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TEMPORALE ESTIVO

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E’ da qualche giorno che la mia mente sta riproponendo ricordi lontanissimi, tornano episodi e persone che avevo dimenticato da tempo.

Oggi il caffè della pausa pranzo è stato reso un vero “espresso” dall’importante temporale che, nel giro di pochissimi minuti, si è rovesciato sopra le nostre teste. Uno Sturm und Drang di tuoni, lampi e tutto il coreografico corredo di un acquazzone degno del suo stato.

E niente, mi prende voglia di liquirizia e decido di avventurarmi. Giove Pluvio mi prende a secchiate d’acqua perché ho osato sfidarlo. Mi inzuppo i piedi, i pantaloni. Le narici si riempiono di odore salmastro mentre sguazzo leggera tra una pozza e l’altra del marciapiede.

Ho sempre amato le pozzanghere, il temporale estivo che arriva inaspettato e ti bagna i piedi. Le corse per cercare riparo e quella gioia spensierata che ti riporta bambino.

Oggi il salto nel tempo è stato davvero lungo.

1978 o giù di lì, una jeep corre veloce nella savana, terra rossa a perdita d’occhio, qualche sparuto baobab all’orizzonte, la pista resa una perfetta distesa di piccole onde di terra che facevano tremare forte gli pneumatici. Il trucco era correrci sopra veloce, per rendere meno violenta la vibrazione.

Ero stanca, molto stanca, dopo un viaggio di due giorni in giro per l’Europa, rincorrendo aerei che perdevamo per coincidenze assurde, noi che dovevamo andare a sud, molto a sud, in Africa.

Finalmente, l’odissea ha termine e la jeep ricompatta una famiglia rimasta separata.

Lo sapete che profumo ha la felicità?

Quello della terra rossa e calda della savana dopo la pioggia. Erano i primi di luglio e iniziava il monsone.

L’orizzonte era colorato di nuvole che sfumavano dall’azzurro al viola per colorarsi del porpora profondo del tramonto. Il sole in Africa è più maestoso, più generoso. Saluta la Madre Terra con un profondo inchino quando scende la notte. E’ tutto grande laggiù, ma di quella grandezza del cuore, non della forma.

Chiedevo quanto tempo mancasse alla destinazione, e mio padre raccontava di quello che avremmo trovato al nostro arrivo.

Gli occhi della mia giovane mamma erano stanchi mentre teneva sul petto mio fratello addormentato.

In lontananza il temporale nutriva di sé la terra portando gocce ricche, generose.

Ricordo il vento, profumato di quella nota speciale che mescolava legno, erba giovane ed erba secca, polvere rossa, sentore di roccia in un unico aroma olfattivo che dava potenza al mio personale album dei ricordi.

Da allora, ogni temporale che si rispetti mi riporta lì, a quella mia piccola eppure immensa felicità.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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LA MIA AFRICA

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Ho avuto la grandissima fortuna, da bambina, di vivere in luoghi del mondo molto “particolari” e di passarci un tempo sufficiente a farne miei i colori, i profumi, i suoni, i sapori e i pensieri.

In questi giorni di caldo terribile non ho potuto non ripensare alla mia Africa, dove ho trascorso 3 anni della mia prima infanzia.

Tornano alla mente le distese senza fine della savana (ero in Nigeria), la terra rossa, l’odore di legno e erba secca, il respiro della terra dopo le piogge tropicali, le corse dentro le pozzanghere con le flip flop gialle di gomma (anche nell’Africa degli anni ’70 erano di gran “moda”).

Non ricordo di aver mai avuto “caldo” in Africa. Forse perchè, il cervello, osservando ciò che c’era, si sintonizzava spontaneamente con l’ambiente, e sopportava con tranquilla e posata dignità. Era naturale, ovvio, non sarebbe stata Africa altrimenti.

Stavo bene laggiù, in una dimensione di libertà e natura che sentivo mie. Nel bush dove vivevo, i comfort erano pochissimi eppure, addormentarmi con i ruggiti dei leoni in lontananza, con il respiro della steppa che all’imbrunire si risvegliava, ripagavano di tutti i disagi di una “modernità” che non era ancora arrivata (per fortuna!).

E poi, da adulta, mi ritrovo spiaggiata nella città di nascita, che amo – per carità- ma dalla quale avrei bisogno di separarmi, almeno a periodi.

Ma le cose adesso sono tanto diverse, non sono il piccolo frugoletto dei miei genitori che seguivo, inconsapevole, negli aereoporti più sperduti, nei paesi più “altri” che il mio dna europeo poteva conoscere.

Adesso quella valigia la devo fare da sola. E la farei molto volentieri ma… non mi è possibile per diverse contingenze.

… non resta che vivermi il ricordo che regala il caldo africano di questi giorni. Anche se, dove sono, il caldo lo sento eccome. Dove vivo, non è Africa…

* * *

BUONE VACANZE [A CHI CI VA]!

Pimpra

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