NESSUN DESIDERIO.

Serata di stelle cadenti.
Le ho aspettate ad occhi chiusi.
Lucciole dentro di me.

Nel silenzio della mia casa,
un lunedì afoso di fine estate.

La stella sei tu.
Non hai bisogno di altri desideri.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’ESTATE, LO SPECCHIO E LA CARNE. #ditantointango

L’estate addosso. Fin troppo. E non mi riferisco al caldo soffocante che attanaglia il bel paese. Penso al corpo che in questo periodo dell’anno esce allo scoperto.

Oggetto e strumento che ci definisce, così come la nostra personalità. Diventa bersaglio e non semplice destinatario dello sguardo altrui. Ma anche del nostro.

In questi ultimi tre anni, la mia vita fisica è cambiata moltissimo. Dall’avere un corpo asciutto, quasi maschile, con muscoli definiti, poche curve, sono diventata una donna più morbida, più piena, più vicina a un’immagine femminile che non avevo mai abitato. Adesso ho il seno che prima era solo accennato.

Un cambiamento epocale.

Scoprire centimetri di pelle e ritrovarmi così diversa, mi costringe a un lavoro di cesello sulla mia autostima che, fino ad oggi, si basava sulla leggerezza del mio fisico voluta e cercata a qualsiasi costo.

A un certo punto le ragioni della natura hanno preso il sopravvento. Ci sono stagioni della vita che arrivano con la forza tranquilla dell’inevitabile e chiedono soltanto di essere attraversate.

Il cambiamento ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo di guardarmi allo specchio a quello in cui mi presento al mondo. Anche il tango ne è stato toccato.

L’armadio tanguero non mi corrisponde più. Gli abiti non scivolano come un tempo. Non sono più quella donna, fisicamente e psicologicamente.

È un duro lavoro da fare su me stessa, quello di cercare la nota armonica della mia nuova me. Risuonare con garbo dentro al mio corpo più soffice cercando di amarlo e onorarlo come merita.

Ho passato una vita intera a rincorrere l’ideale di un aspetto che non era il mio, fino al momento in cui la natura ha detto che era ora di smetterla e di accettare la realtà di quella che sono veramente.

Affrontare la milonga, oggi, mi crea un piccolo disagio. I pochi abiti che ancora indosso sono pieni, in punti dove fino a qualche anno fa erano comodi. Immagino me stessa vista da fuori e riesco a vedere solo un fisico abbondante. Qualcosa dentro si rompe.

L’immagine che avevo si è frantumata in mille pezzi e fatico a riconoscermi.

Smettere o continuare? Me lo sto chiedendo spesso e, a volte, mi convinco che appendere i tacchi al chiodo possa essere la sola possibilità.

Poi però la donna che vive in me si alza e mi riprende:

«Fino a che riuscirai a dare una buona connessione, un abbraccio accogliente e i tuoi piedi saranno reattivi, resta. Il tuo valore va oltre lo sguardo del tanguero di passaggio.»

Cerco di ripetermelo come fosse la preghiera della sera. E di avere una fede enorme in quelle parole.

Amen.

Pimpra

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

IL NUOVO MAZZO. #vitavissuta

Mentre la vita scorre, arriviamo a bivi decisivi: non solo scelte da fare, ma situazioni che rimescolano completamente le carte. E con quel nuovo mazzo, dobbiamo giocare la nostra manche.

Non si tratta di controllare tutto ma di arrivare preparati.

Difficilmente arriviamo pronti a fare i genitori o ad accudire chi ha bisogno.

Ci sono poi i nostri genitori che, se siamo fortunati, restano con noi fino a un’età avanzata. Ma come?

Affrontare la loro vecchiaia, soprattutto quando il corpo o la mente cominciano a cedere, mette a soqquadro la nostra emotività. Ci scopriamo fragili, impauriti e spesso anche arrabbiati.

La mia povera madre sta affrontando la sua senilità con un corpo relativamente a posto ma con la mente che la sta abbandonando settimana dopo settimana.

Vederla sfiorire così velocemente, perdere le sue capacità di pensiero, dimenticare qualsiasi cosa, non essere più capace di condurre la vita indipendente che desidera, è un bivio della vita al quale non ero assolutamente preparata.

Certo, ho sentito i racconti di tanti amici che ci sono passati prima di me, eppure gestire questo cambiamento mi destabilizza nel profondo.

Mi ritrovo a vivermi “madre”, io che madre non sono, e a scoprirmi in un ruolo che non sento mio.

Come avrei voluto arrivare preparata a tutto questo, sapendo quali passi percorrere, come scegliere il meglio per lei, per rendere il suo inverno della vita più morbido possibile.

Non sono preparata, non lo sono affatto anche se cerco di fare il mio meglio.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

QUELLA MANINA SUL COLLO. #ditantointango

Noi tangueros abbiamo mille argomenti sui cui amiamo discutere, ne so qualcosa: ci scrivo da vent’anni. Eppure non avevo mai pensato a quei gesti che facciamo ballando e che possono destabilizzare il nostro partner.

Accà nessuno è fesso“.

Nel tango il corpo parla. Eccome se parla. E volendo, dentro un abbraccio, ci fai passare anche cose che col tango c’entrano poco.

Gli approcci che portano altrove.

Da donna ne ho ricevuti. Il più delle volte ho fatto finta di nulla, altre mi sono fatta una bella risata.

Gambe che entrano più del dovuto, abbracci che stringono in un modo diverso, respiri all’orecchio più affannosi del normale, mani che si intrecciano con intimità. Strusciamenti in zone diplomaticamente basse. Il repertorio maschile, in questo campo, è molto ricco di gesti e sfumature.

Epperò, pure le tanguere non scherzano.

C’è una spassosissima letteratura di racconti maschi sugli approcci femminili durante la tanda. Tra i più utilizzati il tocco del collo dell’uomo.

Una mano che, a coppa, abbraccia la testa, la sfiora.

E’ seduzione? E’ estetica? E’ tecnica di ballo?

Bella domanda.

Ho visto spesso donne che ballano così, da spettatrice le trovo molto femminili, sensuali. Se il gesto non è esasperato mi pare pure elegante.

Ho chiara in mente la prima volta che ho ballato con un tanguero dallo stile personale e inconfondibile. Ho dovuto abbattere ogni ritrosia fisica e lasciarmi andare, impossibile ballare altrimenti. Dalla sorpresa iniziale in cui la mia testa cercava di capire se fosse tango o altro, ho lasciato spazio al corpo. Ha capito perfettamente, così ho scoperto una nuova dimensione di ballo.

Nel tango la seduzione esiste. A volte minima, a volte evidente. E’ un patto implicito. Impegnativo restare insensibili quando respiriamo l’altro, con un contatto tanto ravvicinato. Non siamo robot.

In milonga viviamo di tentazioni e del tentativo di non caderci dentro. Alla fine è divertente questa tensione, siamo vivi e vibranti. A volte anche troppo.

Quindi, manina sul collo oppure no?

Se accettiamo un ballo di abbraccio, ci prendiamo il pacchetto intero di contatto. In fondo dobbiamo resistere per una tanda, possiamo farcela.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

L’ONDA PERFETTA: ANATOMIA DI UNA TANDA SUBLIME. #ditantointango

Image credit Radu

Ho un pensiero che mi ronza di testa.

Il tanguero, come il surfista, va a caccia della tanda perfetta.

Ma cos’è davvero? E soprattutto: esiste… o cambia insieme a noi?

Quali sono gli ingredienti che concorrono alla creazione di questa tanda sublime? Quali sono le abilità, le emozioni, il contesto che contribuisce a farla esplodere nell’abbraccio?

Il campo speculativo è immenso; mi limiterò a esplorarne i confini più affascinanti.

La mirada va a segno e la musica ci alletta, inizia il rito.

L’abbraccio.

Mi sento comodo. Muovo il primo passo e percepisco sintonia.

Mi fermo siamo davvero “insieme”. Continuo. C’è… spingo di più, c’è ancora. Risponde, ma non solo.

L’abbraccio è più accogliente, parliamo senza aprire la bocca, i corpi in totale affinità.

Scambio le tue gambe per le mie. Non mi accorgo più del confine.

Entro sempre di più nella danza, nella musica, nell’emozione che sento e che posso esprimere.

Tu sei con me, in questo armonioso movimento di leve, di spirali, di respiro.

La scintilla mi prende il petto, mi accende, mi attraversa. In quell’istante so che non sto più cercando niente. Ci sono dentro.

La musica finisce. L’abbraccio no.

Questa è la mia percezione della tanda perfetta. Che ho vissuto più di qualche volta. Questa tanda vale tutti i tentativi che falliscono.

Qualcuno dirà che la tanda perfetta è quella tecnica, fatta di sfide e limiti superati. Non dissento, ma credo che quella sia una perfezione che si ferma alla mente. La tanda “sublime” abita altrove: nei recessi dell’anima.

Quali sono gli elementi che concorrono alla nascita di questa meraviglia?

Credo molto nel principio della polarità che altro non è che l’espressione ai massimi livelli della differenza tra leader e follower.

L’uno dona architettura, visione, protezione. È colui che segna lo spazio e offre una direzione. L’altra ascolto attivo, fioritura, risposta estetica. È colei che trasforma il passo in emozione.

C’è un curioso paradosso di libertà: la massima libertà espressiva della donna nasce dalla massima solidità dell’uomo. Se l’uomo è “uomo al 100%” (ovvero presente, chiaro, centrato), la donna può permettersi di chiudere gli occhi e “abbandonarsi” (essere donna al 100%). Senza questa distinzione netta, il ballo diventa una conversazione confusa dove tutti parlano sopra l’altro.

Ma non è solo questo, se i due ruoli sono sfumati o timidi, la tensione elastica tra i corpi si allenta.

La “scintilla” è la scarica elettrica che attraversa l’abbraccio perché i due poli sono distanti e ben definiti nelle loro funzioni.

Più è netta l’intenzione di chi guida e più è profondo l’ascolto di chi segue, più potente è il cortocircuito emotivo.

La tanda perfetta richiede, secondo me, la partecipazione piena dell’archetipo maschile e di quello femminile, per contrasto, per differenza.

Il tango ci chiede di tornare ad essere poli opposti. Non per prevaricazione, ma per amore del contrasto.

Non è sempre facile presentarsi di fronte al nostro partner in tutta questa naturale differenza, spesso ci viene più facile nasconderci dietro posizioni più neutre, meno definite. Balleremo una tanda neutra, per carità non buttiamo nulla ma, lasciatemelo dire, il tango non abita quella casa.

Non si può pensare di ballare una intera serata a colpi di tande perfette. Non reggeremmo l’impatto emotivo e fisico.

Allora mi chiedo: come moduliamo la nostra partecipazione? Dobbiamo offrirci interamente, fino all’ultima goccia di energia, o imparare a concederci a tratti?

Io sceglierei la prima opzione. Ma, a dire il vero, non so se sarei sempre in grado di sostenerne il peso.

Pimpra

Primo maggio? Noi non facciamo grigliate. Facciamo maratone. #ditantointango

Nel weekend del primo maggio le persone normali stanno all’aria aperta. Noi no.

Poi ci sono i tangueros. Razza a parte. Ai primi soli della bella stagione non cercano il mare: cercano un pavimento.
Un luogo chiuso, intimo, dove ballare finché il corpo regge. Il tanguero non molla mai.

I più coraggiosi, invece di recuperare le ore di sonno perse nelle folli notti di tango, magari riposano in riva al mare così prendono anche un po’ di sole: multitasking tanguero.

Sono una tanguera, ho rispettato la chiamata delle assi di legno. Il primo di maggio sgambettavo felice e instancabile a Cattolica, alla mia prima maratona “Intima”.

Il nome suggerisce già l’atmosfera, una maratona con un numero limitato di ballerini, circa 150-200 persone, ospitata in un hotel che affaccia sull’Adriatico.

Sono stati tre giorni in cui ho goduto parecchio.

Innanzitutto un’accoglienza davvero calorosa, con tante premure per gli ospiti. Dal gadget maratona, ai tattoo posticci e brillantini per il viso, per tre giorni siamo tornati un po’ bambini, un po’ divinità del tango!

Sono rimasta sbalordita: una maratona con un equilibrio perfetto tra uomini e donne. E si sentiva. Eccome se si sentiva.

Ho notato un significativo effetto positivo sull’ambiente: ballare era facile. Niente atteggiamenti da vip, niente pose. Solo sguardi aperti e voglia di incontrarsi davvero.

Credo che questo equilibrio sia stato uno dei punti di maggior successo della maratona.

Intima è una maratona piccola. Di quelle in cui ti viene voglia di tornare. Di quelle che ti fanno pensare che partecipare a un evento abbia ancora senso.

Ultimo, ma non ultimo, un pavimento generoso, morbido al punto giusto che ha accolto le fatiche tanguere, facendoci scatenare per ore senza troppi effetti collaterali.

Ed eccomi di nuovo al bivio: eventi o milonghe locali? Fino a poco tempo fa avrei saputo rispondere subito. Adesso no.
Perché una maratona ben costruita nei suoi dettagli, resta sempre una tentazione irresistibile!

Pimpra

NON GIRO. NON INGRANO. POI RUGGISCO. #ditantointango

Image credit Marco Buoli

Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.

Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.

Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.

Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.

Potevo andarmene, ho scelto di restare.

Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.

Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.

Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.

La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.

Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.

È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.

Giaguare si nasce.

Pimpra

MARATONGUERA 8.0. LA MAGIA DEL CERCHIO #ditantointango

Se dovessi descrivere l’ultimo fine settimana, penserei alla magia di un cerchio. Forma perfetta che tutto contiene.

Una gita tanguera ad alto tasso di chilometri in un paesino incastonato sulla costa sabbiosa e verdeggiante di quel tratto di Liguria.

Maratonguera ha festeggiato la sua ottava edizione eppure, una volta arrivati, sembra il tempo si sia fermato. La locanda del Pilota che ospita l’evento all’aperto è fedele a se stessa dal 1923 conferendo quella patina di sicurezza delle cose che durano nel tempo.

La terrazza a piccolissimi mosaici azzurri, il fiume Magra affronta gli ultimi metri prima di tuffarsi in mare, la brezza non manca mai, la frittura di pesce si gusta tra un D’Arienzo e un Biagi quando scendono finalmente le ombre della sera.

La Maratonguera è un evento atipico, si tratta più di un ritrovo di amici con la stessa passione tanguera che si danno appuntamento in un luogo più o meno comodamente raggiungibile per tutti (triestini a parte, ça va sans dire).

Hai voglia: balli. Hai voglia: chiacchieri. Hai voglia: sorseggi dal tuo calice una bollicina. Le parole d’ordine sono: relax, “scialla”, prendila con calma, qui nessuno ha fretta.

Questo clima è contagioso, perchè, oltre ad impegnarti per sopravvivere al gran caldo che quest’anno è stato davvero poderoso, altro non devi fare che divertirti. I convenuti lo sanno e non perdono un solo attimo di piacevole gaudio.

All’una la musica si ferma e inizia un’altra festa. Il cerchio di persone si forma, il prosecco comincia a riempire i bicchieri perchè bisogna festeggiare. La vita, la gioia di ritrovarsi ogni anno, il piacere di aver ballato insieme.

La notte cala, siamo stanchi ma il potere di quel cerchio che unisce ci tiene legati.

La luna si specchia nella lingua di fiume alle nostre spalle, regalandoci uno spicchio della sua inconfondibile luce. Penso a Sole. A lei, che ci guarda da lassù, e forse sorride del nostro piccolo, meraviglioso cerchio.

Pimpra

Ballare a Bologna: la magia di BOCAtangoday. #ditantointango

Tornare a Bologna per ballarci è sempre un’opzione che fa bene al corpo e allo spirito. Non so come e perchè e quale sia la magica alchimia che si vive nella città, ma fatto è che le milonghe funzionano (molto bene).

Sono tornata a BOCAtangoday con il trolley carico di aspettative e una meravigliosa parrucca lilla per festeggiare, anche con il colore, la gioia di tornare in un luogo del cuore, con la scusa del periodo carnevalesco.

Non è sempre detto che ciò che ha funzionato l’anno precedente, continui a farlo nei mesi a venire, in questo caso, posso certificare che il test è stato brillantemente superato.

BOCAtangoday si connota per un sapore particolare che è quello dell’abbraccio amichevole e aperto, del ballo che è davvero sociale. Una meraviglia non aver bisogno di doversi impegnare per essere invitata, di fare la mirada assassina sperando di essere vista.

Nulla di tutto ciò, uno sguardo in relax e via a ballare. Se non è la prima sarà la seconda o la terza ma la tanda arriva, sempre.

Questa atmosfera così accogliente, rilassata, “cozy”, permette a tutti di ballare meglio perchè le ansie da prestazione, ansie da invito che non viene mai colto, ansie di sentirsi “i brutti anatroccoli” della milonga, restano fuori dalla porta.

E questo è un plus straordinario.

Il lavoro di selezione porta buoni frutti, è necessario ammetterlo. Non è questione di democrazia, nel senso “dentro tutti”, dentro solo quelli che condividono la filosofia “abbraccia, sorridi, apriti e balla”.

Quindi che aggiungere se non che BOCAtangoday è una delle numerose gemme tanguere bolognesi che non so quale sia la l’incantesimo, ma Bologna accoglie. Ecco.

Grazie Antonella, Marianna, Luciana per regalarci tanta bellezza.

Pimpra

Image credit Samuel di Luca che ha colto l’espressione beata della fata turchina 😉

I RONDAPIATTISTI. NUOVA FRONTIERA DEL TANGO MODERNO. #ditantointango

Post doppio. Partiamo con la notizia buona o quella brutta?

Iniziamo con LA BUONA NOTIZIA.

XTraordinary tango marathon.

Mancavo da Mantova da parecchi anni, sicuramente dalla pre pandemia, El viejo Almacen Papelero si conferma una sala ideale dove organizzare una bellissima milonga o una piccola maratona.

Il pavimento è uno dei migliori in cui ho messo piede, lo affermo con sicurezza perchè dopo 8-9 ore di fila a ballare sui tacchi non mi è mai venuto il devastante mal di schiena che su altre piste mi attanaglia.

L’atmosfera piacevole, il calore della sala e degli ospiti hanno fatto il resto.

A dispetto di quanto pensavo, una maratona “raccolta” mi ha permesso di ballare con tutti i ballerini con cui desideravo condividere abbracci, cosa che in quelle più grandi non accade spesso, quindi molto soddisfatta.

La defezione all’ultimo nano secondo di un Tj ha sparigliato le carte dei set musicali (ma su questo mi esprimo nella seconda parte). I professionisti presenti si sono alternati per coprire il buco, bravi.

Ho trovato la formula senza pause interessante, non trattandosi di una maratona stanziale, sono sempre rimasta in sala, fino a che le forze mi hanno sostenuta. Pausa cena compresa. Gli organizzatori si sono spesi per offrirci un menu composto da primo e secondo, tutte le sere. Farlo in uno spazio molto esiguo, ha richiesto una particolare premura nel servire le bocche affamate degli astanti.

A tal proposito, suggerisco, per le prossime occasioni, di fornire un tagliandino pasto, perchè più di qualcuno è rimasto a bocca asciutta non potendo scegliere la stessa offerta di cibo, dal momento che altri si erano fatti servire più di una volta, esaurendo le risorse. Non si fa, dovremmo saperlo, ma quando si tratta di fare la pappa regrediamo un po’ tutti diventando bambini che si tuffano letteralmente sul buffet.

Sono tornata a casa con una sensazione piena di piacevolezza, ho ballato davvero bene che è la cosa che spinge tutti noi a spostarci e fare chilometri su chilometri per raggiungere una buona pista.

Grazie Maria Elena e Marcello e allo staff che vi ha supportati, ci avete regalato una maratona soffice come la vostra deliziosa torta di rose!

LA CATTIVA NOTIZIA

Quanto segue non è riferito in particolare alla maratona di Mantova ma è un fenomeno diffuso ma che dico diffusissimo, in ogni latitudine del mondo tanguero.

Esiste una nuova categoria di ballerini i cosiddetti “rondapiattisti” ovvero coloro che negano assolutamente l’esistenza della ronda nella forma che noi tutti conosciamo. Per loro, andare in pista significa esprimere orbitali impazziti, senza alcuna possibilità di controllo o di logica geometrica a regolare le loro evoluzioni su pista.

I rondapiattisti sono sempre esistiti, come setta piuttosto celata, esprimendosi in unità singole, al massimo duali, in ogni milonga, nel periodo pre covid. Sono usciti allo scoperto nel post covid, invadendo le piste di tutto il mondo con l’affermazione che la ronda non esiste.

“Houston, abbiamo un problema”.

Con i miei occhi ho visto accadere incidenti in pista con una frequenza devastante: spintoni, colpi che azzoppano letteralmente, gincane assude tra coppie che stanno regolarmente procedendo.

E che vogliamo fare? Ci diamo una regolata o cosa?

Altro discorso interessante, il tj set. Prima di questa volta a Mantova, non avevo mai assistito a un’alternanza “veloce” alla consolle da parte dei tj.

Premesso che si è trattato di risolvere un’emergenza per cui – a prescindere- bravi tutti, personalmente credo che la formula non funzioni.

Mi è apparso molto chiaro come il tj debba accompagnare ogni momento del suo set musicale, accendendo la pista, portandola dentro le varie fasi, creando la buena onda che porta e sostiene l’energia dei ballerini. Ogni Tj inoltre esprime la sua personalità e la sua visione musicale che, in questo modo, risulta frammentata e non sempre coerente con ciò che prima ha preceduto o che seguirà.

Da un certo punto di vista è un peccato perchè poteva essere una nuova formula per mettere musica ma che, evidentemente, per il tango non è azzeccata. [Opinione personale, come sempre].

Osservo con sempre maggiore frequenza la presenza di principianti alle maratone. Questo mi spinge a riflettere sul cambiamento che il movimento tanguero sta vivendo. Un tempo, 15-20 anni addietro, prima di poter accedere a una maratona, si veniva studiati dall’organizzatore. Era come passare un esame: venivano valutati gli anni di ballo, lo stile, venivano indagate le referenze. Quindi una volta presi, bisognava dimostrare con i fatti di meritare quell’ingresso che significava impegnarsi, studiare, mettersi in gioco e… restare umili. Come dire: fare gavetta. Anche se partecipavi all’evento mica ti invitavano, circolo con circolo: tu facevi parte delle burbe, dovevi aspettare il tuo turno, nel mentre rubavi con gli occhi, ti facevi ispirare dai più grandi, e speravi fortissimamente di essere invitat* o di ballare con quelli più brav*.

Un percorso che faceva sì che quelli meno motivati abbandonassero. Non c’era democrazia e inclusività: o eri brav* o stavi fuori. Non c’erano così tanti eventi all’epoca, pertanto andavano sempre sold out ed esserci era come avere la tua medaglietta tanguera che non eri poi così da buttare.

Mi sembra che l’economia dei tempi moderni, obblighi, per puro budget della manifestazione, a far entrare tutti (mi riferisco sempre e solo al livello di ballo, sia chiaro), appiattendo così e uniformando l’offerta. Oramai la maratona, per lo più, è diventata una milonga che dura 3-4 giorni, dove puoi trovare il diamante ma pure molta, troppa, bigiotteria. Tempi moderni.

Per concludere il lungo pippolotto, ci auguro di ballare con varietà di anime danzanti, mescolando il nostro tango a quello di altri abbracci, di altre visioni, di diverse energie cercando quella luce che nasce da tutto questo per diventare esseri umani migliori. E’ questa la nostra magia.

Amen.

Pimpra

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