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IL PROFUMO DELLA ROSA

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Oggi è un giorno speciale.

Questo è, per me, l’anno che conclude il ciclo del primo ingresso nella grande maturità, la decade che ha segnato l’ingresso negli “anta”, in quella fase della vita in cui, in teoria, le cose avrebbero dovuto trovar compimento.

I bilanci spesso fanno male e, se proprio devo fare il mio, non ho “compiuto” ciò che speravo.

Oggi mi è fatto dono di una giornata meravigliosamente limpida di sole e di vento, di quella tanto amata bora che soffia birichina, gioiosa e libera.

Oggi è il mio giorno speciale. Mi regalerò tempo e una fetta di torta.

E, come scrissi qualche anno addietro “finalmente saprò respirare dentro un vaso colmo di petali profumati e sorriderò ancora”.

A voi tutti, felice giornata degli Innamorati! ❤

Pimpra

 

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DI TANTO IN TANGO. QUANDO LE DIMENSIONI CONTANO

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Non ci avevo mai fatto caso prima, ma, nel tango, le dimensioni contano eccome!

Espressioni come un “grande” ballerino o una “grande ballerina, piuttosto che un “grande “evento”, una “grande” sala, un “grande” tj.

Quando ci vogliamo divertire il metro di misura che utilizziamo è sempre quello: GRANDE.

Mi chiedo: ragiono anche io allo stesso modo?

La risposta è: ahimè, sì.

Perché “ahimè”.

Se accettiamo il postulato che le cose piccole sono quelle preziose, che piccolo è bello, che la dimensione più ridotta delle cose fa sì che le stesse vengano pensate, curate, prodotte con più cura, ecco che il “grande” evento di suo, rischia di perdere quell’elemento di qualità che è insito nel “piccolo” evento.

Ma sarà poi vero?

Un piacevole dibattito con un amico che preferisce l’orbita “encuentro” a quella di “maratona”  e che sia pure un “piccolo” encuentro da massimo 120-130 persone, perché, secondo lui, nel piccolo la socialità si esalta, anche se, forse, si può perdere quel bel mix di qualità/livello di ballo che, un “grande” numero potrebbe  – e sottolineo potrebbe – offrire.

Mi ha fatto riflettere: sarà poi vero?

Allora ho fatto un veloce brainstorming sugli eventi a cui ho partecipato e, le mie conclusioni sono che:

  • evento GRANDE, è super wow se e solo se, gli organizzatori hanno due palle così (perdonate il francesismo), ne sanno (ovvero a loro volta hanno partecipato a tantissimi eventi), non sono divorati dal “fare business” ma pensano ai loro ospiti (prima priorità), insomma hanno “mestiere”.
    Va detto che, se l’evento è assolutamente aperto a tutti, come un Festival, ad esempio, tirare le fila della qualità è molto più ostico e bisogna lavorare sulla lunga distanza. Ripenso a quella favola che è stato il Festival di Fivizzano, quello di Mantova, solo per citarne due. Anni di lavoro, di qualità offerta con costanza e caparbietà, fino ad “educare” i partecipanti e, per una strana alchimia, a selezionarli verso il meglio. Non serviva essere già dei super ballerini, ma di certo era necessario avere quella voglia matta di studiare e di confrontarsi con gli altri, di osservare e di imparare. Quindi, nel tempo, questi “allievi festivalieri” sono diventati ballerini di tutto rispetto.
  • evento GRANDE vuole spazio grande, metri quadrati di pista, spazio “sociale”, se si è tanti bisogna potersi anche “incontrare”, magari lo si fa fuori della pista e poi si entra e si mixa piacevolmente ballo e non solo ballo, amicizia, chiacchiere, leggerezza.
    E’ capitato più volte che l’elemento spaziale fosse una variabile trascurata ed è un imperdonabile errore.
  • GRANDE QUALITÀ’ su tutto. Dai signori TJ che con le loro performance firmano e danno colore all’evento. I “musici” non si scelgono alla “cazzomaniera”, solo perché uno costa meno o l’altro era impegnato e metto insieme scarpe e zoccoli che tanto ai miei ospiti va bene tutto. E no! Non è così! Se vado a una maratona mi aspetto una certa particolare onda, lo stesso vale per il mondo milonguero.

    Mi fermo qui, su queste macro aree per non far la maestrina dalla penna rossa che tanto mi sta sulle scatole.

Quindi, per tirare le somme, l’equilibrio migliore dove si trova?

Nel mio mondo dei sogni l’ideale è  un Grande evento curato nei minimi dettagli come se… fosse un piccolo evento! Che, tradotto significa: voglio la moglie piena e la botte ubriaca! 😀

Pimpra

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PERCHÉ IO SONO ABBASTANZA!

 

IO SONO ABBASTANZA

Ieri pomeriggio, verso la fine della giornata, ho finalmente trovato il tempo per vedere un video che un’amica mi ha inviato qualche giorno fa.

Brené Brown, sociologa statunitense, in 25′ mi ha aperto la mente, anzi no: il cuore.

Una vita spesa a rincorrere qualcosa per dimostrare ai miei affetti, genitori per primi e a me stessa, che avevo un valore, ponendomi obiettivi che non sono (quasi mai) riuscita a raggiungere. Vivere affiancata da un forte senso di sconfitta, di frustrazione, che mi fa sentire un Calimero.

Un essere umano fallito e senza senso, privo di luce e di colore, banale e inutile. Se a questo bel cocktail aggiungiamo pure il fatale mix ormonale di un certo periodo del mese, la frittata esistenziale è fatta: una tragedia.

Poi, siccome son donna, come tutte noialtre, le maniche ce le rimbocchiamo sempre: allora ti metti a leggere, ti confronti, cerchi e trovi il tuo strizzacervelli (ma capisci che non ti basta), lo affianchi alla sciamana, ci metti vicino anche lo sport che se pure il fisico ti cede puoi direttamente comprarti il revolver e farla finita, magari osi pure qualche ritocchino piccolo piccolo proprio per sentirti solo meno peggio.

Ok. Soldi, energia, buona volontà spesi per niente. Quel tuo buco nero laggiù è sempre lì che ti guarda e, ridendo, ti prende pure per il culo, sussurrandoti “Tanto resti mia”. E, cazzo, ha ragione lui!

Fluisci nel tuo stato confusionale – fortunatamente hai tanti Amici! –  e cadi sempre più giù, giù, giù… e non vai in palestra, e ti lasci andare e l’aperitivo diventa il sostituto euforizzante del Prozac e continui a scendere i piani di scale fino a ritrovarti nella tua buia cantina, da sola, nel tanfo di muffa, nell’umidità e ti dici “Ok, questo è il fondo”.

IL MESSAGGIO.

Voi sapete bene che l’Universo è sempre in connessione con noi e ci parla. E noi sordi. A volte urla e, capita che, per puro caso, la voce ci arrivi.

A me è apparso il video della signora Brown, per mano di quella splendida Anima di Anna.

Guardatelo, o voi Pellegrini/e del “mal di vivere”, della depressione, del “che ci faccio io in questo mondo?”, del “perché a me vanno tutte storte?”, guardiamolo insieme tutti noi, variopinta umanità che, ogni giorno, prova a respirare, sono certa che sapremo trovare una scintilla che illuminerà quel buio. Poi, a rimboccarsi le maniche.

Pimpra

 

 

 

 

 

2018. MI STO PREPARANDO

 

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Mai come quest’anno ho grandi aspettative per l’anno nuovo.

Sia chiaro, non immagino di diventare improvvisamente ricca, bella, giovane (e stronza), intelligente magari pure con le tette grosse e il culetto brasiliano, per questo ci vorrebbe un grande miracolo e qui non siamo ancora capaci.

Mi sto preparando immaginando sogni che vorrei realizzare, azioni da intraprendere, percorsi da avviare.

Un focus molto mirato sulla mia vita, insomma, che mi porti a presentarmi alla data fatidica di un nuovo salto epocale, come una donna “risolta” e consapevole. [Mi sa che pure questo entra nella categoria dei “grandi miracoli” 🙂 ].

Tempus fugit e più il tempo passa, più scorre tra le mani veloce e dire “lo farò domani” non è più un semplice posticipare ma un rischio di non realizzare più quanto si aveva in mente.

Quindi, con la scusa banale di un anno che inizia, è una bella opportunità di decidere di mettere mano alla lista dei “farò” che tutti noi abbiamo nel cassetto.

Non vi dirò quali sono i miei che, lo ripeto con un sorriso, ci vorrà praticamente un enorme miracolo, spero che, anche leggendomi qui, prima o poi ve ne accorgerete anche voi!

Sorrido, mi rimbocco le maniche, tengo a bada le paure, e… mi preparo! OLE’!

In alto i calici, a voi, evviva!

Pimpra

 

IL MIO PENSIERO PER NATALE

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Il periodo natalizio ci vede un po’ tutti tornare bambini. Chi ama decorare casa, chi cucina dolcetti particolari, chi si occupa dei regali.

Il Natale, da che mondo e mondo, è una delle feste familiari per eccellenza. Ricordo i miei dell’infanzia e della giovinezza. Mio padre, in particolare, associava il momento al suo ritorno a casa, posto che, per la maggior parte della sua vita, lavorava all’estero, molto lontano dalla sua famiglia.

Il rito del vischio sotto il quale scambiarsi baci augurali, e l’albero. Quello era sacro. Mio papà, da buon torello, non voleva sentire le ragioni di mia madre che proponeva ogni anno di fare l’albero finto: meno lavoro per lei, maniaca della pulizia, senza tutti quegli aghi che si spargevano a terra.

Il pater familia non ne voleva sapere della plastica, lui che lavorava in paesi desertici ed era un profondo amante della campagna, del verde, della montagna.
Da ragazzina ricordo perfettamente la descrizione del tempo della sua pensione: immaginava se stesso e mia madre in uno chalet di montagna dove, tra prosciutti, salami e formaggi della cantina (era un grande buongustaio), avrebbe passato il tempo a scrivere il suo libro, a leggere, a cucinare circondato dalla sua famiglia, figli e nipoti e a Natale a far festa in un bel soggiorno con il caminetto, l’albero gigantesco e la neve fuori. Il destino non lo ha premiato, portandocelo via troppo, troppo presto… ahimè.

Diceva che amava tornare a casa e sentire il profumo di pino. E così, ogni Natale il rito si ripeteva uguale. Con la gioia di noi ragazzi e i piccoli malumori, per fortuna molto brevi, di mia madre.

Natale, per me, ha questo profumo di dono. Dono esistenziale. Se mio papà non avesse tanto stressato per fare festa e ritrovarsi, noialtri, chissà se avremmo, oggi, ricordi così belli da conservare.

I miei genitori hanno lasciato qualcosa in questo mondo. Figli a parte, per loro il dono più prezioso, ci hanno regalato RICORDI. Hanno saputo confezionare per noi quei fili sottili che ci porteremo sempre dietro e che tesseranno, fino alla fine, la trama di quel “chi siamo”.

Il pensiero che ho oggi è proprio questo: quale è o quale sarà il mio dono nel mondo, il mio lascito esistenziale? Quel sogno realizzato che resterà di me, nella mente o nel cuore di qualcuno?

Se non si hanno figli, è più difficile. Ma si possono avere talenti o sogni, o, meglio, entrambe le cose.

Ecco, il dono che voglio fare a me stessa per natale è questo: che cosa posso “donare” al mondo.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: C’E’ ANCORA MARGINE DI INNOVAZIONE/CREAZIONE?

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Ci pensavo ieri sera, mollemente distesa sul divanetto, copertina e gatta sulle gambe, come una vecchia prozia della letteratura inglese di fine 800. La domanda, mentre mi sgranchivo gli occhi ammirando numerosi ballerini professionisti su You Tube, è questa “E’ già stato detto/fatto/danzato tutto o, nel tango, esiste ancora margine di creazione?”

Probabilmente questa rientra di prepotenza tra le domande “E’ nato prima l’uovo o la gallina?” ma tant’è. Me la sono posta.

Nel pensarci ho fatto un immediato collegamento alla moda, arrivati a un certo punto di “evoluzione”, gli stilisti, hanno obbligatoriamente ripreso quanto altri, prima di loro, avevano creato, per riproporre successivamente, in chiave più moderna, attuale, concetti/linee/stili divenuti pietre miliari. Ecco che, a seconda degli anni, i couturier si sono ispirati agli anni 50, ai rivoluzionari 60, ai 70 e via andare. Tanto per dirla tutta, pure gli anni 80 fanno già parte di una rilettura della moda moderna, e pensare che, all’epoca, ero un’adolescente…

Il tango, segue un po’ questo tipo di vague? Di cicli e ricicli storici?

Partendo dal tango tradizionale, dei primi anni del secolo scorso, abbiamo assistito alla sua magica evoluzione. Dalle marcette ai tanghi più moderni, fino ad arrivare alle punte di quelli elettronici per poi, più o meno, assestarsi a un tango multietnico, variopinto, classico e meno classico. Ma questa è la musica.

Come si balla?

Esiste una “tendenza”, un modo particolare nel quale la comunità di danzatori sente di appartenere? Se è così, perché ciò accade? E’ un fattore legato alla “moda” o un nuovo/diverso/attuale modo di sentire.

Da un certo punto di vista, temo che, buona parte del mood tanguero segua, ahimè, anche un’esigenza di tipo “commerciale”: i maestri sono costretti a vendere un prodotto sempre diverso ad allievi che chiedono novità, senza per questo essersi dati il tempo necessario ad apprendere profondamente quanto loro insegnato. Una corsa insomma a trovare “l’accessorio, il colore, la forma” nuova per soddisfare una sorta di esigenza consumistica dell’acquirente/studente.

Così va il mondo. E pure gli insegnanti devono campare.

In tutto questo, sarebbe bello vi fosse una spinta alla ricerca, dapprima concettuale, poi fisica, di un’interpretazione artistica ancora innovativa, se possibile.

Qui bisognerebbe confrontarsi con i danzatori di altre discipline che vanno dalla classica alla moderna a tutte le sfumature che ci passano in mezzo, per capire se e come vi possa essere contaminazione.

Per fare “innovazione” sono sempre più convinta che, di base, sia necessario dapprima possedere una profonda conoscenza della “grammatica” tradizionale del tango argentino, una volta assimilata, può risultare fattibile un percorso di rinnovamento.

Poi mi faccio la fatidica domanda: “Ma te, Pimpra, che cosa vuoi esattamente?” e mi rispondo “Conoscere perfettamente quella grammatica di base, perché mi piacerebbe esprimermi in una lingua il più possibile “perfetta”.  Sarebbe già un risultato enorme, per me. ”

Poi, lascio ad altri talentuosi musicisti e ballerini, di aprire nuove strade – se ce ne sono –  dove potersi incamminare, se ci va.

Lunga vita al tango. Olè.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: tutto quello che le donne non dicono ma pensano e poi si lamentano.

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Chi mi conosce lo sa, a me piace dire quello che penso.

Oggi affronterò un tema spinoso, giustamente stimolato dalla domanda di un amico “Ma le donne, quando ballano, cosa si aspettano?”

Che dire, una gran bella domanda.

Ne ho parlato con più di una ballerina e, di seguito, esporrò quanto ne ho ricavato.

PREMESSA

Prima di partire con qualsiasi disquisizione è necessario accettare il postulato che, nel tango come nell’amore e nel sesso i gusti sono molteplici, come le sensibilità e le aspettative personali. Perciò tentare di definire o dare una visione apparentemente “universale”, “generalista” di quanto una ballerina si aspetta è comunque una visione parziale, affatto neutrale,  o super partes.

Perciò, vi racconterò che cosa  mi aspetto io e le Amiche Giaguare come me.

Credo che la mia positiva vibrazione con un ballerino arriva se, da subito, capisco che ASCOLTIAMO il brano con lo stesso orecchio. Che vuol dire con la stessa sensibilità e, passatemi il neologismo, “SESSIBILITA‘”.

L’ascolto è la leva prima che ci fa muovere sulle assi di legno di una pista a raccontare di noi, della nostra coppia, delle nostre Anime danzanti, di quanto succede, delle emozioni che scaturiscono in quel momento.

Il mio ballerino ideale MI BALLA. Che significa che cerca di capire chi sono, che indole ho, la mia sensibilità, l’energia, la femminilità e con questi elementi si connette con i suoi: la sua virilità, la sua sensibilità musicale, la sua emozione.

BALLARMI non vuol dire USARMI come palo per una sua esibizione di qualità tanguere di taglio onanistico.

Ça va sans dire.

Voglio un ballerino NUDO. Un uomo con così tanto coraggio da farsi “leggere” nel tango, senza paura, per quello che è.

L’ho detto più volte che l’abbraccio non mente, però, per non scoprire le segrete dell’animo del danzante, può diventare estremamente tecnico e freddo, proprio perché non vuole comunicare. Ecco, a me, di ballare con un iceberg, nemmeno ad agosto. No grazie.

Mi piacerebbe moltissimo trovare un ballerino CORAGGIOSO di quelli che non vogliono proporre solo loro, ma che amano la sfida civettuola della donna che sa proporre, in modo lieve, il suo punto di ascolto e quindi di interpretazione.

Mi piace il ballerino che sa essere INTENSO, INTIMISTA E PASSIONALE quando ci vuole (ovvero quando la musica chiama), mi piace il ballerino DIVERTENTE, GAIO, ALLEGRO quando ci vuole.

Amo le sfumature di colore, di densità di senso, di interpretazione.

I MIEI NO.

Non credo di averne moltissimi.

Il primo, fondamentale e assoluto è che non voglio il BALLERINO-PADRONE, quello che “non deve chiedere mai” che ti marca anche il respiro che devi fare e quando, lo psicomaniaco del controllo quello che nell’abbraccio ti regala una gabbia.

Per me, no grazie. Ma ci sono donne che amano il genere, a conferma della premessa in testa di articolo.

No anche al contrario, ai ballerini ETEREI a quelli che non ti toccano neanche. A me sembrano uccellini spauriti, caduti dal nido e, oltre a spegnermi tutto il sacro fuoco tanguero, mi restituiscono una vibrazione negativa sul mio corpo. Con loro mi sembra di pesare una tonnellata, di essere “troppa, tanta, abbondante” sia fisicamente, sia energeticamente.

Per chiudere con una bella immagine che mi ha regalato la Eva, dico anche io che, un bel tango riuscito è quello che ti fa sentire come se “(cit.) ti trovassi sul divanetto, vicino vicino, a guardare un bel film, in compagnia, condividendo la stessa copertina”.

Direi che con questo ho detto tutto… 😉

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: dalla parte di lui. Riletture e considerazioni del Pimpro

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Il viaggio continua, avventuroso e stimolante nell’universo “maschio” del mio rinnovato abbraccio tanguero.

Ogni lezione è una scoperta, come il cucciolo di gatto che piano piano si stacca dalla madre e va ad esplorare il mondo.

Anche io, messi per una volta da parte i tacchi, comincio piano piano ad esplorare il mio tango, da un nuovo punto di vista.

A lezione, tra gli altri me maschi, ammetto che sono una spanna sopra. Gli amici mi dicono che è ovvio, perché ballo da anni e ho introiettato una serie di informazioni che mi tornano utili anche dall’altro lato. Sicuramente, in parte, è così ma…

COSA FA LA DIFFERENZA TRA UNA DONNA LEADER E UN UOMO LEADER.

La prima parola magica: l’ASCOLTO, la CONNESSIONE, la RICERCA del corpo dell’altro con l’intenzione di comprenderne i messaggi.

Attenzione, non dico che i leader naturali non lo facciano, anzi!, ma ci arrivano più tardi di una donna che balla da uomo.

E’ ovvio: siamo abituate a farlo quando siamo dalla “parte giusta” dell’abbraccio.

LA MAGIA.

Credo che, noi tutti, dai rodati ai principianti, a volte dimentichiamo di soffermarci su quella speciale magia che OGNI singolo abbraccio è capace di regalarci. Inizia quasi sempre così, anche se, da donna me ne accorgo perfettamente, può partire da una certa ruvidità.

Ruvido è chi non si affida, chi non si apre, chi non si dà. E, in questo movimento, uomini e donne viaggiano alla pari. Bisogna aprire quella speciale porticina che ci presenta all’altro e che accetta l’altro.

Un esempio.

Caratterialmente sarò un leader “impetuoso”, volitivo, allegro e scherzoso ma pure intenso e denso. Probabilmente la ballerina più idonea a queste caratteristiche dovrebbe avere anch’essa una dimensione umorale/fisica/caratteriale che, in qualche modo, possa corrispondere. Immagino D’Arienzo, Rodriguez, e, perché no, l’amato Pugliese ballati a strapparsi i capelli dal piacere. Piacere, per una leader femmina, di poter danzare, quindi proporre l’ascolto musicale, secondo il suo personalissimo “sentire”.

Lo schema avanzato ma nel quale già mi proietto mentalmente è quello di creare dialogo con la mia partner, diversamente, con il carattere che mi ritrovo, sarebbe solo IMPOSIZIONE, “tango-galera”, “si fa come dico io”.

E qui, vorrei aprire una parentesi e un confronto con voi, se vi fa piacere.

In pista vedo spesso danzatori assolutamente “estetici”, belli da vedere, eleganti, chic insomma quelli che rubano lo sguardo. E li guardo, estatica, perché mi piace trovare la bellezza, ovunque essa sia.

Continuo l’osservazione e, nello scorrere del brano, la bellezza che mi aveva colpito all’inizio, si trasforma in pietra gelida. Mi chiedo perché. Continuo ad osservare e la riposta arriva: si balla per essere belli, ma ognuno per sè, l’uomo balla imponendo movimenti alla sua partner senza per questo entrare mai in contatto con lei (il che sembra una grande assurdità dal momento che, chi più chi meno, ma tutti si abbracciano!).

Voilà. Appare evidente che quella porticina dove dietro trovano rifugio le EMOZIONI resta chiusa, in favore di una “maschera” formale estetica che epura, raffredda e rende assolutamente neutra la dimensione animistica del tango argentino.

Allora, sai che c’è, evviva chi balla un po’ (e sottolineo po’) sporco, ma caldo, accogliente, passionale e divertito. Evviva chi sbaglia e poi ride. Evviva chi, nel silenzio di un movimento sa sussurrare all’altro “Ehi, io farei così, ti va di farlo insieme? O hai un’idea migliore?”

Ci dovrò lavorare tanto, anzi tantissimo, ma è lì, in questo dialogo virtuoso che voglio arrivare.

Pimpro

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: SAPORE DI MARATONA – “L’AMARCORD”

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Prima o poi dovrò decidermi a contarle, per farne l’elenco, alimentare i ricordi, rivivere emozioni.

Anche stavolta mi porto a casa sensazioni che mi nutrono così in profondità da rischiarare l’orizzonte.

Perché, mi chiedo, ho bisogno di tutto questo e non riesco quasi più ad accontentarmi di frequentare le milonghe ma bramo questa “dose” così intensa e forte di tango?

Bella domanda. E’ quel fenomeno che gli anglosassoni definiscono “Addiction“= sono drogata.

Lo confesso: “Ciao, sono la Pimpra e sono dipendente dal tango”. Esistessero gruppi di psicoterapia così sono certa sarebbero molto frequentati.

Torniamo ad “Amarcord”: una letterale botta di adrenalina tanguera, ma non di quella stressante, da competizione, di quella lieve, delicata, intensa, gioiosa, gaudente e divertita. Il massimo.

Ci sono andata da sola, non immaginando come fosse la prospettiva dalla parte della ballerina “non accompagnata”. Di solito se si va insieme a un partner è meglio per entrambi: la/le tanda di presentazione della coppia di ballo e poi, di norma, si aprono gli inviti. Ma da sola?

NO PROBLEM. Basta scegliere la maratona “giusta”.

E come si fa a sceglierla?

Che posso dire, aiuta conoscere gli organizzatori, sapere quanti iperkilometri di ballo hanno nelle gambe, a quanti eventi loro stessi hanno partecipato e che persone sono: generose, aperte, cordiali… o il contrario. Io alle maratone di quelli che se la tirano, non ho voglia di andare.

Ed eccomi, pronta sulla linea di partenza della prima tanda, fare la mirada assassina ad un amico che, molto carinamente, ha aperto le mie danze. Una FOLLIA. Poi non ho più smesso.

Alla sera, a letto, ogni micro cellula del corpo smadonnava imprecando contro quella sciagurata me che non si è fermata un attimo “Uellà donna, ma te sai che c’hai un’età e che certe cose devi farle con granu salis che qui noialtri siamo tutti indolenziti??? Ma ti pare normale ballare 4-5 ore senza fermarti? Tu non sei tutta giusta!!!”

Alla mia me che mi presentava il conto di stanchezza e dolore fisico opponevo un ” Ma Ragazzi, come si poteva stare fermi che c’erano musica, onda di energia stellare e tangueros/tangueras strepitosi, generosi e desiderosi di condividere?”

La magia sta lì in quella piccola parola: CONDIVIDERE.

Dal caffè allo sprtitz aperol per costringersi a fermarsi qualche minuto, alle chiacchiere, ai discorsi anche di una certa intensità e profondità, alle matte risate e, ovviamente, a tande da SCIABADAH!

Allora, fino a che il corpo reggerà e non sarò troppo diversamente ggiovane per far parte del gruppo, sapete che c’è? NE VOGLIO ANCORA E ANCORA E ANCORA che per diventare vecchi e lamentosi c’è sempre tempo!

GRAZIE miei PRODI Fabio, Antonella Maria, Sandra, Claudia e a tutta la crew per averci regalato tanta MAGIA DANZANTE! E agli impareggiabili TJ per aver dato musica ai nostri desideri!

VI LOVVO ASSAI!

Pimpra

 

USCIRE DALLA GABBIA.

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Letture del periodo che vanno a lavorare in profondità.

Guardare i propri abissi richiede una grandiosa motivazione, una dose di incosciente coraggio, un bisogno di cambiamento che non può più essere posticipato.

Chi decide di mettersi su questo cammino è come il pellegrino, viaggia in sandali anche d’inverno, magari vestito di un solo saio anche sotto la neve.

Indagare dentro noi stessi richiede due palle così. Non basta la dichiarazione di principio, non basta dire a se stessi lo voglio fare, bisogna AGIRE la ricerca, andare a toccare con mano il fuoco, vedere ciò che non si vuole vedere, assumere tutto questo, distruggere il proprio Ego nel dolore e poi, con il tempo che ci vuole alla risalita, operare il profondo, definitivo, incommensurabile cambiamento.

Si può nascere due volte nella stessa vita. Io credo di sì.

Se il nostro carattere è la gabbia che racchiude e contiene la nostra essenza più unica, l’Anima, come ogni gabbia che si rispetti può essere violata, aperta, modificata nelle sue parti, fino a diventare una bella e confortevole CASA.

A seconda della gabbia di cui siamo portatori, il lavoro di ristrutturazione potrà richiedere più o meno tempo, più o meno impegno, fatica, motivazione.

Quando ci si addentra in simili imprese, perché tali possono essere definite, bisogna accettare il rischio (non sempre calcolabile) che, vivendo in un universo strutturato, ogni mutamento, per quanto piccolo, modificherà l’intero scenario.

MORALE: se vuoi la bici, pedala.

E adesso sono cavoli nostri! Olè!

Pimpra

ps: suggerimenti per la ristrutturazione, qui  qui 😉

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