TANGO E TECNOLOGIA

Ormai ho perso il conto dei giorni, stare a casa ovatta il senso del tempo. Mi accorgo dello scandire delle giornate osservando il piumaggio di foglie del carpino che domina il giardino. E’ lui che funge da calendario.

Come molti di noi, lavoro da casa e, se possibile, sono più iperconnessa di prima. Nel carosello di pixel che fiammeggiano quotidianamente dinnazi ai miei occhi, sto notando un grande cambiamento “adattativo” riservato a noi, i “droGatti” tangueros.

Molti professionisti (e non) si sono affacciati alle piattaforme virtuali per continuare a mantenere vivo il rapporto con i loro allievi e, perché no, non perdere completamente la fonte del loro reddito.

Una delle piattaforme che vanno per la maggiore è Zoom, ma sicuramente ve ne sono altre di validissime.

Personalmente non mi sono ancora mai iscritta a uno di questi webinair, ma conto di farlo prima o poi. So di molti amici che seguono lezioni di ogni tipo in modalità on line, da quelle più tipicamente “intellettuali”, i classici corsi di formazione per capirci, a vere e proprie lezioni che implicano il corpo.

Ecco che mi chiedo come cambierà il mondo tanguero, anche alla luce di queste possibilità offerte dalla tecnologia moderna.

Facendo un salto nel passato, ripenso ai miei esordi a metà del 2000, ricordo perfettamente come molti tangueros dell’epoca facevano indigestione di video di esibizioni per carpire i movimenti dei professionisti. Poi si presentavano in pista e usavano l’inconsapevole ballerina/o quale strumento di verifica dei loro progressi. Inutile dire che per il 90% di loro gli effetti erano nefasti.

Ma torniamo ad oggi, come cambia, se cambia, la didattica on line? Il fatto che io veda il mio maestro effettuare dei movimenti, spiegarmeli, mi permette comunque di apprendere? Il maestro, via etere, ha la possibilità di osservare i movimenti degli allievi e di offrire le sue correzioni?

Oppure le lezioni on line poggiano piuttosto sulla condivisione con l’aula di esercizi che vengono dettagliatamente spiegati alla classe che poi, in autonomia, li riproduce?

Si possono fare domande? I maestri interagiscono o il rapporto è “one to many“?

Non nascondo che questa possibilità di apprendimento, non solo mi incuriosisce, ma mi pare un’ottima ancora di salvataggio sia per i professionisti, gravemente privati della possibilità di lavorare, sia per gli allievi che si sentono mancare i loro punti di riferimento.

Ancora, come si può rendere questo strumento il più efficace possibile, in modo che, una volta l’emergenza risolta (accadrà prima o poi!), non ci si ritrovi in pista completamente a digiuno dei movimenti, con tutti i nostri punti deboli in esaltazione?

La domanda è rivolta sia ai maestri che avranno il piacere di rispondere, sia agli allievi che hanno esperienza del metodo.

Ad ogni buon conto e a prescindere da tutto, apprezzo la voglia di trovare soluzioni, di reagire a una situazione drammatica, all’arte di arrangiarsi che, messe insieme, ci faranno rialzare la testa e riprendere le nostre vite.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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SENSAZIONALISMO GIORNALISTICO E TRAPPOLE

Un cosa l’ho imparata, proprio ieri, dopo uno scambio su Twitter.

Un primario triestino, positivo al Covid e per questo in quarantena obbligatoria, è stato fermato e multato per essere uscito di casa con la spazzatura e sprovvisto di protezioni.

L’articolo di denuncia, apparso sul quotidiano locale “Il Piccolo” titola:

I CONTROLLI DELLE FORZE DELL’ORDINE

È infetto ma esce di casa: denunciato il primario di Geriatria al Maggiore di Trieste

L’articolo è stato più volte rilanciato sui profili FB di numerosi amici e, più me lo ritrovavo davanti agli occhi, più mi montava la rabbia.

Ho esternato, in modo sicuramente poco signorile e decisamente gratuito, quello che pensavo su Twitter. Pronta la risposta di un collega medico che, sulle prime mi ha molto fatto arrabbiare (la categoria si difende coesa), ma, successivamente, mi ha riportato a più miti consigli.

Ho imparato che un articolo di giornale non fornisce tutti gli elementi necessari per esprimere un giudizio, specie riferito a un comportamento che viola una norma. L’articolo è solo una rappresentazione, molto spesso deformata, quanto non direttamente sommaria, dei fatti.

Cui prodest una diffamazione mediatica del genere, riguardante il comportamento, presumibilmente, opinabile del soggetto in questione che va valutato, comunque, nella sua complessità di aspetti?

Ci sono caduta con tutte le scarpe, il mio sdegno, la rabbia, la frustrazione riversate sul medico che, a mio avviso, si è macchiato di un reato gravissimo. Non ero presente all’accaduto, non conosco i retroscena e neppure se egli ha agito seguendo il buonsenso.

La lezione che mi porto a casa è questa: trattenermi dal giudicare i comportamenti altrui, non cadere in certe trappole mediatiche di sensazionalismo giornalistico, specie in momenti, come quello attuale, in cui i nervi sono a fior di pelle.

Con questo post desidero pubblicamente scusarmi con il dott. Ceschia per la mia esternazione su Twitter che ha travalicato il senso civico e il buon gusto di cui, normalmente, sono sana portatrice.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Venerdì 3 aprile, sono in quarantena dal 13 marzo, esattamente da 21 giorni. Gli scienziati dicono che dalla terza settimana in poi si apprendono nuove abitudini. Confesso che rassegnarmi alla clausura forzata mi riesce particolarmente ostico. Ma tant’è.

Accantonate le ore di lavoro dovute, le restanti sembrano interminabili. Come il delta di un fiume amazzonico che arriva al mare con il suo portato d’acqua che scorre lenta, maestosa. Così percepisco il tempo a mia disposizione, mentre severo mi osserva, suggerendomi di farne buon uso.

Ci provo, anche se il più delle volte mi perdo, non finalizzandolo virtuosamente. Dopo 21 giorni non ho più bisogno di riposare, di recuperare le energie spese nella rincorsa della vita quotidiana. Adesso è il momento di riempire le ore a disposizione in modo intelligente, sia per il corpo sia per la mente.

E’ così che mi ritrovo a fare nuovamente i conti con me stessa, con quelle parti di me di cui non sono precisamente fiera. Mi scopro indolente, lassa, svogliata. Posso immaginare sia normale e giustificare parzialmente questa attitudine in taluni momenti della giornata, ma confesso di esserne toccata e preoccupata.

La quarantena, specie a chi non ha persone da accudire, siano i propri figli o persone anziane o malate, costringe ogni santo momento del giorno a stare dinnanzi a se stessi. Mica facile sostenere questo confronto constante e assolutamente veritiero, specie per chi, come me, ha spesso privilegiato le vie di fuga.

Fa male. Toccare con mano la trama bucata della propria personalità, prendere piena coscienza che, se nella vita ti sono capitate delle cose, la responsabilità è tua e solo tua, poiché agendo o non agendo come hai fatto, hai provocato tutto ciò.

Al ventesimo giorno della mia personale quaresima forzata, è esplosa una congiuntivite come mai nella vita. La mente è corsa immediatamente alla possibilità di aver contratto il virus, mentre il saggio Maestro interiore, seduto sulla riva del lago della meditazione, mi guardava negli occhi suggerendomi quello che già sapevo “Tu devi continuare a guardare, con coraggio, tutto quello che hai sempre desiderato non vedere. Ti farà molto male, lo so bene, ti porterà negli abissi, ti provocherà dolore, ma è necessario farlo”. Con gli occhi doloranti, con le palpebre gonfie e violacee, ho piegato la testa alla sua saggezza rispondendo “Lo so”.

Oggi va meglio, di certo il nuovo collirio ha fatto il suo, ma credo convintamente ci sia dell’altro. la mia accettazione di entrare in quelle stanze buie da dove mi sono sempre allontanata.

Ho fatto una scommessa con me stessa: se eviterò di scappare e aprirò tutte le stanze che devo aprire, sarò presto libera dalla prigionia casalinga.

Fatemi gli auguri che ho ancora tanto da scoprire.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Domenica. Facciamo che è un giorno diverso dagli altri, facciamo finta.

Per prima cosa non ho ascoltato il bollettino di guerra.

Per seconda cosa mi sono fatta “meno cessa”: capelli, ceretta, crema corpo, profumo, sostituzione completa del combo quarantena.

Pulita, profumata, liscissima in tutta me, sono uscita nel giardino.

Primavera esuberante, uccellini in piena attività, i primi colori dei fiori novelli, una deliziosa bava di vento. Una cornice perfetta, ideale per dimenticare, per un istante, il demonio invisibile.

Ricerca e oramai scontato ritrovamento del quadrifoglio di ordinanza da dedicare, amuleto riscoperto, agli amici dei social.

Sono una privilegiata, ospite di una dimora con giardino e grande abbastanza da non togliere il respiro. Sono una privilegiata.

Sebbene parta da una condizione di vantaggio rispetto a molti amici costretti in meno piacevoli clausure, lo spirito mal si adatta allo stop forzato. Quindi 100 passi per le immondizie paiono già una libera uscita, qualche raggio di sole da prendere in t-shirt e lo sforzo di mantenermi positiva, ricacciando al destinatario tutti i pensieri funesti che mi arrivano.

Fare 200 passi respirando a pieni polmoni un’aria incredibilmente tersa ha mosso qualcosa dentro.

Musica nelle orecchie, piedi sull’erba e via mi sono scatenata in quello che chiamerò lo “Stretching evolutivo”.

Adesso vi spiego, perché è praticabile ovunque:

  • musica a random negli auricolari, o, se siete metodici, scegliete la playlist preferita, o le sonorità che voi sapete ricaricarvi l’animo.
  • iniziate a muovere il corpo senza senso, magari ispirati dalla musica, lasciatelo letteralmente fluire dentro la musica, senza vergogna, senza ritegno, nei movimenti più assurdi, creativi, sgraziati, ampi che vi vengono
  • se ne avete la possibilità usate uno specchio dove vedervi, oppure le finestre del soggiorno, il contatto visivo è importante. Rafforza la connessione con noi stessi, impariamo dai movimenti sgrammaticati che facciamo a raccontarci una storia senza parole
  • nel frattempo respirate sempre più gioiosamente, più profondamente
  • il mio stretching è partito da movimenti veloci, forse suggeriti dalla musica che ascoltavo, poi, piano piano il corpo si è fatto più quieto, con movimenti lenti, ampi, delicati, fluidi. Una sorta di danza del respiro
  • dal momento della “quiete”, naturalmente, ho accarezzato i chakra, movimentandoli dal basso verso l’alto, come a sbloccare il loro flusso. Premetto che tutti i movimenti sono stati chiamati dal corpo regista dei movimenti.
  • la mente sopita in totale godimento di questi gesti senza senso ma di grande benessere
  • ho finito respirando alzando le braccia, come si fa alla fine di un allenamento, ma girando il corpo sui 4 punti cardinali. Su uno in particolare respirare mi dava piacere maggiore.

Questo curioso stretching sarà durato forse 20′, non lo so, ma garantisco l’effetto mirabolante sull’umore, sull’allegria, come una sorta di risveglio di una energia vitale rimasta assopita.

Vi suggerisco di provarci, potreste scoprire degli ineguagliabili benefici sull’umore.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Nuova rubrica, preferivo quelle sul tango ma tant’è.

Se avessero ipotizzato solo 3 settimane fa che la vita di tutti sarebbe cambiata repentinamente mettendo interi paesi in quarantena, avrei pensato al rimando a una nuova serie tv mica a vita vera.

Invece siamo qui, ognuno a casa sua, molti anche separati dagli affetti più vicini e più cari, per non parlare dei malati e di chi li assiste in prima linea.

In questi tempi così impossibili, nelle mie maree emozionali che si alternano tra momenti in cui sono sul pezzo ed altri in cui ogni sorta di spiacevolezza emotiva mi pervade, ho pensato che bisognasse far tesoro dell’esperienza che – di sicuro – qualche insegnamento positivo per il futuro ne avrei ricavato.

Oggi, credo di essere alla 1° settimana di “vera” quarantena, poiché non devo uscire per recarmi al lavoro, faccio il mio primo bilancio.

La difficoltà maggiore, in primis da accettare intellettualmente, è quella che non si può uscire di casa. Premetto che a casa (sarà l’età?) ci sto benissimo, ma, una cosa è scegliere di starci, altro è esserne costretti. Dopo i primi giorni in cui le pareti sembravano cadermi in testa, con rassegnazione, mi sto – lentamente- abituando.

Mi rimane vitale cercare di muovermi, muovere il corpo, far circolare 2 endorfine di numero che il movimento procura. Fortunatamente, fosse mai stato un segno premonitore?, l’estate scorsa acquistai una app di esercizi da fare a casa, all’epoca per sopperire la chiusura agostana di due settimane della palestra preferita, mai acquisto fu più lungimirante, pur senza saperlo.

La forzata solitudine ineluttabilmente porta a doversi confrontare – in silenzio – con i propri fantasmi. Beh, lo ammetto, i miei hanno deciso di organizzare un volo charter per venire a trovarmi. Superati i primi momenti di conoscenza, direi che adesso abbiamo raggiunto una pacifica convivenza.

Oggi mi è venuta in mente mia nonna Natalina, classe 1909, quando ero piccola mi raccontava la sua vita in tempo di guerra. Un episodio, tra i tanti, che maggiormente mi colpì all’epoca fu quando venne alla luce mia madre, sotto un bombardamento, nacque prematura di 7 mesi. I miracoli che la nonna fece per farla sopravvivere, per nutrire quella creaturina così piccola e fragile.

Raffronto quelle difficoltà a quanto sto vivendo io, alla prima (per fortuna e speriamo pure l’unica) quarantena della mia vita a quanto noi tutti facciamo fatica ad adeguarci.

Già penso a come era bella la vita di prima, quando, al contrario, mi sembrava grigia e triste o forse, semplicemente, molto banale. Prima ero libera, potevo ballare il mio amato tango abbracciando gli sconosciuti, oggi, non avvicino nemmeno mia madre, temendo di poterla contagiare.

Il pensiero di quarantena di oggi è proprio questo:

rimodulare le abitudini, pensare ed agire in modo diverso, apprendere nuove abitudini.

Una faticaccia, specie per chi non è più nell’età verde.

Ma la forzata reclusione, probabilmente, anche a questo servirà, a riscrivere da zero le nostre vite, lasciando dietro quello che non può più stare con noi, scoprendo anche le sorprese che il nuovo con sé porta.

UN VIRTUALE ABBRACCIO,

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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LEGGERE IL POST ASCOLTANDO QUESTA MUSICA

PANTONE 1837

Sono stanca, davvero molto stanca di questa tensione continua che, come una folata improvvisa di vento, è entrata nella nostra vita.

Ho provato a combattere contro il menefreghismo della gente, contro la tentazione di sminuire il problema, contro il desiderio di ribellione alle nuove regole, ovviamente invano. Ognuno di noi decide di vivere l’emergenza a modo suo, con il senso civico di cui dispone.

Ho consumato le parole che avevo a disposizione.

Cerco uno spazio di silenzio che non riesco a trovare, ovunque mi giri lo spettro virale è davanti allo sguardo.

La mia scelta – responsabile – l’ho fatta ma non basta.

Mai come oggi, circondata da notizie poco felici, vorrei perdere lo sguardo in un colore.

Andiamo avanti.

Pimpra

L’INVISIBILE VS L’IMMAGINARIO

Da quando stiamo vivendo l’emergenza sanitaria, assisto e leggo di comportamenti che definire sconsiderati è un eufemismo.

Dalla prima ondata dei folli corsi a svuotare i supermercati temendo chissà quale carestia, probabilmente gli stessi folli sopravvissuti – per ora- al contagio, sentendosi oramai invincibili, rinnegano, con il loro comportamento insensato, l’esistenza del problema.

Questa schizofrenia collettiva che, da un lato, spinge ad informarsi, leggendo e ascoltando tutto quello che viene comunicato relativamente all’epidemia, commentando, dando la propria versione del livello di gravità, dall’altro vede nascere una grande comunità di “supereroi” di quelli che a loro non li riguarda, è tutta una bufala ed altre coglionerie del genere.

Non ribadisco l’ovvio: bisogna contenere il contagio, penso piuttosto a quella leva emotiva che spinge troppa popolazione a comportamenti scorretti.

Mi sono data questa spiegazione: empirica, non basata su alcun dato scientifico, solo su una riflessione personale.

Fatichiamo a credere all’esistenza di ciò che non possiamo vedere con gli occhi, non al microscopio.

Facciamo fatica a fare un atto di fede alla scienza accettando l’esistenza del virus e a comportarci di conseguenza.

Accettare l’esistenza di Covid 19 è come fare un atto di fede all’esistenza di dio.

Mi rendo conto che si tratta di una similitudine estrema ma, da qualche parte, credo ci sia un fondo di verità, altrimenti continuo a non capire.

Vero che siamo ignoranti, fancazzisti, individualisti, superficiali ma se da più parti con chiarezza ti spiegano che una cosa invisibile può fare tantissimo male a te e agli altri, perché rinnegare l’evidenza scientifica?

Un popolo di agnostici della scienza. Incredibile. Crediamo ai cartomanti ma non ai virologi, pazzesco.

Dovremmo trovare il modo di catturare il credo di quelli che, vuoi per consuetudine, abitudine familiare/sociale, sono “fedeli”.

Mi riferisco ai credenti di tutte le religioni mondiali, perché se hanno fatto atto di fede una volta, sarebbe davvero opportuno ampliassero il loro “Ci credo” anche a questa emergenza.

Ma forse sono totalmente fuori pista e le ragioni del dissenso sono altre.

Mi resta forte la convinzione che, se non vedo e non tocco, non ci credo. In fondo viviamo a tempo di social, di vita vissuta su video, a colpi di immagini, esiste solo quello che può essere visivamente condiviso.

Chissà se il virus fosse un pulviscolo color fucsia, grande come micro scaglie di forfora che si appoggiano ai vestiti, chissà se, in queste condizioni, la nostra risposta collettiva sarebbe “CI CREDO! LO VEDO!” o, inventeremmo un’altra teoria del complotto globale… Chissà, l’essere umano, quando non deve, sa essere molto fantasioso…

Pimpra

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