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DI TANTO IN TANGO. SOCIALE SI’, SOCIALE NO. UN DUBBIO TANGUERO

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Dopo un fracasso di anni in cui ballo e frequento i luoghi sacri del tango, proprio adesso, nel momento della mia piena “maturità tanguera” sono assalita da un dubbio.

SCENARIO: la milonga (non importa se singola o incastonata nel contesto di un evento, quale che sia)

STATO D’ANIMO: io frequento perché desidero ballare. Punto.

COMPORTAMENTO: scelgo il luogo in cui stare e “attendo” l’invito, attivando l’energia positiva di uno sguardo aperto, oppure, segnalando molto chiaramente, e con rispetto, che in quel momento ho bisogno di riposo.

DUBBIO: mi sono resa conto di non dedicarmi all’aspetto “sociale” della faccenda, non chiacchiero quasi mai, salvo scambiare poche parole, sto per le mie, amiche/i presenti non importa.

La domanda secca che mi pongo: come verrà letto questo atteggiamento, questo modo di essere?

Ci ho pensato questi giorni, ospite di una maratona condita da persone assolutamente amabilissime, molte – peraltro –  a me ben note, non ho scambiato parole quasi con nessuno. Mi sono detta “strano!” poi ci ho riflettuto e mi sono resa conto che non parlo quasi mai, salvo quando mi trovo a pasteggiare, lì allora sì che non mi ferma più nessuno.

Mi chiedo se questo modo di vivermi le serate/pomeriggi di tango sia capito, oppure se, per “buone maniere”, è opportuno dedicare del tempo anche alla relazione umana.

Dubbi, oggi dubbi…

Pimpra

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AFFERRA LA SENSAZIONE E PORTALA NEI TUOI RICORDI

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Quando ti passa vicino, hai il dovere di afferrarla stretta, anzi di tatuare la sensazione che ti trasmette nel cuore. Perché la Felicità, di sé, non lascia una vera traccia tangibile, ma unicamente una percezione, un ricordo.

Nulla è più etereo, vacuo, infinitesimale, effimero e sottile di ciò che definiamo Felicità.

Mi è passata vicino domenica, un giorno che di norma detesto, perché – da che esisto – la associo a qualcosa che ha termine. Che finisce. Che muore.

Invece no, dipende, come sempre, dagli occhi con cui si guardano le cose, per far cambiare loro aspetto.

Una sveglia precoce, grazie alle Gattonzole che, oltre le 8 del mattino non mi lasciano a letto, una bella e inaspettata gita al mare, e, ciliegina sulla torta, una romantica cena a due, in “coppa al mare” a sbafare pesce a quattro palmenti.

La Felicità sta nelle piccole cose.

Nel sorriso di mia madre quando – entusiasta – ha risposto al mio estemporaneo invito a cena “Mamma, si va? Che dici? Ti porto a cena ai Filtri, ma andiamo in scooter sia chiaro!” lei che aderisce con gioia estrema, divertendosi alla grande all’idea del tragitto su due ruote.

Basta davvero poco per prendersi quella sensazione di pienezza, di felicità pura, di godimento cellulare per il solo fatto di essere vivi e di respirare.

Ho nella mente i colori del tramonto, i giochi delle nuvole in cielo, le prime luci che si accendono, il profumo degli alberi in fiore, il respiro profondo e ritmato del mare, l’odore della griglia di pesce, le chiacchiere, le risate, il tintinnio delle posate, lo sguardo felice di mia mamma su di me, su di noi, le chiacchiere madre e figlia, di quelle che non hai mai tempo di fare perché dimentichi sempre di prenderti quel tempo.

Eccola lì la Felicità, quella che devi richiamare nei giorni grigi, nei giorni in cui non trovi il senso del tuo esistere, nei giorni in cui non sai dove sei.

In fondo Felicità è anche l’odore dell’asfalto dopo la pioggia, del pesce sulla griglia, del collo di tua mamma che, anche per andare in scooter insieme a te, non dimentica mai di indossare la goccia del suo profumo preferito.

Che gioia.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

DOMENICA TRIESTINA

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Una domenica dal profumo particolare di mare, di onde di risacca, di sole che accarezza la pelle con i suoi raggi caldi.

Avevo dimenticato quanto fosse bello alienare i pensieri sulla battigia, in compagnia dell’amica del cuore e di un buon libro.

Attimi preziosi, fatti di piccole cose sacre. Un modo semplice per volersi bene, regalando a se stessi il tempo dell’ozio.

Una città speciale come lo sono tutte quelle di mare. Il corpo appoggiato sulle pietre calcaree, piacevolmente lambito dal vento di brezza.

Per stare bene sono sufficienti piccole cose, come una bella coda di rospo ai ferri per concludere la prima domenica di mare.

Pimpra

 

IL CALORE TENUE DELLA SOLITUDINE

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3° giorno di detox dal mio social preferito.

Mi sono svegliata serena, anche se, come un vero tabagista o tossico di altro genere, la manualità non è ancora dimenticata: mi ritrovo spesso ad avere lo smartphone tra le mani sperando di trovare notifiche che non ci sono.

Finalmente ieri sera ho guardato un film per intero. Mi distraggo molto meno, anche se, dentro, qualcosa mi rode, come se mi sentissi “esclusa” e, di fatto, lo sono. Il mondo aperto e sconfinato non è più alla mia portata.

E’ chiaro che se non ci sei, non esisti più e ti devi rassegnare al fatto che nessuno è necessario per nessun altro. Punto. Tanto vale mettersela via.

Costruisco le mie giornate un pezzetto alla volta, riscoprendo colori che avevo perso. Adesso, quando sono per strada, ho fame di persone, guardo la gente, la osservo nei più infinitesimali dettagli. Ho bisogno di umanità, un estremo bisogno.

Questo tempo/spazio a cui mi sono costretta sta dando rimandi importanti. Per prima cosa è un bagno nell’umiltà come poche volte ho sperimentato. Tutto ciò che ho costruito in anni di virtualità, si è  – ovviamente – dissolto come neve al sole. La Pimpra non esiste più, perché non c’è, non frequenta. Che si tratti di uno pseudonimo che nasconde una umanità che vive e respira, poco importa, se non ci sei, non esisti.

La parola che si lascia nell’etere, non è quel segno profondo ed emozionale che regala la lettura di un libro. E’ solo fuffa, un millesimo di attimo nella vita di chi, per puro algoritmo, quella parola si trova davanti agli occhi. E’ questa la durissima punizione, “non essere più”.

Pimpra è morta (tiè) perché non gode più di quel fantomatico gioco di specchi che la rendevano esistente. Adesso ci sono solo io e mi relaziono con il fantoccio virtuale di me.

Che botta all’autostima. Ma quanta consapevolezza.

La solitudine che sono costretta ad accarezzare mi offre un calore tenue, come una nuova amica che conosco da poco ma che so diventerà parte importante della mia vita.

Al momento è difficile farci i conti ma lei sta dicendo che tutto andrà nel migliore dei modi e che, anche questa paura, abbandonerà mente e cuore, ci penserà il tempo.

Eccomi, finalmente, completamente a nudo davanti a me stessa. Ed è a me e solo a me che devo parlare. STICAZZI, olè.

Pimpra

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. Milano vale sempre il viaggio. PTM tango marathon

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Ci sono eventi imperdibili nel lungo e infarcito calendario del tanguero che si rispetta. Ci devi essere, ma non perché “fa figo” esserci, ma perché ti fa bene. Al tuo umore e al tuo tango.

Mi pregio della mia terza partecipazione alla maratona di Milano, non credo ne esistano altre, e ritengo che, per i milanesi, sia un punto d’onore far risplendere quella che organizzano. Milano, è sempre Milano: chiede ed offre il meglio.

Come il buon vino, anche questa maratona è cresciuta, si è evoluta non tanto nella impeccabile organizzazione che l’ha, da subito, contraddistinta – e figuriamoci se non era così! – quanto per la ricercata e attenta scelta dei TJ e dei suoi ospiti.

Se è vero che il colore della festa lo crea l’ospite, con le sue qualità di anfitrione, è pure vero che i partecipanti danno il valore aggiunto. E qui non è mancato di certo!

Ho apprezzato, in particolare, l’equilibrato e preciso mix delle età/provenienze dei danzatori che hanno regalato grande tango e grande socialità.

Per la prima volta, non ho percepito, se non in modo infinitesimale, le solite “sette” i gruppetti di quelli “vicini-vicini”, quelli che o tra loro o morte. Certo, gli amici si siedono accanto, è abbastanza naturale, ma non vi erano chiusure agli altri, non le ho proprio riscontrate. Un grande risultato portato a casa dal team PTM. Non è facile dosare così scientificamente le persone e scegliere, tra le tante, quelle con un ottimo livello di ballo (pure sempre di maratona trattasi)  e con una bella dimensione sociale di “apertura” al mondo, agli altri.

Sono stata STRABENE.
Il mio tango è stato appagato degli abbracci ricevuti, la mia Anima delle parole scambiate.

Torno a casa felice, arricchita, con una voglia immensa che urla “ANCORA!”

Grazie PTM friends, siete speciali ❤

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. TANGO E VITA O TANGO E’ VITA?

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Ballare è terapia per l’anima, si sa. E’ leggerezza di sensazioni, allegria, scambio, socialità.

Il ballo, qualunque tipo di ballo, fa bene allo spirito e al corpo, lo dimostrano studi scientifici.

Ballare e ballare in coppia con un partner, è cosa diversa. Si scatenano alchimie che, tante volte, tracimano il contesto della pista da ballo e invadono la vita delle persone.

Il tango argentino è, probabilmente, quello che si presta maggiormente a questa osmosi, ballo/vita.

E’ facile comprenderne la ragione: ci si abbraccia. Si attiva l’ossitocina, si prova una sensazione di benessere, in qualche modo ci si sente scelti, quasi “amati”. Certo per le proprie qualità intrinseche di danzatori… certo… eppure…

Quante coppie sentimentali ho visto nascere dalla pista, quante ne ho viste separarsi…

Ho sempre creduto di essere immune all’incantesimo tanguero, sicura che non sarei caduta anche io nell’inganno, innamorandomi perdutamente di qualcuno solo perché lo avevo abbracciato e quell’abbraccio e quella danza avevano il respiro dell’universo intero, della felicità.

Nessuno è immune a questo canto, alle sensazioni così assolute, indelebili, che porta.

Specie all’inizio della propria “carriera” tanguera è molto, molto facile cadere in questa tentazione, scambiando la magia di una (o più tandas) per altro. La magia che si vive spegne completamente i lumi della ragione e, in un attimo, il tango scappa dalla pista e invade la vita.

Bisogna prestare attenzione quando ciò accade perché il rischio è altissimo.

Poi ci sono quelli fortunati, e ne conosco davvero molti, per i quali la pista è stata occasione d’incontro. Poi hanno vissuto la vita e la relazione altrove, dove è la sua casa: nella vita “vera”.

Molti, invece, scambiano la parte per il tutto e investono nel posto sbagliato:  energia, motivazione, tempo.

Ballo da molti anni oramai ma devo ricordarmi sempre che il tango è solo tango. La vita sta altrove.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Vincenzo Cerati e Ariella Bruscaini

IMMAGINI E RACCONTI BREVI. L’orologio nero.

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La stanza è molto chiara, un bianco ottico esaltato dalla luce fredda dei neon. Numerose sedie di legno assiepate come soldatini intorno a un centro che non è visibile. Ordine monastico, bianco assoluto, nessun segno che personalizza le pareti, eccetto il grande orologio nero.

Fuori persone dallo sguardo basso, perduto dentro ai ricordi o spento nel piccolo schermo dello smartphone, aspettano. In un attimo, senza segno apparente, questa umanità colonizza la stanza bianca.

Li osservo in silenzio, cercando di leggere la loro storia perduta, i ricordi infranti in un muro di oblio. Guardo i loro corpi tremare, come scossi da una silenziosa energia vibrante.

E quegli occhi.

Dentro lo sguardo di un uomo si legge tutto. Non è questione di verità o di naturalezza, l’Anima sceglie gli occhi come finestra sul mondo.

Nessuno è interessato al suo vicino, tutti contano i minuti.  La democrazia del tempo che li rende uguali.

Il tempo, scandito dall’orologio nero, imprigiona di sé i presenti.

Un uomo prende la parola e racconta il suo inferno. Silenzio.

Energia vibrante si diffonde e ammanta tutti di sé. Qualcuno piange, qualcuno trema di più, qualcuno si copre il volto con le mani.

Osservo l’uomo, mi sta di fronte.

La normalità di chiunque. La banalità di chiunque. L’assoluta unicità di chiunque.

Il suo inferno è passato. La lotta, vinta. Ma, dice, ha paura.

Applausi, lacrime. Commiato.

La vita mi scorre davanti danzando la sua macabra danza, eppure sorrido. Sorrido delle debolezze, della profonda umanità, della vulnerabilità, e di quella sensazione cosciente di essere piccoli eppure immensi allo stesso istante.

Gli occhi, adesso, si animano e il loro movimento è stabile. Sanno dove guardare.

Mi alzo e vado via.

Pimpra

PERCHÉ IO SONO ABBASTANZA!

 

IO SONO ABBASTANZA

Ieri pomeriggio, verso la fine della giornata, ho finalmente trovato il tempo per vedere un video che un’amica mi ha inviato qualche giorno fa.

Brené Brown, sociologa statunitense, in 25′ mi ha aperto la mente, anzi no: il cuore.

Una vita spesa a rincorrere qualcosa per dimostrare ai miei affetti, genitori per primi e a me stessa, che avevo un valore, ponendomi obiettivi che non sono (quasi mai) riuscita a raggiungere. Vivere affiancata da un forte senso di sconfitta, di frustrazione, che mi fa sentire un Calimero.

Un essere umano fallito e senza senso, privo di luce e di colore, banale e inutile. Se a questo bel cocktail aggiungiamo pure il fatale mix ormonale di un certo periodo del mese, la frittata esistenziale è fatta: una tragedia.

Poi, siccome son donna, come tutte noialtre, le maniche ce le rimbocchiamo sempre: allora ti metti a leggere, ti confronti, cerchi e trovi il tuo strizzacervelli (ma capisci che non ti basta), lo affianchi alla sciamana, ci metti vicino anche lo sport che se pure il fisico ti cede puoi direttamente comprarti il revolver e farla finita, magari osi pure qualche ritocchino piccolo piccolo proprio per sentirti solo meno peggio.

Ok. Soldi, energia, buona volontà spesi per niente. Quel tuo buco nero laggiù è sempre lì che ti guarda e, ridendo, ti prende pure per il culo, sussurrandoti “Tanto resti mia”. E, cazzo, ha ragione lui!

Fluisci nel tuo stato confusionale – fortunatamente hai tanti Amici! –  e cadi sempre più giù, giù, giù… e non vai in palestra, e ti lasci andare e l’aperitivo diventa il sostituto euforizzante del Prozac e continui a scendere i piani di scale fino a ritrovarti nella tua buia cantina, da sola, nel tanfo di muffa, nell’umidità e ti dici “Ok, questo è il fondo”.

IL MESSAGGIO.

Voi sapete bene che l’Universo è sempre in connessione con noi e ci parla. E noi sordi. A volte urla e, capita che, per puro caso, la voce ci arrivi.

A me è apparso il video della signora Brown, per mano di quella splendida Anima di Anna.

Guardatelo, o voi Pellegrini/e del “mal di vivere”, della depressione, del “che ci faccio io in questo mondo?”, del “perché a me vanno tutte storte?”, guardiamolo insieme tutti noi, variopinta umanità che, ogni giorno, prova a respirare, sono certa che sapremo trovare una scintilla che illuminerà quel buio. Poi, a rimboccarsi le maniche.

Pimpra

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. L’universo milonguero.

Tango milonguero

Ho notato come, con il farsi dell’età e degli anni di tango alle spalle, molti dei miei amici stiano rivolgendo il loro sguardo all’universo milonguero.

Premesso che le categorizzazioni, nel contesto di una danza che trae le sue origini e vive dentro il sentire popolare, non sono di mio gradimento, mi scopro favorevole all’individuazione di un mondo milonguero diverso da tutto il resto.

Premetto che non è questione di ghetto, di esclusione, di mondo a parte è, semplicemente, un diverso approccio.

La mia personale esperienza, credo possa senza dubbio partire, in termini di formazione, dal cosiddetto “tango tradizionale”/ classico, quindi abbraccio chiuso e dinamica più “corta”/asciutta. Poi, nel tempo, grazie a incontri e stimoli artistici credo di aver centrato la mia personale attitudine espressiva che, sicuramente, si trova a cavallo tra più mondi.

Milonguera pura, di sicuro non sono, anzi…

Osservando le dinamiche di pista, mi rendo conto che le mie corde tanguere suonano accordi diversi, nel senso che, il mio corpo, la mia anima, il mio carattere, il mio cervello, la mia creatività hanno bisogno di movimento, di spazio, per esprimersi.

Una sala di milongueros, è, di norma, una sala “ordinata” ossequiosa a un canone non espresso ma seguito, la ronda è pulita, geometrica, precisa. Un coro che canta armonico, un corpo energetico che si muove con affinità. Pure molto bello da vedere. Preciso.

Il “resto del mondo” di solito, è un bordello. Il caos, la “caciara”, il disordine ma, nonostante questo, chi ama il genere, trova sempre i suoi spazi espressivi, motori, e tutto quello che gli serve per ballare con gusto.

Non c’è un giusto e uno sbagliato, solo sapori diversi. In entrambi i casi, però, il codice assoluto è l’educazione e il rispetto: per il partner, per gli altri, pure per la pista (per “l’energia” della pista, per la sua particolare onda).

Da ballerina dinamica devo dire di aver scoperto, nel mondo milonguero, uno stimolo – per me – molto utile: ballare dentro.

Definisco: ballare dentro è farlo con un carattere di maggiore intimità, dando spazio a un ascolto ancora più “sottile” e a una risposta altrettanto sottile. Non è sentire di più o meglio è solo sentire/ascoltare diversamente dagli altri modi.

Le pulsazioni diaframmatiche che caratterizzano, di frequente, i ballerini milongueri, richiedono molta attenzione/concentrazione/sensibilità alla ballerina che dovrà muovere rispondendo a marche quasi sussurrate.

Non nascondo che mi riesce pesante, a volte, impegnarmi così tanto nell’ascolto poiché, la marca che passa da un respiro, esige totale coinvolgimento e concentrazione.

Ricordo una tanda di qualche mese fa, pista in overbooking, piena che più di così era impossibile, movimenti quasi impercettibili dei ballerini ed io, con la mia carica energetica a voler esplodere, lì in mezzo. Però… l’abbraccio che mi cingeva era di quelli specialissimi, di un danzatore che con delicatissimi tocchi, ha reso il mio corpo un pianoforte. Sotto le sue marche i miei movimenti rispondevano a un piano e a un forte musicale e fisico, diventavo i tasti che suonavano una croma e una semicroma, piuttosto che un allegro o un adagio.

Una di quelle tande che ti raccontano un sacco di cose, anche di te stesso e della magia unica di un abbraccio capace di colorare di sé tutta la stanza. In mezzo a centinaia di persone racchiuse in un fazzoletto di spazio, ho provato la sensazione di ballare in un limbo senza tempo, senza ostacoli, senza un io e un tu, senza corpo. Solo energia vibrante.

Provare per credere.

Pimpra

IMAGE CREDIT foto mia

 

 

DI TANTO IN TANGO. I QUI PRO QUO

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Sull’onda del post precedente, un’altra grande questione da affrontare sono i … qui pro quo della milonga.

Sarà capitato a più di qualcuno di farsi dei film mentali incredibili su certi atteggiamenti di taluni in milonga: una volta ti saluta, una volta sei trasparente, una volta ballando ricevi complimenti, poi diventi trasparente, tu credi di mirare e ti viene infine detto “ma non mi guardi mai” oppure “non vedi mai che ti miro” e tu, accidenti, non vedi per davvero perché – è il caso mio- le lenti a contatto con il calore si appannano!

I motivi dei fraintendimenti sociali possono, a buona ragione, definirsi infiniti e creare disagio che, a volte, può sfociare in antipatia, disturbo e tanti brutti sentimenti di cui possiamo felicemente fare a meno.

Non saprei definire l’origine o quali sono i motivi per cui, una sana comunicazione, verbale e non, a un certo momento grippa e fa andare tutta la relazione nel casino, ma tant’è.

RIMEDI.

Personalmente opero una prima valutazione di massima: quella persona mi interessa? Tengo alla “relazione”? Oppure posso tranquillamente vivere senza?

Se la risposta è affermativa, cerco il modo per interagire e, in modo diretto o indiretto, confrontarmi con la persona.

Più e più volte mi è accaduto di chiarire fraintendimenti di natura così stupida che, una volta svelati, hanno fatto immensamente ridere sia me che la persona coinvolta. Ciò è accaduto con donne e con uomini, indistintamente.

Il problema più grande, secondo me, non è “stracapirsi” perché succede e basta, ma aver voglia di chiarire il misunderstanding.

E poi, ti pare che le cose fluiscano di nuovo al meglio, eviti di sentirti il piccolo/a Calimero della situazione, ne beneficia l’autostima e, la vita in generale, va via più leggera…

OLE’! 🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

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