modo ineccepibile, ma assolutamente priva di scintilla.

Ogni danza necessita di un bagaglio che deve necessariamente essere tecnico ed espressivo.

Il tango argentino credo possa essere una delle massime espressioni di questa diade: corpo e cuore.

Come follower mi aspetto, specie da leader navigati, la capacità di ballare per esprimere, non per muoversi. Se voglio solo muovermi, vado in palestra.

So che è molto difficile, specie per il leader: gestire la ronda sempre più impazzita, impegna moltissimo la concentrazione portandola via alla creatività della tanda. Ciononostante vorrei un leader che si sentisse libero di osare anche se- a causa di forza maggiore, il rischio di sbagliare è più alto.

Preferisco una tanda “sporca” ma vissuta, goduta e complice, al compitino ben eseguito.

La modalità “medioman/woman” è forse legata alla stanchezza?

Dopo 5-6 ore ininterrotte di ballo, arriva il momento in cui i serbatoi di energia, vitalità, creatività si esauriscono. E’ quello il momento di togliersi le scarpe e andare via.

Nunquam in medio.

Almeno proviamoci. Ogni volta che entriamo in quell’abbraccio.

Pimpra

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Tango, amore e altre catastrofi. #ditantointango

Cosa c’è di più bello di ballare una tanda legati in un abbraccio che profuma d’amore? Magari condito di una buona dose di frullato di ormoni?

Musica che soffia sul fuoco della passione, accende l’intesa, aumenta quel senso di appartenenza dell’io al tu?

Ok smettiamo di raccontarci le favole: non sono tutte rose e fiori!

Molti amici non tangueri mi chiedono come potrebbe essere iniziare il percorso di studio con il loro partner sentimentale.

Un tempo, da inguaribile romantica quale sono, avrei risposto: meraviglioso.

Oggi, da “risvegliata”, affermerei: non fatelo!

GIOIE E DOLORI DEL BALLO IN COPPIA.

Tra i vantaggi sicuramente la disponibilità del partner nell’affrontare il lungo (lunghissimo) percorso di studio.

Innegabile plus la comodità di essere coppia per partecipare ad eventi con iscrizione.

Se la coppia è fresca, giovane (sta insieme da poco), cingersi in un tango, beh, diciamocelo regala una bella botta di endorfine.

MA…

Vogliamo affrontare tutti i piccoli e grandi disagi che si presentano davanti, come minuscoli o immensi ostacoli da superare per i piccioncini che vanno a ballare insieme, coppia sentimentale.

LE REGOLE

Dopo le prime mega baruffe consumate dentro o fuori dalla pista, gli innamorati si danno delle regole, un loro cerimoniale non scritto per affrontare la serata danzante.

La prima e l’ultima tanda sono mie, tuona lei che ha bisogno di sentirsi rassicurata di essere il solo e unico soggetto di desiderio, danzante e non, presente in sala.

Non puntarmi sempre gli occhi addosso quando miro le altre, se non lo faccio non posso ballare, rincara lui che si sente dentro la casa del Grande Fratello con mille occhi addosso che registrano ogni suo movimento.

Questi sono solo due tra i tanti riti che la coppia si dà per non uscire dalla milonga con l’appuntamento dall’avvocato divorzista già prenotato.

Ma, non basta.

Tutti hanno sperimentato, da parte di lui e lei, la BLACK LIST dei ballerin* con cui vige il divieto assoluto di ballare, di mirare, di scambiare qualche parola.

Nulla è più irresistibile di una regola proibitiva: alla prima occasione balleremo proprio con il pirata (o la piratessa) RED FLAG. Come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Andiamo la lezione. Territorio neutro.

Le baruffe micidiali che ho visto e vissuto sulla mia pelle con il partner sentimentale. Imparare è anche un gioco di potere dove si riaffermano gli equilibri forti all’interno della coppia, nessuno è disposto a cedere su territori faticosamente conquistati.

Capiamo bene, è un problema: rinfacciare gli errori o le inesattezze del partner con fare insistente o- peggio, insultandolo malamente, non porteranno lontano. Anzi no, spingeranno la coppia direttamente sull’orlo del baratro. Non solo tanguero.

Libertà.

Se ballo in una dimensione psicologica nella quale mi sento libero, ballerò meglio. Senza preoccupazioni di come si sente il mio partner di vita, senza sentirmi a disagio perchè lui/lei si sta divertendo massimamente mentre la mia serata non decolla.

Ci sono tantissime sfumature che possono essere direttamente letali per una coppia che non sia ben equilibrata, stabile, con basi forti.

Per tutti gli altri è come mettere la prua della nave puntando dritto dentro la tempesta.

Può essere una prova (AUGURI!), può essere un escamotage per finirla prima (epperò siete bastard*! non è meglio dirsi prima che non siamo più convinti di stare insieme?), può essere anche la celebrazione dell’amore, dell’armonia, della complicità.

Personalmente ho vissuto entrambe le possibilità: ho ballato da moglie (ora ex – guarda un po’! 😉 ), da compagna, da single.

Il tango migliore, secondo me, lo ballo da single. Nessuno mi scruta, nessuno mi giudica e vado a casa a serata finita con il cuore leggero.

A voi la scelta!

Pimpra

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Le 7 tragedie in milonga che solo una tanguera può capire. #ditantointango

A tutte le amiche tanguere in ascolto saranno capitate le avventure più disparate in pista – e ovviamente anche fuori, ma quelle le custodite nel vostro scrigno segreto di ricordi.

Oggi voglio proporvi un gioco: le 7 tragedie vissute in milonga.

Inizio io e aspetto da voi divertenti contributi!

Tragedia n.1 — Il crollo strutturale

In una bella milonga estiva in riva al mare, parte la tanda di milonga. Intercetto un ballerino favoloso, dinamico. Dopo meno di un minuto un rumore sinistro all’altezza del tallone e un cedimento strutturale mi fanno crollare.

Fortuna volle che il cavaliere oltre che bravo fosse forte: mi ha trattenuta prima che finissi a terra.

Scarpe nuove. Mai successo prima. Imprecazioni interne. Cambio scarpe e via, ho ripreso a ballare.

Morale: anche se la milonga è sottocasa, partire sempre con il cambio gomme, un paio di scarpe in più.

Tragedia n.2 — L’invito che non arriva mai

Una delle situazioni che mi hanno sempre fatto infuriare, specie nella mia verde età di tanguera, è quando la mirada non solo non veniva accettata ma direttamente schifata. Sei trasparente, non esisti, sei un ectoplasma. Ricordo quanto ci stavo male, la malattia che ne facevo all’epoca.

Il mondo crollava in testa e l’autostima scendeva sotto il pavimento.

Anni dopo, quelle mirade hanno fatto centro. Ho ballato con quelli che erano stati i miei oggetti di desiderio tanguero. Una delusione assoluta. Io sono andata avanti, loro sono rimasti lì.

Morale: ho imparato che non ha alcun senso prendersela per inviti mancati. A volte è meglio evitarsi l’esperienza! Ma questo lo capisci dopo!

Tragedia n.3 — La tanda eterna

Vogliamo parlare della tanda eterna quella che non finisce mai? Il primo brano già ti parla di fuga. Al secondo ti rassegni. Al terzo ti chiedi se puoi emigrare senza passare per il guardaroba.

Morale: la prossima volta portati il revolver nella giarrettiera, almeno la fai finita più velocemente. Ovviamente ti liberi di lui!

Tragedia n.4 —Il wrestler

Il tanguero che non deve chiedere mai. Quello che ti abbraccia e sei sua.

Ti mette in gabbia e decide di marcarti anche il respiro. Ma mica con le buone eh! con una marca da wrestler, manco fossi un frigorifero senza le gambe.

Quando chiede un boleo, lo fa con una tale selvaggia virulenza che senti, una dopo l’altra, le vertebre scricchiolare e speri che la struttura regga il colpo!

Morale: alcuni li vedi e li eviti. Quelli mascherati ti fregano. Non ti resta che pregare e sperare che il tuo corpo regga i colpi. In fondo tutta la palestra che fai servirà pure a qualcosa!

Tragedia n.5 —L’igiene, questa sconosciuta

Arriva il momento che hai aspettato per anni, il ballerino dei tuoi sogni.

Ti alzi con fare felino, avanzi verso di lui senza togliergli gli occhi di dosso, mano destra nella sua, ti avvicini, lo abbracci e… vieni tramortita da un terribile odore di ascelle.

Il risveglio dal sogno tanguero è traumatico. Gli effluvi funesti nelle narici non ti fanno godere nulla, nulla, nulla. Non vedi l’ora che finisca.

Morale: il tango ti insegna a non avere aspettative. Mai, su niente e nessuno. Una lezione di vita.

Tragedia n.6 —Wardrobe malfunction

Ho ballato per un pomeriggio intero con un copricapezzoli sull’ombelico. Stendo un velo pietoso sull’imbarazzo che ho provato quando me ne sono accorta. Ma le amiche dov’erano?

Morale uno: buttate i copricapezzoli di silicone. Sudore e abbracci li fanno migrare.

Morale due: situazioni come questa mettono luce su chi avete vicino.

Tragedia n.7 —Essere “catafaro”

I dolori improvvisi che attanagliano nel bel mezzo della tanda. Sperimentato mai fitte ai piedi così forti da risultare invalidanti? Il medico ha sentenziato troppa sollecitazione e uso eccessivo di tacchi.

Morale: Arrivi a casa e ti fa male tutto. Ti senti peggio di un maratoneta dopo 42 km di corsa ma sai già che alla prossima milonga ci caschi di nuovo!

Adesso tocca a voi!

Pimpra

BALLARE PER NON CROLLARE. IL TANGO OLTRE LA CRISI #ditantointango

Immagine di Radu

Non è sempre tutto scintillante.

Una festa dentro la notte, un farsi dell’alba stretti in abbracci indimenticabili.

A volte è maschera di un sorriso che nasconde una ferita.

Ballare -come lo sport, e forse meglio ancora- ci connette al corpo, che è la più potente medicina quando l’anima e il cuore soffrono.

Il corpo ci riporta nel qui e ora. Ci ancora alla realtà. Ci tiene vivi.

Nel 2023 il mio piccolo mondo mi è crollato addosso.

Senza fare rumore. In un silenzio peggiore di qualsiasi esplosione.

Il cuore si è sciolto, così pure le immagini che aveva creato, rivelando uno scenario squallido.

Ci sono stati momenti in cui non ho più percepito emozioni, sensazioni, ho vissuto dentro una linea piatta, fatta di routine, di gesti conosciuti e oramai meccanici, senza provare alcunchè, dolore e rabbia compresi.

La vita scivolava a gocce scolorite, così i giorni. Il corpo si muoveva come un automa. Vuoto di senso. Vuoto di stimoli. Solo vuoto.

Poi, una mattina, nella quotidiana passeggiata verso l’ufficio, la playlist del cellulare mi ha sbattuto in faccia uno dei miei tanghi preferiti. Un monito. Un richiamo. Uno schiaffo alla mia apatia.

Ho concluso il mio anno orribile andando in maratona da sola, viaggiando da sola, restando da sola. Un’iniziazione. Una consacrazione alla mia nuova me. Alla giaguara ferita, ma ancora palpitante di vita, pronta a rialzarsi.

E così è stato. Weekend dopo weekend, ho ripreso a viaggiare e a ballare. Tanto. Con tutti.

Non era una fuga, la mia, era la dimostrazione della mia resistenza ai colpi della vita, agli inganni delle persone, alla solitudine.

E sono rinata.

E il mio tango è rinato.

Anzi: è nato per la seconda volta.

Gli abbracci sono una forma di regolazione emotiva, riducono l’ansia, ricompongono la frammentazione. Pezzo dopo pezzo, il tango ha incollato i miei cocci, riassemblandomi in un insieme decisamente migliore.

Gli abbracci del tango non chiedono nulla eppure ti restituiscono tutto. Ti rimettono in mano la tua vita, la tua persona, i tuoi desideri. Riaccendono i sogni.

Le crisi oggi arrivano a onde, come la risacca. Tornano, sempre.

A vent’anni cerchi il tuo posto nel mondo.

A cinquanta ti chiedi chi sei diventato.

In tutto questo il tango. Che resta, accoglie, contiene, racconta.

Oggi, quando tocco le assi di legno della milonga mi emoziono ancora. Quel tango, quello che mi ha salvato, mi risuona dentro.

Da allora ho la mia playlist di preferiti, brani che sanno suonare dentro di me tutte le note delle emozioni.

Chiudo gli occhi e inizio a muovere i passi.

Rinasco, una volta ancora.

Pimpra

Abbracci, risate e Barolo: 247 leghe per la felicità #ditantointango

247 vi dice qualcosa? Sono le leghe che separano casa mia dalla location della maratona del fine settimana appena concluso. (549 km se non avete voglia di fare il calcolo).

Una maratona di chilometri per raggiungere Alba dove alloggiavo, con l’aggiunta di altri 16 km per arrivare all’ameno paesino di La Morra, sede dell’evento.

Mentre mi trovavo in macchina, non potendone più, la mente annebbiata provocava ulteriore fastidio stuzzicandomi la testa con pensieri negativi: “varrà la pena aver fatto tutto questo viaggio? Ci sarà l’atmosfera gaia di abbracci e sorrisi che tanto piace a me? Ballerò? Mi divertirò? La musica si accorderà ai miei desideri?”.

La sala è accolta nel paesino in cima a una collina che, con il buio della sera del venerdì, mi pareva di essere finita dentro a un campionato di corsa in montagna, tra tornanti e curve e un asfalto che te lo raccomando. Ancora più martellanti e furiosi i pensieri “Ahò ma siamo sicuri che ne vale la pena?”

All’arrivo i primi sorrisi luminosi alla reception degli ospiti mentre ti annodano il nastrino rosso color barolo come fil rouge della festa, la caramellina gourmet dell’antica confetteria Converso di Bra (i dettagli fanno la differenza!) trovata nella busta dei ticket della ristorazione, e già mi è partito il primo sospiro di sollievo.

E poi i volti degli altri, più o meno stanchi del fine settimana alle spalle, chi del viaggio (ovviamente meno lungo del mio, ma tanto è un’ovvietà), ma tutti sereni, molti di loro a sorseggiare qualche bollicina che il bar in fondo alla sala ne offriva di deliziose.

Così è partita la mia prima edizione di Barolera, una maratona piemontese di cui avevo sentito molto parlare.

L’atmosfera del luogo è percepibile da subito, c’è quell’educazione e quell’accoglienza elegante che caratterizza i sabaudi e definisce i loro eventi.

Dopo un sonno ristoratore, dimenticati i km alle spalle, l’entusiasmo di trovarmi in gita tanguera si è impossessato di me e delle amiche con cui ho fatto la trasferta.

Alba ha un ridente centro storico, colonizzato da un mercatino che ne riempie le stradine ma, ancor più bello il contorno di colline e vigneti che cinge la cittadina.

I 16 km che separano Alba da La Morra, sono una delizia per gli occhi, alternando dolci colline a nocciolaie e vigneti a pastini. Un senso di pace, di armonia si è impossessato di tutta me facendomi arrivare in milonga con il migliore dei sorrisi.

Le sorprese non sono mancate, dallo zabaione home made offerto nel pomeriggio ai danzanti per ricaricare le batterie, alle meringhe, al budino specialità locale che già ho dimenticato come si chiama (il bünet, grazie Veronica Anna Federica!). Tutto parlava del territorio, la qualità parlava del territorio.

Foto credit Mauro Tonchich

Piacevolissime le coreografie di danza moderna che hanno spezzato la solennità dei tanghi ballati e dato vigore agli astanti sulle note della febbre del sabato sera e non solo, e, dulcis in fundo, la coreografia “open” dedicata ai tangueros, “appresa” in soli 20′. Con il tango ci sappiamo fare ma quanto al resto siamo piuttosto negati ma volonterosi e dotati di grande sangue freddo per esibirci insieme alle bravissime ballerine moderne!

(ps: l’anno prossimo inviateci il tutorial del brano con anticipo che almeno proviamo a prepararci! 😀 )

Una menzione speciale spetta al buffet della domenica che ha coccolato il palato con piatti deliziosi, un risotto ai porri buonissimo, e poi una scelta di ottimi affettati, formaggi del luogo, i famosissimi grissini, altri stuzzichini vari, un vero capolavoro di ospitalità!!! BRAVI!

Tra zabaione, dolcetti, caramelline, budini vari avevo il fuoco delle calorie che bruciava violento dentro di me facendomi ballare come una invasata. Che bello!

Consiglio assolutamente di venirci, anche se non amate il vino e siete astemi come me, è tutto il contorno che coinvolge, mettendo in una dimensione di relax, dentro una piacevolissima onda di allegria.

247 LEGHE. Un ottimo numero per stare bene.

Pimpra

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