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DI TANTO IN TANGO: MA TU, PERCHÉ BALLI?

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Sembra una domanda banale posto che la sottoscritta calca il parquet da due lustri abbondanti. Invece…

Molto spesso intorno a me sento dare delle motivazioni che trovo così distanti dal mio modo di pensare che mi è venuto voglia di scriverci su.

Il tango è una danza popolare, nata nei sobborghi di Buenos Aires in un periodo storico particolare e, sotto certi aspetti, molto difficile, in un paese affascinante quanto distante dall’Europa. La genesi del tango è e rimarrà sempre la terra di Argentina, poi il mondo si è accodato, da Parigi che lo ha fatto conoscere in Europa al globo intero.

Ma la carne, la polpa, il “sangue e arena” resta il fuoco argentino.

E tutti noialtri non possiamo che essere semplici seguaci, amanti affettuosi o pure passionali ma NON saremo MAI argentini. Nel bene e nel male, ovviamente.

Tutto ciò premesso, la magia del tango sta proprio nella sua universalità che ha fatto sì potesse diventare una sorte di esperimento sociale riuscito di un “esperanto della danza”, un linguaggio universale, noto a tutti.

Perché ballo.

Molti anni or sono, rimasi folgorata dalle note di un tango che iniziava la lezione successiva alla mia di latino-americani dove lasciavo l’allegria. Il mio orecchio è stato rapito dalla feroce malinconia di un tango tradizionale, dal suo calore nostalgico, dalla sua intima poesia.

Ho chiesto alla mia insegnante di allora di farmi provare la lezione e, il mio partner (al tempo marito) ed io restammo letteralmente rapiti. Dopo pochi mesi la salsa e i latini erano archiviati e il tango, come un fiume in piena, ci aveva letteralmente travolti.

Per l’uomo sono stati anni difficili di studio, di memorizzazione, di comprensione di dinamiche nuove, di ascolto di musica e del partner, elementi di grande complessità sia fisica che emotiva.

Per me i primi tempi, in realtà anni, sono stati un’incredibile battaglia interiore. La mia personalità dominante, abituata a comandare, a gestire, doveva improvvisamente farsi da parte per quella Donna che ancora non avevo conosciuto né ancora incontrato .

Nonostante vivessi con brutalità il mio conflitto, mai, per un solo istante, ho pensato di abbandonare, di permettere a quella me del “fuori dalla pista” di uccidere la Donna che il tango argentino aveva fatto nascere. Ormai ero sua.

Nel tempo quella Lei è cresciuta, si è fatta largo con prepotenza, fino a trovare la sua perfetta collocazione nella figura della donna “Giaguara” che altro non è che il Femminile consapevole, la maturità, l’accettazione della bellezza di un ruolo, la comprensione e l’accettazione gioiosa e grata della pienezza e della “rotondità” di anima e corpo.

Ecco perché molti parlano di tango terapia. Non si tratta di una cazzata modaiola.

Ballare è, in primis, terapia dell’anima, riscoperta e ritrovamento di parti di sé a lungo nascoste (o mai emerse), connessione totale con se stessi e il proprio partner, sia che si abbia la fortuna di condividere il percorso con la persona del proprio cuore, sia lo si faccia con un/a partner di ballo. In verità, connessione è sempre, con tutti. Almeno così dovrebbe essere.

Uccidiamo il Narciso.

Ogni ballerino/a che affronti una pista, mette in mostra se stesso, è ovvio. Però, a mio parere, l’attenzione del danzante non deve mai stare fuori, al pensiero di chi lo guarda. MAI!

Muovere i passi dentro un brano, abbracciando sentitamente il partner, è la promessa di un viaggio dalle potenzialità meravigliose e, al contempo, dalle insidie tremende. Però bisogna rischiare TUTTO. Bisogna DARSI senza sconti, senza freno a mano tirato. Quando si balla il tango SI E’, nel qui e nell’ora, nella presenza e nella sostanza.

Ecco un altro aspetto della “terapia”.  Per ballare bene, di qualità, non si può pensare ad altro, distrarsi o non concedersi, ballare in percentuale: con te il 100% perché sei un figo/a , con te l’80% perché non mi va tanto, con te –  “Vabbè dai ti regalo questa tanda” – e sto al 30%.

STICAZZI.

Tangueros/as che non hanno capito NULLA. Che non saranno mai straordinari ma solo piccole imitazioni del loro potenziale che, ricordiamocelo, è sempre un potenziale UMANO e non di performance.

Mi fermo qui, per oggi, ma avrei molto altro da aggiungere… OLE’!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT: VINCENZO CERATI E ARIELLA BRUSCAINI

 

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DI TANTO IN TANGO: dalla parte di lui. Riletture e considerazioni del Pimpro

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Il viaggio continua, avventuroso e stimolante nell’universo “maschio” del mio rinnovato abbraccio tanguero.

Ogni lezione è una scoperta, come il cucciolo di gatto che piano piano si stacca dalla madre e va ad esplorare il mondo.

Anche io, messi per una volta da parte i tacchi, comincio piano piano ad esplorare il mio tango, da un nuovo punto di vista.

A lezione, tra gli altri me maschi, ammetto che sono una spanna sopra. Gli amici mi dicono che è ovvio, perché ballo da anni e ho introiettato una serie di informazioni che mi tornano utili anche dall’altro lato. Sicuramente, in parte, è così ma…

COSA FA LA DIFFERENZA TRA UNA DONNA LEADER E UN UOMO LEADER.

La prima parola magica: l’ASCOLTO, la CONNESSIONE, la RICERCA del corpo dell’altro con l’intenzione di comprenderne i messaggi.

Attenzione, non dico che i leader naturali non lo facciano, anzi!, ma ci arrivano più tardi di una donna che balla da uomo.

E’ ovvio: siamo abituate a farlo quando siamo dalla “parte giusta” dell’abbraccio.

LA MAGIA.

Credo che, noi tutti, dai rodati ai principianti, a volte dimentichiamo di soffermarci su quella speciale magia che OGNI singolo abbraccio è capace di regalarci. Inizia quasi sempre così, anche se, da donna me ne accorgo perfettamente, può partire da una certa ruvidità.

Ruvido è chi non si affida, chi non si apre, chi non si dà. E, in questo movimento, uomini e donne viaggiano alla pari. Bisogna aprire quella speciale porticina che ci presenta all’altro e che accetta l’altro.

Un esempio.

Caratterialmente sarò un leader “impetuoso”, volitivo, allegro e scherzoso ma pure intenso e denso. Probabilmente la ballerina più idonea a queste caratteristiche dovrebbe avere anch’essa una dimensione umorale/fisica/caratteriale che, in qualche modo, possa corrispondere. Immagino D’Arienzo, Rodriguez, e, perché no, l’amato Pugliese ballati a strapparsi i capelli dal piacere. Piacere, per una leader femmina, di poter danzare, quindi proporre l’ascolto musicale, secondo il suo personalissimo “sentire”.

Lo schema avanzato ma nel quale già mi proietto mentalmente è quello di creare dialogo con la mia partner, diversamente, con il carattere che mi ritrovo, sarebbe solo IMPOSIZIONE, “tango-galera”, “si fa come dico io”.

E qui, vorrei aprire una parentesi e un confronto con voi, se vi fa piacere.

In pista vedo spesso danzatori assolutamente “estetici”, belli da vedere, eleganti, chic insomma quelli che rubano lo sguardo. E li guardo, estatica, perché mi piace trovare la bellezza, ovunque essa sia.

Continuo l’osservazione e, nello scorrere del brano, la bellezza che mi aveva colpito all’inizio, si trasforma in pietra gelida. Mi chiedo perché. Continuo ad osservare e la riposta arriva: si balla per essere belli, ma ognuno per sè, l’uomo balla imponendo movimenti alla sua partner senza per questo entrare mai in contatto con lei (il che sembra una grande assurdità dal momento che, chi più chi meno, ma tutti si abbracciano!).

Voilà. Appare evidente che quella porticina dove dietro trovano rifugio le EMOZIONI resta chiusa, in favore di una “maschera” formale estetica che epura, raffredda e rende assolutamente neutra la dimensione animistica del tango argentino.

Allora, sai che c’è, evviva chi balla un po’ (e sottolineo po’) sporco, ma caldo, accogliente, passionale e divertito. Evviva chi sbaglia e poi ride. Evviva chi, nel silenzio di un movimento sa sussurrare all’altro “Ehi, io farei così, ti va di farlo insieme? O hai un’idea migliore?”

Ci dovrò lavorare tanto, anzi tantissimo, ma è lì, in questo dialogo virtuoso che voglio arrivare.

Pimpro

 

 

 

 

 

USCIRE DALLA GABBIA.

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Letture del periodo che vanno a lavorare in profondità.

Guardare i propri abissi richiede una grandiosa motivazione, una dose di incosciente coraggio, un bisogno di cambiamento che non può più essere posticipato.

Chi decide di mettersi su questo cammino è come il pellegrino, viaggia in sandali anche d’inverno, magari vestito di un solo saio anche sotto la neve.

Indagare dentro noi stessi richiede due palle così. Non basta la dichiarazione di principio, non basta dire a se stessi lo voglio fare, bisogna AGIRE la ricerca, andare a toccare con mano il fuoco, vedere ciò che non si vuole vedere, assumere tutto questo, distruggere il proprio Ego nel dolore e poi, con il tempo che ci vuole alla risalita, operare il profondo, definitivo, incommensurabile cambiamento.

Si può nascere due volte nella stessa vita. Io credo di sì.

Se il nostro carattere è la gabbia che racchiude e contiene la nostra essenza più unica, l’Anima, come ogni gabbia che si rispetti può essere violata, aperta, modificata nelle sue parti, fino a diventare una bella e confortevole CASA.

A seconda della gabbia di cui siamo portatori, il lavoro di ristrutturazione potrà richiedere più o meno tempo, più o meno impegno, fatica, motivazione.

Quando ci si addentra in simili imprese, perché tali possono essere definite, bisogna accettare il rischio (non sempre calcolabile) che, vivendo in un universo strutturato, ogni mutamento, per quanto piccolo, modificherà l’intero scenario.

MORALE: se vuoi la bici, pedala.

E adesso sono cavoli nostri! Olè!

Pimpra

ps: suggerimenti per la ristrutturazione, qui  qui 😉

IMAGE CREDIT DA QUI

 

DI TANTO IN TANGO: dalla parte del leader suggestioni per le follower.

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E’ fatta! Ieri sera il mio battesimo fuori dalle pareti protettive della scuola, ho mosso passi da leader alla pratica dell’Officina.

Come tutte le cose migliori della vita, anche questa è nata per caso: mi iscrivo alla lezione di “Ascoltango” dell’amico Bobo, ballerino talentuosissimo e preparato insegnante. Si studia la lettura musicale di un brano, ovvero come interpretare con cosciente consapevolezza, le sfumature di ritmo e di melodia dando un colore desiderato e non casuale alla propria danza.

Non so perché (il mio inconscio lo sa= volevo cimentarmi da leader), non indosso i tacchi e resto con le sneakers. Una gentilissima ballerina mi dice “Che bello, balli da uomo! Posso?” e che il Pimpro le dice di no? Premettendo che, più di camminare (e manco bene) altro non so fare…

Lezione fantastica (informatevi e frequentatele se ne avete occasione, qui il contatto) mi sento pienamente nel ruolo.

Premessa: perché ballare da uomo?

Per “sentire” TUTTO quello che passa in un abbraccio, in un movimento, nella postura, nel tocco della mano. Immagazzinare informazioni per aumentare il livello di consapevolezza nel proprio ballo da follower.

Adesso, mie care Ballerine, vi racconto cosa succede…

SONO DAVVERO CAVOLI AMARI!!!! VE LO DICO!!!!

Quando l’uomo ci cinge, SENTE TUTTO!!!!!!!!!!!! Impossibile mentire!!!! Ogni minima sfumatura nel corpo dell’altro, nel suo tocco, nella sua stessa sostanza (fisica e non) passa attraverso l’abbraccio e, se funziona, è un piacere ai massimi, se non funziona, una tortura!

Il Pimpro ha così ben identificato alcuni segnali su cui, care Tanguere, ci conviene prestare estrema attenzione:

  1.  la mano destra: fondamentale che il tocco non sia morto, moscio, inesistente. E’ importante connettere con tutto il palmo la mano di lui, ed esserci senza stritolarlo, ovviamente. Ma esserci.
  2. Il braccio destro: ma che ve lo dico a fare: non è pesante, non tira verso il basso, verso fuori, non punta il gomito. E’ parte di un abbraccio circolare, non deve essere senza vita ma non deve godere di vita propria
  3. Le vostre amabili zampette: se lui vi chiede di fare un passo più lungo, voi lo fate. Punto e basta. Non siate (troppo) liquide, offrite quel giusto livello di densità che è molto gradevole e stimolante ma… se bisogna andare, si va e non si sta.

Per adesso mi fermi qui, a queste mie prime, primordiali sensazioni. Ho appena messo il naso in un universo da esplorare, estremamente affascinante e ricco. Stimoli musicali incredibili, perché si prova una gioia immensa in più a poter proporre alla partner il vostro particolare modo di ascoltare la musica e di interpretarla.

E’ difficile fare l’uomo, molto difficile. Gestire il proprio corpo e quello della donna, muoversi nella pista che è sempre una piazza disordinata, interpretare, giocare, proporre ed ascoltare… Dopo un’ora di lezione e qualche tanda poi, confesso, il mio neurone gridava pietà!

Quindi, Amiche care, da donna mi tocca dirlo: abbiate pietà di loro.

Almeno nel tango, non hanno la vita facile… 😉

Il Pimpro 😀

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: LA COLEGIALA TANGO MARATHON

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Amo moltissimo partecipare alle maratone. Ognuna lascia su di me un segno, sia come ballerina e, perché no, come persona.

Tanti amici, tangueri e non, cercano di capire cosa mi spinga a massacrarmi anima e corpo per il godimento – concentrato – di un intero fine settimana.

Credo che la risposta sia semplice: il senso di “comunità”. L’energia esplosiva del gruppone di maratoneti che fanno di tutto per ritrovarsi dentro i loro abbracci preferiti, in un piccolo mondo chiuso che coccola, avvolge e protegge.

In maratona il tango è il catalizzatore, la scusa danzante per vivere e viversi con tutta l’intensità di cui si è capaci. Poi c’è il resto.

Basta vedere i volti, sudati eppure freschi, gioiosi, rapiti, estatici a volte. E’ la magia che si ripete ad ogni tanda, ad ogni ora che passa.

In maratona il rito della mirada è “abbreviato” diventa atto di complicità manifesta, quasi un occhiolino gaio, anche pescando ad occhi chiusi, si prende bene.

Ogni anno che passa, confesso, tirare chiusura, arrivare alla fatidica meta dell’alba, mi costa più fatica, come se il corpo mi imponesse limiti temporali più definiti. E quindi si va di strategia, per sopravvivere alle ore che ti vorresti ballare tutte, ai ballerini con i quali surfare sulle onde della musica, in una pista che è – doverosamente – una piazza d’armi.

Poi c’è l’ingrediente segreto, oramai è chiaro: è il gruppo di chi organizza che dà quel sapore speciale.

Vabbè l’avete capito, questo fine settimana ero in maratona, in una di quelle che amo particolarmente, perché sono maratone divertenti, gaie, solari, dove il concetto del “ce l’ho solo io” resta fuori dalla porta, perché se non sei almeno incredibilmente simpatico, oltre che un danzatore di livello, te ne stai fuori dalla porta. Ecco.

E, da Pimpra quale sono, non posso non apprezzare l’atmosfera allegra, la location straordinaria e il calore giocoso con cui ognuno di noi è stato accolto, come uno scolaretto di prima elementare, con un sorriso e l’abbraccio accogliente della maestra.

Collegiali, vi abbraccio tutti, ci vediamo l’anno prossimo! OLE’!

Pimpra

 

UN’AVVENTURA FINITA BENE

Louby

La vita con le Gattonzole non è mai scevra di sorprese.

Un po’ come accade alle mamme “vere” di bambini, io, che  mi reputo madre adottiva di due splendori a 4 zampe, vivo, di fatto, molte delle esperienze riservate alle mamme vere.

La differenza risiede in parte nel fatto che, un animale in cattività, dipende sempre dall’uomo, relegando quindi la sua crescita evolutiva al massimo a un’età cognitiva di adolescente, per passare quasi direttamente a quella di animale anziano.

Ma torniamo al presente. Le Gattonzole, due adorabili femmine di Maine Coon, benché sorelle, manifestano un carattere assolutamente diverso l’una dall’altra. Louby, quella più grande come struttura fisica, evoca alla mia immaginazione la mollezza di una gran diva, l’altra Folie – un nome, una garanzia, è la mia immagine a 4 zampe: argento vivo, gaiezza, e… follia.

La vita insieme è un divertimento affettuoso, non potrei immaginare la mia casa senza la loro festosa presenza.

Ma, devo ricordarlo sempre, non sono bambini ma animali, anzi felini che fa la differenza.

Ieri sera, tanto per movimentare un po’ il mio sistema nervoso già provato, Louby ha ben pensato di farsi un volo giù dal balcone del secondo piano e poi di sparire. Fortunatamente, il piano basso e la natura felina hanno preservato l’incolumità della novella parà… Avventura finita bene, stamane, dopo la sveglia alle 5 della sottoscritta, la mano divina mi ha portato dove la fuggitiva aveva trovato riparo.

Per fortuna che ha risposto, piangendo, al mio richiamo. Ho scavalcato la ringhiera, mi sono calata per due metri di dislivello che separavano il manto stradale dalla scarpata infestata di rovi e sterpaglie. La gatta la sentivo piangere ma non la vedevo ancora, mi sono ferita mani, gambe e braccia, ma sono riuscita a raggiungerla.

La prendo, è terrorizzata, mantengo il tono della voce basso e suadente, primo step fatto!

Il problema adesso è risalire, perché a scendere è impossibile. Devo issare la gatta e me. Penso prima alla gatta, olè, è sulla strada (secondaria e poco trafficata, per fortuna e poi sono le 6.45 del mattino), e adesso??? Io come risalgo?

Vabbè ho scoperto di avere risorse fisiche e mentali che non sapevo di possedere: con una mano ho immobilizzato Louby, con la gamba ho fatto una spaccata frontale e ho raggiunto l’asfalto e con il braccio destro (per me quello più debole, sono mancina) mi sono tirata su!

MORALE DELLA FAVOLA:

  • Le Gattonzole in esterni vanno sempre controllate a vista
  • Ho piacevolmente scoperto di saper gestire con freddezza situazioni di stress ambientale, senza farmi prendere dal panico e/o dallo sconforto. La mente mi resta lucida e trovo la soluzione.

MORALE DUE:

Adesso, ho assoluto bisogno di andare in vacanza!!!!

STICAZZI ! OLE’!

Pimpra

 

LA MOVIDA CHE NON CAPISCO.

MOVIDA

Ci sono delle serate che nascono così, quasi per caso, una telefonata all’amica del cuore e decidi di mandare a quel paese tutta la settimana di Ramadan e regalarti un’uscita a tutto spritz e patatine di sacchetto.

Detto fatto, ti ritrovi seduta nel luogo della città che ti è più caro, quella piazza Cavana che ti accoglie nel suo abbraccio di case medievali, colorate di recente, e resa un piccolo salottino della città.

Tu preferisci questi luoghi più ritirati, lontani dal clamore della musica sparata a forti decibel, con la folla che si spintona con il bicchiere in mano.

No, tu sei per il chill out di sottofondo, per le persone che hanno qualcosa da dirsi e che lo fanno sorseggiando un aperitivo.

Ma tu sei out, sei troppo grande, per non dire “vecchia” e le cose del mondo moderno, non le capisci.

Il piacere di mostrare le piumette, facendosi belle, indossando il tacco giaguaro, la minigonna o gli short inguinali, un bel trucco “sciabadah” e via, pronte per la sfilata in quella via del centro dove si trovano tutti. Le ragazze fanno così, i ragazzi sono tutti lì ad attenderle, ma questa è la gioventù che – sempre – negli anni verdi, ha giocato con la bellezza del corpo e della giovinezza.

Ma io non sono più ggiovane, sono una signora di mezza età e questa movida adolescenziale proprio non la capisco.

Li osservavo, quanto sono belli!, si intravede l’adulto che diventeranno quando le piume della prima giovinezza diventeranno i colori definiti della maturità, tutti guardano tutti, si scrutano, si occhieggiano, gli ormoni sono così presenti che si possono quasi toccare ma, è questo che non comprendo, quasi mai avviene il “tocco”, l’aggancio quel “Ciao come stai?” detto a una sconosciuta, insomma l’approccio.

Allora, mi chiedo, che senso ha tutto questo? La rappresentazione, la preparazione, se poi l’aspettativa viene disillusa?

Allora si paventa una nuova figura, l’uomo predatore, decisamente molto più grande d’età che si presenta nel luogo, come il leone in mezzo a un branco di antilopi, e va a fare strage di prede.

E’ ovvio che sia così, il beneficio sta per entrambi: la giovine donna in erba, vedrà finalmente riconosciuto il potere della sua seduzione e della sua bellezza da un uomo molto più grande, molto più esperto, mica da uno sbarbatello senza arte né parte suo coetaneo.

L’anziano signore (anziano, sì, perché 30 anni di differenza lo rendono tale) si sentirà ancora molto piacente, desiderato, voluto e, insomma, affermerà con convinzione il potere del suo testosterone.

Questi sono i giochi, questa la movida che non condivido, perché io sono una signora di mezza età. Non mi interessa adescare un giovine pargolo, non ho bisogno di affermare il fascino della mia esperienza, contando gli sguardi che ricevo se mostro le gambe.

Io sono una signora di mezza età. Rilassata e consapevole.

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

IL CAMMINO DI SANTIAGO IN VERSIONE TRIESTINA.

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Se ci penso a volte mi stupisco di come sia fortunata a conoscere persone davvero molto speciali.

Intorno a me ce ne sono tantissime e contribuiscono ad annientare la pletora di quelle che, al contrario, valgono poco e nulla e producono più danno e dolore che gioia e amore. Vale per uomini e donne, ovviamente.

L’altra sera in milonga ne ho incontrate due, vestite, come si evince dalla foto, in un modo decisamente molto anticonvenzionale per una milonga.

“Ragazze cosa combinate di bello?”, va detto che, entrambe, sono due quotatissime ballerine della regione in cui vivo, oltre ad essere donne di indiscussa eleganza e piacevolezza di modi, potete ben capite il mio stupore vedendole così acconciate.

In coro “Stiamo camminando”.

La mia faccia a punto interrogativo e la loro spiegazione: si sono organizzate un “cammino”, un percorso da fare a piedi, in regione, della durata di 10 giorni.

Ho trovato il loro progetto assolutamente meraviglioso, una sorta di cammino di Santiago versione ristretta e nel perimetro di casa propria.

Il loro andare è improntato alla semplicità, dormono in alloggi spartani, viaggiano con il loro zaino, in totale connessione con l’ambiente che le circonda e… i loro pensieri.

Le guardo con stupore, per l’abilità di mettersi in gioco e di farlo usando pochi mezzi, per la loro voglia di fare, di andare, di regalarsi un momento piacevole e molto personale per riflettere.

Ci sarebbe tanto da dire, ma non è giusto farlo, nel rispetto del loro viaggio intimo, aggiungo solo che le ammiro e la loro idea mi piace un sacco.

Amiche care, che questi giorni, tutti i passi che farete e quelli che avete già fatto, portino la chiarezza dei pensieri, la pulizia della mente e la dolcezza del cuore.

BUON CAMMINO!

Pimpra

 

 

 

 

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA: DALL’IRAN CON AMORE

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Pausa pranzo fiacca, il tempo è vergato di una sfumatura di grigio che ha lasciato nascoste le sgargianti coloriture estive, si prepara la pioggia della sera e, come la cappa sopra la testa, anche l’umore ne risente un po’.

Necessito di caffè.

La mia fedele Amica ed io ci dirigiamo verso la nostra mezz’ora d’aria. La bevanda è bollente e scorre amara nella gola, assesta un colpo all’atonia e ci permette di avere voglia di muovere due passi prima di rientrare in gabbietta.

Lì intorno è tutto un pullulare di negozietti, e – ahimè per il conto in banca – i saldi occulti sono già iniziati.

Per favorire l’abbandono delle frustrazioni ed aumentare i livelli di serotonina, entriamo in un negozio di scarpe che ci priva del piacere gaio dell’acquisto. Siamo donne di un certo pregio e le nostre presidenziali estremità non godono di essere accolte nel PVC made in China pertanto desitiamo.

Poco oltre, mi cade l’occhio su un paio di gaudenti espadrillas facenti capolino da uno storico negozio di scarpe. Storico anche per le clienti. O sessantenni e oltre o resti fuori.

Prendo la mia amica per mano ed entriamo.

La macchina del tempo: arredi antichi, iper classici e assolutamente dissonanti con tutte le teorie moderne del marketing, commesse e scarpe anch’esse fuori dal tempo.

Vengo rapita, torno alla mia infanzia, quando la mamma mi comprava le Balducci in un negozio molto simile. Faccio foto e mi accerto che la proprietà voglia mantenere intatto tutto l’esprit du lieu . Le espadrillas paillettate mi vanno benissimo poiché, storico negozio e storica clientela, hanno bandito la merce scadente e qui, il cuoio lo è veramente e i piedi, riconoscenti, ringraziano.

Convinco la mia amica a comprarle anche lei, ma di diverso colore, e, dalla vetrina scelgo un altro paio sicura le stessero bene, compra pure quelle.

Faccio lo stesso per me, sfilata avanti e indietro nel negozio, davanti allo sguardo interessato di un gruppo di turiste americane.

Acquisto anche il mio paio. Ma sono extra scontate e faccio l’affare.

Le signore mi osservano, applaudono ad ogni mia scelta sia per l’amica che per me, poi, una di loro si innamora delle mie e gliele faccio avere.

Ovviamente le prende. Sono una straordinaria venditrice, ma chi mi conosce già lo sa.

Alessandra chiede da dove venissero e le gentili signore ci raccontano di essere americane, ma iraniane di origine.

COUP DE THEATRE.

M’illumino d’immenso, sorrisone a 54 denti e dico loro che ci ho vissuto, in Iran, tanti anni or sono e porto sempre nel cuore quel paese anche mio fratello è nato colà e uno dei suoi nome è Rezah, in onore della terra che gli ha dato i natali.

CATARSI.

Scatta foto di gruppo, scambio di email e biglietti da visita, la mamma, la signora più anziana, portava la collana con il simbolo dell’Iran (il leone e il sole) , mi abbraccia stretta, commossa per quanto, come lei, amassi il suo paese.

MORALE:

Sono uscita dal negozio con il conto in banca più leggero (ma non di molto), con due paia di scarpe nuove, e con l’invito ad essere ospite della famiglia iraniana in California a Los Gatos. Per la cronaca le tre signore, mamma figlia e cugina, tutte laureate, tutte con il PHD. Insomma le iraniane sono donne colte, raffinate, di mondo e di una apertura e accoglienza immutate, così come le ho conosciute tanti anni or sono.

Today I made my day!

Pimpra

Il negozio storico della foto è Rosini, via Dante 1 a Trieste

 

 

 

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