ZIBALDONE DI FINE ANNO

Lo saluto così, senza grandi lamentele e neppure rimpianti. Un anno che è stato, ne sono certa, preparatorio a qualcosa di nuovo, di interessante e coinvolgente.

Lo saluto con un sorriso, di quelli che ci si scambia con gli estranei nella metro di Parigi, complice la bellezza della città e le sue meraviglie. L’anno prossimo ci torno, ne sono sicura.

E’ stato l’anno del giro di boa boa che mi ha resa una donna più libera e più forte. Invecchiare nel corpo è inversamente proporzionale alla crescita interiore che continua ad arricchirsi di significato e di sfumature. Quindi, perché non esserne felice?

Ho ricevuto un dono speciale che sta rendendo la convivenza con me stessa finalmente piacevole. Ti ringrazio, davvero, tantissimo G. M.

Ho imparato che la casa va ringraziata con un semplice rito che può essere laico o religioso.

Basta munirsi di incenso in grani dell’aroma che più troviamo piacevole, prendere una candela e, da soli o con le persone con cui viviamo, ringraziare ogni stanza della casa per quello che fa e per come ci accoglie. Concluso il rito ci accorgiamo immediatamente di come l’energia dell’appartamento sia cambiata. In meglio. Gli animali domestici sono i primi a beneficiarne e a dimostrarlo.

Se la resilienza è il solo modo di affrontare le avversità, quest’anno che si sta chiudendo, mi ha insegnato a farlo con il sorriso. Tutto diventa più semplice.

Sarà un capodanno molto intimo il mio, senza il bagliore dei lustrini e degli abiti da sera. Poco male, ci penserà la fiamma del caminetto a riscaldare l’ambiente e a creare la giusta atmosfera.

In alto i calici! CIN CIN!

Pimpra

TANGO ARGENTINO. INDIPENDENZA E FIDUCIA.

Dopo pochissime lezioni da leader, si sta aprendo un mondo.

Sto ritrovando la gioia e la freschezza di imparare che mi hanno accompagnato per anni nello studio del mio ruolo naturale di follower, arricchendo il mio bagaglio personale non solo di stimoli e di nuove sfide, ma di una riflessione più ampia sul tango stesso.

La santa ballerina che si è gentilmente offerta di accompagnarmi in questa nuova avventura, non solo mi aiuta a proporre meglio le marche maschili, ma accetta di seguirmi nei guizzi creativi, assolutamente prematuri e incontrollati, che mi escono nel corpo e che le offro a uno stato assolutamente grezzo.

Siamo seguite da due maestri estremamente generosi che si prestano con grande altruismo ad aiutarmi, quale leader in erba, ad uscire dai gineprai in cui vado a cacciarmi da neofita quale sono.

Ieri sera mi è accaduta una cosa speciale: mentre praticavo i movimenti di noi cuccioli, non potendo fare a meno di ascoltare la musica di sottofondo, mi sono trovata – senza sapere nemmeno io il perché – a voler fare un movimento “così” che ci stava troppo bene con quello che stavo ascoltando e il mio corpo ha preso quella forma. La mia paziente ballerina ha provato a seguirmi in qualche modo ma, ovviamente, non riuscivo a proporle quel passo in modo corretto.

Chiamo l’insegnante chiedendo se trovarmi così, con i piedi in quel modo e l’abbraccio in quella forma, era una cosa fattibile oppure semplicemente un mio delirio fisico.

La risposta è stata positiva, che la dama potevo portarla a fare il passo semplicemente chiedendole un pivot per metterla nella direzione giusta. Detto fatto, il movimento che il mio corpo aveva in mente è diventato un movimento, un passo per la coppia.

La mia gioia, non potete immaginare.

Lezione dopo lezione, passettino dopo passettino, inizio a capire cosa succede nella coppia, apprezzo la connessione, comincio ad avere consapevolezza degli errori che faccio quando marco sbagliato, riprovo e, dulcis in fundo, mi trovo a proporre cose senza saperlo, solo perché il mio corpo va lì in quel modo e la donna – incredibile! – capisce e segue.

Sento una libertà interiore e una creatività che mi travolgono, ma resto umile. Come è giusto e doveroso sia. (rido).

Alla follower viene offerta una proposta (marca) che, pur chiedendo un viaggio (il passo) che porta in una direzione (la creazione di un movimento, una “figura”), è lasciata libera nella scelta del “mezzo di trasporto” (interpretazione fisica della donna, adornos, come si muove).

L’importante è arrivare a destinazione all’ora prevista, non prima, non dopo (timing di coppia), senza disturbare in alcun modo il conducente (il leader).

La follower vive una grande indipendenza.

Sceglie come eseguire la proposta essendo capace di “viaggiare in autonomia” ovvero: non chiede aiuto a lui in termini di sostegno, supporto, cura, sicurezza, e tutto il corollario di cose che già sappiamo ma che spesso mettiamo da parte.

Per godere entrambi di questa nostra indipendenza dobbiamo buttarci in uno studio “matto e forsennatissimo”.

Tecnica base come se non ci fosse un domani. Gestire il corpo sui tacchi, per bassi che possano essere, non è così “naturale”, semplice come ci piace pensare, non lo è affatto.

Il secondo importantissimo elemento è dare fiducia al leader.

Se non la concediamo, il corpo, che non mente mai! – ricordiamocelo!, lo comunica immediatamente. Il risultato finale è un tango meno interessante per entrambi, meno empatico, meno connesso e pure molto meno creativo! E non lamentiamoci poi se i leader sono noiosi! 🙂

Il percorso appena iniziato nel ruolo opposto mi sta dando tante di quelle lezioni per il mio ruolo naturale di ballerina che, ogni volta, ne rimango sorpresa.

Al momento porto a casa questi insegnamenti:

  • se decido di ballare il tango, non posso fingere. Tutto ciò che sento e che penso del mio partner di ballo in quella tanda, i miei stati emotivi,il mio corpo li racconta senza finzione quindi…
  • ballare da leader è molto più difficile di quanto non avessi mai potuto immaginare
  • ballare – bene- da follower è un durissimo lavoro. E’ richiesta ferrea disciplina e costanza nello studio della tecnica di base, è opportuno mantenere apertura mentale e di coscienza verso l’altro. Ascoltarlo senza pregiudizi, con curiosità e rispetto.
  • il punto sopra vale anche per il leader 😉

Per adesso è tutto, ballo e chiudo!

Pimpra

PS: poi, diciamocelo, essere indipendenti e concedere fiducia all’altro sono le due pietre miliari per far funzionare una coppia anche nella vita…

VIBRANTI ARMONIE

L’estate è entrata prepotente, come una folata di vento inaspettata, e ha conquistato subito tutto: pelle e cuore.

Le prime luci del giorno mi accolgono con una carezza tiepida avvolta dai profumi morbidi dei fiori ancora freschi di notte.

I tigli stanno fiorendo e benedicono del loro languido sospiro profumato le strade cittadine. D’un tratto sei dentro una nuvola avvolgente che porta via i pensieri, e ti lasci andare a ricordi e dolcezze antiche.

Estate sono progetti di vacanze, scorribande serali in sella agli scooter alla ricerca del posto migliore dove farsi un tuffo. Di giorno e di notte.

Questa luce alta nel cielo che ci accompagna fino a tardi, quasi a volere trascorrere con noi anche la notte, questa luce, riesce ad illuminare anche le stanze più nascoste dentro di me.

Ho salutato un caro amico che, troppo presto, è partito per il suo viaggio. Il volto immerso in una beatitudine di cui ho solo sentito parlare e che ieri, per la prima volta, ho letto sul suo viso. Le lacrime sono sgorgate copiose perché non è mai facile dirsi arrivederci.

Eppure, nonostante tutto, ho letto la vibrante armonia della vita stessa che nulla butta via, ma tutto trasforma.

Pimpra

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IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

NE VALE LA PENA?

Stamane maggio si è presentato con l’abito svolazzante a fiori con il quale siamo abituati a riconoscerlo a braccetto di un tiepido sole che ha fatto capolino dopo giorni di umido grigiore.

Scivolare per le strade in scooter, percependo i sottili aromi che erbe, alberi, gemme fiorite rilasciano nell’aria, mi mette sempre il buonumore.

Il cavallo d’acciaio ha bisogno del suo fieno liquido e mi fermo alla pompa di benzina. Mi serve Luca, un ragazzone alto e muscoloso, già abbronzato per le lunghe ore trascorse all’aperto. Ha gli occhi azzurri come una piscina, oggi particolarmente liquidi.

“Sei stanco Luca? Ti sei allenato tanto?”

“No, non è quello, è un periodo giù”

“La tua compagna fa la matta?” affermo scherzando, inconsapevole di aprire il vaso di Pandora.

“Se finisce male ho chiuso”.

“Ma che dici mai? Sei giovane, non puoi chiudere all’amore”.

“Lei è la donna che ho sempre cercato. Non ci sono dubbi. Se va male, ho chiuso per sempre”.

L’ho esortato a pensare positivo, illudendolo e illudendomi che l’amore vince sempre su tutto.

Nella nostra esistenza troviamo un “ne vale la pena?” e noi lo siamo per qualcuno?

Sembra una banalità ma forse non lo è.

Quante volte ci accovacciamo in una comfort zone che ci allontana dai sapori pieni della vita?

Il pensiero che mi ha ispirato la sosta benzina di oggi è questo: estirpare le mie comfort zone e scoprire quello che succede.

Sticazzi.

Pimpra

TANGO E COMPETIZIONI.

Da quanto ho visto si è appena conclusa la fase regionale dei campionati di tango metropolitano. Ho visto tantissime foto di coppie felici con la loro medaglia, la coppa, riconoscimento tangibile delle ore di allenamento e di studio.

A tutti il mio plauso. Apprezzo l’impegno di coloro che hanno una passione e vi si dedicano anima e corpo.

Non nascondo che, da qualche parte dentro di me, lo spirito sportivo e agonista di cui sono portatrice sana, scodinzola alla sola idea di poter sperimentare ancora l’adrenalina da gara. Ma un’altra parte di me, non contempla affatto questa possibilità.

La domanda è: perché affrontare una gara di tango argentino?

Il quesito può sembrare strano, specie se posto da chi, come la sottoscritta, ha gareggiato sempre, in tutte le specialità sportive in cui si è cimentata, in tutte, meno che nel tango argentino e le proposte per farlo non sono mai mancate.

Se da un lato apprezzo e comprendo i competitori dei balli “standard”, caraibici e quanto altro, faccio molta fatica ad immaginare una gara di tango argentino.

Con quali criteri le performances dei ballerini vengono giudicate, bisogna, come nel pattinaggio artistico, portare nella propria tanda alcuni elementi obbligatori? Ci sono due distinte votazioni, una per il carattere tecnico e una per l’espressione artistica della coppia? Ecc. ecc. ma la questione di fondo, ovviamente non è questa. Le regole, le norme forse esistono già oppure si creano ad hoc, non è quello il problema.

La domanda che mi pongo sta da un’altra parte. Sta nel significato intrinseco che ha il tango come espressione di un sentire unico, sempre nuovo, senza regole scritte, peculiari, basato sulla sensazione scaturita da un abbraccio conosciuto o nuovo, dal mix di energia, feeling e connessione che nascono spontaneamente.

E’ un linguaggio universale, un po’ come l’inglese parlato nel mondo dai non nativi, una lingua che è tessuta di infiniti fili, di significati e sfumature. Per questo faccio così fatica a immaginare una gara per i non professionisti.

Altro è per chi, di mestiere, fa il ballerino e/o insegna, un campionato del mondo è vetrina incomparabile, biglietto da visita, curriculum lavorativo. La mia riflessione è rivolta a noi, gli “amatori” che è pure una categoria di gara, da quanto ho visto.

A noi, amanti cortesi del bel tango, cosa regala in più la coppa vinta? Balleremo meglio con gli altri perché ci siamo tanto allenati? Faremo un meritatissimo bagno nella saettante infiltrazione di adrenalina che la gara produce? Godremo per il solo fatto di esserci messi alla prova?
Probabilmente tutto questo e molto altro ancora, ne sono certa e, sia chiaro, rispetto le scelte dei competitori e plaudo ai loro sacrifici.

Con rispetto e massima apertura al dialogo chiedo a tutti gli amici che hanno sperimentato la competizione, di raccontarmi le loro motivazioni a partecipare, l’esperienza di gareggiare e la sensazione del dopo, a luci spente.

Personalmente continuo a sentire una vocina che mi dice che il tango è altrove, il tango scappa dai riflettori, il tango chiede il silenzio dei due respiri che si intrecciano, vuole la luce soffusa di una sala dove l’intimità racconta di emozioni sussurrate.

Pimpra

IL SOGNO

Sospesa tra cielo e mare

Mi dicono che tra poco, finalmente, il pesante Saturno si porterà in una posizione più favorevole per la sottoscritta, alleggerendo di molto il percorso esistenziale.

C’è tanto da apprezzare e da godere e da imparare, non si smette mai. Basta avere la voglia e mantenere lo sguardo aperto sul mondo.

Stanotte ho fatto un sogno di cui ricordo solo la parte conclusiva: nuotavo al largo della costa di Barcola, insieme a mia madre (che ero io), a me stessa e a mio fratello piuttosto piccino (ma ero io pure lui). L’acqua aveva quel color verde piombo che tanto mi inquieta perché è impossibile scorgerne il fondo.

A un certo punto, nel nostro raggiungere la riva, incontriamo una grande lamiera rossa, spessa, come una grande porta rettangolare dotata di una maniglia, mia madre la scosta, io mi inquieto vieppiù e dico a mio fratello di evitarla. Mia madre per spostarla la tocca e questa grande lama di ferro pesantissima (a livello fisico è impossibile potesse galleggiare!) inizia piano piano a inabissarsi, capisco che è solo una questione di equilibrio nel rapporto superficie piana- spinta dell’acqua, così, con una vigorosa pressione ne modifico ulteriormente l’assetto e questa si inabissa.

Eliminato l’ostacolo, nuoto con più foga per raggiungere la riva, aiuto il fratellino mentre mi assicuro che mia madre sia anch’essa giunta a riva.

Lei ha mantenuto la calma godendo della nuotata e così ha raggiunto la costa, mentre mio fratello ed io abbiamo affrontato il turbamento di quell’acqua scura, torbida, e la sorpresa di quella lamiera rossa di ferro, quasi una porta.

Se fossi una psicoanalista andrei a nozze con questo sogno ma siccome non lo sono, in attesa di comprenderne il significato, trattengo la bellissima sensazione di quando sono uscita dall’acqua, completamente nuda, di quando è uscito mio fratello, nudo anche lui, e del modo bello in cui ho guardato il mio corpo pensando “E’ merito suo se il mare oscuro non mi ha inghiottita”.

Tutto questo per dire che, in qualche modo, se ne esce sempre e mi pare un gran bel pensiero positivo!

Pimpra

Foto mia.

BUONI PROPOSITI 2019. Come impone la blogger_tradizione

Come tradizione vuole ecco sfornato il post sui buoni propositi per l’anno che verrà.

Stavolta, strano a dirsi, mi vien giù facile: “continua così” auguro a me stessa.

Al di là delle ovvietà che non sono neanche più annoverabili nei “buoni propositi” come mettermi a dieta, condurre uno stile di vita sano, fare sport (…) credo varrà la pena di provare a realizzare un sogno nel cassetto, uno di quelli che ti sei sempre detto “Tu non puoi, figurati se ce la fai”.

Se la vita è fatta di cicli è bene capire a che punto siamo e… assecondare il cambiamento in atto.

Sono sempre più convinta che sia “cambiamento” la chiave di volta che sostiene, sorregge e dinamizza le nostre esistenze.

A ben guardare dalla Natura in poi ogni cosa cambia, muta e diviene.

Se lo facciamo anche noi, consapevolmente, assecondando le situazioni difficili non opponendo resistenza ma flessibilità, se seguiamo la corrente della nostra vita con pienezza, sono certa che si compie il miracolo: siamo vivi e vibranti, circondati di cose belle e buone per noi.

Alzo quindi il mio calice per brindare al nuovo, a ciò che non conosco, al colore che devo ancora scoprire, all’emozione che avevo dimenticato.

Brindo a voi, Amici miei, che mi riempite la vita di affetto e vi prendete il pacco dono senza sconti.

Brindo all’allegria dell’intelligenza, alle passioni brucianti, al giorno che devo ancora vivere.

Brindo a noi due, alle Gattonzole adorate e a me.

Che sia un anno di quelli proprio belli, da ricordare, per tutti!

EVVIVA!

Pimpra

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NON MI AVRETE.

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Non mi avrete.

Non ruberete più la mia allegria, gli occhi puliti sul mondo, la gioia, la felicità di essere viva e di respirare.

Non mi avrete.

Osservo dal basso questo palazzo che incombe sulla mia testa, così scuro nella grigia luce autunnale.

Non mi avrete.

Quest’anno tanto difficile è stato una palestra tosta ma dai grandi risultati.

Un tempo, situazioni come quelle che sto vivendo, mi avrebbero proiettato in un tunnel senza fine di depressione, di frustrazione. Sentimenti che mi avrebbero spinto dentro comportamenti poco sani, quando non direttamente distruttivi.

Invece no. Oggi affermo: non mi avrete.

Il cielo, anche se plumbeo, offre comunque una possibilità di respirare dentro l’infinito, di uscire dall’oppressione grave di muri che sono più limiti dell’essere che del corpo.

Non mi avrete.

Oramai ho imparato a convivere con il disagio. Se non oppongo resistenza, dopo poco mi abbandona. Sopporto il fastidio perché pure lui passa. Tutto relativamente veloce, basta spostare la mente.

Non mi avrete.

Un sorriso da Gioconda e sono libera. Molto più forte. Adesso ci sono io.

Non mi avrete.

Oggi è una luminosissima grigia giornata di novembre. Quanto è bella questa nuova prospettiva. Tu chiamala Resilienza.

Pimpra

ESSERE ULIVO.

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Non mi sono mai particolarmente soffermata a ragionare su quanto, nella mia vita, avessero contato i “cicli”. Ho sempre viaggiato leggera, appoggiandomi al pelo dell’acqua delle mie esperienze, senza prendermi il tempo di farmi le domande necessarie a capire, e meno che meno, a trovare le risposte di quanto stavo vivendo.

Una veloce corsa attraverso le esperienze, il tempo, il fluire di me stessa che cresceva, che invecchiava.

Si avvicina la boa d’età che, non si capisce per quale ragione, segna una tappa molto importante, poiché stabilisce e dichiara al mondo l’ingresso in una fase specialissima.

Vivere, dovrebbe essere speciale di suo.

Godere del proprio respiro, della luce che rallegra le nostre giornate, del profumo dei tigli in fiore, del frangersi ritmico dell’onda sulla roccia, del canto melodico degli uccellini, del fruscio delle chiome mosse dal vento.

Vivere è poesia. Ma, troppo spesso, non ce ne rendiamo conto.

Ripenso all’ultimo anno, a quello che è stato, alle lezioni di vita che mi sono arrivate come una mazzata.  Se volgo indietro lo sguardo vedo la sagoma oramai rinsecchita della pelle che mi conteneva.

Adesso sono libera.

Guardo a quella me che tra non molto festeggerà, grata, un nuovo inizio, perché è così che lo immagino, e mi scopro come il tronco di un olivo centenario, pieno di escoriazioni, di buchi, di nodi e di imperfezioni che lo rendono assolutamente unico.

La nuova porta che si è aperta in me, questo ha regalato, l’ulivo che sono diventata e che ho imparato, coraggiosamente, ad amare.

La gioia di capire che “piacere agli altri” per quello che  – si suppone – gli altri possano volere da noi, è una idiozia senza scampo. La vera libertà sta nell’essere. Se stessi, in verità.

I nodi, le asperità, i rami storti sono elementi che possiamo cercare di rendere più armoniosi per stare meglio noi e far star meglio chi ci sta intorno, ma guai a farlo per compiacere perdendosi dietro a ombre che non sono le nostre.

E non posso nemmeno esprimere che non trovo le parole, quanto mi sia lieta questa consapevolezza, quanto doni un sapore dolce, salato e piccante alla mia vita.

Con questa gloriosa baldanza saltello nelle ombre lunghe dell’autunno che piano piano si affaccia, anche se, settembre regala questi ultimi raggi che sono i più radiosi dell’estate intera. E mi faccio un selfie da adolescente per fissare il bel momento e scopro per caso il filtro “giovane, bella, senza rughe, perfettamente truccata”, scatto, osservo l’immagine di una me che non esiste… e mi tocca ripartire da zero con il mantra “Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico…” e maledico queste stronze di app che, per un attimo, hanno illuso di giovinezza.

Ma stavolta, ci rido su! OLE’!

Pimpra(nte)

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