FOTOGRAFARE IL TANGO. NORA BRAMBILLA

image credit Nora Brambilla

Ogni anima danzante lo sa, l’immagine coglie l’attimo, definisce uno stato d’animo, esalta un’atmosfera, legge la vibrazione di luce e suoni. Il tanguero e il fotografo sono diventati un binomio imprescindibile della milonga e per questo ho scelto di chiedere ad alcuni amici fotografi, un loro punto di vista.

Inizio la carrellata con Nora Brambilla, milanese, tanguera e fotografa. Ho avuto il piacere di conoscerla qualche anno addietro, ho percepito immediatamente la sua verve, il candido fervore della sua danza, l’entusiasmo. Ho scoperto solo successivamente le sue foto e ne sono rimasta colpita, decidendo di iniziare da lei questo viaggio nelle immagini del tango carpite nella penombra di una sala, dentro l’intimità di un abbraccio.

  1. Fotografa e tanguera. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Certamente si! Oltre ad un occhio puramente tecnico, ovvero; così come non mi piacerebbe essere “colta in fallo” in una cattiva posizione evito a mia volta di pubblicare foto che non mi soddisfano dal punto di vista di postura, e piacevolezza dell’abbraccio. Per me, un ricordo di quel dato momento in pista deve sempre essere un complimento ai soggetti che ritraggo.  Poi più personale è quello che per me dovrebbe essere il tango, si capisce subito guardando le mie foto che cerco connessione, dialogo, gioia di condividere la musica, una delle mie citazioni preferite sul tango è: “Lui suona la nostra musica ed io ci canto sopra” non certo quella sul pensiero triste che si balla.

2. Cosa arriva nell’obbiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Ciò che attrae come una calamita il mio obbiettivo è un bel sorriso spontaneo durante il ballo; poi i fattori sono gli stessi della vita di tutti i giorni; perché noti più una persona di un’altra? Cosa mi spinge ad inseguire più una coppia rispetto ad un’altra? Credo che la parte del leone la faccia sempre quell’aura di piacevolezza che da dietro il mio obbiettivo percepisco. Ho avuto più volte conferma di questo quando, soprattutto delle dame, mi hanno detto in privato, grazie per quello scatto, è stata la tanda più bella della serata. E a questo aggiungo quello che io chiamo il “guizzo” che sia un dettaglio nell’abito o un gesto nel ballo  un modo di interpretare l’abbraccio che devo assolutamente catturare.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

In effetti sì, può succedere che delle coppie siano attratte o disturbate dalla presenza dei fotografi. Dal mio canto se vedo uno sguardo di disapprovazione, o per lo meno, che a me pare tale, distolgo l’obbiettivo; e qui ecco che la tanguera e la fotografa convergono. Nulla di diverso dal mio punto di vista dal concetto di mirada; se miro un cavaliere che  non gradisce le mie attenzioni distolgo lo sguardo e passo oltre, lo stesso se impugno una macchina fotografica; al contrario se c’è dell’interesse cerco nel limite del possibile di non disturbare il loro ballo e di coglierli in un momento di spontaneità.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Forse sono di parte, ma dal punto di vista della promozione dell’evento (per lo meno dell’edizione che seguirà) un buon fotografo può fare la differenza. Saper “raccontare” la storia di quell’evento credo possa essere importante per chi deciderà di parteciparvi.  Per la riuscita dell’evento in sé, non saprei, io personalmente se scelgo un evento rispetto ad un altro è per l’atmosfera che penso di trovare, per gli abbracci che avrò il piacere di vivere; abbracci però che se immortalati sarò felice di conservare. Quindi qual è la risposta? 🙂

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in un’immagine?

La foto perfetta non credo esista, sono una “neo” fotografa di tango e fotografa da che ho memoria ma la storia è sempre la stessa, la foto che vorrei aver scattato è sempre quella che non sono riuscita a scattare.  Nel tango ci sono artisti che ammiro particolarmente e che “da grande” mi piacerebbe ritrarre così come assoluti sconosciuti che ballando in pista mi hanno incantato al punto da non scattare alcuna foto, era troppo bello viverli.

6. Quale è la foto a cui sei più legata e perché.

Domanda difficilissima, se ci ragiono non trovo una risposta adeguata, ti faccio vedere la prima che mi è venuta in mente leggendo la tua domanda perchè forse ha segnato un cambio nel mio modo di voler fare foto in milonga, sono passata dal fare ritratti al cercare di raccontare una storia.

Ringrazio Nora Brambilla per aver partecipato alla Six.Q intervista con l’artista, spero di incrociarti prossimamente in milonga e – chissà- di ispirare uno dei tuoi bellissimi scatti.

Nora Brambilla self portrait

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Instagram: lagattachescatta

NELLA PENOMBRA, MI ASPETTA

credits Ludovica Paloma

Questo lunghissimo periodo di astinenza tanguera ha tolto moltissimo, specie nel corpo, e nello stesso tempo ha fatto ordine in certi pensieri arruffati, in alcune credenze sbagliate facendo spazio a una profonda e vivida riflessione.

E’ facile intuire come il corpo risenta dello stop.

La tradizione popolare argentina deifnisce i movimenti dei tangueros come la cosa più naturale del mondo “bailar el tango es como caminar“, omettendo il trascurabile dettaglio che si tratta di una camminata ad elevatissimo indice di complessità. La scelta soggettiva sta nell’altezza in cui si vuole posizionare l’asticella della propria goffaggine.

Non aprirò il mio sermone su quanto sia fondamentale dedicarsi alla “long life learning tanguera“, assioma fondamentale di ogni soggetto danzante: non si deve mai smettere di studiare per migliorarsi o, semplicemente, per non peggiorare (troppo), ne va del gusto che si può offrire e ricevere nel corso della milonga.

La sosta forzata mi ha costretta a prendere atto di taluni aspetti che non mi ero mai data il tempo di analizzare, di assumere e di metabolizzare poi.

Nei discorsi sul tango si parla sempre dell’abbraccio, uno dei cardini di cui si ammanta la connessione, magica parola che ci proietta immediatamente dentro il cuore sacro del tango.

Questi mesi protratti di buio e di silenzio però, mi hanno offerto una chiave di lettura che non avevo trovato in precedenza.

IL TANGO E’ LO SPECCHIO.

Un tempo, il mio asse corpo/sensazioni, era tarato per dare una risposta immediata all’abbraccio che ricevevo. Abbraccio morbido=”devo essere più flessuosa e docile possibile”; abbraccio presente ma non costrittivo=”yuppy qui si va via dinamici”; abbraccio destrutturato=”povera me!”, abbraccio stretto che non respiro=”fatemi uscire subito dalla gabbia!” e così per le millemila sfumature dell’abbraccio ricevuto e, spero, donato a mia volta.

Io ero una ballerina “fuori”, nel senso che cercavo un dialogo verso l’altro, a volte perdendo di vista chi fossi o, se per qualche ragione non riuscivo ad andare verso, diventavo una ballerina “aggressiva”, prendendomi ciò che desideravo, proponendo assertivamente al leader, il quale, se molto evoluto in termini di preparazione e apertura mentale, accoglieva con piacere questo impeto. Ma sempre di “impeto” si trattava. Azione/reazione.

Questi lunghi mesi di buio mi hanno costretto dapprima, insegnato, poi, a riconsiderare tutto, me per prima.

Mi appare chiaro, oggi, che essere soddisfatta del “mio tango”, non significa prioritariamente aver “ballato bene” in senso “fisico”, ma piuttosto aver ballato bene con la parte più vera di me che balla con l’altro.

Ho capito che mentre ballo il partner è il mio specchio, un medium che riflette me stessa, aiutandomi a vedere, a sentire, a vivere le emozioni: la paura (di sbagliare il movimento), la dimensione del mio abbandono (quel lasciarsi andare totalmente all’ascolto), la frustrazione di percepire gli ostacoli che inconsciamente frappongo per giustificare un “non riesco a farlo/sentirlo, a farlo/sentirlo come vorrei, a farlo/farlo sentire bene”.

Ho compreso che lo specchio mediato dall’altro, il più delle volte in modo inconsapevole, è un bene preziosissimo. Posso e devo fare i conti su ciò che non desidero affrontare, devo guardare e starci in quella sensazione sgradevole, per capire che sono anche quella tanguera, quella donna.

Accettato il rimando, il tango si libera e diventa espressione leggiadra, passionale, fluida, timida, delicata, forte, allegra, struggente, melanconica, dolorosa … di ciò che siamo.

Mi ci sono voluti tantissimi anni per arrivarci, per capire fino in fondo l’impatto di questo ballo immenso che vive dentro di me e sa aspettare che io torni. Sempre.

Pimpra

COSA MI HA INSEGNATO IL TANGO SULLE DONNE.

foto credit Riccardo Lavia

Oggi i ricordi di Fb si spingono molto lontano nel tempo, a questa immagine di 10 anni fa.

Una me rispettosa del codice della milonga che chiedeva di indossare qualcosa di verde, in onore dei musicisti, il Duo Ranas.

Il verde è il colore che indossano le donne sicure di sé, quelle che credono/sanno/sono/si vedono belle. Rovistando negli armadi per prepararmi alla festa, non ho trovato verde da nessuna parte.

Ricordo che anche all’epoca, mi venne questo pensiero in testa: perché non ho mai considerato il verde? Mi piace pure, nelle sue diverse sfumature, intensità, più caldo o più brillante o freddo come il ghiaccio.

Io non ero all’altezza di vestirmi di verde, eh no.

La milonga fu un successo strepitoso: mi divertii tantissimo, ballai a fondere la suola delle scarpe, il concerto fu potente e magnifico. Una serata magica.

Chiesi la foto che vedete a un amico tanguero, ovviamente mi misi in posa, scimmiottando in modo assolutamente poco credibile, per non dire grottesco, la posa di una donna fatale, una che con il verde ci va a nozze. Sono passati 10 anni e, tanda dopo tanda, quella piccola donna in me è cresciuta e vive felice.

La Giaguara (dentro e fuori la milonga), non deve per forza indossare completi leopardati, tacchi a spillo H24, rossetto rosso carminio o mattone notte, per essere una vera Giaguara.

Si tratta di una dimensione dell’anima, di uno stato di totale riconoscimento della donna UNICA che si è.

Il tango, questo mi ha dato, a me che ho sempre avuto pudore di mostrarmi, non pensando mai di poterlo fare temendo di essere ridicola.

Poi lo stop della pandemia, due anni lontana dagli abbracci così cari, dalla musica capace di smuovemri sempre qualcosa dentro, lontana dal quel gioco di seduzione che si esprime sulla tenuta di uno sguardo, sulla mirada convinta, sicura, sorniona, giaguara.

Mi manca e pure io manco a me stessa.

Le tonalità del mio armadio sono molto coerenti, perchè mi piace quello che piace a me, ma il verde, nuovamente, manca.

E’ decisamente giunta l’ora di andarmelo a riprendere. Costi quel che costi, perchè la vita va avanti. Sempre.

Pimpra

PS: questo post stava nelle bozze da tanti mesi, non è frutto di un impulso odierno. Solo le ultime frasi lo sono, questo per dire che faccio molta fatica a sorridere e a fare finta che la vita di oggi sia uguale a quella di soli 3 anni fa.

Ma ho imparato che continuare a vivere, a resistere, ad essere resilienti è una dimensione dell’anima che dobbiamo nutrire perchè questo ci stanno insegnando i tempi: la vita cambia in un istante, senza preavviso.

Il mio cuore urla LOVE AND PEACE.

LA MIA COPENHAGEN

Il desiderio irrefrenabile di andarci mi è arrivato inaspettato, un giorno di tarda estate, capitando per caso nella bacheca di una conoscente. Gli occhi hanno avuto un sussulto emozionato che si è riflesso immediatamente sul cuore: dovevo visitare quella città.

Complice il weekend del mio compleanno, invece del solito pacchetto infiocchettato, ho ricevuto una mail con il biglietto aereo e l’hotel. Stavo per svenire di felicità davanti al pc.

Ho volato con gli olandesi di KLM, una compagnia aerea che non mi ha mai deluso, sin da quando, in tenera età, vi volavo tra Medio Oriente e Africa, resta tra le compagnie aeree preferite.

L’aeroporto di Copenhagen mette immediatamente il viaggiatore in una dimensione di piacevolezza, non è rumoroso, luce gradevole ovunque e il pavimento di legno. Non potevo credere ai miei occhi. Molti spazi dove rilassarsi e familiarizzare con il famoso “Hygge”.

L’albergo in centro, una chicca in puro spirito danese, legno, luci, sedie particolarissime, caminetto, personale giovanissimo e super gentile, camera dai colori neutri, caldi e rilassanti. Mi sono sentita immediatamente a mio agio.

La bicicletta, per i danesi, è come lo scooter per i triestini: fondamentale. TUTTI la usano, non ne ho mai viste così tante, così “bizzarre”, tutte insieme. Utilizzarle in città è semplicissimo evitando la produzione di smog, inoltre si pedala in tutta sicurezza perché ogni superficie stradale prevede la corsia dei ciclisti, con semafori e segnaletica dedicati. Si raggiunge in poco tempo, ogni angolo della città, inoltre, si può agilmente posteggiare il mezzo ai supporti, o, quando occupati, si lascia la bicicletta in fila, senza tema che venga rubata, danneggiata o altro. Mi è sembrato un sogno.

Altro vantaggio del turismo su due ruote: si evita la psicofollia delle foto, si pedala e si guarda, si assimila il paesaggio e si apprezza senza distrarsi, senza il bisogno imperante di condividere sui social, si sta, si vive, si gode del momento, si pedala. Evviva.

Copenhagen sembra costruita a dimensione uomo, non è una città che cannibalizza, ma piuttosto accompagna. Ci si può fermare nei caffè, ci sono tantissimi luoghi in cui concedersi uno spuntino, spazi esterni da vivere, certo solo nei mesi caldi, altrimenti ogni luogo pubblico offre, comunque, la possibilità di una sosta.

Sono stata rapita dalla fusione architettonica di antico e moderno, dove il design dalle linee essenziali, dialoga e si armonizza al contesto urbano precedente. Il “diamante nero” merita una visita, non fosse altro per apprezzare l’affaccio sul canale della struttura e il suo legame con l’antica biblioteca reale.

A Copenhagen il verde dei parchi cittadini non manca, così come si percepisce che la media della popolazione è molto giovane.

La sensazione che ho avuta è che al nord dell’Europa certi stilemi sociali non trovino casa: la sera di San Valentino ho visto numerose compagnie di amiche cenare insieme e ridere di gusto, coppie in tutte le sfacettature e combinazioni possibili, godersi il romanticismo senza bisogno di nascondersi. Naturalezza, convivenza, comunità, convivialità sono concetti che si vivono, non solo parole.

L’ambiente e la sua cura sono un baluardo, non ho incontrato un solo bidone esplodere per l’immondizia, tutto si differenzia, in modo consapevole, come fosse naturale farlo. Lo stesso cestino della camera dell’hotel era diviso per tre tipi di raccolta. L’acqua da bere si trova spesso nel tetrapack per evitare la produzione di plastica.

Se si parla di danesi non si può prescindere da almeno tre delle loro fissazioni: le candele, la luce, le sedie che confluiscono tutte in quella dimensione dell’anima che si chiama “Hygge” (una sorta di “Cozy” inglese).

Gli spazi, e la cosa mi ha colpito molto, sono arredati spesso con giochi di sedie, poltroncine e divani, diversi per forma e design, tutti incredibilmente confortevoli. Non per nulla alcune delle più iconiche sedie del design mondiale, vedono la luce dalle mani di sapienti maestri danesi. Il legno spadroneggia negli arredi quasi ovunque.

I popoli nordici, complice il lungo inverno, le poche ore di luce, il freddo, vivono la sacralità del luogo, della compagnia, dell’ambiente, della famiglia. Ecco che ricreano le condizioni ideali dove stare, come starci e con chi.

Se non si raggiunge almeno il metro e settanta cinque di altezza ci si sente un vero tappo di bottiglia, sono una popolazione alta, alta, alta e tanto, tanto, tanto bella. Le sfumature di biondo dei loro capelli, gli occhi in tutte le gradazioni del blu, dell’azzurro con tocchi di verdi.

Il mio personale momento di gloria l’ho vissuto quando il receptionist danese mi ha chiesto se fossi svedese (a me!!!!), ridendo ho risposto “100 % italiana e poi sono troppo corta per essere una svedese”, lui ha insistito affermando con convinzione che la mia faccia ha i lineamenti svedesi, in quanto all’altezza ci sono svedesi piccole. Da questa affermazione mi sono cuccata il bell’appellativo “La svedese nana” che mi ha accompagnato per tutta la vacanza.

Sarà che fanno molto sport, oltre che andare in bicicletta, ma ho faticato a vedere persone che non fossero in perfetta forma fisica. Pochi, pochissimi abitanti per così dire in sovrappeso, deduco quindi che il freddo faccia bene perché in quanto a condimenti grassi e burrosi, formaggi e carne, colà siamo nel paradiso delle iper calorie.

A me l’aringa marinata comunque resta indigesta.

Passeggiando per strada con la faccia da turista, il volto paonazzo per il vento gelido e l’espressione felice (quante volte ho pensato “meno male che sono triestina e la bora mi ha abituato a questo freddo), ho ricevuto in regalo sorrisi dalle persone che incrociavo che mi pareva un miracolo.

I danesi sorridono. Non li ho visti musoni, nevrastenici, se c’è da aspettare si mettono in fila tranquillamente, non si agitano. Incredibile.

In Danimarca di Covid manco l’ombra. Nel senso che se c’è, e pure da loro c’è, è una delle malattie di cui non si fa battage ovunque come da noi. Nessun green pass, massima libertà e… che bello!

Ho avuto la sensazione che le donne danesi siano molto indipendenti, libere e in questo ho percepito quella gaiezza delle mie donne triestine. Non sono riuscita a fare la foto di un equipaggio di canottiere almeno sessantenni, una mattina gelida, con la barca d’appoggio in cui c’era una loro nipotina che le seguiva felice. La bellezza di queste gagliardissime signore, non ho potuto non salutarle, incitarle, mi hanno sorriso e salutato a loro volta.

Voglio trascorrere la mia pensione qui, tra i meravigliosi popoli vichinghi, anche se le birra non mi piace e il freddo lo sento eccome, a differenza loro, ma… mi è stato fatto notare “Chi ti mantiene a te?” e il mio sogno si è dissolto come un fiocco di neve sull’asfalto…

SE PREVEDETE UN VIAGGIO, ECCO LA MIA LISTA:

  • per la prima volta la Lonley Planet mi ha tradita: comprate una guida scritta post 2021, il covid ha tristemente cambiato molte cose (negozi spariti, siti chiusi ecc ecc)
  • non fate bancomat all’arrivo che non serve, si paga tutto con la carta, in alcuni luoghi il contante non è accettato
  • non si visita la Danimarca se non si va in bicicletta
  • la voce cibo influisce pesantemente sulle spese di viaggio, per noi molto molto costoso. Però a Copenhagen si può mangiare davvero bene, è una città particolarmente “stellata”. La ristorazione italiana molto presente.
  • concedetevi il tempo della sosta per apprezzare ciò che vi circonda e, perché no, chiacchierare con i locali. In una parola fate Hygge pure voi
  • ho assaggiato un cidro spettacolare, a 4,5% che mi è andato in testa immediatamente (sono completamente astemia) aveva un sapore buonissimo
  • fatevi consigliare sui dolci danesi che alcuni meritano, per me la scoperta il brunsviger.

Una volta desideravo visitare i paesi caldi, crescendo il nord sta rubando attenzione ed interesse. Adesso capisco il perché.

Pimpra

UN 2021 DA FESTEGGIARE

Mancano due settimane alla fine di un anno che mi ha dato molto. Pandemia, limitazioni di vario genere, non hanno ostacolato ciò che doveva sbocciare, di farlo.

Lo voglio scrivere, l’elenco delle cose belle che ho vissuto, dei momenti di crescita potente che ho affrontato, delle risate, delle lacrime, delle avventure.

Il 2021 però, sarà da me ricordato come l’anno in cui, per la prima volta, ho veramente incontrato me, il che ha dell’incredibile, stante l’età anagrafica, ma così è.

Una gioiosa scoperta che mi accompagna ogni giorno e mi sorprende ogni giorno.

Ma andiamo per ordine.

Dopo un periodo assurdo, lunghissimo, di mobbing lavorativo, una mano santa (grazie E.) mi ha tolto dall’inferno aprendomi a nuova vita. Cosa c’è di più bello di andare al lavoro contenti?

Le endorfine della nuova esperienza, mi hanno risvegliato e aperto gli occhi su molte situazioni stantie e pesanti della mia vita, alle quali ho finalmente messo mano. Mica facile, sia chiaro, lacrimoni tanti, notti insonni tante, ma poi la vita torna a trovarti e il sorriso si affaccia nuovamente sul volto.

La primavera ha portato un nuovo gatto, il primo maschio felino della mia vita, che dopo aver scompigliato le abitudini, sta mettendo ancora più allegria in casa.

L’estate ha regalato giocose esperienze, la prima vacanza da sola con mia nipote, il tuffo da una falesia che quando ci sono salita mi sono detta “e adesso chi mi riporta giù?” ma mi sono tuffata lo stesso, gite stimolanti, sedute in spiaggia che non mi concedevo da anni.

Ho vissuto il mio primo (e spero ultimo) svenimento della vita, un’esperienza della quale avrei fatto volentieri a meno ma che mi ha permesso di scoprire quanto bello sia muoversi in bicicletta.

Ho fatto il primo “maglioncino a presine” della vita, così come lo hanno soprannominato gli amici maschi trovandolo assolutamente orrendo, ma a me non interessa perché non mi pare vero di essere riuscita a farlo e quindi lo amo tantissimo e lo indosserò pure.

Sto imparando che posso spostare il mio limite se lo faccio con intelligenza e, soprattutto, con pazienza, credendoci, impegnandomi ed essendo consapevole che dentro di me ci sono risorse enormi di cui manco mi rendo conto.

Una frase scritta su FB mi ha regalato un percorso di coaching che mi ha messo in mano strumenti che mi rendono più forte e resiliente.

Non mi peso più come facevo un tempo, accetto con amore le curve del mio corpo e le rughe che fanno capolino.

Ho tagliato i capelli perché non mi rappresentavano più.

Il 2021, nonostante tutte le difficoltà mi ha resa una donna nuova, ed è così che lo voglio festeggiare.

Pensate positivo, agite positivo, voletevi bene. Le cose, poi, trovano il modo di sistemarsi.

Pimpra

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DA GIAGUARA A GATTARA E’ UN ATTIMO

Ho ancora un’immagine molto chiara di me quando, lunghi anni or sono, iniziai a muovere i primi passi in pista, indossando le prime scarpette da tango con il tacco a rocchetto.

Mi pareva di essere l’incarnazione di Carla Fracci in versione tanguera, per quanto il mio animo si rallegrava e fluttuava nell’aria alle prime note di un tango.

Nel fluir del tempo e delle ore passate a ballare, anche io fiorivo insieme ai progressi regalati dallo studio, dall’entusiasmo che ci ho sempre messo, dalla voglia di diventare la migliore versione di me stessa bailarina.

La fioritura, devo riconoscerlo, si è manifestata con i frutti più belli nella donna che sono diventata, tanto che, ad un certo punto, anche indossare tessuti dalle stampe rubate a tutti gli animali della savana, mi sembrava assolutamente adeguato alla Giaguara che ero diventata.

Poi, un giorno, tra capo e collo, arriva il virus che spariglia le carte e mi trovo in astinenza da 24 mesi. Un tempo inimmaginabile, eterno, infinito in cui non ho messo più piede in pista.

Per sopravvivere al digiuno forzato che mi ha tenuto lontano dalle piste, in casa mi è arrivato un nuovo gatto, ed ecco che ho toccato con mano la mia nuova mutazione genetica: da giaguara a gattara.

Abbandonati i tacchi per andare in bicicletta, ancora lontana dalle milonghe, non so nemmeno io il perchè, mi ritrovo l’armadio senza più pois, maculati di ogni tipo, e abiti ultra sexy.

Da giaguara a gattara. Fine della storia triste.

😀

Pimpra

Sguincettino la new entry

DI TANTO IN TANGO. TABU’ E QUESTIONI IRRISOLTE

Una accorata riflessione letta su FB (https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmilatango%2Fposts%2F10160268758039311&show_text=true&width=500) scritta da una tanguera professionista che affronta uno dei perduranti tabù del tango: chiudere una tanda prima della sua fine naturale.

Mila è una ballerina che danza con i più grandi, quindi il fatto che abbia affrontato il tema, mi ha stimolato a riflettere sullo spinoso argomento.

Mettere fine a una tanda non è mai piacevole, significa che non si è trovato il modo di comunicare con l’altro, di intendersi, di parlare lo stesso linguaggio. I corpi e gli spiriti non hanno scoperto una via comune in cui incontrarsi, perchè non è solo il corpo che fa tilt ma, forse, di più, è lo spirito che si ribella.

Nella mia lunga esperienza ho memoria chiara di tande e di ballerini che meritavano di essere lasciati lì in mezzo, quasi da subito. Personalmente, non mi ha mai irritato se il partner fosse meno bravo di come sperassi o decisamente all’inizio del suo percorso, ho sempre detestato quelli che si portano la verità in tasca e se qualcosa non funziona è ovviamente solo colpa dell’altro.

Il tango come performance a dimostrare chi è di più. Grave errore, perché si “è”, in quanto ballerini, se si “è insieme”, altrimenti non funziona.

Noi donne, nel ruolo di follower, siamo forgiate a cercare le chiavi di lettura del partner di ballo, quindi, credo, siamo naturalmente più predisposte a cercare una forma di adattamento. Il limite però va sempre posto e definito: mi adatto ma fino a quando non diventa una tortura, anzi prima lo diventi, decisamente prima.

Come correttamente afferma Mila nel suo scritto:

I don’t mind dancing with people who are beginners, or not at level I can enjoy fully. I’m fact I do it very often and can even enjoy it. Enough to have some sensitivity and respect from the other side. But my body has limits. When I am maneuvered pushed and led in way that breaks my comfort and doesn’t leave me an escape I have very strong protest inside and I just can’t stand it, despite of any dipolomatic skills or social consequences. Where are the limits of acceptance?”

Va tenuto conto della sensibilità e del rispetto che il ballerino deve mettere nel proporre i movimenti, nell’abbraccio che offre. Spesso accade che il corpo della donna diventi una sorta di fantoccio da spostare e usare a beneficio di passi, di pesudo coreografie onanistiche.

Se la ballerina abbandona i giochi, casca il mondo, lesa maestà, etichetta sociale della stronza.

Per lasciare ci vuole coraggio, fiducia in sè e nel limite che si è disposte a sopportare, ci si deve voler bene. Il modo in cui cui si mette fine all’esperienza, quello richiede, a mio personale giudizio, doti di educazione (sempre), gentilezza e signorilità.

Se una donna è lasciata prima della fine, probabilmente scatteranno le stesse pesanti emozioni che prova il lui abbandonato in pista.

Ma il punto non è questo, secondo me.

Quando l’alchimia non funziona la miglior soluzione è porre fine alla reciproca tortura, con la consapevolezza che non è messo in discussione il nostro valore in quanto persone. Avviene un confronto silenzioso e sicuramente doloroso che riguarda però esclusivamente le nostre capacità/competenze di ballerini/e.

Immagino che se fossimo capaci di gestire lo stop forzato in modo costruttivo, imparando ad analizzare ciò che non ha funzionato, i nostri limiti oggettivi, i nostri margini di perfezionamento, da una apparente “sconfitta” potremmo rialzarci con ossa più forti, motivati a studiare di più e a metterci in gioco con maggiore determinazione.

E’ che siamo diventati fragili. Il rifiuto grava sul nostro amor proprio come una colpa pesante, accendendo la presunzione come ombrello a proteggerci dalla delusione di non essere abbastanza.

Forse qualche ginocchio sbucciato, qualche cerottino sull’autostima, ci farebbe tornare a giocare/ballare più allegri di prima.

Pimpra

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Manco da questo schermo da parecchio, non che sia un male, per carità, ma non posso fare a meno di tornarci, di tanto in tanto.

La metà di novembre è oramai già alle porte, siamo dentro l’autunno profondo che porta con sè colori stupendi e i primi freddi. Tutto sta nel farselo piacere, come ogni mutamento, necessario, che la vita ci propone.

La normalità sembra nuovamente lontana, almeno a casa mia, Trieste, diventata vessillo di protesta e focolaio di numerosi contagi. Capoluogo spaccato a metà, diviso tra il pensiero illuminista di città della scienza e il moto libertario degli oppositori.

La frattura sta creando un maremoto di scontento e di aggressività a tutti i livelli, legami che si spezzano, coltelli che volano e parole taglienti che piovono da ogni dove.

A questa energia potenzialmente deflagrante, aggiungiamo un nuovo picco che la sanità locale sta vivendo a causa dell’impennata di contagi, specie a Trieste.

Da qualche giorno spira la bora. E’ arrivata finalmente e con lei quel cielo azzurro invernale saturo di una luce argentea. Faccio fatica a sentire il suo canto, a volte urlato altre sussurrato in gemiti lievi. Il malcontento delle persone copre la melodia frusciante delle foglie in caduta libera, difficile accorgersi degli uccelli che organizzano i loro nidi invernali.

Anche quest’autunno è fuori dalla normalità del prima. Non siamo riusciti a sconfiggere il virus burlone che ci illude di una vittoria e poi torna più fastidioso che mai.

Anche il tango ne risente, di nuovo. Oltreconfine un festival annunciato mesi addietro è stato revocato a causa della situazione molto pesante di contagi. La quarta ondata, dicono.

Come molti di voi, oramai non ascolto più, notizie nefaste entrano da un lato ed escono a velocità subsonica, dall’altro. Sono stanca dei dibattiti che tirano la copertina e ti lasciano scoperti i piedi o il busto, ognuno a lottare per l’idea che si è fatto della situazione.

Basta, non ne posso più.

Nel mentre questo film surreale mi scorre accanto, pedalo nel vento, respiro, sento male ai muscoli delle gambe, mi compiaccio del cuore che pulsa più veloce.

E continuo a godere della Vita, ad apprezzarne ogni piccola sfumatura, a svegliarmi sorridente al mattino. A fanculo il resto.

Pimpra

IMAGE CREDIT: DRAZEN NESIC

CHI BEN INIZIA

Ci pensavo in questi giorni facendo colazione, ascoltando Nicoletta Carbone (“Obiettivo salute”, radio 24, n.d.r.) promuovere stili di vita salutari, che tutto sommato faccio vita sana: mi sveglio presto al mattino, mangio in modo corretto, non bevo, non fumo e faccio movimento/sport.

A ben pensarci è la storia della mia intera esistenza, salvo qualche periodo di peccatucci alcolici dovuti vuoi alla giovane età, vuoi a periodi bui dell’esistenza, per fortuna totalmente risolti.

Lo sport mi accompagna dalla più tenera età, sicché mi ritrovo nel mio autunno biologico, tutto sommato, in discreta forma complessiva.

Ovviamente mai dire che “va tutto bene” perché in quell’esatto istante una tegola ti colpisce in testa, infatti così è stato, non essendo esente dalla tradizionale sfiga. La piccola disavventura mi ha costretta a modificare completamente le mie abitudini.

Ho iniziato a camminare come la più convinta ForrestPimpra. La cosa di per sé nemmeno male ma ingestibile nell’economia di una vita moderna carica di cose da fare. Ecco che, per la prima volta dopo l’infanzia, nella mia vita, è tornata prepotente la bicicletta.

Sto finendo di allestirla per rispondere alle mie esigenze, nel frattempo, assaporo l’esperienza.

Dopo pochissimi giorni di utilizzo, noto degli incredibili benefici, non tanto sul fisico tout court, quanto sull’umore.

Quei pochi minuti che, sulle due ruote, separano la mia abitazione dall’ufficio, mi regalano una sferzata di gaiezza e divertimento fanciulleschi che non provavo da tempo.

Una giovanile signora di mezza età che porta una bici fichissimamente tecnologica, cattura lo sguardo quasi come un paio di Louboutin tacco 12, non l’avrei mai detto, invece è così! A onore del vero, il negoziante dove ho acquistato la mia meravigliosa bici lo aveva pronosticato (in triestino) “Te vederà in quanti adesso te farà la tira! Non te poderà creder!” (Vedrai quanti [uomini] adesso ti corteggeranno! Non ci potrai credere!). Infatti, non ci potevo credere ma…

Ad ogni semaforo sento appiccicati gli sguardi degli scooteristi (maschi) che studiano il mio mezzo, la bici è davvero carina da matti, poi guardano me, strabuzzano gli occhi, mi guardano le gambe e, me ne sono accorta, pure il sedere. Questi sono “gli invidiosi”.

Poi c’è la categoria di quelli che definisco “anime ambientaliste” che, con lo sguardo, benedicono ogni ciclista perché é il solo a non inquinare l’aria con i suoi scarichi gassosi. Li vedo che mi guardano, mi seguono con lo sguardo e mi rivolgono un sorriso aperto e gentile che, puntualmente, ricambio.

Oggi, al semaforo, mentre mi faccio più piccola di quanto non sia già per non intralciare i mezzi a motore, un ragazzo in autobus, mi ha agganciato con lo sguardo, sorriso e salutato con la mano. E che faccio non gli rispondo? Ovvio che sì.

Queste piccole gentilezze, le occhiate benevole dei vecchiettini che mi sono grati quando li lascio passare sulle strisce perdonali, le occhiate di complicità con i ciclisti come me, e la cascata di endorfine che si attivano con il movimento, mi fanno arrivare in ufficio decisamente di buon umore.

Oggi la sfida è impegnativa: tira bora forte, in scooter so come si fa… speriamo che in bicicletta sia più o meno la stessa cosa e che nostra Signora Bora Nera non mi porti in trionfo… tié facciamo le corna!

Pimpra

L’AVVENTURA INIZIA CON LA PRIMA PEDALATA

La scorsa notte ho faticato a dormire, esagitata come una bambina all’idea di cambiare mezzo di trasporto, di tornare alla bicicletta, come negli anni più verdi.

Diventare una ciclista urbana mette la donna di fronte a una serie di difficoltà da superare, in primis, il necessaire tecnico fondamentale per affrontare ogni tipo di meteo. Con lo scooter è uguale: sempre con me il kit da pioggia, così lo chiamo io.

In bicicletta la faccenda si complica poiché non ci sono bauletti contenitivi della mercanzia necessaria, sicché, lo zaino è il contenitore da usare (fino a che non attrezzerò il mezzo con le sacche laterali).

Problema n. 2 e siamo ancora sul tecnico: porto gli occhiali da vista, con il casco da moto, nessun problema, la visiera protegge da tutte le avversità metereologiche, ma in bicicletta? Il caschetto ne è sprovvisto, quindi, quando sarò sotto il diluvio, due le possibilità: tolgo gli occhiali e vedo quel che vedo oppure uso le lenti a contatto che mi danno un gran fastidio e che non sopporto quando lavoro davanti al pc, quindi dovrei organizzarmi per un “togli e metti” in ufficio. Fattibile e, temo, necessario.

Quando soffierà brutale la bora, affronterò il problema gelo, ma non adesso.

Lo zaino dicevo, dentro il quale devono starci: il kit da pioggia, il pranzo, il kit vestiti palestra, e, ovviamente la borsetta. Il solo elenco di questi oggetti richiede una capacità di non so quanti litri, cosa peraltro impossibile, considerato che mi devo muovere agile e lesta nel traffico cittadino.

La borsetta, dicevo, io che mi muovo portandomi dietro financo i mattoni di casa, ho dovuto micronizzare lei e il suo contenuto. Non lo credevo ma pure questo è stato possibile.

L’esperienza mi sta mettendo di fronte a una serie di sfide che, al momento, trovo più stimolanti che fastidiose, ma oggi è il mio giorno zero e, sebbene “bagnato”, mi sembra comunque molto fortunato!

Pimpra

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