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IMMAGINI E RACCONTI BREVI. L’orologio nero.

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La stanza è molto chiara, un bianco ottico esaltato dalla luce fredda dei neon. Numerose sedie di legno assiepate come soldatini intorno a un centro che non è visibile. Ordine monastico, bianco assoluto, nessun segno che personalizza le pareti, eccetto il grande orologio nero.

Fuori persone dallo sguardo basso, perduto dentro ai ricordi o spento nel piccolo schermo dello smartphone, aspettano. In un attimo, senza segno apparente, questa umanità colonizza la stanza bianca.

Li osservo in silenzio, cercando di leggere la loro storia perduta, i ricordi infranti in un muro di oblio. Guardo i loro corpi tremare, come scossi da una silenziosa energia vibrante.

E quegli occhi.

Dentro lo sguardo di un uomo si legge tutto. Non è questione di verità o di naturalezza, l’Anima sceglie gli occhi come finestra sul mondo.

Nessuno è interessato al suo vicino, tutti contano i minuti.  La democrazia del tempo che li rende uguali.

Il tempo, scandito dall’orologio nero, imprigiona di sé i presenti.

Un uomo prende la parola e racconta il suo inferno. Silenzio.

Energia vibrante si diffonde e ammanta tutti di sé. Qualcuno piange, qualcuno trema di più, qualcuno si copre il volto con le mani.

Osservo l’uomo, mi sta di fronte.

La normalità di chiunque. La banalità di chiunque. L’assoluta unicità di chiunque.

Il suo inferno è passato. La lotta, vinta. Ma, dice, ha paura.

Applausi, lacrime. Commiato.

La vita mi scorre davanti danzando la sua macabra danza, eppure sorrido. Sorrido delle debolezze, della profonda umanità, della vulnerabilità, e di quella sensazione cosciente di essere piccoli eppure immensi allo stesso istante.

Gli occhi, adesso, si animano e il loro movimento è stabile. Sanno dove guardare.

Mi alzo e vado via.

Pimpra

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IL MIO PENSIERO PER NATALE

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Il periodo natalizio ci vede un po’ tutti tornare bambini. Chi ama decorare casa, chi cucina dolcetti particolari, chi si occupa dei regali.

Il Natale, da che mondo e mondo, è una delle feste familiari per eccellenza. Ricordo i miei dell’infanzia e della giovinezza. Mio padre, in particolare, associava il momento al suo ritorno a casa, posto che, per la maggior parte della sua vita, lavorava all’estero, molto lontano dalla sua famiglia.

Il rito del vischio sotto il quale scambiarsi baci augurali, e l’albero. Quello era sacro. Mio papà, da buon torello, non voleva sentire le ragioni di mia madre che proponeva ogni anno di fare l’albero finto: meno lavoro per lei, maniaca della pulizia, senza tutti quegli aghi che si spargevano a terra.

Il pater familia non ne voleva sapere della plastica, lui che lavorava in paesi desertici ed era un profondo amante della campagna, del verde, della montagna.
Da ragazzina ricordo perfettamente la descrizione del tempo della sua pensione: immaginava se stesso e mia madre in uno chalet di montagna dove, tra prosciutti, salami e formaggi della cantina (era un grande buongustaio), avrebbe passato il tempo a scrivere il suo libro, a leggere, a cucinare circondato dalla sua famiglia, figli e nipoti e a Natale a far festa in un bel soggiorno con il caminetto, l’albero gigantesco e la neve fuori. Il destino non lo ha premiato, portandocelo via troppo, troppo presto… ahimè.

Diceva che amava tornare a casa e sentire il profumo di pino. E così, ogni Natale il rito si ripeteva uguale. Con la gioia di noi ragazzi e i piccoli malumori, per fortuna molto brevi, di mia madre.

Natale, per me, ha questo profumo di dono. Dono esistenziale. Se mio papà non avesse tanto stressato per fare festa e ritrovarsi, noialtri, chissà se avremmo, oggi, ricordi così belli da conservare.

I miei genitori hanno lasciato qualcosa in questo mondo. Figli a parte, per loro il dono più prezioso, ci hanno regalato RICORDI. Hanno saputo confezionare per noi quei fili sottili che ci porteremo sempre dietro e che tesseranno, fino alla fine, la trama di quel “chi siamo”.

Il pensiero che ho oggi è proprio questo: quale è o quale sarà il mio dono nel mondo, il mio lascito esistenziale? Quel sogno realizzato che resterà di me, nella mente o nel cuore di qualcuno?

Se non si hanno figli, è più difficile. Ma si possono avere talenti o sogni, o, meglio, entrambe le cose.

Ecco, il dono che voglio fare a me stessa per natale è questo: che cosa posso “donare” al mondo.

Pimpra

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UNA FINESTRA DI CITTAVECCHIA

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Lunedì 4 dicembre. Primo pomeriggio, sto per rientrare in gabbietta dopo il veloce caffè al solito posto. Di caffeina, non ne abbiamo mai abbastanza.

Il corpo è piacevolmente lasso, la ginnastica lo ha allungato, fatto respirare, ha mobilitato le masse muscolari attive e quelle silenti. L’umore segue, sereno e trasparente. Vuol dire che sto bene, mi sento in armonia.

Cammino sempre a naso all’aria, anche se ricalco fedele i miei passi, mi piace fare lo stesso percorso, non so neppure io il perché. Anzi lo so bene.
Scelgo la via più veloce o quella più bella o evocativa, la mia mappa giornaliera è disegnata, scelgo unicamente  i passaggi che preferisco.

Non è noia o abitudine è ricerca delle sfumature di scenario. Il paesaggio, così come la vita, muta con il mutare degli elementi che lo compongono. Ecco perché non esiste la noia, se si sa ben guardare. Ecco perché ogni vita è piena di vita. Basta saperla cercare.

I panni stesi di una casa di Cittavecchia, hanno rubato il mio sguardo. Non è una novità vedere camicine, biancheria, magliette messe ad asciugare alla luce di quel poco sole che bacia la via. Eppure, oggi, un’atmosfera particolare, mi ha colta. Ho osservato, ladra, cosa pendeva senza anima dal filo al di fuori la finestra. Le camicie con il colletto di pizzo, la sottoveste mi hanno raccontato di una signora piuttosto in avanti con gli anni, metodica, precisa. Ogni capo era ben teso, ordinato e graduato per tipologia.

Non compariva abbigliamento maschile, mai l’ho notato da quella finestra. Ho immaginato una storia, solo osservando i panni umidi.

Quanto raccontano gli oggetti di uso comune del proprietario, quanto ci dicono della sua storia, di chi è, di come vive.

Quella finestra su città vecchia, prospiciente a una viuzza stretta e pedonale, quei panni colorati che acquerellavano la parete rossa della casa, oggi, per me, hanno avuto un sapore come di te e di cannella, un profumo di intimità manifesta eppur celata, di storia e di vita. Un dicembre lontano dallo sfavillio scintillante delle feste, ma dolce, velato e caloroso come biscotti appena sfornati.

Uno scatto rubato, mi sono voltata e ho ripreso la mia strada.

Pimpra

FOTO MIA

DI TANTO IN TANGO: tutto quello che le donne non dicono ma pensano e poi si lamentano.

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Chi mi conosce lo sa, a me piace dire quello che penso.

Oggi affronterò un tema spinoso, giustamente stimolato dalla domanda di un amico “Ma le donne, quando ballano, cosa si aspettano?”

Che dire, una gran bella domanda.

Ne ho parlato con più di una ballerina e, di seguito, esporrò quanto ne ho ricavato.

PREMESSA

Prima di partire con qualsiasi disquisizione è necessario accettare il postulato che, nel tango come nell’amore e nel sesso i gusti sono molteplici, come le sensibilità e le aspettative personali. Perciò tentare di definire o dare una visione apparentemente “universale”, “generalista” di quanto una ballerina si aspetta è comunque una visione parziale, affatto neutrale,  o super partes.

Perciò, vi racconterò che cosa  mi aspetto io e le Amiche Giaguare come me.

Credo che la mia positiva vibrazione con un ballerino arriva se, da subito, capisco che ASCOLTIAMO il brano con lo stesso orecchio. Che vuol dire con la stessa sensibilità e, passatemi il neologismo, “SESSIBILITA‘”.

L’ascolto è la leva prima che ci fa muovere sulle assi di legno di una pista a raccontare di noi, della nostra coppia, delle nostre Anime danzanti, di quanto succede, delle emozioni che scaturiscono in quel momento.

Il mio ballerino ideale MI BALLA. Che significa che cerca di capire chi sono, che indole ho, la mia sensibilità, l’energia, la femminilità e con questi elementi si connette con i suoi: la sua virilità, la sua sensibilità musicale, la sua emozione.

BALLARMI non vuol dire USARMI come palo per una sua esibizione di qualità tanguere di taglio onanistico.

Ça va sans dire.

Voglio un ballerino NUDO. Un uomo con così tanto coraggio da farsi “leggere” nel tango, senza paura, per quello che è.

L’ho detto più volte che l’abbraccio non mente, però, per non scoprire le segrete dell’animo del danzante, può diventare estremamente tecnico e freddo, proprio perché non vuole comunicare. Ecco, a me, di ballare con un iceberg, nemmeno ad agosto. No grazie.

Mi piacerebbe moltissimo trovare un ballerino CORAGGIOSO di quelli che non vogliono proporre solo loro, ma che amano la sfida civettuola della donna che sa proporre, in modo lieve, il suo punto di ascolto e quindi di interpretazione.

Mi piace il ballerino che sa essere INTENSO, INTIMISTA E PASSIONALE quando ci vuole (ovvero quando la musica chiama), mi piace il ballerino DIVERTENTE, GAIO, ALLEGRO quando ci vuole.

Amo le sfumature di colore, di densità di senso, di interpretazione.

I MIEI NO.

Non credo di averne moltissimi.

Il primo, fondamentale e assoluto è che non voglio il BALLERINO-PADRONE, quello che “non deve chiedere mai” che ti marca anche il respiro che devi fare e quando, lo psicomaniaco del controllo quello che nell’abbraccio ti regala una gabbia.

Per me, no grazie. Ma ci sono donne che amano il genere, a conferma della premessa in testa di articolo.

No anche al contrario, ai ballerini ETEREI a quelli che non ti toccano neanche. A me sembrano uccellini spauriti, caduti dal nido e, oltre a spegnermi tutto il sacro fuoco tanguero, mi restituiscono una vibrazione negativa sul mio corpo. Con loro mi sembra di pesare una tonnellata, di essere “troppa, tanta, abbondante” sia fisicamente, sia energeticamente.

Per chiudere con una bella immagine che mi ha regalato la Eva, dico anche io che, un bel tango riuscito è quello che ti fa sentire come se “(cit.) ti trovassi sul divanetto, vicino vicino, a guardare un bel film, in compagnia, condividendo la stessa copertina”.

Direi che con questo ho detto tutto… 😉

Pimpra

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LA MOVIDA CHE NON CAPISCO.

MOVIDA

Ci sono delle serate che nascono così, quasi per caso, una telefonata all’amica del cuore e decidi di mandare a quel paese tutta la settimana di Ramadan e regalarti un’uscita a tutto spritz e patatine di sacchetto.

Detto fatto, ti ritrovi seduta nel luogo della città che ti è più caro, quella piazza Cavana che ti accoglie nel suo abbraccio di case medievali, colorate di recente, e resa un piccolo salottino della città.

Tu preferisci questi luoghi più ritirati, lontani dal clamore della musica sparata a forti decibel, con la folla che si spintona con il bicchiere in mano.

No, tu sei per il chill out di sottofondo, per le persone che hanno qualcosa da dirsi e che lo fanno sorseggiando un aperitivo.

Ma tu sei out, sei troppo grande, per non dire “vecchia” e le cose del mondo moderno, non le capisci.

Il piacere di mostrare le piumette, facendosi belle, indossando il tacco giaguaro, la minigonna o gli short inguinali, un bel trucco “sciabadah” e via, pronte per la sfilata in quella via del centro dove si trovano tutti. Le ragazze fanno così, i ragazzi sono tutti lì ad attenderle, ma questa è la gioventù che – sempre – negli anni verdi, ha giocato con la bellezza del corpo e della giovinezza.

Ma io non sono più ggiovane, sono una signora di mezza età e questa movida adolescenziale proprio non la capisco.

Li osservavo, quanto sono belli!, si intravede l’adulto che diventeranno quando le piume della prima giovinezza diventeranno i colori definiti della maturità, tutti guardano tutti, si scrutano, si occhieggiano, gli ormoni sono così presenti che si possono quasi toccare ma, è questo che non comprendo, quasi mai avviene il “tocco”, l’aggancio quel “Ciao come stai?” detto a una sconosciuta, insomma l’approccio.

Allora, mi chiedo, che senso ha tutto questo? La rappresentazione, la preparazione, se poi l’aspettativa viene disillusa?

Allora si paventa una nuova figura, l’uomo predatore, decisamente molto più grande d’età che si presenta nel luogo, come il leone in mezzo a un branco di antilopi, e va a fare strage di prede.

E’ ovvio che sia così, il beneficio sta per entrambi: la giovine donna in erba, vedrà finalmente riconosciuto il potere della sua seduzione e della sua bellezza da un uomo molto più grande, molto più esperto, mica da uno sbarbatello senza arte né parte suo coetaneo.

L’anziano signore (anziano, sì, perché 30 anni di differenza lo rendono tale) si sentirà ancora molto piacente, desiderato, voluto e, insomma, affermerà con convinzione il potere del suo testosterone.

Questi sono i giochi, questa la movida che non condivido, perché io sono una signora di mezza età. Non mi interessa adescare un giovine pargolo, non ho bisogno di affermare il fascino della mia esperienza, contando gli sguardi che ricevo se mostro le gambe.

Io sono una signora di mezza età. Rilassata e consapevole.

OLE’!

Pimpra

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TEMPO PER SE’.

Sabato mattina, quasi una magia. La sveglia è sempre piuttosto anticipata ma, di buono c’è, che sono le Gattonzole a provvedere al risveglio.

Ognuna ha il suo stile: Louby sale sul letto con dolcezza, affaccia il suo muso al mio volto per capire se sono già sveglia, fingo di no, lei si sposta verso le mie gambe e comincia a grattare sulle lenzuola, sul mio corpo, come a creare uno spazio simbolico nella terra, poi si appoggia, toccandomi ,e aspetta che la chiami, che dia un segno di vita.

Folie, invece, è molto più impetuosa. Decide che è ora, balza sul letto, si piazza con le sue zampone sul mio sterno, mi chiama, fa i panini sul mio petto, perforandomi le costole che, proprio in quel punto del corpo, non c’è abbondanza di grasso. La accarezzo, impossibile far finta di nulla, lei cerca la mia mano per strusciare il muso, lo fa per un po’ poi scende e cerca la pallina. Il secondo gioco che dovrò fare con lei.

La mia giornata è iniziata.

La colazione è più lenta, l’orologio non scandisce i minuti come un generale, sabato è il giorno d’aria, si respira, l’ufficio è lontano.

Chissà perché ma, nonostante la giornata strepitosa, non ho pianificato il mare, non lo faccio più da molto tempo, non è una priorità. Mi concedo piuttosto di fare le mie commissioni casalinghe con calma, posteggiando lo scooter piuttosto distante dal centro e godendomi così la passeggiata in città.

Trieste è bella in questo periodo, oggi in particolare. Una luce azzurro blu cobalto mandava in esaltazione il colore dominante degli edifici neoclassici. Alcuni sono stati restaurati di recente e sembrano gioielli.

Una bellezza particolare, rara, diversa dalle altre città. Si respira un che di romantico e decadente, specie quando la città è deserta e il sole splende, rallegrato da refoli di vento. Non sono sicura che oggi soffiasse la bora.

Sono tutti al mare i triestini, ammassati sulla riviera di Barcola, con i loro costumi colorati e le brandine portate in scooter, che ci piace stare comodi.

Credo fossi una delle poche a scegliere di non stare lì, sulla costa, ad abbronzare la pelle, a sguazzare felice nell’alto Adriatico.

Trieste, stamane, era mia. Solo mia.

Ogni palazzo che ho incrociato nel mio andare si faceva bello ai miei occhi, regalandomi la visione di dettagli, di intarsi, di meravigliose architetture. Lo smartphone ha fatto gli straordinari, stavolta non gigioneggiando sui social, ma riempendosi di immagini meravigliose.

Compiuta la mia esplorazione, granita di Zampolli compresa- ovviamente- (non siamo mica nati per soffrire), sono rientrata. Una sensazione di pienezza, di bellezza, di armonia con me. Niente di più rilassante di potersi concedere momenti flaneur girovagando senza una meta, nella propria città, un sabato qualunque di luglio.

Pimpra

 

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

IL CAMMINO DI SANTIAGO IN VERSIONE TRIESTINA.

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Se ci penso a volte mi stupisco di come sia fortunata a conoscere persone davvero molto speciali.

Intorno a me ce ne sono tantissime e contribuiscono ad annientare la pletora di quelle che, al contrario, valgono poco e nulla e producono più danno e dolore che gioia e amore. Vale per uomini e donne, ovviamente.

L’altra sera in milonga ne ho incontrate due, vestite, come si evince dalla foto, in un modo decisamente molto anticonvenzionale per una milonga.

“Ragazze cosa combinate di bello?”, va detto che, entrambe, sono due quotatissime ballerine della regione in cui vivo, oltre ad essere donne di indiscussa eleganza e piacevolezza di modi, potete ben capite il mio stupore vedendole così acconciate.

In coro “Stiamo camminando”.

La mia faccia a punto interrogativo e la loro spiegazione: si sono organizzate un “cammino”, un percorso da fare a piedi, in regione, della durata di 10 giorni.

Ho trovato il loro progetto assolutamente meraviglioso, una sorta di cammino di Santiago versione ristretta e nel perimetro di casa propria.

Il loro andare è improntato alla semplicità, dormono in alloggi spartani, viaggiano con il loro zaino, in totale connessione con l’ambiente che le circonda e… i loro pensieri.

Le guardo con stupore, per l’abilità di mettersi in gioco e di farlo usando pochi mezzi, per la loro voglia di fare, di andare, di regalarsi un momento piacevole e molto personale per riflettere.

Ci sarebbe tanto da dire, ma non è giusto farlo, nel rispetto del loro viaggio intimo, aggiungo solo che le ammiro e la loro idea mi piace un sacco.

Amiche care, che questi giorni, tutti i passi che farete e quelli che avete già fatto, portino la chiarezza dei pensieri, la pulizia della mente e la dolcezza del cuore.

BUON CAMMINO!

Pimpra

 

 

 

 

OGGI VEDO POESIA

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A volte, quando gli occhi sono privi di quel velo opaco, la realtà si mostra splendente.

Dove prima c’era patina, fastidio, tristezza se non addirittura dolore, compaiono colori, raggi di tenera luce, stimoli allegri e frizzanti che rendono gaia una giornata qualunque.

Mi stupisco di quanto la mia immaginazione sia capace di creare, specie in negativo, e di farlo con così grande verosimiglianza, da farmi stare male. Poi, nello stesso modo, inverte polarità e mi regala una visione sul mondo e del mondo che è pura poesia.

Oggi è uno di quei giorni beati e, dal momento che sono più rari degli altri, ho deciso di godermelo con tutta l’intensità possibile.

Un luogo a me caro è Molo Audace, una lingua di pietra carsica che si spinge di qualche centinaio di metri in “Sacchetta” (Golfo di Trieste) per dirla alla triestina, dove la vita locale, si esprime con grande naturalezza. Lo slideshow lo dimostra. C’è chi ci va per rilassarsi, per pensare, per pescare, per oziare e prendere il sole, per starci abbracciato con la persona amata.

Anche gli stranieri, iniziano ad apprezzare il luogo, frequentandolo come dei veri triestini.

Modificare la visione del mondo, avere la capacità di saper guardare oltre il proprio naso, e, soprattutto, bypassare le proprie “paturnie esistenziali” è il solo modo, almeno credo, di godersi la vita.

Godere, in fondo, cos’è se non saper apprezzare gli attimi infinitesimali di cui è costellata la nostra esistenza, prenderli tra le mani ed osservarli come fossero preziosi diamanti?

Oggi mi riesce di farlo ed è una visione così meravigliosa che vorrei fissarla per sempre, come il sorriso che, da stamattina, non lascia le mie labbra.

Pimpra

IMAGE CREDIT: foto mie.

 

 

 

 

IMPARA AD ASCOLTARE.

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I messaggi dell’universo, non si tratta di una storia new age, che forse non va nemmeno più di moda. Sono segni, ammonizioni, sussurri che riceviamo sempre, con dedizione e costanza a cui non prestiamo la corretta attenzione.

Quella vocina che ogni giorno ti ricorda di usare bene il tempo, riempiendolo di azioni/pensieri/emozioni/vissuto che renderà quel giorno un giorno prezioso perchè ti avrà lasciato qualcosa.

La vita, in fondo, è questo: prendersi cura degli attimi, quei sottili istanti che legati in un filo sottilissimo tessono una corda resistente e spessa alla quale restiamo appesi.

Ho ricevuto un grande segnale, proprio in questi giorni recenti, una notizia che non ti aspetti e che ti arriva in faccia come un diretto. Elabori,  cerchi di mettere a fuoco e leggi chiaramente il messaggio: cerca la qualità in quello che vivi perchè è la sola cosa che ti resta.

Del tempo che abbiamo a disposizione non ci è dato sapere e, di solito, siamo tutti piuttosto superficiali o spaventati per guardare la vita che conduciamo con il microscopio: preferiamo non sapere, decidiamo di far finta di non accorgerci che manca qualità, manca stimolo, manca visione, manca desiderio, manca allegria, manca gioia, manca amore, manca…

Così, ovattiamo pensieri, parole, opere con tante omissioni, o rimozioni che dir si voglia, e tutto appare di un bel grigio argento, se siamo bravi, ma sempre e solo grigio.

L’Universo osserva silente il nostro girare vorticosamente nella ruota del criceto, e, ci prova, dolcemente dapprima, violentemente poi, tenta di risvegliarci. A volte ce la fa, a volte perde anche lui.

Ci vogliono due palle così. Perchè ogni presa di coscienza, di norma, porta con sé il cambiamento e per cambiare ciò che si conosce, bisogna metterci una volontà bestiale. Ma si può fare, anzi dovremmo tutti concederci il privilegio di regalarci questa opportunità.

Allora sai che c’è? Vado a prendermi cura dei miei attimi. Che diventino “belli”.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

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