Annunci
Annunci

LA PROSPETTIVA LATERALE: IL TANGO QUEER

www.tangoqueer.it_-1

Arriva il momento, nella “carriera” danzante di un tanguero/a, in cui si sente la necessità impellente di sperimentare cosa e come come si balla nell’altro ruolo, dall’altra parte dell’abbraccio.

E’ una spinta che nasce e cresce piano piano, all’aumentare della consapevolezza di danzatore e dalla voglia di trovare nove strade espressive. Il tutto condito dalla costante ricerca di miglioramento nella propria prestazione.

Dopo due lustri abbondanti, finalmente, quella vocina che si era fatta sentire già parecchio tempo fa “prova a studiare da uomo”, è diventata stentorea, imponente, obbligandomi – quasi – a fare il grande passo.

La ricerca di una gentil signora/ina con cui iniziare l’avventura ha dato presto i suoi frutti, trovando molte amiche disposte a seguirmi nell’impresa cosa che, inutile dirlo, mi ha fatto molto piacere.

Sono, invece, rimasta colpita, dalla reazione di taluni che non condividono questo mio desiderio di imparare anche il ruolo dell’altro, maschile, nella fattispecie.

Mi chiedo il perché.

Tutti i migliori maestri che ho conosciuto, uomini o donne che fossero, sono sempre stati in grado di “switchare” di ruolo alla bisogna, regalando all’allievo preziosi consigli.

Così si impara meglio, si è in grado di conoscere la complessità di quanto il partner deve affrontare nella proposta di un’azione. Conoscendo le altrui criticità si cercherà di porre maggiore attenzione al proprio corpo che, in quella particolare dinamica, può essere di aiuto o di ostacolo all’altro.

L’abbraccio, per sua definizione, è circolare, quindi il mio io e il tuo tu fondono in un’unica entità legata, sottilmente, da una trama di fili sottili che lasciano liberi i partner, pur riconducendoli a questa monade singolare.

Un ulteriore aspetto di questo prezioso scambio risiede nei nuovi orizzonti di dialogo che si possono aprire nella coppia: la donna che può sussurrare con consapevolezza, l’uomo che accoglie la proposta, in un cinguettio colorato e divertente che bypassa – finalmente – la rigida etichetta dei ruoli. Di sicuro, per parlarsi così, bisogna essere bravi assai, studiare assai, mettersi in gioco assai, praticare assai e restare assai umili, quasi trascendenti a se stessi.

Sono sicura che, la voce roca e intonata di quel tango particolare che ho nella mia testa e nel mio cuore, riuscirà – piano piano- a far sentire la sua voce, con il suo timbro unico, la sua modulazione, il suo colore.

Nel frattempo mi rimbocco le maniche e studio! OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDITS DA QUI

Annunci

LA MOVIDA CHE NON CAPISCO.

MOVIDA

Ci sono delle serate che nascono così, quasi per caso, una telefonata all’amica del cuore e decidi di mandare a quel paese tutta la settimana di Ramadan e regalarti un’uscita a tutto spritz e patatine di sacchetto.

Detto fatto, ti ritrovi seduta nel luogo della città che ti è più caro, quella piazza Cavana che ti accoglie nel suo abbraccio di case medievali, colorate di recente, e resa un piccolo salottino della città.

Tu preferisci questi luoghi più ritirati, lontani dal clamore della musica sparata a forti decibel, con la folla che si spintona con il bicchiere in mano.

No, tu sei per il chill out di sottofondo, per le persone che hanno qualcosa da dirsi e che lo fanno sorseggiando un aperitivo.

Ma tu sei out, sei troppo grande, per non dire “vecchia” e le cose del mondo moderno, non le capisci.

Il piacere di mostrare le piumette, facendosi belle, indossando il tacco giaguaro, la minigonna o gli short inguinali, un bel trucco “sciabadah” e via, pronte per la sfilata in quella via del centro dove si trovano tutti. Le ragazze fanno così, i ragazzi sono tutti lì ad attenderle, ma questa è la gioventù che – sempre – negli anni verdi, ha giocato con la bellezza del corpo e della giovinezza.

Ma io non sono più ggiovane, sono una signora di mezza età e questa movida adolescenziale proprio non la capisco.

Li osservavo, quanto sono belli!, si intravede l’adulto che diventeranno quando le piume della prima giovinezza diventeranno i colori definiti della maturità, tutti guardano tutti, si scrutano, si occhieggiano, gli ormoni sono così presenti che si possono quasi toccare ma, è questo che non comprendo, quasi mai avviene il “tocco”, l’aggancio quel “Ciao come stai?” detto a una sconosciuta, insomma l’approccio.

Allora, mi chiedo, che senso ha tutto questo? La rappresentazione, la preparazione, se poi l’aspettativa viene disillusa?

Allora si paventa una nuova figura, l’uomo predatore, decisamente molto più grande d’età che si presenta nel luogo, come il leone in mezzo a un branco di antilopi, e va a fare strage di prede.

E’ ovvio che sia così, il beneficio sta per entrambi: la giovine donna in erba, vedrà finalmente riconosciuto il potere della sua seduzione e della sua bellezza da un uomo molto più grande, molto più esperto, mica da uno sbarbatello senza arte né parte suo coetaneo.

L’anziano signore (anziano, sì, perché 30 anni di differenza lo rendono tale) si sentirà ancora molto piacente, desiderato, voluto e, insomma, affermerà con convinzione il potere del suo testosterone.

Questi sono i giochi, questa la movida che non condivido, perché io sono una signora di mezza età. Non mi interessa adescare un giovine pargolo, non ho bisogno di affermare il fascino della mia esperienza, contando gli sguardi che ricevo se mostro le gambe.

Io sono una signora di mezza età. Rilassata e consapevole.

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

LA VIOLENZA DI CHI NON SA

violence against women

Inizio il weekend leggendo di una violenza di gruppo compiuta su una ragazzina di 12 anni da tre giovinotti tra i 17 e i 22 anni. Che siano i soliti rifugiati, ospiti delle nostre strutture di accoglienza, mi fa prudere le mani solo un po’ di più. Il problema è più ampio.

Se, culturalmente, vi sono civiltà in cui la donna altro non è che un pezzo di carne di cui usare e abusare, ebbene, è nostro compito, è compito delle civiltà diversamente evolute INSEGNARE, ACCULTURARE al nuovo modo di vivere, di pensare e di comportarsi le persone che ospitano.

Non basta aprire le porte di casa, l’integrazione nasce dall’assunzione del nuovo, dall’accettazione del diverso stile di vita che il paese ospitante richiede ed offre.

Ricordo perfettamente quando negli anni 70 vivevo in Iran, ancora ai tempi dello Scià, mia madre ed io, nel frequentare certi luoghi, assumevamo, con totale rispetto per le tradizioni e la cultura, le sembianze di una iraniana, comportandoci come richiesto da quella civiltà, dal quel paese del quale eravamo ospiti. Lo stesso in Africa e in tutti i paesi in cui ho avuto il privilegio di vivere.

L’errore cocente alla base di questo moderno fenomeno migratorio è che l’accoglienza deve necessariamente passare anche attraverso una fase di formazione, di apprendimento, di adeguamento al nuovo. Questi giovani, che per lo più sono nulla facenti e trascorrono tempo a bighellonare, attendendo che un altro giorno passi, nella totale inutilità della loro vita, prima o poi, per noia, per aggressività, per semplice modo di pensare “diverso” commetteranno degli atti assolutamente esecrabili.

Faccio tanta fatica, oggi, a casa mia, a sorridere, come ho sempre fatto, a chi, diverso da me, incontro per strada. Oggi non trovo più, o molto raramente, lo sguardo amichevole e aperto dell’altro nei miei confronti.

E’ uno sforzo che bisogna fare in due direzioni, da parte di chi arriva e da parte di chi accoglie. Uno sforzo di apertura dinamica e di reciproco scambio, di integrazione armoniosa. Un po’ come fanno gli amanti quando si innamorano, di solito funziona il mix di personalità differenti che si completano l’un l’altra.

E’ questa dinamica dei popoli che desidero per me, per la mia piccola nipote e per tutte le donne. Rispetto, convivenza pacifica e una sorta di gratitudine. In fondo, la possibilità di iniziare di nuovo, di avere l’occasione di costruire una nuova vita, sono chances che meritano tutto il rispetto e la considerazione possibili.

Adesso, linciatemi pure.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

IL CAMMINO DI SANTIAGO IN VERSIONE TRIESTINA.

Donne speciali.jpg

Se ci penso a volte mi stupisco di come sia fortunata a conoscere persone davvero molto speciali.

Intorno a me ce ne sono tantissime e contribuiscono ad annientare la pletora di quelle che, al contrario, valgono poco e nulla e producono più danno e dolore che gioia e amore. Vale per uomini e donne, ovviamente.

L’altra sera in milonga ne ho incontrate due, vestite, come si evince dalla foto, in un modo decisamente molto anticonvenzionale per una milonga.

“Ragazze cosa combinate di bello?”, va detto che, entrambe, sono due quotatissime ballerine della regione in cui vivo, oltre ad essere donne di indiscussa eleganza e piacevolezza di modi, potete ben capite il mio stupore vedendole così acconciate.

In coro “Stiamo camminando”.

La mia faccia a punto interrogativo e la loro spiegazione: si sono organizzate un “cammino”, un percorso da fare a piedi, in regione, della durata di 10 giorni.

Ho trovato il loro progetto assolutamente meraviglioso, una sorta di cammino di Santiago versione ristretta e nel perimetro di casa propria.

Il loro andare è improntato alla semplicità, dormono in alloggi spartani, viaggiano con il loro zaino, in totale connessione con l’ambiente che le circonda e… i loro pensieri.

Le guardo con stupore, per l’abilità di mettersi in gioco e di farlo usando pochi mezzi, per la loro voglia di fare, di andare, di regalarsi un momento piacevole e molto personale per riflettere.

Ci sarebbe tanto da dire, ma non è giusto farlo, nel rispetto del loro viaggio intimo, aggiungo solo che le ammiro e la loro idea mi piace un sacco.

Amiche care, che questi giorni, tutti i passi che farete e quelli che avete già fatto, portino la chiarezza dei pensieri, la pulizia della mente e la dolcezza del cuore.

BUON CAMMINO!

Pimpra

 

 

 

 

TEMPTATION ISLAND: stiamo grattando il fondo.

11752556_684476655017322_202195006892932513_n-2

La coglioneria di massa del popolo italiano, sta raggiungendo vette esponenziali.

Attualmente su Twitter, social dei cosiddetti pseudo intellettuali, delle agenzie di stampa, dei tg, degli influencer insomma di coloro, persone o istituzioni, che hanno qualcosa da dire, è entrato nei top trend (argomenti di cui si parla) la serie Temptation island.

Per chi di voi ancora non sapesse di che cosa si tratta e a cui va tutta la mia stima, è una trasmissione in cui, coppie nella vita, vanno su un’isola dove saranno indotte in tentazione da single a caccia. Va da sè che tutti i partecipanti sembrano modelli usciti dall’ultima copertina di Vogue e che il livello medio intellettuale è prossimo allo zero assoluto.

La mia indignazione non nasce dal fatto che, se ho voglia di staccare completamente la presa del cervello dalla mia vita e dai miei problemi, una trasmissione di cotal fatta possa essere di aiuto, il dramma culturale nasce dal fatto che, di una cazzata del genere sia pieno il mondo dell’informazione e che migliaia di persone perdano tempo a parlarne, me compresa, visto il post che sto scrivendo.

Perchè, perchè, perchè stiamo diventando un popolo di decerebrati? perchè è sempre più difficile incontrare persone con le quali avere uno scambio intellettuale fatto di dialettica e di condivisione, perché le rare volte in cui questo accade ci sembra un miracolo, invece che la regola? perchè?

Vado a bere un caffè e non se ne parli più, ogni giorno che passa rimpiango i bei tempi andati quando c’era meno televisione/internet/annessi e connessi e si leggeva di più e si discuteva di più e  studiare non era un flagello di dio ma un piacere per l’anima.

Madonna santa come sono diventata vecchia…

#sticazzi, #olè!

Pimpra

 

Ci sono persone, poi c’è Mina.

signore-in-vacanza

Ci sono persone che illuminano la stanza in cui si trovano.

Ci sono persone che ti conquistano per la loro brillante intelligenza.

Ci sono persone di cui ti innamori al primo sguardo.

Ci sono persone che sanno come rendere speciale ogni piccola cosa.

Ho una carissima amica che ha la fortuna di avere la mamma che fa parte di queste categorie. Una mamma che oggi porta con disinvoltura civettuola i suoi quasi 90 anni. Lo so, di una signora non bisognerebbe dichiarare l’età, ma ci sono casi come questo che lo meritano: 89 primavere sulla carta di identità, 75 anni l’età percepita.

Lei si chiama Mina e se non fosse volgare e truculento, un bel “bomba” le sarebbe  più appropriato.

Mina è una triestina purosangue, di quelle che rappresentano la bandiera dell’emancipazione come il vessillo più prezioso. Mina, in tempi non sospetti, nel lontano dopoguerra, è stata il primo ispettore capo di polizia femminile, quando le altre potevano sperare solo in un buon matrimonio per la loro realizzazione.

Mina è una donna al 100%, non assomiglia a una virago, a una di quelle donne che fanno di tutto per sembrare ed essere ciò che non sono. Lei è.

Scrivo tutto questo per raccontarvi come possa essere meraviglioso godersi la vita, in tutto e per tutto e non concedere al tempo e alla vecchiaia fisica sopravvenuta, di piegare la volontà di poter scegliere e di mettersi in gioco.

Lei e la sua amica coetanea, da brave triestine, volevano andare a Grignano a fare il bagno e a prendere il sole. Incuranti della canicola, incuranti della non più verde età, e volevano raggiungere lo stabilimento utilizzando ben 3 autobus.

La mia amica, unica figlia, per poco non andava fuori di testa, cercando di far ragionare la madre sul rischio di compiere tale impresa.

Certo impresa perché far uso dei mezzi di trasporto pubblici, oramai infestati di cittadini privi di senso civico, con il caldo che colpisce duro anche i più giovani, a quasi 90 anni, è come sfidare la sorte.

Ne parlavamo insieme a pranzo, quest’oggi, e mentre Alessandra esprimeva la sua preoccupazione per le idee della madre, io immaginavo la scena, vedendo me, alla stessa età (ci arriverò?), con la mia amica, due arzille vecchiette che, incuranti del mondo e dei limiti fisici dovuti all’età, organizzavano la loro giornata di mare.

La mente è volata via in un soffio e ho provato un senso di gioia e di pace così grande che ho capito, mi è stato chiaro perchè rischiare di cadere in autobus, di avere un colpo di calore e non so che altro.

Si chiama amore per la vita, amore per se stessi e per quell’Anima immensa che siamo che non conosce età, sesso, nazionalità, religione. E’ l’infinita Gioia che ci chiama, che fa muovere i nostri passi, tiene sveglia la mente e caldo il cuore.

Ho detto alla mia amica “Lasciala andare e se mai dovesse accaderle qualcosa, potrà dire di aver vissuto fino all’ultimo istante”.

E’ chiaro che è l’istante, oramai, la sola ragione che conta.

E poi, una triestina non può avere il guinzaglio al collo e men che meno la catena.

OLE’! Evviva la vita!

#STICAZZI!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

IMPARA AD ASCOLTARE.

fili_colorati

I messaggi dell’universo, non si tratta di una storia new age, che forse non va nemmeno più di moda. Sono segni, ammonizioni, sussurri che riceviamo sempre, con dedizione e costanza a cui non prestiamo la corretta attenzione.

Quella vocina che ogni giorno ti ricorda di usare bene il tempo, riempiendolo di azioni/pensieri/emozioni/vissuto che renderà quel giorno un giorno prezioso perchè ti avrà lasciato qualcosa.

La vita, in fondo, è questo: prendersi cura degli attimi, quei sottili istanti che legati in un filo sottilissimo tessono una corda resistente e spessa alla quale restiamo appesi.

Ho ricevuto un grande segnale, proprio in questi giorni recenti, una notizia che non ti aspetti e che ti arriva in faccia come un diretto. Elabori,  cerchi di mettere a fuoco e leggi chiaramente il messaggio: cerca la qualità in quello che vivi perchè è la sola cosa che ti resta.

Del tempo che abbiamo a disposizione non ci è dato sapere e, di solito, siamo tutti piuttosto superficiali o spaventati per guardare la vita che conduciamo con il microscopio: preferiamo non sapere, decidiamo di far finta di non accorgerci che manca qualità, manca stimolo, manca visione, manca desiderio, manca allegria, manca gioia, manca amore, manca…

Così, ovattiamo pensieri, parole, opere con tante omissioni, o rimozioni che dir si voglia, e tutto appare di un bel grigio argento, se siamo bravi, ma sempre e solo grigio.

L’Universo osserva silente il nostro girare vorticosamente nella ruota del criceto, e, ci prova, dolcemente dapprima, violentemente poi, tenta di risvegliarci. A volte ce la fa, a volte perde anche lui.

Ci vogliono due palle così. Perchè ogni presa di coscienza, di norma, porta con sé il cambiamento e per cambiare ciò che si conosce, bisogna metterci una volontà bestiale. Ma si può fare, anzi dovremmo tutti concederci il privilegio di regalarci questa opportunità.

Allora sai che c’è? Vado a prendermi cura dei miei attimi. Che diventino “belli”.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

L’ARTE DI ARRANGIARSI

Lartediarrangiarsi

1° giugno, Trieste.

E’ mattina, non tanto presto. Dopo il caffè di rito alla Torrefazione di Cavana che frequento unicamente per amicizia, il caffè è troppo grezzo per le mie nobili papille viziate da Illy, mi avvio alla gabbietta.

L’umore è buono, non fosse perché la settimana è già finita, lavorativamente parlando, ed ho un bel po’ di progetti in mente per il week end.

Cammino spedita verso l’orologio che segna il mio ingresso nel mondo dei grandi quando, ad un palo, vedo affisso un annuncio.

Attratta dalla foto, non resisto, mi fermo, leggo, prendo il cellulare, fotografo e, ridendo da sola, senza ritegno per strada, mi avvio all’ufficio.

L’ideatore di tale prodezza comunicativa, un genio assoluto del self marketing, uno così, lo assumerei subito.

Mentre sto per entrare al lavoro, mi guardo intorno, che mi è venuto il sospetto di trattasse di una candid camera. Poco male, se mi vedrete filmata mentre sogghigno da sola e fotografo improbabili affissioni, sappiate che ridere fa molto bene alla salute.

Ciò detto, il divertente episodio del mattino mi ha fatto pensare.

Quanto siamo creativi nel cercare di stare meglio? Chi di trovare un lavoro e, possibilmente, un lavoro che piaccia? Quanto agiamo nella realtà, magari in modi e con strumenti diversi da quelli che utilizzano tutti, per creare il nostro personale fascio di luce?

Non sono domande a cui è semplice dare risposta, sono pur tanto questioni che è bene porsi.

Con questo mood molto vivace, sono entrata in ufficio e, guarda un po’, la scrivania e le carte che mi circondano, si sono colorate di sfumature nuove, più interessanti.

A volte, per stare meglio, basta solo cambiare prospettiva.

Lesson number one dell'”Arte di arrangiarsi”! 🙂

Pimpra

PARLIAMONE: LA TANGO-STALKER

Stalking8

Si fa presto a dire che tutte le colpe siano maschili, non è così. Da qualche tempo a questa parte, si è affacciata nel variopinto universo del tango argentino, una nuova figura: la tango-stalker.

A far da specchio ai disturbatori maschili, quei ballerini che, nonostante i no diffusi, si ostinano a paventarsi davanti al tuo sguardo sfuggente, mostrandoti una bella manina a cucchiaio chiedendoti, con tono squillante “vuoi ballare?”, si è aggiunta una Lei ben più agguerrita e imprevedibile.

Cosa rende stalker una donna e perché lo diventa.

Le motivazioni sono le più svariate, ne ipotizzo alcune:

  • la signora/ina che è stanca di attendere un cavaliere per farsi una tanda, magari una tanda decente perché “quelli” ballano solo con “quelle” e non se la filano per nulla. Certo, se la di lei è giovane, magari pure carina, potrà decidere di stalkerare un po’ ma lo farà solo con quelli super bravi, i pochi che, scevri da giudizi estetici e dal consiglio dell’ormone, ancora non l’hanno invitata, semplicemente perché troppo inesperta. Debbo dire che questo secondo caso è meno diffuso, dal momento che, se sei giovane e figa, l’invito ti arriva. A prescindere.
  • Donne di tutte le età, abituate a gestire, controllare, dirigere che, messe nel contesto tanguero, dove vige la regola antica che prevede che a fare la mossa sia l’uomo, non ce la fanno a “sottomettere” (così credono) la loro  volontà e quindi “indossano i pantaloni”, invitando senza remore. Qui due paroline vanno spese: a tutte vorrei ricordare la regola aurea che “di donna fa donna”: siamo sempre noi a scegliere, dove/come/con chi/quando, dobbiamo unicamente celare questa dinamica, permettendo al maschio di illudersi che la scelta l’abbia fatta lui. In caso contrario, lo priveremmo di quella energia maschia di cui deve essere portatore sano.  E’ un gioco, non dimentichiamolo mai.
  • Una categoria di stalker molto border line (le più furbe, forse) sono quelle che, con la scusa che siamo amici, vengono a chiedere la tanda. Se rifiutate sono capaci di fare rimostranze pubbliche, oppure se la legano al dito, provocando sul malcapitato, un forte senso di colpa (almeno per le prime volte).

Ci sarebbe sicuramente molto altro da aggiungere, ma mi fermo qui.

Vorrei dire a tutte le amiche che si ritrovano in questo profilo che si può uscirne!

Se andate poco a ballare, probabilmente verrete invitate poco perchè non vi conosceranno e gli uomini non amano particolarmente rischiare la loro reputazione di buon tanguero, se non hanno mai avuto il piacere di vedervi ballare e poi di invitarvi.

Quindi, una prima soluzione potrebbe essere quella di presentarsi con un ballerino più bravo di voi, che vi faccia fare un bell’inizio milonga e che si dimostri molto soddisfatto di voi, gli altri, a quel punto, saranno incuriositi e gli inviti arriveranno.

Mettete da parte il muso, cercate di mantenere sempre un volto rilassato, aperto e sorridente. Se nemmeno questo serve, raccogliete le vostre cose e andate via. Niente di più fastidioso di vedere una donna adombrata, non vi fa buona pubblicità.

Per il resto, Amiche care, datevi tempo. Nessuna buona impresa nasce dal nulla, va pianificata, preparata, studiata nei minimi dettagli. Resto sempre dell’idea che, di base, per essere una brava ballerina di tango è necessario:

  • STUDIARE, possibilmente anche con lezioni private, con insegnanti validi
  • BALLARE che significa, praticare gli insegnamenti che si ricevono. Per farlo bisogna essere costanti, anche nel frequentare i luoghi dove sapete si possono trovare bravi ballerini
  • Avere il coraggio e l’apertura di ballare mettendoci l’anima e il cuore, altrimenti il vostro tango sarà sterile e freddo.
  • GODERVELA al massimo. Perché godrete della musica, degli abbracci che riceverete, di voi stesse e della meravigliosa donna che siete.

Pertanto, vi prego, non stalkerate nessuno, non ce n’è davvero bisogno.

Pimpra Vostra, che vi vuole tanto bene ❤

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

Il coraggio dell’empatia. Il coraggio del pensiero. Il coraggio della parola. Il coraggio di comunicare.

words1

Il lavoro che faccio è molto stimolante, in questo periodo lo è in modo particolare. Oggi, presentazione del progetto “Condivido” per le scuole, per portare nelle aule i 10 comandamenti della comunicazione non ostile. Vi invito caldamente a leggere qui  , qui  e qui .

Stamane, la presentazione alle scuole, con diretta streaming da Milano e diverse città italiane collegate. Un bel progetto, una splendida idea per diffondere la cultura della “non ostilità” in rete presso il popolo millennials e non solo.

Il conduttore della mattinata, Paolo Ruffini, livornese, classe 1978, giovane al punto giusto per la audience. Si presenta immediatamente come uno di loro, l’amico di 5° quando te sei un pischello primino. Battute a go go, ne ha per tutti, giovani e meno giovani, la platea ride e ascolta, ascolta e ride.

Il tono sale e il “parlare volgare” pure: le parolacce si sprecano, lo stile è quello della periferia, dei sobborghi, dei giovani popolari, non di quelli con il naso in su.

Ridiamo, ridono, noi, dalla sede distaccata, non perdiamo una sola parola.

Percepisco strane vibrazioni intorno a me: gli adulti, insegnanti e non solo, cominciano a provare disagio per il tono scurrile e per l’argomento affrontato: una discussione sulla omosessualità e i comportamenti potenzialmente negativi, di odio e violenza, che scatena nei suoi detrattori. Scandalo, quelle parole non si dicono, un tema così poco politically correct, non può uscire libero, dalle parole di un conduttore, chiamato e pagato per fare altro.

In una sede, staccano la spina. Il collegamento viene interrotto perché gli adulti del luogo non gradiscono il tenore della discussione  e il portato semantico delle parole utilizzate.

Quello che era uno spettacolo educativo, ricordo per chi l’avesse dimenticato che educare=educere ovvero tirare fuori, allevare, si è trasformato all’improvviso in una pippa semi noiosa, non fosse per il desiderio dei ragazzi in sala, di ribellarsi alla censura.

Vi rendete conto: censura. Non mi piace quello che sento o non lo condivido, che faccio? stacco la spina.  Cosa insegno ai giovani? Che se non sono d’accordo, giro le spalle e me ne vado? Oppure intervengo e cerco di spiegare le mie motivazioni per cui un’idea/opinione/modo espressivo non posso accettarlo?

Questo è accaduto a Trieste, una città in cui hanno sempre vissuto eminenti liberi pensatori, intelligenze della cultura della scienza e dell’arte. Trieste oggi ha staccato la spina perché il Paolo ha affrontato un tema spinoso, non concordato, utilizzando il volgare gergo giovanile.

Mi piace ricordare che siamo stati tutti adolescenti, ribelli e testoni, mi piace ricordare che poco ci piaceva ascoltare il pippolotto dell’adulto di turno che, dall’alto, ci declamava le sue lezioni su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Se devo fare divulgazione, se desidero entrare in connessione emotiva con la mia audience, specie se questa si trova nella complicatissima età dell’adolescenza, devo per forza scendere dalla cattedra e sporcarmi i lati della bocca con un baffo di ketchup, non posso permettermi di essere il colto e raffinato insegnante che sono se, alla ciurma che ho dinnanzi, parlo con un linguaggio, un tono e uno stile che non “entrano” nella testa e nel cuore e che non sono capiti.

Lo spettacolo e lo show possono e devono avere un certo tipo di dinamiche anche poco ortodosse, il lavoro in aula dell’insegnante sarà quello di modulare, tradurre i contenuti portandoli a una soglia più elevata, ma mai rarefatta.

Per comunicare e per farlo bene ci vuole un gran coraggio.

E, comunque, la censura mai.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: