IL GIORNO DEI "SE" E DEI "MA"

E’ una bella giornata di sole quella di oggi, così come lo era 32 anni fa. Come faccio a ricordarmelo? Non si dimentica la giornata in cui tuo padre vola in cielo. In realtà, prima, è volato giù da un viadotto in Molise, era quella la via che ha scelto per andare.

Cinica? Forse, ma solo con il ricordo più straziante della mia vita.

Il tempo cura questo genere di ferite ed oggi rivolgo il mio sguardo sorridente e privo di dolore, consapevole che, ovunque egli sia, è molto felice.

Scendendo in scooter, con l’aria sulla faccia, come piace a me, i pensieri mi raccontano un sacco di storie ed oggi ho immaginato la mia vita con i se e con i ma.

Se mio padre fosse ancora vivo, oggi, sarebbe di sicuro il nonno più felice del pianeta. Una nipotina adorabile che lo riempirebbe di orgoglio e che, lo scommetto, avrebbe già appellativi quali “principessa, campionessa, talento sportivo, occhioni belli” e chissà quanti altri.

Lo immagino mentre la accompagna a nuoto e la ammira dagli spalti decretandone l’indiscusso talento, unito ad incredibile bellezza, menando vanto della genetica familiare capace di produrre una tale meraviglia.

Lo rivedo padre presente e lo immagino parlare di fotografia con suo figlio che l’ha vissuto per un tempo troppo limitato. Li penso cucinare insieme, godere di ogni scintilla dei piaceri della tavola e del buon vino. Sento le sue parole di motivazione, la sua forte spinta a credere in se stessi, ad impegnarsi.

Mio padre oggi avrebbe una bella panzotta, i capelli biondi divenuti color cenere insieme agli immancabili baffetti, una cornice perfetta per far risaltare gli incredibili occhi azzurri, delicati o freddi, a seconda delle occasioni.

Oggi è una bella giornata invernale, non ho rimpianti, non ho rimorsi, il ricordo lambisce la memoria senza spingermi alle lacrime.

Se tu fossi ancora qui, una volta in più ti direi “Ti voglio bene papà”.

Pimpra

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HO PERSO VOLI, HO PERSO TRENI

I nuovi auricolari tecnologici mi tengono compagnia in questa domenica di dicembre, mi rilasso sul divano, in attesa che la giornata prenda avvio.

La finestra che dà sul giardino ricama giochi di macchie dalle sfumature ocra e verdi, l’erba è umida e profuma di muschio, a terra giacciono oramai secche tutte le foglie del carpino. Rimane un albero maestoso anche adesso che è spoglio, i rami come arti proiettati verso il cielo a chiedere un abbraccio corale.

Sorseggio il caffè perdendomi dentro queste immagini invernali.

Il tappeto di foglie mi assomiglia, disteso sull’erba del giardino, spazzato dal vento, battuto dalla pioggia, mutevole come il clima.

Le foglie hanno una loro ragione di esistere, penso, anche adesso che sono come singole tessere di un puzzle, buttate a terra per caso. Disegnano la fine dell’anno con colori tanto infuocati da riscaldare la morte stessa.

La musica insinua note struggenti di pianoforte e parole che arrivano dritte al cuore.

“HO PERSO VOLI, HO PERSO TRENI”.

La lacrima sfuggita al controllo della ragione riga il mio volto stanco, davanti al fuoco di foglie di questo finto autunno.

“HO PERSO VOLI, HO PERSO TRENI” il ritornello s’infrange lì dove fa più male.

Il caffè è finito, la tazza vuota tra le mani non mi riscalda più.

Pimpra

Citazione nel titolo da Pianeti di Ultimo

VORREI VIVERE A LUNGO

Vorrei vivere a lungo.

Non perché mi interessi vedere il mio corpo disfarsi sotto le picconate del tempo, vorrei vivere a lungo per dare un senso al viaggio.

In Giappone, questo senso, lo chiamano Ikigai, il senso della vita, quel fuoco sacro che brucia dentro di noi facendoci attraversare tempeste pur di realizzare il fine per il quale sentiamo di esistere.

Vorrei vivere a lungo perché il mio Ikigai si è nascosto sotto il tappeto. Ma io non ho nemmeno un tappeto perciò provo un discreto imbarazzo quando pongo a me stessa la domanda “Pimpra ma il tuo scopo quale è?”

I giapponesi sono un popolo gentile e saggio, perciò ti offrono la soluzione a questo tuo problema esistenziale dicendoti “Il tuo ikigai è TROVARE il tuo ikigai” che, a pensarci bene, è una proposta assolutamente intelligente.

I creativi e gli artigiani e tutti coloro che sentono di avere una forte motivazione a percorrere una strada, a realizzare un progetto, hanno la mia profonda stima. E pure la mia (sana) invidia.

E provo a ricordare se per un istante una specie di senso da realizzare lo avessi avuto pure io. Cerco nel tempo passato, cerco nella mia infanzia e scopro alcune interessanti cose.

Volevo andare alle olimpiadi per salire sul podio e sentire il mio inno nazionale indossando la medaglia più preziosa. Poi ci ripenso e mi accorgo che quello era il sogno di mio padre. Io volevo fare la ballerina classica e lui mi ha buttato in piscina.

Cresco e capisco che il mio paese d’elezione, quello in cui avrei voluto vivere era la Francia ma mi manca il coraggio di fare il salto, e mi faccio convincere che partecipare ai concorsi pubblici sarebbe stata la panacea lavorativa, così faccio, li vinco pure e sottoscrivo con il sangue la mia condanna a morte cerebrale.

Non faccio figli, ma forse meglio così. Ah sì, da oggi sono ufficialmente divorziata. Ecco meglio non averli fatti.

Nel frattempo invecchio, di brutto. Ma la mia testa, incredula, pensa sempre di aggirarsi tra i 20 e i 30 anni di età.

I miei anni si vedono tutti, da qualunque parte li osservi.

E questo dannato ikigai ancora non si palesa, ancora non lo so leggere, ancora non so dove si sia nascosto.

Però i giapponesi mi dicono di mantenere il sorriso, di accettare il cambiamento, di diventare “antifragile” che vuol dire che le avversità mi rendono più forte, insomma resilienza come se non ci fosse un domani.

E ci provo, e trovo il sorriso dell’accettazione quando, al lavoro, i miei superiori mi affidano compiti equiparabili a “Scava la fossa, riempi la fossa”, e io porto a termine con precisione e accuratezza quanto richiesto, senza perdere la testa, senza diventare una furia umana, senza entrare nel tunnel della frustrazione più nera.

Sii un’artigiana, una takum, cura il dettaglio e trasforma ciò che puoi in qualcosa dalla sofisticata semplicità. Il concetto mi pare molto bello e mi permette di entrare nel flusso che mi connette con il senso, con quel viaggio di cui, alla nascita, ho staccato il biglietto, ma di cui ancora non conosco la destinazione…

Ecco, vorrei vivere a lungo per scoprirlo.

Pimpra

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IL TEMPO DELLE VACANZE

La bellezza di stare in vacanza dall’ufficio è il tempo. Più cresco, più mi rendo conto di quanto ogni istante della vita sia prezioso, ogni singolo istante, ogni respiro.

Sto scrivendo dal mio giardino preferito che ho scoperto essere popolato di numerosi animaletti, anche non precisamente “carini”, la biscia verde, i topini, gli scorpioni e tutto il corredo naturale tipico della campagna.

Mi scopro troppo cittadina quando mi terrorizzo scorgendo le Gattonzole in modalità di cacciatrici, puntano la biscia per ucciderla. Lo scorpioncino scovato stamane mi ha impaurito pure lui. Ma che sono diventata, una fifona? Probabilmente sì…

Quanto mi è caro questo tempo che non sto riempendo, per la prima volta- credo- di mille e una attività. E’ un tempo diventato più lento ma molto più interessante, pregno di nuovi sapori. E’ la mente che può correre libera nei suoi pensieri, senza fretta, alla scoperta di nuovi territori, creando immagini e fantasie.

Eccomi a giocare a fare la scrittrice, nel giardino, sotto il grande carpino, melodie antiche di Brel ad accarezzare l’udito e a lambire l’anima, a portare a galla ricordi assopiti, a riconnettermi con una parte di me profonda, “antica” pure lei.

E’ così importante concedersi questo tempo di ozio creativo, di pausa.

Ho ripreso a sognare, a farlo ogni notte, la mente restituisce incredibili storie, il più delle volte appassionanti, avventurose, altre terrorizzanti, allora mi sveglio e mi accoccolo a chi ho vicino, cercando quel calore che scioglie le paure.

Arriva il tempo delle vacanze e l’energia ha preso la via di ciò che è sotterraneo come il Timavo che s’inabissa nel Carso scorrendo più impetuoso e vivace che mai, al riparo dalla luce e dal cielo.

Tra pochi giorni riemergerò alle fonti e tornerò quella di sempre, ho davanti una settimana di sole (spero!), di giochi, di sport, di quella vita attiva che è tanto parte di me.

Nel frattempo però la gioia di aver a lungo accarezzato, coccolato, il mio tempo è una sensazione di gioia impagabile e, ad oggi, sconosciuta…

Pimpra

Due stalker di mezza età.

La pausa pranzo estiva si è sempre connotata come una sgambata nel cuore nobile della città, il triangolo chic che da piazza Unità porta a piazza della Borsa e a via San Nicolò.

Il tour delle 14.00 si è sempre consumato in compagnia della mia cara amica Alessandra.

Con pioggia, bora, neve, afa, sole a picco in testa, vento o calma piatta, lei ed io procediamo spedite in direzione del caffè che ci traghetterà nel secondo round della nostra giornata lavorativa. Il caffè, possibilmente sempre nello stesso luogo, siamo piuttosto abitudinarie in questo campo. Anzi, io lo sono.

All’uscita dal nostro antico palazzo veniamo accolte da una luce estiva trionfante accompagnata da un mantello di raggi solari dalla temperatura devastante.

Alessandra, convintamente afferma: “Pimpra, questo è il prezzo da pagare per la libertà”. Non posso darle torto, non fosse per il caldo estremo, proveniamo da uffici climatizzati, il panorama è stupendo.

Vengo colpita da una sagoma femminile distante una ventina di metri, la segnalo alla Ale dicendo “Hai visto che stacco di gamba?”, lei “Hai ragione è pazzesca!” io “Mai visto dal vivo gambe così lunghe, raggiungiamola per vedere che faccia ha!”

Aumentiamo vigorosamente il passo nella canicola, augurandoci che la nostra giovane preda si fermasse a guardare qualche vetrina, dato che le sue gambe producevano una falcata che era due delle nostre.

Aumentiamo ulteriormente il passo, la Ale, ridendo ma non troppo, comincia ad ansimare, mentre la incito a non mollare che dobbiamo assolutamente dare un volto a quelle gambe infinite.

La ragazza non accenna a una sosta seppur minima, non uno sguardo ai negozi, nulla la distoglie dalla sua meta. Si avvicina all’attraversamento pedonale ma non sceglie il regolamentare passaggio, preferendo attraversare in un punto diverso. Intuendone la mossa, la precediamo per poterle essere davanti e scorgerne, finalmente, il volto.

Attraversiamo prima di lei, finendo quasi sotto un camion mentre la nostra fenicottera, con quattro passi di meno, raggiunto l’altro lato della strada, si infilava in banca lasciandoci a bocca asciutta.

Sudate e trafelate siamo scoppiate a ridere in mezzo alla via, dandoci reciprocamente della stalker.

La figliola aveva un difetto, secondo la mia socia “E’ così magra che ha “una baruffa di gatti in mezzo alle cosce“!”

Con questa perla di humor triestino, vi saluto, alla prossima avventura.

Pimpra

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CRONACHE DALLA PALESTRA

“Maggembre” è quasi concluso, il clima è rimasto fresco, piove che nemmeno ai tropici, il cambio di stagione in stallo. Interregno nell’armadio, e stato di fastidiosa anarchia: mezza roba invernale, qualche citazione più primaverile. Le scarpe: un dramma.

Di buono c’è che pure la malefica prova costume è ancora distante e, quindi, il fato meterologico permette di correre ai ripari. In senso letterale.

La palestra è piena, una fascia ampia di adepti che, con sudore e fatica, cercano di rendere la carrozzeria più presentabile. In verità “più presentabile” per gli over 40, gli altri, invece, possono ancora dilettarsi ad aggiungere optional.

Per tutti, fatica.

Mi presento puntuale dopo il lavoro, più o meno alla stessa ora, nelle stesse giornate e, con me, un gruppetto eterogeneo di persone dei due sessi. Quelli a me coetanei, poveracci, sono piuttosto mal messi: adipe, fisici collassati, dove, l’impietoso scorrere del tempo, ha lasciato traccia profonda. Ci sono le eccezioni, i meritevoli (uomini e donne) che hanno faticato sempre, costruendosi fisici notevoli che il tempo ha solo minimamente segnato, di solito limitandosi a rigarne i volti.

E poi ci sono loro, la beata gioventù. Osservo le ragazze nello spogliatoio prima di entrare in sala, mentre controllano se la biancheria disegna correttamente quel delicato “non vedo ma immagino” sotto le guaine affusolate del loro leggins, strizzano i seni acerbi in bralette coordinate, sistemano le chiome, il lucidalabbra, smartphone alla mano, sono pronte ad affrontare l’allenamento, più di sguardi che di sollevamento pesi, ma tant’è.

Mentre frusto la mia volontà a non cedere sotto la super serie di addominali, mi diletto ad ascoltare i discorsi dei giovani virgulti, a guardarli mentre cercano di capire se e come è cresciuto i bicipite, ad alzarsi la maglietta per mostrare all’amico quanto è bella la loro “tartaruga” . Non smettono di guardarsi, commentando i loro progressi, esibendosi in una serie infinita di banalità in campo alimentare che, a volte, vorrei prenderli a testate.

Invece resisto, io faccio parte della guardia dei dinosauri, e quando metto piede in sala sudo, divento paonazza sotto sforzo, il cellulare lo guardo solo per vederci gli esercizi della scheda, non telefono agli amici e, tra una ripetuta e l’altra, cerco di respirare. Evito accuratamente di individuare la mia immagine nello specchio che quello che ci troverei fa a pugni con la media dei presenti.

E poi arrivano loro, quelle giovani e belle, e senti che la sala pesi trattiene il respiro, i ragazzi aprono il petto, gonfiano i bicipiti per far vedere quanto sono grossi, fanno le facce come a dire “Non mi sono accorto che sei entrata, sai” per poi sdilinquirsi quando Lei se ne va senza degnarli di un solo sguardo, come fosse una gatta, a coda alta e naso all’insù.

Una stilla di sudore mi imperla la tempia, l’asciugo e finisco la mia serie. Forse quest’anno arriverò preparata alla prova costume. Forse…

Pimpra

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IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

MONDO PICCOLO

Nel mio peregrinare porto sempre con me l’odore di salmastro, le raffiche del mio vento di nord est, lo specchio argentato del mare. Un luogo senza il canto ritmato della risacca è come se mancasse del respiro e della vita.

In macchina sul far dell’alba, per raggiungere la campagna, per me come andare alla scoperta del nuovo mondo. Mentre macinavo i troppi chilometri che mi separano da qualunque destinazione non sia un generico est, cercavo di immaginare cosa avrei trovato, una volta a destinazione.

Ho sempre amato la campagna, ma quella che porto nel cuore è sempre molto triestina, una campagna a due passi dall’alto Adriatico a un tiro di schioppo dalla terra rossa del Carso.

La grande casa gialla mi accoglie come una donna dal seno prosperoso e i fianchi larghi, con il grembiule da cucina mentre sta tirando la pasta. Parcheggio e respiro immediatamente un’aria che sa di buono, di cose che nel mio quotidiano ho perso oppure, semplicemente, dimenticato.

Ci sono papaveri che costeggiano le strade del borgo, un piccolo miracolo per i miei occhi di cittadina abituati ai riconoscere solo le sfumature di grigio asfalto. Mi sembra di doverli proteggere tanto sono belli, e più di una volta ho sbandato tanto ero presa a rimirarli.

L’erba è alta, ha una sfumatura di verde quasi trionfante. La pioggia intermittente di questi giorni è la sua cura di bellezza più efficace.

Comincio a sentirmi a casa, in questo spazio aperto, nel casolare che mi accoglie con la sua storia centenaria raccontata dai muri di argilla. Qui il cellulare si prende una pausa, per mettere in pausa me e non riceve il segnale.

La campagna chiama, pretende attenzione, vuole essere guardata, scoperta, amata come merita. Non posso smettere di sentirmi viva. Nelle parole del maestro che mi insegna come usare la reflex, perché poi, quella terra lussureggiante, florida, timida e melanconica, andremo a fotografarla.

Guareschi ci racconta della Bassa e della sua gente, dell’animo contadino e ruspante di Don Camillo e Peppone e la nostra macchina fotografica ripercorre quei luoghi traducendoli nel presente.

Alla sera, davanti alla stufa, il fuoco riscalda la luce della stalla dove, anche la voce calda dallo spiccato accento parmigiano, così morbida da infondere di vibrante emozione le parole di Guareschi, ci accompagna alla scoperta di un mondo antico che vive immutato nel cuore di questa speciale parte di Emilia.

Ho gli occhi carichi di bellezza, di campagna, di casolari, di argini di fiume, di fiori di campo, di nuvole che si fanno belle e giocano rovesciandoci addosso secchiate d’acqua. Ma è tutto un ridere, correre in macchina, scansare l’ombrello, bagnarci come si faceva da bimbi, con allegria e innocenza.

Non sono ancora capace di raccontare con le mie immagini questa bellezza, e pure le parole mi fanno difetto per esprimere il calore di chi mi ha accolto ed ospitato.

Se potete, regalatevi questa esperienza. Qualcosa dentro di voi riprenderà a vibrare, forte, di buono.

Questo è il mondo piccolo: strade lunghe e dritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti
(G. Guareschi)

Pimpra

Il luogo sede del workshop fotografico lo trovate qui oppure qui

UNA GIAGUARA IN PALESTRA

I miei amici sanno bene che il 2019 rappresenta, per me, uno di quei giri di boa della vita che si ricordano.

Dopo un primo periodo, l’anno scorso, in cui alla sola idea impallidivo, scollinato con il doveroso sollazzo la fatidica data, mi son detta “Pimpra, sai che c’è? Adesso devi stare solo bene stai nel tempo della totale libertà, non devi dimostrare più niente a nessuno e, insomma, te la puoi godere!”

Questo atteggiamento positivo ha mosso i miei primi passi in questa nuova fase storica della vita, regalandomi – finalmente! – quella serenità d’animo che avevo perduto.

Anni o non anni in più, resto quella di sempre, una “triestina d.o.p.” ovvero una donna indipendente, libera e sportiva. E tanto altro ovviamente, ma vado fuori tema.

Per farla breve, mi sono detta che i giochi della maturità sono tutti in mano mia. Ci hanno provato più volte a smorzarmi l’entusiasmo con concetti tipo “Sparati le tue ultime cartucce” e amenità del genere che, in un primo tempo, mi hanno malamente ferito ma, fortunatamente, hanno fatto sì che riflettessi seriamente su chi sono e su quello che voglio per me.

Morale della favola: STICAZZI.

La vita è bella a prescindere. Non accetto di avere attaccata addosso l’etichetta con la mia “data di scadenza”. Questo non significa che non sia ben consapevole che non posso (e non devo) fare tutto, è corretto sintonizzarsi con il periodo della vita dove si è ma ciò non significa implicitamente “morire” (prima del tempo).

Quindi, il primo passo è stato iniziare a prendermi cura di me, specie in questo delicato passaggio per noi signore. Detto fatto. Sono una donna che è sempre stata aperta al nuovo, ho sempre fiutato l’aria e percepito ciò che cambiava e così ho deciso di sperimentare un allenamento personalizzato con coach a distanza.

Non si tratta precisamente di sport, anche se 4 sessioni intense in palestra ci sono, ma sono tutti esercizi mirati e costruiti per il miglioramento della mia particolare carrozzeria.

Eh già, perché se a 20 anni uscivi fresca fresca dal concessionario, adesso ci torni per fare il tagliando sempre più spesso, oramai sei macchina d’epoca, una affascinatissima macchina d’epoca, nel mio caso che so, una Jaguar anni 60? 😉

E ci vado in palestra, ligia, motivata, leonessa e giaguara con la voglia che sempre mi ha contraddistinto di impegnarmi e fare fatica. I risultati, piano piano, come si conviene in questa fase di vita, stanno arrivando, motivandomi vieppiù.

E quando sono in sala a sudare con i pesi, mi guardo intorno e vedo solo beata gioventù, ragazzi e ragazze di 30 anni di meno, con i loro corpi ancora verdi, acerbi e … una sottile malinconia si insinua, non posso negarlo.

Poi, osservo meglio e monta un moto di ilarità guardando la beata gioventù, i maschietti in particolare, che pompano pettorali e braccia come assassini, per diventare “grandi, grossi” e, probabilmente, fare colpo sulle loro coetanee. E rido perché sembrano dei polletti, tutti grossi di petto con stuzzicadenti al posto delle gambe. Ridicoli, teneramente ridicoli.

C’è qualche uomo coetaneo, di quelli che si salvano ancora dagli assalti del tempo, quelli che non hanno ceduto malamente alle lusinghe della tavola e della noia matrimoniale, sono ancora belli e armonici, frutti di sport praticati e vissuti.

Anche loro, come me, sono leoni con la criniera grigia quando non bianca (o senza criniera), ma sempre maestosi, regali.

Mi rimetto le cuffiette e riprendo gli esercizi, la giaguara spaventa e più di un “Prego Signora, faccia pure” non hanno coraggio di rivolgermi la parola.

ROARR! 🙂

Pimpra

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UN CANDIDO BUONGIORNO

Continuo a pensare che la neve che si presenta in città sia sempre un grandioso fastidio. Problemi di viabilità come minimo, per non parlare poi quando il manto innevato candido prende i colori dell’urbe, divenendo grigio e sporco come l’asfalto. E’ deprimente vedere tanta bellezza deturparsi.

Stamattina la bora ha placato il suo canto roco, le Gattonzole, stranamente, non mi hanno buttato già dal letto al terzo ripetersi della sveglia, al contrario, hanno preso posto vicino a me. Me ne accorgo perché, all’improvviso, qualcosa ostacola i movimenti, sono i loro corpi appoggiati al mio. Si avvicinano e si sistemano accanto mentre sono completamente dentro ai miei sogni, non so come sanno capire quando la loro umana è perduta tra le braccia di Morfeo. Ma lo sanno.

Facciamo colazione in compagnia, i gesti sono sempre gli stessi, la nostra danza del risveglio: loro mi precedono festanti in cucina, con le code bene alzate, ad uncino, miagolano gorgheggiando, si strusciano sulle mie gambe mentre preparo le ciotole con il loro cibo e poi, più gioiose che mai, intingono la testa nel recipiente iniziando a sgranocchiare.

E’ il mio momento di pace, accendo a basso volume la radio e guardo fuori dalla finestra. Ogni giorno il paesaggio subisce una variazione, sia per il colore dell’alba e i riflessi delle nubi, se piove o se c’è vento. La finestra diventa un arazzo regalato da un artista ignoto, ed io quel paesaggio lo godo, vedendolo diverso e sempre uguale.

L’emozione più grande la regala la neve, specie quando arriva inaspettata.

La tazza di orzo fumante tra le mani che solo a guardare il paesaggio un brivido mi corre lungo la schiena.

E’ il momento di accertarmi di quanto sia bassa la temperatura, esco sul balcone e aspiro l’aria pungente come fosse un nuovo profumo da scoprire. La sorpresa non manca, perché l’aria profuma di neve.

Ad ogni nevicata, negli anni più verdi della vita, corrispondeva una giornata speciale, il pupazzo allestito in giardino, la battaglia a palle di neve, la vespa 50 special che, impunita, mi lasciava a piedi che lei, il freddo e la pioggia non li gradiva e decideva che basta, non voleva accendersi più.

Ricordo le mani e i piedi eternamente gelati, i jeans stretti che sembravano puntellati di infinitesimali spilli, il naso rosso e lacrimevole di brina, gli occhi che pizzicavano per il freddo e per i cristalli di neve che entravano.

Sono passati gli anni, tanti, ma le emozioni sono sempre le stesse, uguali a quelle di sempre.

Dentro un fiocco di neve, ritrovo tutte le piccole me che sono stata. Oggi, ne ho aggiunta una nuova.

Pimpra

FOTO MIA

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