FOTOGRAFARE IL TANGO. NORA BRAMBILLA

image credit Nora Brambilla

Ogni anima danzante lo sa, l’immagine coglie l’attimo, definisce uno stato d’animo, esalta un’atmosfera, legge la vibrazione di luce e suoni. Il tanguero e il fotografo sono diventati un binomio imprescindibile della milonga e per questo ho scelto di chiedere ad alcuni amici fotografi, un loro punto di vista.

Inizio la carrellata con Nora Brambilla, milanese, tanguera e fotografa. Ho avuto il piacere di conoscerla qualche anno addietro, ho percepito immediatamente la sua verve, il candido fervore della sua danza, l’entusiasmo. Ho scoperto solo successivamente le sue foto e ne sono rimasta colpita, decidendo di iniziare da lei questo viaggio nelle immagini del tango carpite nella penombra di una sala, dentro l’intimità di un abbraccio.

  1. Fotografa e tanguera. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Certamente si! Oltre ad un occhio puramente tecnico, ovvero; così come non mi piacerebbe essere “colta in fallo” in una cattiva posizione evito a mia volta di pubblicare foto che non mi soddisfano dal punto di vista di postura, e piacevolezza dell’abbraccio. Per me, un ricordo di quel dato momento in pista deve sempre essere un complimento ai soggetti che ritraggo.  Poi più personale è quello che per me dovrebbe essere il tango, si capisce subito guardando le mie foto che cerco connessione, dialogo, gioia di condividere la musica, una delle mie citazioni preferite sul tango è: “Lui suona la nostra musica ed io ci canto sopra” non certo quella sul pensiero triste che si balla.

2. Cosa arriva nell’obbiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Ciò che attrae come una calamita il mio obbiettivo è un bel sorriso spontaneo durante il ballo; poi i fattori sono gli stessi della vita di tutti i giorni; perché noti più una persona di un’altra? Cosa mi spinge ad inseguire più una coppia rispetto ad un’altra? Credo che la parte del leone la faccia sempre quell’aura di piacevolezza che da dietro il mio obbiettivo percepisco. Ho avuto più volte conferma di questo quando, soprattutto delle dame, mi hanno detto in privato, grazie per quello scatto, è stata la tanda più bella della serata. E a questo aggiungo quello che io chiamo il “guizzo” che sia un dettaglio nell’abito o un gesto nel ballo  un modo di interpretare l’abbraccio che devo assolutamente catturare.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

In effetti sì, può succedere che delle coppie siano attratte o disturbate dalla presenza dei fotografi. Dal mio canto se vedo uno sguardo di disapprovazione, o per lo meno, che a me pare tale, distolgo l’obbiettivo; e qui ecco che la tanguera e la fotografa convergono. Nulla di diverso dal mio punto di vista dal concetto di mirada; se miro un cavaliere che  non gradisce le mie attenzioni distolgo lo sguardo e passo oltre, lo stesso se impugno una macchina fotografica; al contrario se c’è dell’interesse cerco nel limite del possibile di non disturbare il loro ballo e di coglierli in un momento di spontaneità.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Forse sono di parte, ma dal punto di vista della promozione dell’evento (per lo meno dell’edizione che seguirà) un buon fotografo può fare la differenza. Saper “raccontare” la storia di quell’evento credo possa essere importante per chi deciderà di parteciparvi.  Per la riuscita dell’evento in sé, non saprei, io personalmente se scelgo un evento rispetto ad un altro è per l’atmosfera che penso di trovare, per gli abbracci che avrò il piacere di vivere; abbracci però che se immortalati sarò felice di conservare. Quindi qual è la risposta? 🙂

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in un’immagine?

La foto perfetta non credo esista, sono una “neo” fotografa di tango e fotografa da che ho memoria ma la storia è sempre la stessa, la foto che vorrei aver scattato è sempre quella che non sono riuscita a scattare.  Nel tango ci sono artisti che ammiro particolarmente e che “da grande” mi piacerebbe ritrarre così come assoluti sconosciuti che ballando in pista mi hanno incantato al punto da non scattare alcuna foto, era troppo bello viverli.

6. Quale è la foto a cui sei più legata e perché.

Domanda difficilissima, se ci ragiono non trovo una risposta adeguata, ti faccio vedere la prima che mi è venuta in mente leggendo la tua domanda perchè forse ha segnato un cambio nel mio modo di voler fare foto in milonga, sono passata dal fare ritratti al cercare di raccontare una storia.

Ringrazio Nora Brambilla per aver partecipato alla Six.Q intervista con l’artista, spero di incrociarti prossimamente in milonga e – chissà- di ispirare uno dei tuoi bellissimi scatti.

Nora Brambilla self portrait

Per contattare Nora Brambilla

FB: Nora Brambilla

Instagram: lagattachescatta

ANCHE IL TACCO FA LA TANGUERA

Sto per scrivere un concetto che sicuramente cozza con quanto espresso tempo addietro, mi prendo il sacrosanto diritto di cambiare idea ma, preciso, mi piacerebbe avere uno scambio di opinione con altre donne.

Ho visto ballare il tango da tangueras in infradito, scarpe da ginnastica, scarpettine da jazz, salva piedi insomma senza indossare le tradizionali calzature con il tacco e il loro tango poteva esprimersi come se nulla fosse. Fluido dalla terra al cielo, sgorgare nel loro abbraccio, risplendere nel volto.

Anche a me è capitato di darmi a pazze danze indossando inappropriate sneakers, quando non sono stati addirittura gli anfibi, l’ho fatto, ma si trattava di puri attimi di follia o di necessità mediche.

Mi sto convincendo che la tanguera è anche i tacchi che indossa.

Quasi tutte le balleirne in erba, una volta scoperti i meravigliosi sandali dall’altissimo stiletto, sono cadute nella trappola di volerli indossare come a sancire con la loro altezza l’ingresso nel mondo della milonga. Ex (danzatrici) classiche a parte, dotate del famoso “collo del piede” formato dalla durissima disciplina, per la quasi totalità della platea di praticanti la nuova arte, i tacchi altissimi sono stati una vera e propria tortura, salvo casi rarissimi, conducendo le addette a notevole sofferenza fisica delle estremità.

Studiando e crescendo nel tango, ognuna di noi ha saputo fare i conti con i suoi limiti adattando il tacco alla ballerina e non il contrario. Aggiungo: meno male. Meno armadi appesi alle braccia del povero leader, maggiore dinamica, equilibrio e asse mantenuti con più costanza.

Ma il punto della questione non è questo.

Il tacco per la tanguera è il catalizzatore della sua “giaguara” interiore, dentro e fuori dalla pista. Essere oramai capaci di portare i tacchi e camminarci veloci, come si trattasse di indossare sneakers, perchè il corpo ha appreso l’arte di cercare il suo asse anche quando la superficie d’appoggio è più ridotta, rende la donna più sicura di sè, più elegante nell’incedere, più sexy se lo desidera.

Fate questa prova, amiche tanguere, nel corso della vostra giornata, passate da scarpe basse a un paio con il tacco e poi mi raccontate come vi sentite cambiare dentro, come se quella donna sempre presa da millemila cose da fare, pensare, organizzare, ad un tratto si fermasse mostrando attenzione a se stessa.

Un vero miracolo, una dedica d’amore rivolta a noi stesse.

E’ primavera, il cambio di stagione degli armadi è imminente, il cambio di attitudine mentale è atto dovuto: apriamo le porte a tutte le sfumature possibili delle donne che sappiamo di essere.

Buon divertimento a tutte!

Pimpra

NELLA PENOMBRA, MI ASPETTA

credits Ludovica Paloma

Questo lunghissimo periodo di astinenza tanguera ha tolto moltissimo, specie nel corpo, e nello stesso tempo ha fatto ordine in certi pensieri arruffati, in alcune credenze sbagliate facendo spazio a una profonda e vivida riflessione.

E’ facile intuire come il corpo risenta dello stop.

La tradizione popolare argentina deifnisce i movimenti dei tangueros come la cosa più naturale del mondo “bailar el tango es como caminar“, omettendo il trascurabile dettaglio che si tratta di una camminata ad elevatissimo indice di complessità. La scelta soggettiva sta nell’altezza in cui si vuole posizionare l’asticella della propria goffaggine.

Non aprirò il mio sermone su quanto sia fondamentale dedicarsi alla “long life learning tanguera“, assioma fondamentale di ogni soggetto danzante: non si deve mai smettere di studiare per migliorarsi o, semplicemente, per non peggiorare (troppo), ne va del gusto che si può offrire e ricevere nel corso della milonga.

La sosta forzata mi ha costretta a prendere atto di taluni aspetti che non mi ero mai data il tempo di analizzare, di assumere e di metabolizzare poi.

Nei discorsi sul tango si parla sempre dell’abbraccio, uno dei cardini di cui si ammanta la connessione, magica parola che ci proietta immediatamente dentro il cuore sacro del tango.

Questi mesi protratti di buio e di silenzio però, mi hanno offerto una chiave di lettura che non avevo trovato in precedenza.

IL TANGO E’ LO SPECCHIO.

Un tempo, il mio asse corpo/sensazioni, era tarato per dare una risposta immediata all’abbraccio che ricevevo. Abbraccio morbido=”devo essere più flessuosa e docile possibile”; abbraccio presente ma non costrittivo=”yuppy qui si va via dinamici”; abbraccio destrutturato=”povera me!”, abbraccio stretto che non respiro=”fatemi uscire subito dalla gabbia!” e così per le millemila sfumature dell’abbraccio ricevuto e, spero, donato a mia volta.

Io ero una ballerina “fuori”, nel senso che cercavo un dialogo verso l’altro, a volte perdendo di vista chi fossi o, se per qualche ragione non riuscivo ad andare verso, diventavo una ballerina “aggressiva”, prendendomi ciò che desideravo, proponendo assertivamente al leader, il quale, se molto evoluto in termini di preparazione e apertura mentale, accoglieva con piacere questo impeto. Ma sempre di “impeto” si trattava. Azione/reazione.

Questi lunghi mesi di buio mi hanno costretto dapprima, insegnato, poi, a riconsiderare tutto, me per prima.

Mi appare chiaro, oggi, che essere soddisfatta del “mio tango”, non significa prioritariamente aver “ballato bene” in senso “fisico”, ma piuttosto aver ballato bene con la parte più vera di me che balla con l’altro.

Ho capito che mentre ballo il partner è il mio specchio, un medium che riflette me stessa, aiutandomi a vedere, a sentire, a vivere le emozioni: la paura (di sbagliare il movimento), la dimensione del mio abbandono (quel lasciarsi andare totalmente all’ascolto), la frustrazione di percepire gli ostacoli che inconsciamente frappongo per giustificare un “non riesco a farlo/sentirlo, a farlo/sentirlo come vorrei, a farlo/farlo sentire bene”.

Ho compreso che lo specchio mediato dall’altro, il più delle volte in modo inconsapevole, è un bene preziosissimo. Posso e devo fare i conti su ciò che non desidero affrontare, devo guardare e starci in quella sensazione sgradevole, per capire che sono anche quella tanguera, quella donna.

Accettato il rimando, il tango si libera e diventa espressione leggiadra, passionale, fluida, timida, delicata, forte, allegra, struggente, melanconica, dolorosa … di ciò che siamo.

Mi ci sono voluti tantissimi anni per arrivarci, per capire fino in fondo l’impatto di questo ballo immenso che vive dentro di me e sa aspettare che io torni. Sempre.

Pimpra

COSA MI HA INSEGNATO IL TANGO SULLE DONNE.

foto credit Riccardo Lavia

Oggi i ricordi di Fb si spingono molto lontano nel tempo, a questa immagine di 10 anni fa.

Una me rispettosa del codice della milonga che chiedeva di indossare qualcosa di verde, in onore dei musicisti, il Duo Ranas.

Il verde è il colore che indossano le donne sicure di sé, quelle che credono/sanno/sono/si vedono belle. Rovistando negli armadi per prepararmi alla festa, non ho trovato verde da nessuna parte.

Ricordo che anche all’epoca, mi venne questo pensiero in testa: perché non ho mai considerato il verde? Mi piace pure, nelle sue diverse sfumature, intensità, più caldo o più brillante o freddo come il ghiaccio.

Io non ero all’altezza di vestirmi di verde, eh no.

La milonga fu un successo strepitoso: mi divertii tantissimo, ballai a fondere la suola delle scarpe, il concerto fu potente e magnifico. Una serata magica.

Chiesi la foto che vedete a un amico tanguero, ovviamente mi misi in posa, scimmiottando in modo assolutamente poco credibile, per non dire grottesco, la posa di una donna fatale, una che con il verde ci va a nozze. Sono passati 10 anni e, tanda dopo tanda, quella piccola donna in me è cresciuta e vive felice.

La Giaguara (dentro e fuori la milonga), non deve per forza indossare completi leopardati, tacchi a spillo H24, rossetto rosso carminio o mattone notte, per essere una vera Giaguara.

Si tratta di una dimensione dell’anima, di uno stato di totale riconoscimento della donna UNICA che si è.

Il tango, questo mi ha dato, a me che ho sempre avuto pudore di mostrarmi, non pensando mai di poterlo fare temendo di essere ridicola.

Poi lo stop della pandemia, due anni lontana dagli abbracci così cari, dalla musica capace di smuovemri sempre qualcosa dentro, lontana dal quel gioco di seduzione che si esprime sulla tenuta di uno sguardo, sulla mirada convinta, sicura, sorniona, giaguara.

Mi manca e pure io manco a me stessa.

Le tonalità del mio armadio sono molto coerenti, perchè mi piace quello che piace a me, ma il verde, nuovamente, manca.

E’ decisamente giunta l’ora di andarmelo a riprendere. Costi quel che costi, perchè la vita va avanti. Sempre.

Pimpra

PS: questo post stava nelle bozze da tanti mesi, non è frutto di un impulso odierno. Solo le ultime frasi lo sono, questo per dire che faccio molta fatica a sorridere e a fare finta che la vita di oggi sia uguale a quella di soli 3 anni fa.

Ma ho imparato che continuare a vivere, a resistere, ad essere resilienti è una dimensione dell’anima che dobbiamo nutrire perchè questo ci stanno insegnando i tempi: la vita cambia in un istante, senza preavviso.

Il mio cuore urla LOVE AND PEACE.

DA GIAGUARA A GATTARA E’ UN ATTIMO

Ho ancora un’immagine molto chiara di me quando, lunghi anni or sono, iniziai a muovere i primi passi in pista, indossando le prime scarpette da tango con il tacco a rocchetto.

Mi pareva di essere l’incarnazione di Carla Fracci in versione tanguera, per quanto il mio animo si rallegrava e fluttuava nell’aria alle prime note di un tango.

Nel fluir del tempo e delle ore passate a ballare, anche io fiorivo insieme ai progressi regalati dallo studio, dall’entusiasmo che ci ho sempre messo, dalla voglia di diventare la migliore versione di me stessa bailarina.

La fioritura, devo riconoscerlo, si è manifestata con i frutti più belli nella donna che sono diventata, tanto che, ad un certo punto, anche indossare tessuti dalle stampe rubate a tutti gli animali della savana, mi sembrava assolutamente adeguato alla Giaguara che ero diventata.

Poi, un giorno, tra capo e collo, arriva il virus che spariglia le carte e mi trovo in astinenza da 24 mesi. Un tempo inimmaginabile, eterno, infinito in cui non ho messo più piede in pista.

Per sopravvivere al digiuno forzato che mi ha tenuto lontano dalle piste, in casa mi è arrivato un nuovo gatto, ed ecco che ho toccato con mano la mia nuova mutazione genetica: da giaguara a gattara.

Abbandonati i tacchi per andare in bicicletta, ancora lontana dalle milonghe, non so nemmeno io il perchè, mi ritrovo l’armadio senza più pois, maculati di ogni tipo, e abiti ultra sexy.

Da giaguara a gattara. Fine della storia triste.

😀

Pimpra

Sguincettino la new entry

DI TANTO IN TANGO. TABU’ E QUESTIONI IRRISOLTE

Una accorata riflessione letta su FB (https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmilatango%2Fposts%2F10160268758039311&show_text=true&width=500) scritta da una tanguera professionista che affronta uno dei perduranti tabù del tango: chiudere una tanda prima della sua fine naturale.

Mila è una ballerina che danza con i più grandi, quindi il fatto che abbia affrontato il tema, mi ha stimolato a riflettere sullo spinoso argomento.

Mettere fine a una tanda non è mai piacevole, significa che non si è trovato il modo di comunicare con l’altro, di intendersi, di parlare lo stesso linguaggio. I corpi e gli spiriti non hanno scoperto una via comune in cui incontrarsi, perchè non è solo il corpo che fa tilt ma, forse, di più, è lo spirito che si ribella.

Nella mia lunga esperienza ho memoria chiara di tande e di ballerini che meritavano di essere lasciati lì in mezzo, quasi da subito. Personalmente, non mi ha mai irritato se il partner fosse meno bravo di come sperassi o decisamente all’inizio del suo percorso, ho sempre detestato quelli che si portano la verità in tasca e se qualcosa non funziona è ovviamente solo colpa dell’altro.

Il tango come performance a dimostrare chi è di più. Grave errore, perché si “è”, in quanto ballerini, se si “è insieme”, altrimenti non funziona.

Noi donne, nel ruolo di follower, siamo forgiate a cercare le chiavi di lettura del partner di ballo, quindi, credo, siamo naturalmente più predisposte a cercare una forma di adattamento. Il limite però va sempre posto e definito: mi adatto ma fino a quando non diventa una tortura, anzi prima lo diventi, decisamente prima.

Come correttamente afferma Mila nel suo scritto:

I don’t mind dancing with people who are beginners, or not at level I can enjoy fully. I’m fact I do it very often and can even enjoy it. Enough to have some sensitivity and respect from the other side. But my body has limits. When I am maneuvered pushed and led in way that breaks my comfort and doesn’t leave me an escape I have very strong protest inside and I just can’t stand it, despite of any dipolomatic skills or social consequences. Where are the limits of acceptance?”

Va tenuto conto della sensibilità e del rispetto che il ballerino deve mettere nel proporre i movimenti, nell’abbraccio che offre. Spesso accade che il corpo della donna diventi una sorta di fantoccio da spostare e usare a beneficio di passi, di pesudo coreografie onanistiche.

Se la ballerina abbandona i giochi, casca il mondo, lesa maestà, etichetta sociale della stronza.

Per lasciare ci vuole coraggio, fiducia in sè e nel limite che si è disposte a sopportare, ci si deve voler bene. Il modo in cui cui si mette fine all’esperienza, quello richiede, a mio personale giudizio, doti di educazione (sempre), gentilezza e signorilità.

Se una donna è lasciata prima della fine, probabilmente scatteranno le stesse pesanti emozioni che prova il lui abbandonato in pista.

Ma il punto non è questo, secondo me.

Quando l’alchimia non funziona la miglior soluzione è porre fine alla reciproca tortura, con la consapevolezza che non è messo in discussione il nostro valore in quanto persone. Avviene un confronto silenzioso e sicuramente doloroso che riguarda però esclusivamente le nostre capacità/competenze di ballerini/e.

Immagino che se fossimo capaci di gestire lo stop forzato in modo costruttivo, imparando ad analizzare ciò che non ha funzionato, i nostri limiti oggettivi, i nostri margini di perfezionamento, da una apparente “sconfitta” potremmo rialzarci con ossa più forti, motivati a studiare di più e a metterci in gioco con maggiore determinazione.

E’ che siamo diventati fragili. Il rifiuto grava sul nostro amor proprio come una colpa pesante, accendendo la presunzione come ombrello a proteggerci dalla delusione di non essere abbastanza.

Forse qualche ginocchio sbucciato, qualche cerottino sull’autostima, ci farebbe tornare a giocare/ballare più allegri di prima.

Pimpra

TANGO E PSICHE POST COVID

Prima o poi, a dio e al governo piacendo, torneremo in pista. A dire il vero, molti di noi già ci sono tornati: i più gagliardi andando a ballare all’estero, dove era consentito farlo, alcuni nostrani potendo dedicarsi alle pratiche con partner fisso (… ma davvero avete ballato solo con il vostro partner..? ) e poi tutti quelli come me che stanno ancora aspettando l’apertura “ufficiale”.

Dopo questi due anni di delirio, mi chiedo, rimetteremo piede in pista come se nulla fosse accaduto o, qualcosa, dentro di noi, è cambiato?

Ne parlavo con alcune amiche, alcuni giorni addietro. Meditavamo sulla possibilità di andare a un Festival molto famoso che viene organizzato nella vicina Slovenia. Tappa fissa del peregrinare tanguero autunnale, divertimento assicurato, un gran bel festival. Inutile dire che alla sola idea, fiotti di acquolina tanguera inumidiscono la nostra bocca rimasta asciutta di tandas per troppo tempo, eppure…

Le regole sono chiare: certificato vaccinale, tampone, lo stesso schema preventivo e di controllo utilizzato da altri paesi europei, Svizzera in primis.

Abbiamo tutte concordato che è il solo modo, per il momento, per affrontare la pista ma, dopo pochi istanti, ad ognuna è venuto un rigurgito di ansia. “Ma chi abbraccerò? E se si è contagiato e non lo sa? E se mi attacca qualcosa? E se… ?”

La riflessione di oggi è questa: la prima milonga post pandemica, come ci troverà da un punto di vista psicologico? Di sicuro non uguali a prima.

Le persone che hanno vissuto questi due anni di clausura attenendosi ai precetti: niente vicinanza, niente abbracci, niente di niente, pure se vaccinate o guarite dal Covid, quale tipo di emozioni dovranno gestire la loro prima volta?

La fiducia, elemento imprescindibile dell’abbraccio tanguero, avrà la stessa potenza, la stessa intensità di sempre?

Saremo ancora capaci di abbracciarci realmente, senza schermi, senza limiti, mettendo tutto ciò che siamo dentro quell’abbraccio?

Me lo chiedo, perché, al momento, ancora non l’ho sperimentato.

La voglia c’è, ed è potente, quasi un’urgenza dell’anima, ma esiste anche quella fastidiosa sensazione di timore che crea un’emozione stonata, incompatibile con la bellezza del tango.

Non resta che saltare il fosso e, come tutte le prime volte, gestire l’emozione, lasciare andare via l’ansia e godersi l’esperienza!

BUONI – RITROVATI – ABBRACCI A TUTTI !

Pimpra

IL VIRUS E LA SALA DA BALLO. UN FALSO PROBLEMA.

Ho perso il conto, oramai, dei giorni che sono trascorsi dall’ultimo abbraccio dato in milonga, non lo so più, ho rimosso.

Sono stata “brava”, anzi “bravissima”, ho rispettato tutte le regole, mi sono astenuta, mi sono vaccinata (pur con tutti i dubbi, le perplessità, le paure), ho ottenuto il green pass, continuo a fare vita morigerata (fin troppo, una ottantenne probabilmente va al caffè con le amiche più di me), tutto per essere pronta al giorno in cui – FINALMENTE- pur con la necessaria prudenza, avrei rimesso piede in pista.

UN GIGANTESCO STICAZZI.

Ottobre del 2 anno di pandemia, contagi in calo, 75% della popolazione italiana vaccinata, mi aspetto di poter riprendere a ballare, così come stanno facendo in tutta Europa dall’estate, se non da prima.

In Svizzera, ad esempio, ballano da tempo: va esibito il certificato Covid (equivalente del nostro green pass) ovvero bisogna essere vaccinati con due dosi, guariti o avere un test negativo. Mi sembra così semplice, logico, funzionale, Svizzero! 🙂

In Italia tutta la popolazione della danza, del ballo sociale, del ballo di gruppo (discoteca) e di tutte le realtà che mettono il corpo e la musica al centro, restano fuori dai ragionamenti ministeriali, dall’attenzione del governo.

Fino a qui sono stata molto brava e super ligia però… come è possibile vedere alla televisione mega assembramenti in situazioni calcistiche (per dire) se pure all’aperto, ma in un vero e proprio assembramento, e poi vedersi negata la possibilità di un sano divertimento, pur applicando, come in Svizzera, un serio monitoraggio?

Mesi fa ho urlato la mia assoluta contrarietà a tutti gli eventi “carbonari” che persone che allora mi parevano senza scrupoli, continuavano ad organizzare. Oggi i tempi sono diversi, l’ora della quasi normalità è giunta, altrimenti, in questo ed in altri settori, fioriranno infiniti eventi, incontri, feste, milonghe, assolutamente clandestini, senza alcun tipo di controllo, potenzialmente pericolosi. Potenzialmente, lo ribadisco, poiché mi pare che i vaccinati, i guariti, o i tamponati con frequenza, oramai sono quasi la maggiornanza.

Da utente di una sala da ballo sono molto imbestialita di questa totale mancanza di considerazione, e capisco molto bene i veri professionisti che, una volta ancora, vedono il loro sacrosanto diritto di lavorare (art. 1 della nostra Costituzione) calpestato, offeso, ridicolizzato.

Pimpra

IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

VADO A RIPRENDERMI LA GIAGUARA

Ricordo perfettamente la prima milonga a cui partecipai tantissimi anni or sono, la luce tenue della sala, illuminata, ai miei occhi, esclusivamente dallo scintillio dei tacchi a spillo delle ballerine.

Fu colpo di fulmine, amore a prima vista, estasi totale.

I piedi delle tangueras disegnavano merletti sul pavimento della sala, inondando i miei occhi di grazia e sensualità.

Immediata dentro di me la spinta a diventare anche io portatrice di quella leggiadria felina capace di raccontare, senza parole, quale donna fossi. La donna che ho scoperto per la prima volta indossando proprio quelle scarpe a stiletto con cui danzare.

Il tango non parte dai piedi, non basta scimmiottare grazia e adornos con le estremità, è un movimento che trova la sua radice al “piso” da cui prende energia e la convoglia nel corpo verso l’alto e poi torna alla terra. Una simbiosi armoniosa che produce linee e movimenti fluidi.

Per una ballerina, di qualsiasi danza, lo stop del corpo è il primo dramma esistenziale: viene meno la confidenza, la sensibilità, l’equilibrio… come il collasso di una struttura lungamente costruita, solidificata, lavorata, resa flessuosa.

Una danzatrice non si deve fermare mai, come un musicista.

La pandemia, su di me, ha avuto un effetto devastante, nel senso che ha congelato, in tutto e per tutto, il mio essere: “ho smesso di …” allenarmi, ballare, fare sport, essere donna, sentire la vita scorrermi sulla pelle.

Congelata. Mai provato una simile sensazione in tutta la mia vita.

La primavera arriva, sempre, e la notte cede il passo al giorno nascente ed eccomi qui, ammaccata, con lo sguardo ingrigito ma finalmente pronta a VIVERE come piace a me, con il sangue che scorre caldo nelle vene e lo sguardo che punta all’orizzonte.

Ed è tornato anche l’amore più grande, gatti a parte, quel tango che avevo congelato dentro l’iceberg insieme a me.

Adesso è tempo di lavorare sulla tecnica, sul corpo che deve ritrovare il suo assetto, la sensibilità, il piacere del movimento di cui ha contezza, l’equilibrio leggiadro sui tacchi.

E poi c’è lei, una persona speciale, una Maestra che a lezione dona tutta la sua passione, senza tenere nulla per sé, la “Giaguara assoluta”, colei che basta guardarla camminare e pensi “La voglio anche io la sua stessa falcata, quel tocco felino al pavimento, quell’eleganza di gatta e di Jaguar insieme”.

Il tango è tornato, la donna si sta risvegliando e, con i giusti appoggi (grazie Maestra!), indossare quotidianamente i tacchi torna ad essere un piacere.

Questo post è dedicato ad E., già la immagino schernirsi dall’imbarazzo.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Marco Piemonte

Tango Shoes: modello Pigalle di Regina Tango Shoes

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