SOLO IO STO COSI’ ALLA C@@@O?

Oggi non è una buona giornata.

Ci sta. L’umore non decolla rimanendo a rullare sulla pista della giornata senza spiccare il volo. Ho messo in atto tutte le pratiche che conosco, sono pure passata per una degustazione di gommose e morbide davanti al pc, mentre lavoravo. Niente.

Allora ho detto a me stessa che il malumore va analizzato, bisogna “starci dentro” e, come sono entrata “in contatto con me stessa”, il detto malumore è aumentato in maniera esponenziale, allora sai che c’è, ho pensato non fosse una gran buona idea quella di “connetermi con me”.

Pausa pranzo, sono uscita, giornata fredda, splendidamente cristallina, di quelle per intenderci che non possono non regalarti benessere, sono andata a veder cazzate da Tiger che ha il potere di farmi tornare adolescente, niente, assortimento schifoso, solo giocattoli inutili e residui natalizi in liquidazione: mi ha quasi depresso di più.

Allora ho scelto un grande magazzino sulla strada per il caffè del pomeriggio: ho aggiunto strazio allo strazio vedendo merce pessima in qualità e gusto.

Il caffè era buono. Meno male.

Provo allora con la terapia musicale, mi faccio accrezzare le orecchie e l’umore (spero) da calde note funk/soul che mi ritemprano, ma non basta.

Ma che cosa mi succede? Dove sono finite le endorfine della mia esistenza? Dove si è accasciata la mia serotonina? In che paese si è trasferita la dopamina?

Non ne ho idea. So solo che rivoglio la mia vita, la mia vita di prima. Mi sento legata a un palo, alla catena, giro in tondo senza andare da nessuna parte.

Meno male che il sole è nuovo ogni giorno.

STICAZZI.

Pimpra

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DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Manco da questo schermo da parecchio, non che sia un male, per carità, ma non posso fare a meno di tornarci, di tanto in tanto.

La metà di novembre è oramai già alle porte, siamo dentro l’autunno profondo che porta con sè colori stupendi e i primi freddi. Tutto sta nel farselo piacere, come ogni mutamento, necessario, che la vita ci propone.

La normalità sembra nuovamente lontana, almeno a casa mia, Trieste, diventata vessillo di protesta e focolaio di numerosi contagi. Capoluogo spaccato a metà, diviso tra il pensiero illuminista di città della scienza e il moto libertario degli oppositori.

La frattura sta creando un maremoto di scontento e di aggressività a tutti i livelli, legami che si spezzano, coltelli che volano e parole taglienti che piovono da ogni dove.

A questa energia potenzialmente deflagrante, aggiungiamo un nuovo picco che la sanità locale sta vivendo a causa dell’impennata di contagi, specie a Trieste.

Da qualche giorno spira la bora. E’ arrivata finalmente e con lei quel cielo azzurro invernale saturo di una luce argentea. Faccio fatica a sentire il suo canto, a volte urlato altre sussurrato in gemiti lievi. Il malcontento delle persone copre la melodia frusciante delle foglie in caduta libera, difficile accorgersi degli uccelli che organizzano i loro nidi invernali.

Anche quest’autunno è fuori dalla normalità del prima. Non siamo riusciti a sconfiggere il virus burlone che ci illude di una vittoria e poi torna più fastidioso che mai.

Anche il tango ne risente, di nuovo. Oltreconfine un festival annunciato mesi addietro è stato revocato a causa della situazione molto pesante di contagi. La quarta ondata, dicono.

Come molti di voi, oramai non ascolto più, notizie nefaste entrano da un lato ed escono a velocità subsonica, dall’altro. Sono stanca dei dibattiti che tirano la copertina e ti lasciano scoperti i piedi o il busto, ognuno a lottare per l’idea che si è fatto della situazione.

Basta, non ne posso più.

Nel mentre questo film surreale mi scorre accanto, pedalo nel vento, respiro, sento male ai muscoli delle gambe, mi compiaccio del cuore che pulsa più veloce.

E continuo a godere della Vita, ad apprezzarne ogni piccola sfumatura, a svegliarmi sorridente al mattino. A fanculo il resto.

Pimpra

IMAGE CREDIT: DRAZEN NESIC

NE VALE LA PENA?

Stamane maggio si è presentato con l’abito svolazzante a fiori con il quale siamo abituati a riconoscerlo a braccetto di un tiepido sole che ha fatto capolino dopo giorni di umido grigiore.

Scivolare per le strade in scooter, percependo i sottili aromi che erbe, alberi, gemme fiorite rilasciano nell’aria, mi mette sempre il buonumore.

Il cavallo d’acciaio ha bisogno del suo fieno liquido e mi fermo alla pompa di benzina. Mi serve Luca, un ragazzone alto e muscoloso, già abbronzato per le lunghe ore trascorse all’aperto. Ha gli occhi azzurri come una piscina, oggi particolarmente liquidi.

“Sei stanco Luca? Ti sei allenato tanto?”

“No, non è quello, è un periodo giù”

“La tua compagna fa la matta?” affermo scherzando, inconsapevole di aprire il vaso di Pandora.

“Se finisce male ho chiuso”.

“Ma che dici mai? Sei giovane, non puoi chiudere all’amore”.

“Lei è la donna che ho sempre cercato. Non ci sono dubbi. Se va male, ho chiuso per sempre”.

L’ho esortato a pensare positivo, illudendolo e illudendomi che l’amore vince sempre su tutto.

Nella nostra esistenza troviamo un “ne vale la pena?” e noi lo siamo per qualcuno?

Sembra una banalità ma forse non lo è.

Quante volte ci accovacciamo in una comfort zone che ci allontana dai sapori pieni della vita?

Il pensiero che mi ha ispirato la sosta benzina di oggi è questo: estirpare le mie comfort zone e scoprire quello che succede.

Sticazzi.

Pimpra

UNA GIAGUARA IN PALESTRA

I miei amici sanno bene che il 2019 rappresenta, per me, uno di quei giri di boa della vita che si ricordano.

Dopo un primo periodo, l’anno scorso, in cui alla sola idea impallidivo, scollinato con il doveroso sollazzo la fatidica data, mi son detta “Pimpra, sai che c’è? Adesso devi stare solo bene stai nel tempo della totale libertà, non devi dimostrare più niente a nessuno e, insomma, te la puoi godere!”

Questo atteggiamento positivo ha mosso i miei primi passi in questa nuova fase storica della vita, regalandomi – finalmente! – quella serenità d’animo che avevo perduto.

Anni o non anni in più, resto quella di sempre, una “triestina d.o.p.” ovvero una donna indipendente, libera e sportiva. E tanto altro ovviamente, ma vado fuori tema.

Per farla breve, mi sono detta che i giochi della maturità sono tutti in mano mia. Ci hanno provato più volte a smorzarmi l’entusiasmo con concetti tipo “Sparati le tue ultime cartucce” e amenità del genere che, in un primo tempo, mi hanno malamente ferito ma, fortunatamente, hanno fatto sì che riflettessi seriamente su chi sono e su quello che voglio per me.

Morale della favola: STICAZZI.

La vita è bella a prescindere. Non accetto di avere attaccata addosso l’etichetta con la mia “data di scadenza”. Questo non significa che non sia ben consapevole che non posso (e non devo) fare tutto, è corretto sintonizzarsi con il periodo della vita dove si è ma ciò non significa implicitamente “morire” (prima del tempo).

Quindi, il primo passo è stato iniziare a prendermi cura di me, specie in questo delicato passaggio per noi signore. Detto fatto. Sono una donna che è sempre stata aperta al nuovo, ho sempre fiutato l’aria e percepito ciò che cambiava e così ho deciso di sperimentare un allenamento personalizzato con coach a distanza.

Non si tratta precisamente di sport, anche se 4 sessioni intense in palestra ci sono, ma sono tutti esercizi mirati e costruiti per il miglioramento della mia particolare carrozzeria.

Eh già, perché se a 20 anni uscivi fresca fresca dal concessionario, adesso ci torni per fare il tagliando sempre più spesso, oramai sei macchina d’epoca, una affascinatissima macchina d’epoca, nel mio caso che so, una Jaguar anni 60? 😉

E ci vado in palestra, ligia, motivata, leonessa e giaguara con la voglia che sempre mi ha contraddistinto di impegnarmi e fare fatica. I risultati, piano piano, come si conviene in questa fase di vita, stanno arrivando, motivandomi vieppiù.

E quando sono in sala a sudare con i pesi, mi guardo intorno e vedo solo beata gioventù, ragazzi e ragazze di 30 anni di meno, con i loro corpi ancora verdi, acerbi e … una sottile malinconia si insinua, non posso negarlo.

Poi, osservo meglio e monta un moto di ilarità guardando la beata gioventù, i maschietti in particolare, che pompano pettorali e braccia come assassini, per diventare “grandi, grossi” e, probabilmente, fare colpo sulle loro coetanee. E rido perché sembrano dei polletti, tutti grossi di petto con stuzzicadenti al posto delle gambe. Ridicoli, teneramente ridicoli.

C’è qualche uomo coetaneo, di quelli che si salvano ancora dagli assalti del tempo, quelli che non hanno ceduto malamente alle lusinghe della tavola e della noia matrimoniale, sono ancora belli e armonici, frutti di sport praticati e vissuti.

Anche loro, come me, sono leoni con la criniera grigia quando non bianca (o senza criniera), ma sempre maestosi, regali.

Mi rimetto le cuffiette e riprendo gli esercizi, la giaguara spaventa e più di un “Prego Signora, faccia pure” non hanno coraggio di rivolgermi la parola.

ROARR! 🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI|

50 SONO I NUOVI 30.

Arriva il giorno in cui, uno scrittore francese, tale Yann Moix, decreta che le donne a 50 anni non sono più… trombabili
(mi si passi l’eufemismo)  “Mai a letto con una 50enne” (cit.).

Lui di anni ne ha 50 e dichiara che le donne coetanee non sono visibili le sole da tenere in considerazione sono le 25enni dai corpi superlativi.

Mi fa male sprecare anche una sola parola per definire un soggetto che, nella sua totale libertà di pensiero/espressione, attacca un’etichetta così drastica a tutta una categoria di persone. Le generalizzazioni sono un errore di principio.

Apprestandomi a entrare nel dorato mondo degli “anta anta”, non posso che verificare come, una volta di più, le età della donna vengano malamente colpite, quasi a voler annientare la forza interiore che, noialtre, crescendo, abbiamo acquisito.

Pertanto, se da un lato la suggestione del signor Moix mi scivola di dosso, dall’altro una riflessione si impone.

Ma io, come mi sento adesso? Questa fatidica soglia segna così negativamente una donna o è solo un numero sulla carta di identità?

Difficile rispondere, secondo me. Da un lato c’è la società che etichetta per cui, volenti o nolenti, siamo nella schedatura del “in fase di scadenza/quasi scaduto”, dall’altro lato però, se abbiamo lavorato bene con noi stesse, credo si possa parlare finalmente di un giardino che ha preso la sua forma, i suoi colori, la sua massima espressione di bellezza.

Il nodo centrale, al solito, è sempre lì: la bellezza del corpo.

La giovinezza domina sull’altra bellezza, quella dell’essere che, all’opposto, migliora e si arricchisce con il tempo e non corre rischi di sfiorire.

Come affrontare dunque il momento? Di certo non dando peso alle parole di un uomo qualunque.

Conosco molti amici che la pensano allo stesso modo e vedo, da sempre, accompagnarsi a donne giovanissime. Per loro è una ricerca senza fine, la forbice della differenza di età con le partner aumenta all’aumentare dei loro anni, producendo coppie sgraziate in cui l’uomo da compagno diventa padre quando non nonno. Si vedono andare abbracciati alle loro “bambine” che li guardano con occhi carichi di meraviglia e loro gonfiano il petto di orgoglio per questa giovinezza di riflesso che li accompagna.

Non giudico le scelte di nessuno che sono e devono restare libere. Non accetto però etichettature e date di scadenza, ognuno è come è, ognuno vive e ama e scopa come meglio gli pare e con chi preferisce.

Purtroppo, il peso sociale che porta la perdita della gioventù rimane a carico delle donne, l’uomo, invecchiando, migliora. Tradotto potrebbe leggersi che – forse – diventa meno coglione (quanti eufemismi oggi!). Ma la regola non vale per tutti, sia chiaro. La donna non ha chances, su di lei l’invecchiamento biologico fa perdere ogni charme, ogni interesse, ogni carisma perché domina esclusivamente il fattore corpo.

Credo fermamente che tutte queste siano solo gabbie mentali, credo che il valore, la bellezza assoluta di ognuno di noi sia un mix plurivalente di elementi, di esperienze, di sfumature.

Mi accingo a varcare la soglia con il sorriso e con la consapevolezza di chi sono. Certo, guardo agli anni verdi con un delicato ricordo e una spruzzatina di malinconia perché, la donna che sono diventata oggi, se li sarebbe goduti molto di più.

Ingrediente essenziale di “gioventù” è l’amore per noi stessi. Senza siamo già vecchi a 20 anni.

Quindi, per celebrare coerentemente questo lungo panegirico, vado in palestra perché gli edifici d’epoca, richiedono maggiore manutenzione.

Olè.

Pimpra

NON MI AVRETE.

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Non mi avrete.

Non ruberete più la mia allegria, gli occhi puliti sul mondo, la gioia, la felicità di essere viva e di respirare.

Non mi avrete.

Osservo dal basso questo palazzo che incombe sulla mia testa, così scuro nella grigia luce autunnale.

Non mi avrete.

Quest’anno tanto difficile è stato una palestra tosta ma dai grandi risultati.

Un tempo, situazioni come quelle che sto vivendo, mi avrebbero proiettato in un tunnel senza fine di depressione, di frustrazione. Sentimenti che mi avrebbero spinto dentro comportamenti poco sani, quando non direttamente distruttivi.

Invece no. Oggi affermo: non mi avrete.

Il cielo, anche se plumbeo, offre comunque una possibilità di respirare dentro l’infinito, di uscire dall’oppressione grave di muri che sono più limiti dell’essere che del corpo.

Non mi avrete.

Oramai ho imparato a convivere con il disagio. Se non oppongo resistenza, dopo poco mi abbandona. Sopporto il fastidio perché pure lui passa. Tutto relativamente veloce, basta spostare la mente.

Non mi avrete.

Un sorriso da Gioconda e sono libera. Molto più forte. Adesso ci sono io.

Non mi avrete.

Oggi è una luminosissima grigia giornata di novembre. Quanto è bella questa nuova prospettiva. Tu chiamala Resilienza.

Pimpra

DIVERTENTI SPIGOLATURE

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Ho voglia di ridere, dopo tanto malumore, adesso ho voglia di ridere.

Ho voglia di giocare. Ho voglia di non prendermi sul serio.

Il mio amico Giacobbe direbbe che sono in fase “bambino” (il gioco), mi va bene così.

Stamani presentazione dei nuovi vertici. La prima impressione è quella che conta, nel senso che – volenti o nolenti – una traccia sull’altro la lascia. Allora cerchiamo che sia decente.

Devo tenere al guinzaglio la mia natura acquariana: “Fai la brava Pimpra!” mi dico davanti all’armadio.

Produco una mise decorosa, una bella camicia azzurra con maniche a 3/4 e polsini con gemelli di perla. Funziona: professionale, sobrio, di buon gusto.

Certa di aver messo a tacere la natura rivoluzionaria, mi sono distratta un attimo ed ecco che indosso i jeans “boyfriend” con le toppe (per nulla “professionali”). Ovviamente non me ne sono manco accorta.

Concentrata come ero sulla parte superiore, tanto mi avrebbe conosciuta da seduta, ho scelto un bel soprabito rosso, non sia mai che faccio l’incontro all’ingresso del palazzo, meglio essere preparate. Capelli raccolti che restituiscono un’immagine seria (il codino d’ordinanza ormai è una mia cifra stilistica), mi pare di essere perfetta per la presentazione.

In motorino mi accorgo di qualche stranezza. Ai semafori, gli scooteristi (di entrambi i sessi) fanno a gara per starmi vicino. “Ecchecazzo, datemi spazio!” penso tra me e me. Quando guido sono una belva e guai a chi pensa di starmi davanti. Questa serie di sospette vicinanze continua tutte le volte che mi fermo, non solo, noto che gli sguardi di tutti si posano sui piedi.

“Embè che avranno tanto da guardare questi?”, ignara, ancora senza la dose necessaria di caffeina atta a svegliare il neurone spento, guardo cosa ho indossato di tanto strano, la mia sensazione è di essere – come sempre – in sneakers.

Trasalisco.

Quella impunita di Giaguara inconscia, mi ha fatto indossare –  a tradimento lo GGIURO! – un paio di favolosi sandali rossi da tango.

MORALE: i feticisti da semaforo per poco non facevano un incidente, le signore scooteriste mi avrebbero fulminata che quei sandali, in città, non si sono visti mai.

Per fortuna, chi dovevo incontrare, era troppo indaffarato in più importanti questioni e non ha posato lo sguardo dove era meglio non andasse. Forse la prima impressione è salva.

Oggi va così! Olè

Pimpra(nte)

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11 giorni che sembrano 5 mesi.

Un silenzio che diventa un rumore assordante.

Insospettabili esseri umani chiedono come sto.

Leggerezza e pesantezza di cuore convivono in alternanza.

L’umiltà obbligata di essere tagliata fuori e provare a darsi un senso comunque.

Tempo per riflettere seriamente.

Tempo per ascoltarsi.

Tempo per stare nel “qui e ora”.

Tempo che si dilata e si espande.

Tempo da riempire di cose vere, di persone vere, di passioni vere.

Tempo per piangere in silenzio.

11 giorno di detox.

Meno 19 giorni alla nuova alba.

Sticazzi.

Olè.

Pimpra

IL CALORE TENUE DELLA SOLITUDINE

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3° giorno di detox dal mio social preferito.

Mi sono svegliata serena, anche se, come un vero tabagista o tossico di altro genere, la manualità non è ancora dimenticata: mi ritrovo spesso ad avere lo smartphone tra le mani sperando di trovare notifiche che non ci sono.

Finalmente ieri sera ho guardato un film per intero. Mi distraggo molto meno, anche se, dentro, qualcosa mi rode, come se mi sentissi “esclusa” e, di fatto, lo sono. Il mondo aperto e sconfinato non è più alla mia portata.

E’ chiaro che se non ci sei, non esisti più e ti devi rassegnare al fatto che nessuno è necessario per nessun altro. Punto. Tanto vale mettersela via.

Costruisco le mie giornate un pezzetto alla volta, riscoprendo colori che avevo perso. Adesso, quando sono per strada, ho fame di persone, guardo la gente, la osservo nei più infinitesimali dettagli. Ho bisogno di umanità, un estremo bisogno.

Questo tempo/spazio a cui mi sono costretta sta dando rimandi importanti. Per prima cosa è un bagno nell’umiltà come poche volte ho sperimentato. Tutto ciò che ho costruito in anni di virtualità, si è  – ovviamente – dissolto come neve al sole. La Pimpra non esiste più, perché non c’è, non frequenta. Che si tratti di uno pseudonimo che nasconde una umanità che vive e respira, poco importa, se non ci sei, non esisti.

La parola che si lascia nell’etere, non è quel segno profondo ed emozionale che regala la lettura di un libro. E’ solo fuffa, un millesimo di attimo nella vita di chi, per puro algoritmo, quella parola si trova davanti agli occhi. E’ questa la durissima punizione, “non essere più”.

Pimpra è morta (tiè) perché non gode più di quel fantomatico gioco di specchi che la rendevano esistente. Adesso ci sono solo io e mi relaziono con il fantoccio virtuale di me.

Che botta all’autostima. Ma quanta consapevolezza.

La solitudine che sono costretta ad accarezzare mi offre un calore tenue, come una nuova amica che conosco da poco ma che so diventerà parte importante della mia vita.

Al momento è difficile farci i conti ma lei sta dicendo che tutto andrà nel migliore dei modi e che, anche questa paura, abbandonerà mente e cuore, ci penserà il tempo.

Eccomi, finalmente, completamente a nudo davanti a me stessa. Ed è a me e solo a me che devo parlare. STICAZZI, olè.

Pimpra

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. LA PSICOPATURNIA (post per sole tanguere)

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Carissime Giaguare di primo e secondo pelo e che ce la facciamo mancare una bella “psicopaturnia” tanguera? Non sia mai! Siamo e restiamo le feline del parquet ma sempre donne sicché…

Torno da una deliziosa milonga pomeridiana in quel di Lubiana: bello l’ambiente, moderno con gusto, un bar reso altro da uno spazio di parquet utilizzabile come pista da ballo, luci soffuse, bella musica, bar fornito, ingredienti giusti per trascorrere un pomeriggio danzante in relax.

Una grande compagine di triestini colonizza il luogo, molti di noi conoscono gli amici sloveni e si crea un bel mix.

Per me era la prima volta. Osservo gli astanti, ragazzi e ragazze giovani, tra me penso “Super wow si ballerà molto bene!”

MORALE: in tutto il pomeriggio ho ballato 3 tandas, tutte e tre con amici italiani. Punto. Non è andata molto meglio alle altre amiche italiane (molto più ggiovani della sottoscritta).

Alla mia faccia sconsolata a punto interrogativo, si avvicina un amico e mi dice “Ma che ti aspettavi? Questa è la terra dell’oro per noi uomini, cosa ci sei venuta a fare te che sei grande?! Era ovvio che non ti invitassero e poi a loro (ballerini locali) non gliene frega niente di ballare con voi”. (ndr A Trieste si dice “ciapa su e porta a casa“)

Ovviamente, non metterò più piede in quel luogo, perché va bene “crederci sempre” ma voler sbattere la testa a vuoto sul muro, no grazie.

Al che mi è partita una psicopaturnia fenomenale.

Amiche Giaguare carissime, ma che, secondo voi, dobbiamo applicare  a noi stesse una sorta di autocensura basandoci sulla nostra carta di identità, per cui, brave o non brave, siamo oramai considerate dei catorci buoni solo per la rottamazione?

Mi rifiuto di pensarlo e quindi ho chiesto ebbene, noi donne “mature” dove dovremmo andare a ballare, secondo voi, per essere piacevolmente invitate?

La risposta: Istanbul. I turchi sono SUPER WOW! Incredibili ballerini e invitano.

Allora mi chiedo dove sono andati a finire certi veri maschi, quelli che hanno ancora il sangue che scorre nelle vene, quelli che sono curiosi ” a prescindere”, quelli che vogliono ballare e non importa se, da qualche parte, potresti essere la loro zia.

E niente, Giaguare Mie, toccherà organizzare questo charter al grido di battaglia “Oh mamma andiamo dai Turchi!!!”

Olè. Ma anche uno sticazzi ci sta bene…

Pimpra

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