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VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

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ACCETTARE IL CAMBIAMENTO. IL MIO MANTRA PER STARE MEGLIO. ALMENO SPERO.

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Tanto lo avete capito tutti, scrivo perché lo psicologo mi costa troppo. E sono abbastanza disinibita da scrivere pubblicamente un bel po’ di fatti miei.

Coerente alla mia apertura sociale, condivido con voi la nuova turba che mi turba.

Forse avrei dovuto titolare “post per sole donne”, ma credo che, il tema, in fondo, sia comune a noi tutti: saper accettare.

Da che nasciamo siamo dentro il mutamento delle cose, non fosse altro per il corpo che cambia, crescendo, e dalla fase infantile assume la sua forma adulta. Così come il nostro carattere che si alimenta e si definisce con l’esperienza.

La vita è, per definizione, un fluire continuo, un avvicendarsi tra punte di sublime e ruzzoloni nel torbido.  Ci si alza, sporchi, a volte puzzolenti, si va in doccia, ci si lava, cambio d’abito e via, a rimettere la faccia al mondo, a vivere.

Per una donna, questo fluire continuo è accentuato dalla biochimica del suo corpo che è stato corroborato di abbondanti ormoni, i quali, come le fasi lunari e in sintonia con esse, mettono la firma su ogni donna, a renderla universo a se stante.

Anche l’uomo ha gli ormoni, ma i suoi sono più gestibili: essere maschio/virile/trombatore/portatore e diffusore della specie. Compiti relativamente semplici, specie nel tempo moderno.

Ciò che più ha minato il mio equilibrio psicofisico, negli anni, sono i cambiamenti che coinvolgono, in un sol colpo, il corpo e la psiche.

Le fasi cruciali a mia memoria sono state l’adolescenza, di cui non conservo ricordi, tanto mi è piaciuta, e la fase che sto vivendo adesso, l’ingresso nella terza età che, solo a scriverlo, mi si accappona la pelle…

Ebbene sì, mal mi riesce accettare la nuova donna che sto diventando.

Non desidero ostacolare la sua nascita, imbottendomi di ormoni per far sì di rincorrere l’ideale di giovinezza a tutti i costi. Natura non prevede così, ed io mi adatto.

Certo, Amiche care, mi è molto molto molto dura e so che voi mi potete capire. Comprendere e amare la donna che sto diventando e che, ovviamente non conosco, squilibra il sistema che, con qualche difficoltà, fin qui, aveva retto bene. Invece no, tutto crollato come un castello di carte e adesso mi ritrovo seduta sui calcinacci a chiedermi dove sia finita la mia casa.

Posso far conto su una buona capacità di analisi che, di certo, aiuta ad osservare il nuovo scenario permettendomi di intravvedere nuove strategie di sopravvivenza e modi diversi di stare al mondo. Lo scoglio più difficile resta quello di imparare ad amare questa nuova me. E’ lì la sfida.

Aggiungo che, in questo momento cruciale servono almeno tre cose:

  • gli Amici con la A maiuscola, che sanno amarti sempre e comunque per quella che sei
  • e, se c’è, un uomo molto evoluto, davvero immensamente evoluto che sappia accompagnare, a volte anche sopportando il giusto, la fase di trasformazione.
  • Per tutto il resto …. STICAZZI E VIA!

“Sciabadà”

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

AUREA MEDIOCRITA’

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Il buongiorno di stamani:  Radio 24 che mi ricorda  le esternazioni da milionario di quello sciagurato di Briatore che si può permettere di dirci che siamo (quasi) tutti degli sfigati, noi, quelli dei 1200-1500 euro al mese.

E poi la primavera che un giorno mi esulta nei campi -trallallerotrallallà- e poi si piomba in giornate cupe cariche di umidità densa e di pioggia rompiscatole.

In questa altalena dissonante, ne risente pure l’umore, ci aggiungi un pizzico di frasette giuste di qua e di là per massacrarti ancora un pochino e manca poco che fai il botto: ti si disintegra l’autostima.

Va detto che la vita dei narcisisti non è facile, diciamocela tutta, se incappi in periodi, persone, situazioni che non fanno altro che togliere acqua al tuo fiore e, se qualcuno o qualcosa calpesta la tua sacra corolla, capisci-a-me il momento diventa imbarazzante.

Ma fin qui è solo vita.

Però…

Pippolotto per dire che, sempre più spesso, sento di appartenere alla categoria dei mediocri. Nulla a che vedere con il sublime concetto di “aurea mediocritas” di oraziana memoria, questa è roba brutta, scadente, di scarsa qualità.

Brucia, brucia parecchio.

Mi guardo intorno e vedo i miei conoscenti veleggiare verso un radioso futuro. Chi nel suo percorso di realizzazione lavorativa, chi familiare, i più fortunati in entrambi, chi eccelle nelle sue passioni che siano sportive, artistiche, musicali o altro.

Poi arrivo io. Mi guardo intorno e non so che pesci pigliare.

Brutta, brutta davvero.

Non riesco a trovare un senso. Senso di esistere. Direzione. Realizzazione. Nada de nada.

 

Le giornate trascorse in gabbietta, esaltano l’umanità inetta, depressa e carica di frustrazioni. Cerchi di sbatterti per raggiungere una piccola soddisfazione e che ottieni? Il buio.  Il nulla pneumatico. Però hai il tuo 27 del mese garantito e ti dicono “Cazzo devi essere contenta!”.

Vivere così per la maggior parte della giornata è come essere malati. La depressione ti attanaglia è quasi impossibile resisterle. Si insinua e mangia il tuo entusiasmo, la gioia, i pensieri belli. Tutti i colori della tua anima.

Licenziarsi, diciamocelo, non sono momenti. Quindi ciccia. Resti nelle tue sabbie mobili.

Diventi la caricatura di te stesso. Esageri degli aspetti per compensare le carestie esistenziali che ti prosciugano, giorno per giorno, trasformandoti in un clown triste.

C’è che a me nessuno mi ha spiegato come si fa. Quali sono le regole di questo gioco assassino e continuo ad andare in giro con l’aquilone.

Mi dico, senza troppa convinzione che, prima o poi, imparerò.

Embè uno STICAZZI non lo scriviamo? 🙂

Pimpra

 

 

 

 

MUTAZIONI PSICOFISICHE DA TANGO ARGENTINO

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Ammirando un ciliegio in fiore, anzi, perdendomi letteralmente dentro alla sua bellezza, ho visto me stessa come mi vedrebbe un altro.

Tralasciando il solito trito discorso di quanto è bello essere giovani, anche se preferirei dire “avere un corpo giovane” (l’esperienza di vita è un bene impagabile), mi accorgo ogni dì che passa di quanto sono cambiata.

L’altro giorno, ad esempio, ho rivisto un conoscente che non incontravo da ere geologiche, e, in modo del tutto naturale, gli ho gettato le braccia al collo per abbracciarlo.

Conosco un essere umano e, per salutarlo,  lo abbraccio quasi subito.

Con gli amici, i familiari, le persone del mio cuore, inutile dire che sono affettuosissima: praticamente nessuno sfugge più alle mie calorose effusioni. Nemmeno le Gattonzole, poveracce…loro poi…

Mi capita molto spesso di indossare capi di abbigliamento che stringono sui fianchi, evidenziandoli, senza temere l’effetto “culona”, anzi, mi dico, peccato che non sporge di più, sarebbe più femminile.

Ho imparato cosa significa avere un portamento regale, sentire quando la mia schiena si ammoscia in un sacco o diventa flessuosa, forte e ben dritta. Anche il collo è più felice, perché non lo faccio più ciondolare, adesso so dove si trova, trionfale alla base della testa, e gli conferisco tutta la dignità che merita per il duro lavoro di supporto che svolge.

Osservo le donne, cercando la grazia nelle loro movenze, noto come appoggiano/buttano/ciabattano/sfiorano i piedi a terra, so dire in 4 nanosecondi se Lei è abituata a portare i tacchi o se è neofita.

Mi piacciono le signore “giaguare”, ovvero le donne – di tutte le età – che sanno decisamente godere di loro stesse, di come sono e di quello che sono diventate. E si sentono profondamente libere, dal giudizio, dal pregiudizio, dalla morale, dalle convenzioni. Come ogni felino che si rispetti, scelgono loro come/quando/se/chi.

Mi piacciono gli uomini che ti guardano. Quelli che apprezzano ciò che sei nella tua unicità e non ti vogliono diversa, alla moda, o perché “così fan tutte”. Quelli che sanno che c’è la persona ideale con cui andare al cinema o a teatro, la donna con la quale ridere davanti a un caffè, o quella da sedurre durante un aperitivo in riva al mare.

Mi piacciono gli uomini che ne scelgono una e sanno che con lei e solo lei, c’è una magia speciale.

Mi piacciono gli uomini consapevoli di chi sono, nella pregevolezza del proprio limite umano, esistenziale e animistico. Uomini realizzati nel proprio sé.

Prima di diventare una ballerina di tango, non conoscevo di me e del mondo, tali sfumature.

Fino a qui sono passati 11 anni di amore folle e questi sono i risultati, mi chiedo quali altri mutamenti mi aspettano in futuro e… sono pronta ad accettarli.

E qui un bel “Sticazzi” ci sta tutto! Olè!

Pimpra

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IO SONO QUELLO CHE SCRIVO.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta si diceva un tempo, non dare spiegazioni se non ti vengono richieste.

Invece, sai che c’è, parliamone, senza peli sulla lingua.

ARGOMENTO: essere una blogger  ti mette in pasto al gossip sociale dei tuoi lettori. Dai adito alle congetture più incredibili sulla tua vita privata. Sei percepita come un narciso uscito dal manicomio. Ma come si può essere così matti da esporsi così.

Alcune delle osservazioni che mi sono state mosse da chi non condivide il mio essere sociale. In verità, nel caso specifico va detto proprio”social”.

Rispondo così, semplicemente: anche dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone c’è  sempre una persona. Piaccia o meno, si può inventare una bella maschera “social/e” che si indossa quando ci si manifesta sui pixel virtuali. Oppure no.

Ci sono dei veri geni nella costruzione di personalità fittizie, che usano per adescare anime semplici, come fa il ragno tessendo la sua tela. Un gioco di specchi e il povero malcapitato/a cade nella trappola. Molto spesso di ingaggio sessuale, salvo poi trovarsi di fronte un essere lontanissimo dalla fascinazione percepita nel virtuale. Cosa succeda poi, non lo so, non frequento, ma lascio immaginare a voi.

La strada che ho intrapreso io, per la personalità che mi connota, è quella di “scrivere quello che penso”. Lo faccio sempre. Dalle più vili cazzate, alle riflessioni lievemente più profonde, pur rimanendo nella mia leggerezza. Non ho presunzione di “buona scrittura”, anche se mi piacerebbe, non sono una intellettuale, semplicemente una vecchia ragazza che ama osservare la realtà, ci riflette su e ci scrive.

L’età mi ha regalato la sicurezza di poter dire “Minni futtu” del giudizio degli altri, di quello che pensano di me, tanto, che tu agisca secondo il tuo bene o meno, troverai sempre il cretino sulla tua strada che pensa esattamente l’opposto di quello che intendevi affermare tu. Sicché, perché preoccuparsi?

Quando scrivo i post, mi arrivano all’orecchio voci che mi vogliono una single agguerrita, piuttosto che una signora in pre menopausa carica di frustrazioni dovute al farsi dell’età. E mi fermo qui.

Mi piace dirvi, Amici Cari che mi seguite, che non ho paura della verità (della mia versione, ovviamente), mi piace scrivere quello che mi passa per la testa anche se a volte può essere sopra le righe, o semplicemente sciocco, leggero, senza pretese, senza filtri. Non ho paura.

Questa sono, e le parole sono amiche mie, piccole tessere che mi piace mettere insieme per creare un puzzle tutto mio che non temo di mostrarvi. Non mi aspetto che vi piaccia, e rispetto tutte le osservazioni che vorrete muovermi, le critiche che mi faranno riflettere.

Insomma chi sta qui, chi si vive armoniosamente il suo sociale/virtuale accetta le regole del gioco. Le mie sono molto semplici: dico (scrivo) sempre quello che penso.

E se vi piace ricamarci su… divertitevi pure!

[STICAZZI!] 😉

TANTE, TANTE (BELLE) PAROLE PER TUTTI!

Pimpra

Ps: se posso aggiungere, è molto liberatorio permettersi di essere se stessi, nelle proprie zone d’ombra e di luce. Schiettezza mi ha regalato persone meravigliose che ho conosciuto e che, altrimenti, non avrebbero incrociato la mia strada. Basta avere coraggio.

Coraggio!

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COSA HO CAPITO DELL’AMORE.

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Amore è una sfumatura diversa per ognuno di noi. C’è chi la vive colorandola di passione, chi di desiderio, chi di una sfumatura sottile e intensa di voler bene.

Amore è legato al tempo e alla noia, disintegrando così le mie idee romantiche e utopistiche sulla sua durata.

Amore non è eterno, si dice pure nella tradizione popolare, “Amore c’è, fin che dura”. E questa “durata” si è accorciata di centimetro in centimetro in questa società moderna che va veloce, molto veloce e tutto consuma rapidamente.

Già, l’amore si consuma, si deteriora, brucia, o evapora.

Ancora mi è molto difficile accettare che, forse, Amore è solo una beata illusione, un desiderio che attacchiamo sugli occhi e sul cuore del nostro prossimo prescelto. Forse Amore non è.

Come si spiega, altrimenti, che le persone coinvolte in relazioni, nella maggior parte dei casi, mettono il naso fuori della coppia? Non sempre compiendo l’atto finale,  il tradimento di un patto che quella coppia si è data, magari simulandolo solo, giogioneggiando con altre persone come a trovare certe scintille di desiderio che sono solo un ricordo di vita passata?

Allora Amore è  soprattutto legato al desiderio? A quella energia vitale che ci porta a ricercare l’odore di un altro essere, capace di riaccendere in noi, nel nostro corpo e nella nostra testa quel lampo di vita che abbiamo perso o che non è più così brillante?

Amore è paura. A volte si crede di amare perché fa più paura restare soli davanti a noi stessi e, semplicemente, guardarsi.

Sono giunta a conclusione che Amore, il più delle volte, non è. E’ un affastellamento di tante cose messe insieme, passate alla centrifuga, insaporite con aromi naturali e vendute come vere.

Poche sono le dimensioni di Amore “altro da sé” che riconosco: tra queste, l’amore per i propri figli, per i propri animali (come sostituti di figli che non si hanno), l’amore per i propri genitori, e l’amore per le proprie passioni, di qualunque natura esse siano.

Mi riesce sempre più difficile incontrare e osservare l’Amore tra due adulti, non rileva come la coppia sia costituita, come se la relazione potesse essere composta di un variopinto mix di qualunque cosa, meno che di quello speciale ingrediente che non si può comprare.

Ma, nonostante tutto, spero di sbagliarmi e mi cullo beata nell’illusione di avere capito male, molto male.

Azz….

Pimpra

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ELOGIO DELLA GIAGUARA. Post per sole donne.

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Un tempo non sarei stata capace di guardare questa foto.

Il volto di una donna avviata alla grande maturità, una donna a cui il tempo ha lasciato pennellate vigorose del suo scorrere.

Un tempo, fino a poco tempo fa, avrei disperatamente cercato una soluzione per nascondere la mia storia. Un tempo avrei sciolto qualche lacrima osservando l’espressione di quella che dentro di me vive sempre come una ragazzina. Ma che non lo è più.

Un tempo, quanto crudele era il tempo.

Oggi lo è molto di meno, come se, con il suo scorrere su tutta me, perdesse forza donandomi la sicurezza di vivere bene la mia pelle, dentro un corpo non più fresco, con mente più feconda e straripante cuore.

Quanto mi sta diventando bello questo nuovo tempo in cui mi permetto di ridere di me e di chi mi sta intorno. Di coloro che corrono disperati alla ricerca dell’eterna giovinezza e, come criceti nella ruota, perdono di vista la gioia del percorso.

Non è sempre una bella giornata, si va su e si va giù. Ma, se ti arriva in regalo un’immagine che ti ritrae nella tua pienezza, mentre stai facendo quello che più ti piace, rapita nella tua estasi di gioia, scopri per la prima volta una nuova luce nel tuo sguardo maturo, una energia densa e vibrante come il miglior profumo speziato.

Eccola lì, la mia maturità che fa bella mostra di sé. E mi emoziono a guardarla, non credevo potesse essere così potente.

Che immensa gioia giaguara.

STICAZZI.

Pimpra

Un grazie enorme a Rudy Palugan che ha saputo cogliere l’attimo, la foto è opera sua.

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Mi pare già di  sentire gli insulti che mi arriveranno dopo questo post, ma sapete che c’è? ME NE FREGO!

Il fatto:

La mia milonga del corazòn, la mia pomeridiana da “coccole”, dove balli senza stress e ti godi la tua perversione settimanale, doppio spritz aperol miscelato da sapienti mani provenienti dall’est europeo (sic est!) e deliziosamente accompagnato da una “scuofana” di patatine fritte di sacchetto.

Idillio tra il leggero obnubilamento dell’alcol, il sensuale abbraccio del mio uomo, e una musica sempre di qualità.

MA CHE VUOI DI PIU’??? che la domenica duri il doppio delle ore che ha… ciò detto…

Sono nel mio “mondo panda” ideale, incontro gli amici, comincio l’interazione sociale con gli habitué, vengo  – finalmente –  invitata che hanno preso coraggio… Tutto perfetto.

QUASI.

Parliamone:

come è possibile accada che un adulto danzante, possa emettere un così forte odore dalle ascelle da rendere praticamente impossibile la danza alla povera dama che, impossibilitata a sopravvivere in apnea per i tre/quattro minuti del brano, deve respirare un olezzo terrificante?

Succede a tutti l’incidente dell'”ascella pezzata”, ci mancherebbe, ma, nell’esatto istante in cui me ne accorgo pongo rimedio!!!

Come si fa? E’ presto detto:

  • mi cambio camicia /maglietta, se non ho la possibilità di sciacquare CON IL SAPONE le ascelle, mi munisco di salviette umidificate, POI spruzzo il deodorante a base alcolica (che, un minimo sindacale, riesce a  trattenere l’olezzo dei batteri)
  • non ho con me il cambio e puzzo: VADO VIA dalla milonga
  • oppure: NON INVITO una povera signora ad odorare ciò che la mia natura maschia e testosteronica ha prodotto tra i peli delle ascelle. DEPILATEVI! (Per noi signore, stessi precetti, ovviamente!)

Ho rischiato di svenire per l’odore!!! E mi staccavo, provando a ballare aperta per non avere il naso dentro la fabbrica chimica e niente, venivo ripresa e strizzata proprio alla fonte dello sgradevolissimo aroma.

Allora, signori e signore, vi prego, un po’ di civiltà.

Stavolta ho tenuto botta evitando il più possibile di respirare, la prossima, al primo accenno di puzza vi lascio lì. E non vorrei, che non mi pare bello, ma, in certi casi, diventa necessario!

Vi siete mai chiesti/e perché taluni tangueros/as quando si recano in milonga portano con sé una grande borsa? Non è un vezzo, ma una necessità. Vi ripongono cambi (specie gli uomini che sudano molto), asciugamanini puliti, fazzoletti e… IL DEODORANTE. Le donne, lo stesso.

Allora, fate i bravi/e: lavatevi, utilizzate solo abiti freschi ed, eventualmente, portate con voi il piano b. L’adolescenza degli ormoni è un lontano ricordo, lasciamo nel passato anche l’olezzo che l’accompagnava… STICAZZI!

😉

Pimpra (oggi particolarmente tignosetta) 😀

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VOGLIO UNA MARATONA FRIENDLY

 

maratona-gattaHo sempre saputo di essere una donna piuttosto agonista, lo sport mi ha forgiato al “combattimento” sin dalla più tenera età, sicché, ogni nuova attività che ho intrapreso è stata all’insegna di dare il massimo, impegnarmi al massimo, cercare di ottenere i massimi risultati.

Va da sé che non sempre si riesce a raggiungere la vetta desiderata, anzi, direi che il più delle volte si cade e ci si avvicina solo lontanamente, ma il cuore appassionato, il desiderio di farcela, di mettersi alla prova, quelli restano sempre.

Anche quando lo scorrere del tempo, rende corpo e mente non più verdi.

Nel tango, ho messo la stessa, intensa, passione.

Mutatis mutandis, mi ritrovo ad affrontare le maratone con uno spirito diverso. Ben conscia che, oramai, sono più prossima a Villa Arzilla che alla discoteca sulla spiaggia e che dovrò abituare il mio spirito giocosamente ribelle e indomito al fatto che sono una “affascinante donna matura” (OH MIO DIO!!!!), ecco che, anche lo spirito della maratona che vado cercando è diverso.

Nella premessa che la qualità è e resta presupposto cardine per uccidere il proprio corpo di fatica nelle lunghissime sessioni di milonga, ebbene sento forte il bisogno di essere circondata da persone che abbiano un atteggiamento “friendly”, amichevole, accogliente e rilassato.

Che due maroni i competitivi/e che non ti guardano neanche in faccia e men che meno ti degnano di un cenno di saluto perché sono tutti proiettati ad accaparrarsi le grazie del di Lui/Lei ballerino/a, quelli che ti schifano perché ti etichettano come “low level” non degno del gotha tanguero che hanno in testa, insomma che due palle di tutti coloro che, una volta in più, dimenticano il sapore della festa, il piacere di rivedersi, di abbracciarsi, di riconoscersi o di conoscersi per la prima volta.

Allora, sai che c’è, me la sono goduta al massimo la mia maratona friendly, in quel di Brescia (che ci ho pure fatto la capatina da Iginio! ;-), dove ho goduto di quell’atmosfera gaia e gagliarda di gioia e di festa che la Grazia e il suo staff hanno regalato a tutti i partecipanti.

Ma che ve lo dico a fare, sarà che tra pochi giorni un nuovo giro di boa si avvicina ed io divento sempre più… matura!

STICAZZI!

Pimpra

 

 

 

 

 

 

 

RACCONTI DI BORA

 

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Martedì 17 gennaio, una data che istintivamente mi fa venir voglia di appoggiare le mani dove non è elegante metterle, poi sono una femmina e, comunque, sarebbe pure inutile.

Inverno con due palle così, non di neve, ma quasi.

A Trieste si vola, letteralmente spazzati via dalla Regina incontrastata della città, la Bora nera, quella più cattiva.

Un grado di temperatura, meno 10° quella percepita, ma non è questo il problema. Contro il freddo pungente ci viene incontro la tecnologia, tessuti, piumini, materiali a prova di tutto, ventaccio compreso.

Il problema, per ogni triestino che si rispetti ovvero, per l’80% della popolazione attiva, che è composta da motociclisti o scooteristi, è restare in piedi, non essere brutalmente tirati giù come birilli dalle raffiche scatenate.

Perché non prendete l’autobus? Perché siamo triestini, appunto!

Oggi ho rischiato di brutto. Dimenticandomi di inserire la modalità “guida sicura in caso di bora forte”, procedevo come sempre sulla linea di demarcazione tra le due corsie quando, una raffica annunciatasi con un gran botto (sono quelle, per capirci, che superano di un bel po’ i 100 km all’ora), mi ha investita di lato (tremendo!) portandomi in allegro trionfo sulla parte opposta della carreggiata.

Quando si viene travolti da tale furia le possibilità sono tre: 1. assecondare la raffica, rallentando e facendosi portare dal vento. Soluzione che, di solito, permette di rimanere in sella, ma con il rischio di essere investiti da auto in arrivo. Si deve valutare al volo una serie di costi/benefici. 2. Opporre resistenza. Di solito  si cade e vince Lei. 3.  Pregare e sperare che la raffica sia breve e tutto vada bene.

Riesco a farcela, stavolta mi è andata bene. Il 50% è fatto, manca il ritorno a casa stasera, speriamo bene.

Arrivata a destinazione, mica è finita, devi parcheggiare controvento, altrimenti ti ritrovi il prezioso mezzo, come quelli della foto!

A Trieste, di necessità, siamo tutti un pochino marinai, eccerto, conosciamo ogni sfumatura in cui le raffiche, i nostri “refoli”, si presentano: si guardano i tornelli di foglie a terra che girano vorticosamente, si ascolta quell’istante di silenzio prima dell’arrivo di un colpo di vento più forte, si conosce ogni angolo della città che, più di altri, viene massacrato dalla Bora.

Sua Maestà, voi sapete già che l’amo, è un amore di vento. Non poteva che essere femmina per quanto è stronza e imprevedibile, fredda o calda, a seconda di come le gira, si manifesta come un’attrice che si fa desiderare, per uno, tre, cinque o sette giorni di fila e poi, come niente, sparisce e torna la calma.

Calma sticazzi…

Bottini della spazzatura che corrono come fossero palle, tegole che si staccano dai tetti e piombano in testa, per non parlare dei vasi e di ogni cosa non sia ancorata in modo forte e sicuro.

Ma a noi piace così, non a tutti a onor del vero… a me sì, perché trono bambina, quando mi divertivo a stare controvento cercando di non farmi buttare a terra o quando, in età più adulta, mi divertivo a fare foto sull’amatissimo Molo Audace violentato dalla furia del vento.

Oggi va così, umore spumeggiante come il mare, berretto  calato sugli occhi e via andare… nella poesia ventosa del nord est…

Pimpra

 

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