LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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IL GIORNO DEI “SE” E DEI “MA”

E’ una bella giornata di sole quella di oggi, così come lo era 32 anni fa. Come faccio a ricordarmelo? Non si dimentica la giornata in cui tuo padre vola in cielo. In realtà, prima, è volato giù da un viadotto in Molise, era quella la via che ha scelto per andare.

Cinica? Forse, ma solo con il ricordo più straziante della mia vita.

Il tempo cura questo genere di ferite ed oggi rivolgo il mio sguardo sorridente e privo di dolore, consapevole che, ovunque egli sia, è molto felice.

Scendendo in scooter, con l’aria sulla faccia, come piace a me, i pensieri mi raccontano un sacco di storie ed oggi ho immaginato la mia vita con i se e con i ma.

Se mio padre fosse ancora vivo, oggi, sarebbe di sicuro il nonno più felice del pianeta. Una nipotina adorabile che lo riempirebbe di orgoglio e che, lo scommetto, avrebbe già appellativi quali “principessa, campionessa, talento sportivo, occhioni belli” e chissà quanti altri.

Lo immagino mentre la accompagna a nuoto e la ammira dagli spalti decretandone l’indiscusso talento, unito ad incredibile bellezza, menando vanto della genetica familiare capace di produrre una tale meraviglia.

Lo rivedo padre presente e lo immagino parlare di fotografia con suo figlio che l’ha vissuto per un tempo troppo limitato. Li penso cucinare insieme, godere di ogni scintilla dei piaceri della tavola e del buon vino. Sento le sue parole di motivazione, la sua forte spinta a credere in se stessi, ad impegnarsi.

Mio padre oggi avrebbe una bella panzotta, i capelli biondi divenuti color cenere insieme agli immancabili baffetti, una cornice perfetta per far risaltare gli incredibili occhi azzurri, delicati o freddi, a seconda delle occasioni.

Oggi è una bella giornata invernale, non ho rimpianti, non ho rimorsi, il ricordo lambisce la memoria senza spingermi alle lacrime.

Se tu fossi ancora qui, una volta in più ti direi “Ti voglio bene papà”.

Pimpra

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IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

C’ERA UNA VOLTA …

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C’è stato un bel momento della vita in cui, noi tutte, siamo state principesse. Alcune hanno mantenuto quello status, altre, hanno cambiato numerose vesti, fino a diventare le donne che sono.

C’era una volta…

Ai tempi la piccola principessa era una fanciullina molto allegra, amava giocare con tutti i bambini, portava dentro il gruppo quelli che, troppo timidi per spingersi da soli, restavano in disparte.

La principessa amava gli alberi e raccogliere le more, disegnando le labbra con il rossetto naturale dei frutti, fingendosi una gran dama di corte mentre, dall’alto della sua postazione, mollemente appoggiata ai rami, si rallegrava della vista sottostante.

Amava i fiori, le rose per l’inebriante profumo e le dalie per l’esplosione di colori che creavano nei giardini.

D’estate passava le giornate al mare, galleggiando a pelo d’acqua per godere della vita che scorgeva nel fondale, anche se, maschera o occhialini che fossero, si annebbiavano sempre troppo presto e il fondo doveva imparare a immaginarlo.

Da quando era una piccola principessa fantasticava su se stessa da grande, allora si vedeva felice dentro al suo castello, in compagnia di un bel principe azzurro.

Come ogni favola, e come molti degli abiti che indossava, anche i suoi sogni erano colorati di rosa.

Il tempo, vestito del suo mantello grigio, un giorno le passò accanto più da vicino e, d’un tratto, la principessa si ritrovò già grande, in una casa che non era più il suo castello, circondata da persone che non conosceva ma che la conoscevano. La principessa non aveva nemmeno più la sua coroncina, era diventata un ‘adulta.

Alle sue proteste, alle sue richieste riceveva dinieghi, molti no, e, a volte, pure qualche ceffone. Comprese che, per stare nel suo nuovo mondo, doveva adattarsi al meglio alle nuove usanze del luogo.

Fu così che si plasmò, si modificò per corrispondere a quanto  le veniva richiesto. Il vantaggio di questo agire fu subito evidente: non ci furono più rimbrotti, ceffoni e qualcuno le diceva pure di sì.

Felice di questa ritrovata serenità, la principessa adulta, continuò felicemente la sua vita, incontrando persone, visitando luoghi nuovi e facendo tante esperienze.

A volte, però, le accadeva che dinnanzi allo sbocciare timido di un fiore o annusando il profumo della terra dopo la pioggia, provasse un grande struggimento, come di qualcosa che aveva perso e che non c’era più.

Ancora una volta il mantello grigio del tempo le passò vicino e la principessa si ritrovò oramai vecchia, con i suoi capelli lunghi diventati bianchi e le lunghe mani avvizzite, il volto segnato dalle rughe.

Stavolta però non si spaventò più, si guardò intorno cercando qualcosa che le era familiare.

Un bell’albero di gelso, carico di more, si ergeva davanti a lei. Nell’attimo stesso in cui lo vide, il desiderio di salirci si impossessò di lei. Solo che adesso era vecchia e doveva trovare un modo diverso di arrampicarsi perché non aveva più la stessa agilità di prima.

Detto fatto, una cassetta di legno alla base del tronco, appoggiata sopra una grossa pietra le permisero di raggiungerei rami più bassi. Il resto sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Poco dopo, un po’ stanca e sudata, si ritrovò accoccolata al suo ramo preferito che, nel frattempo, era diventato molto più grosso e più resistente. Intorno sentiva il profumo delle more, ne vedeva il bel rosso carminio, sentiva la magica melodia delle foglie mosse dal vento e, in un attimo, la sua mano si riempì di frutti e le sue labbra tornarono colorate.

Una voce di bambina, poco più su, la salutò commentando che le more, quest’anno, avevano un colore perfetto per disegnare le labbra.

Si misero il loro rossetto naturale, sorridendo ai loro ammiratori invisibili, godendosi il sole fino al tramonto.

Finalmente, di nuovo, insieme.

Pimpra

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