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Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.
Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.
Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.
Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.
Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.
Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.
Noi tangueros abbiamo mille argomenti sui cui amiamo discutere, ne so qualcosa: ci scrivo da vent’anni. Eppure non avevo mai pensato a quei gesti che facciamo ballando e che possono destabilizzare il nostro partner.
“Accà nessuno è fesso“.
Nel tango il corpo parla. Eccome se parla. E volendo, dentro un abbraccio, ci fai passare anche cose che col tango c’entrano poco.
Gli approcci che portano altrove.
Da donna ne ho ricevuti. Il più delle volte ho fatto finta di nulla, altre mi sono fatta una bella risata.
Gambe che entrano più del dovuto, abbracci che stringono in un modo diverso, respiri all’orecchio più affannosi del normale, mani che si intrecciano con intimità. Strusciamenti in zone diplomaticamente basse. Il repertorio maschile, in questo campo, è molto ricco di gesti e sfumature.
Epperò, pure le tanguere non scherzano.
C’è una spassosissima letteratura di racconti maschi sugli approcci femminili durante la tanda. Tra i più utilizzati il tocco del collo dell’uomo.
Una mano che, a coppa, abbraccia la testa, la sfiora.
E’ seduzione? E’ estetica? E’ tecnica di ballo?
Bella domanda.
Ho visto spesso donne che ballano così, da spettatrice le trovo molto femminili, sensuali. Se il gesto non è esasperato mi pare pure elegante.
Ho chiara in mente la prima volta che ho ballato con un tanguero dallo stile personale e inconfondibile. Ho dovuto abbattere ogni ritrosia fisica e lasciarmi andare, impossibile ballare altrimenti. Dalla sorpresa iniziale in cui la mia testa cercava di capire se fosse tango o altro, ho lasciato spazio al corpo. Ha capito perfettamente, così ho scoperto una nuova dimensione di ballo.
Nel tango la seduzione esiste. A volte minima, a volte evidente. E’ un patto implicito. Impegnativo restare insensibili quando respiriamo l’altro, con un contatto tanto ravvicinato. Non siamo robot.
In milonga viviamo di tentazioni e del tentativo di non caderci dentro. Alla fine è divertente questa tensione, siamo vivi e vibranti. A volte anche troppo.
Quindi, manina sul collo oppure no?
Se accettiamo un ballo di abbraccio, ci prendiamo il pacchetto intero di contatto. In fondo dobbiamo resistere per una tanda, possiamo farcela.
Ti ritrovi single a una certa. Apri il cellulare e scrolli senza pietà.
Scegli a catalogo. Tutto molto veloce, più efficace in termini di sacrificio/resa. Un parterre infinito di potenziali match.
Un tempo ci si incontrava in luoghi pubblici, presentati da amici comuni, chi pasturava tra i colleghi, chi nel mondo sportivo. Una volta.
Cedo alla tentazione del catalogo, non voglio passare per una boomer, sono la generazione successiva.
Mi informo: tra le infinite app di incontri ne esiste una che offre alle donne l’apertura dei giochi. È quella per me.
Primo incontro, uomo più giovane, coccola all’autostima. Dura per un po’, nessuno dei due è convinto. Mi serve per saltare il fosso. Lo prendo come atto terapeutico e inizio una pseudo relazione. Incontri mensili, senza impegno, non è della mia zona. Passa il tempo e capisco che non è il mio schema di gioco. Mi serve un altro tipo di “intimità”. Chiudo la storia.
Le app non mi agganciano. Manca completamente il lato biologico che definisce le relazioni.
Passa il tempo e non succede niente.
Mi sono chiesta cosa non vada in me. Assolutamente nulla, ma non lancio messaggi sessuali. In un mercato di pronta consegna, sono merce che richiede lunghi tempi di stoccaggio. Un fallimento logistico.
Vita di relazione: inesistente.
Nel mentre mi diverto. Ho una vita ricca e appagante, sto benissimo con me stessa. Mi resta la voglia di giocare, di flirtare.
Ci riprovo: riattivo la app. Dopo giorni passati a scrollare soggetti improbabili, foto impossibili, intercetto un’anima che mi sembra diversa.
Magicamente, anche dall’altra parte scatta il match.
Iniziamo a scriverci. Inizia così una bella conoscenza che porta al primo appuntamento.
Il soggetto ha barato: le immagini che lo ritraevano erano datate, incontro una persona molto diversa.
Scopro da subito le mie carte: “Non cerco sesso. Desidero semplicemente ampliare il mio entourage di amicizie. Se mai dovesse scattare una scintilla… sarà quel che sarà”. Lato lui, d’accordissimo.
Incontro un reperto di onestà intellettuale.
La conoscenza prosegue con uscite, cene, mostre, musica da condividere. Ma… dopo pochissimo, divento il suo nuovo oggetto di amore.
Un’ondata di sentimento, aspettative e richieste di tempo esclusivo mi ha travolto. Più mi defilavo, più arrivavano chiusure teatrali, silenzi, cancellazioni di chat. Fino al giorno dell’ultima piazzata.
Il mordi e fuggi degli incontri virtuali nasconde trappole. La velocità dei like non segue quella della pelle.
Manca il tempo biologico di conoscersi. È come se lo scrollo delle immagini, rubasse lo spazio dei naturali preliminari.
Sulle app tutto sembra dover correre velocissimo. L’algoritmo non prevede l’attesa. Non ci stai? Si passa oltre.
Il piacere della conquista, della curiosità, della lenta scoperta reciproca è un inutile rallentamento del sistema.
Il catalogo è infinito. E noi continuiamo a scrollare.
E no: non è lo sfogo di chi non entra a un evento. È la fotografia di un sistema. È la fotografia di un sistema che da anni si regge su uno squilibrio evidente, tollerato da tutti perché ormai considerato normale.
Lo dico da donna che balla da vent’anni, che ha investito tempo, soldi, passione, chilometri, scarpe, emozioni. E che oggi fatica sempre di più a sopportare il potere sproporzionato che il sistema tango ha consegnato agli uomini.
Perché diciamolo chiaramente: nel tango non c’è parità di trattamento. Esattamente come spesso accade nella vita, anche qui gli uomini vengono “pagati” di più. Non in soldi, ma in possibilità, privilegi, margini di scelta.
Per una donna senza partner, iscriversi a un evento è diventata una prova di sopravvivenza sociale.
Le strade sono tre.
La prima: avere il dito più veloce della luce e riuscire a inviare il modulo nell’istante esatto in cui aprono le liste. E ormai nemmeno questo basta più.
La seconda: fare la questua tra amici e conoscenti tangueri per trovare un’iscrizione di coppia. Con il rischio, nemmeno troppo remoto, di sentirsi dire all’ultimo: “Scusa, ho trovato di meglio”.
La terza: lasciar perdere.
Perché questo è diventato il punto. La libertà si è trasformata in dipendenza.
Dipendenza da un sistema che, per ragioni numeriche, mette gli uomini in posizione di forza. I leader sono meno, quindi sono richiesti, corteggiati, attesi fino all’ultimo. A loro si concede tutto: iscrizioni tardive, ripensamenti, tempi biblici per dare conferma. Tanto, sono sempre necessari. Sempre benvenuti.
Alle follower, invece, si chiede rapidità, flessibilità, pazienza. E spesso pure silenzio.
Come se fosse naturale stare lì, educate e grate, ad aspettare che qualcuno ci conceda il privilegio di ballare.
E qui si apre un altro capitolo: l’età.
Se una follower non è più giovanissima, pur avendo esperienza, qualità, musicalità e anni di pista sulle spalle, parte già svantaggiata. L’anagrafe pesa, eccome se pesa.
Certo: il ricambio generazionale è importante. È giusto che i giovani abbiano spazio. Ma perché la mannaia cade quasi sempre sulle donne più grandi?
Perché ci sono leader con anni di tango che in pista non hanno mai davvero fatto il salto di qualità — diciamolo: alcuni non evolvono davvero nella qualità della pista— eppure continuano ad avere porte aperte, possibilità, corsie preferenziali?
Per il semplice fatto che sono uomini in un mercato dove la scarsità detta legge.
Io questa dinamica faccio sempre più fatica ad accettarla.
Perché la libertà, per me, è un valore non negoziabile. E non mi va di dover rincorrere uomini disponibili solo per sperare di partecipare a un evento dove, forse, riuscirò anche a ballare bene.
Se mettessi in fila tutti gli euro spesi in questi vent’anni per ballare tango, probabilmente potrei permettermi un anno sabbatico in giro per il mondo.
E allora mi fermo e mi chiedo: ne vale ancora la pena?
Negli ultimi anni il sistema è cambiato. Gli eventi sono proliferati, i partecipanti si sono diluiti, il rischio per chi organizza è aumentato. E in mezzo a tutto questo, il potere contrattuale maschile è cresciuto a dismisura.
Con il risultato di leader sempre più spocchiosi, sempre più lenti nel dare conferma, sempre più inconsapevoli del fatto che questo atteggiamento contribuisce a mandare in tilt un intero meccanismo.
Alla fine la risposta è più semplice di quanto sembri.
Il tango non sono gli eventi.
Gli eventi sono diventati il luogo in cui si esercita uno squilibrio di potere che tutti vedono e quasi nessuno mette in discussione.
Un sistema che pretende flessibilità solo da una parte.
Che trasforma il ballare in una concessione.
Che educa le donne ad aspettare e gli uomini a scegliere.
Io a questo meccanismo non intendo più partecipare.
Non mendicherò accessi, conferme, disponibilità.
Non normalizzerò uno squilibrio chiamandolo “necessità”.
Non baratterò il piacere di ballare con la perdita della mia libertà.
Il tango esiste anche senza tutto questo.
E io scelgo quello.
Perché lo strapotere maschile, ovunque si manifesti, non è folklore: è una forma di potere. E va chiamata per nome.
Se è vero che “una mela al giorno toglie il medico di torno”, per me, Torino è la mia mela, la mia annuale dose di benessere. Almeno una visita l’anno in questa città ti ripaga da ogni affanno.
La scusa per tornare è sempre la stessa: un evento di tango. Si chiami Eroica o Torino Tango Marathon poco cambia, solo il numero di partecipanti, la sede è quella meraviglia del Fortino che si specchia nelle acque dinamiche della Dora.
Torino vale sempre il viaggio, ve lo dico. La città è semplicemente meravigliosa, pur aggirandomi in un perimetro non enorme se confrontato all’estensione della città, ogni volta faccio nuove scoperte che mi sorprendono.
Sono passati i tempi in cui mi presentavo puntuale a ballare la prima tanda, adesso, se il contesto fuori milonga mi attrae, arrivo con gran calma, a ballerini già “accesi”.
L’esperienza regala questa saggia malizia: si sfoghino prima i giovani con i giovani, poi entrano le serie d’annata che vanno apprezzate per le sfumature e il sapore più deciso. A ognuno il suo ritmo.
TTM non ha deluso le mie aspettative: passato il momento di stupore nel vedere in pista l’esatta metà dei partecipanti rispetto alla sua maratona maggiore, ne ho apprezzato tutte le sfumature.
La premessa d’obbligo è una: le maratone moderne sono diventate una situazione d’incontro democratica ed eterogenea, in cui i livelli di ballo spaziano da tangueros intermedi a quelli avanzati e oltre. Non come accadeva nel decennio precedente dove il taglio di ingresso era molto più alto.
Ciò detto mi sono goduta delle gran tandas e, cosa più interessante, ho ballato con molte persone nuove e stranieri il che ha dato una sferzata di gran gusto all’evento intero.
I torinesi imparano e fanno tesoro delle esperienze.
Un anno fa, scrissi un post questo, nel quale lamentavo il disordine imperante della ronda. Ricordo che feci scalpore, toccando un tasto sensibile per tutti gli organizzatori di grandi eventi.
Tornata quest’anno non potevo credere ai miei occhi. Sulla pista, disegnati i corridoi di ballo, dal più esterno a quello centrale, un’infografica illustrava il flusso delle danze ben visibile a tutti e gli organizzatori che, di tanto in tanto, ricordavano di mantenersi nei propri canali, senza invadere gli spazi altrui.
Questo significa stare sul pezzo, credere che si possa fare qualcosa per migliorare un aspetto problematico, ed ha funzionato! Il flusso si è sempre mantenuto scorrevole, concedendo ai danzanti la serenità di godersi la tanda senza dover impiegare troppe risorse fisiche e mentali per governare un traffico caotico. Chapeau!
Un apprezzamento che mi sento di fare è riservato al buffet. Per tutta la durata della maratona i nostri palati sono stati coccolati- letteralmente- da squisitezze dolci fatte in casa. Una meraviglia! A metà pomeriggio dopo che si è tanto camminato e ballato la merendina della nonna è il non plus ultra. Quel panettone affogato una vera chicca!
La cena sociale, alla quale non ho partecipato solo per non rischiare di non entrare più nei vestiti che mi ero portata, è un esempio di buona pratica. Si condivide anche il cibo, come si fa con gli abbracci. Lo trovo poetico, ma Torino mi fa questo effetto.
Sono rientrata a casa desiderosa di tornare ancora. I sabadudi, senza fare troppo rumore, con il loro savoir faire ti conquistano diventando un “ne voglio ancora, ancora!”.
Novembre è il mese dei morti e il motivo non è, semplicemente, legato alla loro festa. C’ è un di più, un’energia che arriva fino dentro le ossa e chiede di essere percepita.
I miei novembre mi hanno sempre guardata diritto negli occhi, passandomi i messaggi che dovevano.
L’ho capito piano, come tutte le cose che ci fanno male. Sempre meno fotografie, primo sintomo evidente che la luce si sta spegnendo.
All’inizio non ci ho fatto troppo caso, ma, nell’ultimo periodo è diventato chiaro. Non ci sei per lo sguardo del fotografo, non esisti più. L’assioma è duro e diretto. Come un pugno.
Lo elaboro, con la testa della donna matura che sono diventata e capisco che devo lasciare andare. Un periodo brillante della mia vita, nel quale, per qualche ragione, avevo una luce che splendeva.
Oggi non è più così.
Si cambia, e anche se dentro crediamo di essere sempre noi stessi, dobbiamo disfarci di una pelle che non ci corrisponde più. Un po’ come si fa con gli abiti.
Ballare il tango non perdona. La vita e la persona sono tutte lì e non si può fingere non sia così. Ogni tanguero o tanguera ha un’emivita che dura un tot poi si volatilizza. Può essere presente e continuare a partecipare ma, nei fatti, la sua esistenza ai bordi della pista, scolora.
Sento ancora tutto: la gioia che mi prende quando una tanda mi ricarica di energia, la voglia di migliorare, il desiderio di coltivare questo splendido linguaggio corporeo ma… non è più come prima.
La fame di tande è minore. Non mi interessa più ballare per ore facendo “ginnastica”, oggi voglio la tanda che mi lascia il segno, quella che mi porto a casa, che ricorderò.
La qualità della ricerca evidenzia una maturazione compiuta ma, allo stesso tempo, un percorso che ha chiuso il suo ciclo.
Pensavo di appendere le scarpette al chiodo, per non essere una marionetta a bordo pista, l’ombra sfocata di quella che ero. Voglio celebrare la donna e la tanguera che sono diventata, ma mi servono altri sguardi, più profondi, più curiosi, più intensi.
Sono arrivata a un bivio importante: ritirarmi o continuare.
Sento la vertigine dell’una e il rischio dell’altra. La tanguera di oggi non è più abbagliante, ma è più vera.
La verità, anche se meno luminosa, è l’unica luce che mi permette di ballare senza paura del buio. Con la pelle che ho scelto e non con quella che ho perso.
A bordo pista, sapendo che non è la vita ma solo un suo onesto riflesso, aspetterò la tanda che mi toglierà il fiato. Se mai arriverà.
A fine evento Ale Parise mi ha detto: «Cerco di imparare dai miei errori e di fare meglio». Se questo è il metro, l’ultima edizione di 800 Tango Party l’ha vinta: meglio della precedente in ogni dettaglio.
Tre giorni di festa nell’ex Teatro Verdi di Ferrara, una sala circolare con la pista al centro — non il luogo più ovvio per mirada e cabeceo, ma con buona volontà si trova sempre il modo.
Per la mia seconda edizione ho scelto di posizionarmi sulla scalinata che porta alla pista, osservando dall’alto. Da lì, l’onda che si gioca in pista arriva con un riverbero amplificato, l’energia dei ballerini si espande raggiungendo i punti più lontani.
Ho ignorato il cartello che indicava “via di fuga,” perché, se so muovermi a razzo in pista, so anche sgomberare una scala. (Un’auto-giustificazione che nessun addetto alla sicurezza accetterebbe, ma che mi ha permesso di godermi al meglio le serate).
La formula collaudata della due giorni si è arricchita del venerdì, traghettando il “party” in una piccola maratona.
Valentina Ialacci — napoletana verace — ha acceso la milonga del venerdì: il suo set mi ha regalato le prime vesciche ai piedi e un entusiasmo contagioso. Dalla mia “piccionaia” non ho visto volti delusi: l’energia ha roteato luminosa per tre giorni.
Così è partita questa brillantissima edizione migliorando la sua già rodata e funzionante macchina organizzativa.
C’entra anche il cibo? Molto probabile! Tra una prelibatezza e l’altra, abbiamo condiviso tandas e litri di sudore, perché la “settembrata” ferrarese ha raggiunto temperature africane.
Questo lunedì mi pesa le ore non dormite sono tutte dipinte sul mio volto, ma nonostante questo resta quella speciale beatitudine che il tango ti sa dare.
Entrare all’edizione invernale (febbraio) non è per tutti: se la carta d’identità non riporta almeno il 1995 e sei donna single, è probabile che sia più semplice rinunciare. Io ho provato lo stesso — e mi hanno proposto la versione estiva, più “soft”: ho detto di sì.
Popolazione più matura, meno competizione. Mi si prospettava una maratona comunque di livello unita al piacere di visitare una bellissima città che non conoscevo.
Una settimana di vacanza, condita di visite a una città di una bellezza stupefacente, passeggiate infinite, scoperte meravigliose, amicizia. Anche se non avessi fatto una sola tanda, ne sarei comunque uscita contenta. [Bugia!]
La sala rispecchia perfettamente l’anima della città, richiami art nouveau, una illuminazione calda, begli spazi, ottimo pavimento di legno. Ad accompagnare le lunghe sessioni di ballo, un’offerta costante di cibo e di snack di qualità, compreso lo strudel finale a coronare lo spirito paneuropeo della manifestazione. Non posso che dirne bene.
Un’amica che frequenta da sempre la maratona invernale, mi aveva rassicurato dicendomi che la versione estiva fosse molto più easy: parliamone!
Ballarci è difficile, inutile nascondersi dietro un dito. Le donne, specie le over 40, e ce n’erano parecchie, per lo più attendevano sguardi che faticavano ad arrivare. Osservando la pista, si notavano ottime ballerine giovani accanto ad altre giovanissime e ben più in erba. Le senior, quelle tangueristicamente ‘navigate’, facevano da tappezzeria.
Difficile non farsi prendere dal malumore. Cosa che, ovviamente, mi è capitata. Ritrovandomi a fare la mirada andando a segno con grande difficoltà, mi sono fatta immediatamente delle domande: non ballo abbastanza bene? Sono diventata lenta? Sono fuori età massima? Sono brutta?
Il castello di fantasmi che minano l’autostima si è presentato alla mente in pompa magna suonandomi la fanfara del “non vali niente”.
Poi, per fortuna, la mia partner in crime è venuta a soccorrermi, mi ha dato una rassettata. Ho cercato di fare pace con i mostri che avevo in testa. Non facile, ma necessario.
Le belle tande arrivano. Perché è sempre una questione di energia, di quella vibrazione sottile che metti nell’aria. Non basta sorridere con il viso, devi sorridere con l’anima, altrimenti non funziona.
Più che una maratona, come quelle a me care, quelle in cui balli a fondere le scarpe e ti diverti da matti, è stata una grande lezione di vita.
Il tango c’entra poco, il tango è sempre fedele a se stesso, se balli bene, se l’abbraccio funziona, se mente e corpo sono connessi, balli. Prima o poi balli. È tutto il contorno che ti mette alla prova.
Ho scoperto tante cose di me che credevo di aver superato.
La timidezza ad esempio. Chi mi conosce probabilmente fatica a crederlo, eppure, in fondo, sono (molto) timida.
Mi crea disagio dover “combattere” a forza di miradas assassine per poter ballare. Fatico a mettermi nelle posizioni strategiche di uscita dalla pista dove stanno tutti per “adescare” il ballerino.
Mi sembra di usare violenza, a me stessa in primis, cosa che in realtà non è.
Me lo ha spiegato bene la mia amica che, al contrario, ci sa fare benissimo. L’osservavo: alla fine di ogni tanda tornava nella zona giusta con gli occhi che le brillavano, il corpo vivace, il sorriso aperto. E non era finzione, si capiva, si percepiva la verità della sua gioia.
A casa ho portato tande speciali, di quelle che restituiscono il “senso” e pure un carico di insicurezze, tra tutte quella di non essere più giovane (abbastanza) come i ballerini desiderano e quindi molto meno interessante.
Mi sconcerta rendermi conto di come il tango mi insegni sempre qualcosa, della vita, di me.
Bisogna che ci lavori su, non mi arrenderò così facilmente, perché “nessuno mette la Pimpra in un angolo!” 😉
Le pause servono, hanno sempre un senso se si usano nel modo giusto. Dopo la pandemia è la seconda volta che ho smesso di ballare prendendomi un mese sabbatico.
Luglio mi è scivolato dalle mani: al mattino ho nuotato nella piscina all’aperto, sono stata ad un concerto, ho fatto un weekend a Veglia – da cui mancavo da tantissimi anni- una gita bellissima in mare, un’altra gita a Pirano arrivandoci in battello. E ho passato molto tempo da sola, in silenzio, tra me e me.
La pausa dalla vita sociale e dai social che oramai ne fanno parte, mi ha permesso di ritrovare il filo che unisce le mie parti più profonde, a volte anche oscure, ma integranti.
Ok, questa è la premessa. Poi, agosto è ripartito alla grande con una bellissima milonga a Parma: Violetas.
Una milonga molto conosciuta in un crocevia ideale per il centro- nord Italia, Friuli Venezia Giulia escluso: per noi 3-4 ore di macchina sono una costante.
È stata la mia seconda Violetas. La prima non è andata benissimo. Non ho quasi ballato, nonostante conoscessi -di vista e non solo- praticamente tutti i partecipanti.
Così, spinta da una certa voglia di riscatto (e anche dalla correttezza degli organizzatori), ho deciso di tornare. E ho imparato che le seconde chances vanno sempre concesse.
La seconda Violetas, anche per me, è stata come me l’avevano sempre descritta: una bellissima festa.
La location è incantevole: si balla in uno spazio al coperto ma senza le pareti, arioso e piacevole. La struttura che ospita la milonga è un ristorante attrezzato per matrimoni e banchetti e, a cena (fa parte del biglietto d’ingresso), si viene coccolati con un’offerta alimentare ricca, varia e di grande qualità.
L’unico neo è il pavimento di piastrelle che a fine serata si fa sentire su piedi e articolazioni. Ma tutto non si può avere.
I padroni di casa sono stati davvero molto gentili, augurandomi una bella pomeridiana. Così è stato. E sono rimasta davvero molto soddisfatta.
A Violetas si incontrano tangueros emiliano romagnoli, ovviamente, ma anche milanesi, toscani, veneti e non solo un mix stimolante e irrinunciabile. La formula pomeriggio+notte è assolutamente vincente, soprattutto per chi viene da lontano: si può fare una scorpaccitata di ottimo tango.
Dall’esperienza Violetas ho tratto una lezione che conoscevo molto bene, ma che ho dovuto ripassare: se non balli la colpa sei tu.
Devo ammetterlo: il mood energetico del ballerino, uomo o donna che sia, influisce pesantemente sulla scelta del partner.
L’energia che mettiamo nell’aria, pur in modo inconsapevole, non ci lascia scampo, parla per noi: se è negativa ci penalizza. Punto.
Credevo di essere di ottimo umore la prima volta. Ero curiosa, entusiasta di partecipare a una milonga che mi avevano tanto decantato. Invece qualche pensiero sotterraneo mi ha offuscato pesantemente. Morale: sono rimasta seduta a lungo.
Nella vita e nel tango è importante farsi un’analisi critica, evitando di dare colpe che spesso sono nostre, al di fuori.
Ho ancora il sapore di buono, quella vivacità e quella gioia che le belle tande ti lasciano addosso.
E pure una graziosa vescica sotto il piede, testimonianza fedele di ore ballate senza fermarmi.
A Parma il tango profuma di buono.
Le Violetas lasciano un segno delicato e profondo di tandas perfette.
Tra il popolo tanguero anziano che frequenta ancora FB sta spopolando, in queste ore, un video che ritrae una giovanissima donna mentre balla con un costume che definire succinto è un eufemismo.
La location del misfatto è una milonga pomeridiana a bordo piscina, in quel mondo fuori dal mondo che è rappresentato dal Mediterranean Summer Tango Festival.
Un vero e proprio shitstorm sta colpendo il corpo marmoreo, l’incredibile fondoschiena dell’ignara ballerina in erba (mi azzardo a dire).
Alcune femministe radicali molto incazzate che mettersi nude così non fa altro che esporre il corpo della donna come oggetto dell’istinto animale dei maledetti uomini.
Sedicenti portatori del verbo della tradizione tanguera argentina che urlano allo scandalo per il mancato rispetto del Signor Tango e del povero Biagi, la musica ballata in quel frangente.
AHO! ripigliatevi!
Punto primo. IL CONTESTO.
Milonga estiva, con canicola ai massimi, a bordo piscina. Come mi devo vestire se non in costume da bagno o poco più?
La ragazza in questione, per sua insindacabile scelta personale, indossa un costume estremamente succinto, mostrando al mondo la splendida rotondità del suo sedere perfetto. Che male c’è? Io aggiungo BEATA LEI!!! Difficile vedere dal vivo tanta bellezza! Quindi, perchè non mostrarla?
Punto numero due: IL TANGO
Che si trattasse di tango, di lindy hop, di salsa, di mazurka, di samba che differenza fa? Perchè condannare a priori la gioia di ballare, di condividere un momento di festa, di “pasturare” senza pudore per azzeccarsi uno o più partner potenzialmente anche sessuali? Ma dove sta il problema?
Punto numero tre: IL CORPO
Perchè continuiamo ad accanirci contro i corpi degli altri e nostro? Che male vi hanno fatto? Perchè giudichiamo l’uso che ognuno di noi fa del proprio corpo? Chi siamo Catone il censore?
Vi dico come la penso.
Magari avessi vissuto con libertà il corpo che la natura mi ha donato, nel bene e nel male. Celebrando la sua bellezza, per il fatto solo di ESISTERE. Per anni l’ho torturato con diete, allenamenti estremi, l’ho coperto che non mi sembrava andasse mai bene.
Non ho mai fatto la giaguara che si va a prendere gli uomini per il puro piacere del corpo, sia mai!
E mi ritrovo ora, una arzilla signora di cinquant’anni, a mangiarmi le mani per tutte le possibilità che non ho creato e/o che non ho saputo cogliere.
Dentro di me il giudizio, la ricerca di una perfezione da giornale patinato che era semplicemente impossibile da raggiungere (per me almeno). E poi? Come mi sarei sentita? Probabilmente come quelle donne bellissime che si trovano sempre un difetto!
Invece il corpo va onorato, in tutte le sue forme, in tutte le stagioni della vita, ogni singolo giorno. E’ il compagno che ci accompagna in tutta la vita, e che vogliamo fare? nasconderlo? martirizzarlo? negarlo?
Allora ben venga la sua celebrazione, anche in contesti che stridono, se alla base vi è il rispetto per se stessi e per l’altro.
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