IO SONO TEAM #PFITZER

Il mio V.Day è stato martedì. Ci sono arrivata con la mia cara amica, unite, ad affrontare una vaccinazione che, se non ci avessero costruito sopra un incredibile battage mediatico “contro”, sarebbe stato un (non) evento nella nostra vita, come un qualsiasi esame medico di routine.

Siamo arrivate al nostro centro vaccinale, in anticipo, nessuno in coda. Selfie scaramantico d’ordinanza prima di mettere piede dentro l’hub sorridiamo “Finché siamo vive”.

Organizzazione impeccabile, meccanismo oramai oliato da mesi di vaccini già inoculati.

Le scartoffie passano il primo controllo e pure al banchetto dove scopriremo quale tipologia di vaccino riceveremo: tutto ok.

Io sto nella squadra Pfizer (quindi vaccino su base RNA), la mia amica team Janssen (vaccino a vettore virale non replicante).

Siamo su due distinte file e, mentre aspettiamo il nostro turno, mi sento parte di una cosa grandiosa, epocale.

“Ti rendi conto che stiamo vivendo un momento straordinario della storia dell’umanità? Una vaccinazione di massa a livello planetario, ha dell’incredibile”, la mia amica replica con un pragmaticissimo “Ne avrei fatto volentieri a meno”, e come non darle ragione.

Vengo indirizzata al mio gabbiottino, dove un giovanissimo medico (credo) e un’altrettanto giovane infermiera o medico, mi intrattengono con battute ironiche “Vedrà come prederà bene il 5 G una volta a casa”, ridiamo e manco mi accorgo che la punturina era già fatta. Mi complimento per la mano piumata e procedo nella sala di decompressione, quella in cui, trascorsi 15′ e sei ancora vivo, puoi tornare a casa tranquillo.

Sentendomi bene, volevo uscire dopo i primi 5′ ma, la mia amica “Nonsisamai”, ha preferito attenersi scrupolosamente alla regola.

Una volta fuori, abbiamo festeggiato il salto del fosso, godendoci un aperitivo all’aperto.

Alla sera, un sacco di amici a chiedere come stavamo, se tutto era ok e, per nostra fortuna, tutto è andato nel migliore dei modi.

Il mio secondo appuntamento per concludere la profilassi, di qui a fine mese, dopodiché un foglio mi permetterà di andarmene tranquilla in giro per il mondo.

Come molti, ho avuto infinite perplessità, mi sono molto spaventata alle notizie dei media di persone che morivano dopo il vaccino, anche su di me il tam tam mediatico per un certo periodo ha fatto presa sulle emozioni.

Poi, mi sono detta: io credo nella scienza e, messi sulla bilancia i costi/benefici, ho ritenuto che i secondi fossero di gran lunga superiori.

Il rischio c’è, per ogni cosa. Ho scelto di rischiare per godermi una libertà di movimento alla quale non sono più disposta a rinunciare. Vaccinarsi per creare quella copertura di immunità di gregge è anche un dovere civico e, francamente, non mi sembra corretto aver messo “a rischio” gli anziani (vaccinati per primi) e poi tirarmi indietro proprio io.

Penso che a ciclo di vaccino concluso, potrò ribaciare e abbracciare mia mamma senza particolari patemi d’animo, così come godermi il mondo in tutta la sua meraviglia.

Agli indecisi dico: trovate la vostra personale motivazione per farla questa punturina e andate avanti convinti.

Pimpra

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LA SUPER EMPATIA

C’era un tempo in cui una persona a me vicina mi definiva “La signora Alberti” appellativo conquistato sul campo a forza di “consulenze del cuore” offerte a piene mani ad amici e conoscenti.

E’ così da quando sono poco più di una bimbetta che alcune persone, mosse da non so quale ragione, mi venissero vicino a chiedere consigli.

E’ molto facile, per me, mettermi nei loro panni, ascoltarli, ragionare insieme sulla situazione e darne la mia personale interpretazione. Giusta o sbagliata che sia, ha sortito sempre un positivo effetto sulla persona perché, almeno, si sente ascoltata.

La mia passione per l’animo umano doveva – probabilmente- diventare la mia professione, ma altre strade hanno preso il sopravvento, e tant’è.

Ciò detto, ho riscontrato incredibili e profonde ferite esistenziali, in quella categoria di persone che possiedono un dono preziosissimo: la super empatia.

Da Treccani

Empatia

In psicologia per empatia (termine derivato dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung), si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Il termine viene anche usato per indicare quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Voi capite che questa capacità di comprendere va assolutamente gestita, poiché, trattandosi di un’energia psichica potentissima, come una macchina sportiva, bisogna saperla guidare.

Uno dei rischi più grandi che corre l’empatico (per non parlare del super empatico, colu* che è così sensibile e in connessione da anticipare desideri, sensazioni dell’altra persona), è di perdere completamente la capacità di percepire/analizzare i dati oggettivi, i comportamenti reali, la situazione che condivide con l’altro.

Di solito sono queste persone così dotate che si mettono a completa disposizione, ascolto, supporto, sostegno… dell’altro perdendo completamente di vista se stessi, i loro desideri, la loro vita, divenendo, molto spesso, bersaglio prediletto di coloro che- assolutamente privi di empatia, ne fanno fonte primaria di approvvigionamento, in tutti i sensi che vi vengono in mente.

L’empatico, diciamocelo, se non è ben strutturato, è il primo dei fragili, di quelli che vengono manipolati e manco se ne accorgono, tanto il loro cuore è buono e pure fesso diciamocelo.

Di contro, bisogna dire che l’empatia non si insegna, è la capacità di entrare in vibrazione con altri esseri viventi, animali, piante, in modo così forte da riuscire a creare relazioni, legami.

Faccio parte pure io della squadra dei super empatici.

Fino ad ora, lo ammetto senza reticenze, ho avuto molti riscontri “di cuore” che mi hanno regalato un profondo senso di gioia, ma, molte più ferite e dolori inferti da quelle persone che l’empatia non sanno manco come si scrive.

La cura l’ho trovata, e mi ricollego a quanto ho scritto poco sopra: l’empatia è una macchina da corsa, potentissima, bisogna saperla guidare o ci si schianta.

Come si impara? Innanzitutto convergendo quelle potentissime antenne vibrazionali all’interno di noi stessi, non verso il mondo, come sempre facciamo, andando a scoprire chi realmente siamo, cosa nascondiamo, quali sono le NOSTRE ferite che non ci diamo mai il tempo di curare.

Fatta la connessione tra l’io e il me, bisogna STUDIARE, approfondire, andare alla ricerca di quel senso profondo di cui percepiamo la nota sonora ma facciamo fatica a cogliere l’intera melodia.

Quando l’orchestra che siamo comincerà a suonare e noi ad ascoltarla, sarà il giorno in cui la nostra empatia, non solo aiuterà chi ci verrà vicino, ma non permetterà a nessun* di usarla contro di noi.

Pimpra

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IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

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VADO A RIPRENDERMI LA GIAGUARA

Ricordo perfettamente la prima milonga a cui partecipai tantissimi anni or sono, la luce tenue della sala, illuminata, ai miei occhi, esclusivamente dallo scintillio dei tacchi a spillo delle ballerine.

Fu colpo di fulmine, amore a prima vista, estasi totale.

I piedi delle tangueras disegnavano merletti sul pavimento della sala, inondando i miei occhi di grazia e sensualità.

Immediata dentro di me la spinta a diventare anche io portatrice di quella leggiadria felina capace di raccontare, senza parole, quale donna fossi. La donna che ho scoperto per la prima volta indossando proprio quelle scarpe a stiletto con cui danzare.

Il tango non parte dai piedi, non basta scimmiottare grazia e adornos con le estremità, è un movimento che trova la sua radice al “piso” da cui prende energia e la convoglia nel corpo verso l’alto e poi torna alla terra. Una simbiosi armoniosa che produce linee e movimenti fluidi.

Per una ballerina, di qualsiasi danza, lo stop del corpo è il primo dramma esistenziale: viene meno la confidenza, la sensibilità, l’equilibrio… come il collasso di una struttura lungamente costruita, solidificata, lavorata, resa flessuosa.

Una danzatrice non si deve fermare mai, come un musicista.

La pandemia, su di me, ha avuto un effetto devastante, nel senso che ha congelato, in tutto e per tutto, il mio essere: “ho smesso di …” allenarmi, ballare, fare sport, essere donna, sentire la vita scorrermi sulla pelle.

Congelata. Mai provato una simile sensazione in tutta la mia vita.

La primavera arriva, sempre, e la notte cede il passo al giorno nascente ed eccomi qui, ammaccata, con lo sguardo ingrigito ma finalmente pronta a VIVERE come piace a me, con il sangue che scorre caldo nelle vene e lo sguardo che punta all’orizzonte.

Ed è tornato anche l’amore più grande, gatti a parte, quel tango che avevo congelato dentro l’iceberg insieme a me.

Adesso è tempo di lavorare sulla tecnica, sul corpo che deve ritrovare il suo assetto, la sensibilità, il piacere del movimento di cui ha contezza, l’equilibrio leggiadro sui tacchi.

E poi c’è lei, una persona speciale, una Maestra che a lezione dona tutta la sua passione, senza tenere nulla per sé, la “Giaguara assoluta”, colei che basta guardarla camminare e pensi “La voglio anche io la sua stessa falcata, quel tocco felino al pavimento, quell’eleganza di gatta e di Jaguar insieme”.

Il tango è tornato, la donna si sta risvegliando e, con i giusti appoggi (grazie Maestra!), indossare quotidianamente i tacchi torna ad essere un piacere.

Questo post è dedicato ad E., già la immagino schernirsi dall’imbarazzo.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Marco Piemonte

Tango Shoes: modello Pigalle di Regina Tango Shoes

NUOVI DILEMMI.

Più di un anno senza mettere piede in milonga.

Ascoltare i brani degli amati compositori mi procura una lacerante ferita di emozioni che non riesco a reggerne l’urto.

Non indosso gli amati sandali, espressione prima di ogni giaguara sulla pista, da troppo tempo oramai.

Ieri però, ricevo il primo invito ufficiale a una milonga all’aperto, una milonga che amo moltissimo, organizzata da persone che stimo.

Le regole imposte sono, ovviamente, restrittive: si balla all’aperto e solo con il proprio partner.

Una scossa mi ha attraversato la schiena, come a rimettermi in vita, l’emozione di aver tanto atteso e finalmente potere. Poi, subito, il congelamento.

Io non sono vaccinata. E non lo sarò per lungo tempo. E non ho un partner con cui fare coppia.

L’adrenalina che mi ha scosso per un istante, si è immediatamente dissolta nella pura razionalità: io, non posso ancora.

Se fossi vaccinata avrei goduto della notizia, ma così, francamente, mi ha fatto più male che bene.

Da un lato mi sento “sfortunata” a non poter godere di quella “immunità” che aprirebbe le porte a una vita sociale più degna di essere vissuta, dall’altro lato, questo lungo anno di privazioni mi ha insegnato l’arte della pazienza.

Psicologicamente la prima milonga in cui mi recherò avrà lo stesso portato emotivo della prima volta in cui ho fatto sesso in vita mia. Un misto di emozioni incredibili, dalla curiosità alla paura, con tutte le sfumature delle aspettative.

COME SARA’?

QUANDO SARA’?

CON CHI SARA’?

Me lo chiedo spesso, non senza provare quel misto di desiderio e preoccupazione.

Pimpra

RIPROGRAMMARSI

Mi ero illusa, come molti, che prima o poi, nel giro di qualche mese, saremmo tronati alla nostra vita di sempre. Magari con qualche restrizione e taluni limiti ma nel complesso alla nostra VITA.

Cambia il governo ma non cambia la musica perché la pandemia, burlandosi dell’uomo, modifica le sembianze e ci costringe – ancora – ad assoggettarci alle sue volontà.

Speravo, se non di riprendere a ballare l’amatissimo tango, almeno di frequentare la palestra. Per me il tempio del mio equilibrio mentale, luogo di sfogo e scarico di tutti gli scarti metabolici del corpo e – soprattutto?- della mente.

Niente da fare. Non si vede ancora la luce.

Onore e merito a tutte le strutture che si sono organizzate per fornire ai soci servizi usufruibili da casa, in mancanz adi meglio. Vi dico bravi e vi stimo tantissimo per la resilienza, ma con me – purtroppo – non funziona.

Io ho bisogno di uno spazio grande, dedicato con millemila attrezzi e pesi e macchinari di tutti i tipi. E’ un mio clamoroso limite e ne sono ben consapevole, ma tant’è.

Siccome sono altresì ben conscia che i veri problemi della vita sono altri, non di certo il mio giro fianchi aumentato, ho deciso che qui bisogna iniziare a … riprogrammarci!

Con la primavera alle porte, la luce del giorno che accarezza ogni giorno un minuto prima le nostre finestre, posso darmi una mossa e fare una corsetta morbida, finalizzata al risveglio muscolare, all’ossigenazione di mente e tessuti, prima di andare al lavoro. Trenta minuti dedicati, dalle 7 alle 7.30 del mattino, doccia e via in ufficio, magari a piedi. Alla sera, con minor senso di colpa se mi viene la stanchezza o la pigrizia, gli esercizi ginnici mirati.

Più facile da scrivere che da fare, ma credo che sia la sola possibilità che ci rimane per fronteggiare i paletti di NO che siamo costretti a vivere.

Che fatica. Che frustrazione.

Ripenso alla terribile primavera dello scorso anno, alle meravigliose giornate che abbiamo vissuto chiusi in casa, godendo dei colori e dei profumi da dietro le finestre.

In ottica positiva, almeno quest’anno, saremo fuori, di certo mascherati e distanti ma, almeno, liberi.

Io parto da qui, riprogrammo le attività fisiche. E voi, come la state gestendo, come vi sentite?

Il mio abbraccio virtuale e forza cerchiamo di resistere!

Pimpra

COME STIAMO VIVENDO IL CAMBIAMENTO

Oramai ci siamo, stiamo per compiere il primo (e speriamo pure l’ultimo) giro di boa di un cambiamento epocale che ha colpito tutti noi, senza esclusione. Un anno fa, nel nostro mondo pulsante di modernità, si è diffuso un virus che ha completamente modificato le nostre abitudini, sparigliando le carte della socialità, della vita professionale, fin dentro la profondità delle nostre anime.

Cambiamento, come cita la Treccani , può investire gli ambiti più diversi:

cambiaménto s. m. [der. di cambiare]. – 1. Il cambiare, il cambiarsi: c. di casa, di stagione, di temperatura; fare un c., un gran c., spec. nelle abitudini, nel carattere e sim.; c. di stato d’aggregazione della materia; c. di stato civile, ecc.; c. di scena, nelle rappresentazioni teatrali e sim. (spesso in senso fig., mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose); c. di indirizzo politico; c. di mano, nella circolazione stradale, lo spostarsi di veicoli o persone da un lato all’altro della via (è anche nome, in equitazione, di una figura di alta scuola). In sociologia, c. sociali e culturali, quelli che determinano trasformazioni nella struttura sociale e culturale di un gruppo. 2. Nella scherma, azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa

e possiamo tranquillamente affermare che la disgraziata pandemia non ci abbia risparmiato nulla.

Ciò che mi interessa indagare è come abbiamo affrontato questa onda anomala che ci ha travolto, quali segni ha lasciato su noi stessi come individui e come comunità.

Dopo il primo periodo di choc mi sembra che, in generale, ci siamo adattati alla nuova realtà mutata delle nostre vite. Di certo nessuno di noi l’ha fatto senza opporre una qualche resistenza interiore, chi più chi meno, ma in massima parte, abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco imparando a convivere con questo nuovo modo di stare al mondo.

Penso ai bambini nati all’inizio del 2020 a come gli risulti naturale vedere gli adulti mascherati, stare distanziati, evitare – se possibile- di toccarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Personalmente ho vissuto un momento di indagine profonda dentro di me, cercando di leggere meglio la mia vita fino a quel momento, mi sono depressa, sono andata giù giù giù in un crinale scivoloso che mi ha portato in acque scure e profonde, a tratti anche molto spaventose. Ad un dato attimo, dolcemente, è ripresa la salita, motivata da una scelta precisa: non lasciarmi andare passivamente.

Oggi, finalmente, trovo il sole dietro le nuvole e in una giornata di pioggia: i miei occhi sanno riconoscere quella luce.

Camminando per strada mi accorgo di come siamo diversi, così mascherati, di come ci perdiamo le espressioni, i micromovimenti del volto che tanto ci raccontano su chi abbiamo di fronte. Evitiamo di sfiorare anche le persone che amiamo di più, penso ai nostri genitori, per timore di poterli contagiare che non si sa mai.

Le attività che davamo per scontate come fare sport, frequentare luoghi di cultura, cinema, teatri, mostre, viaggiare, ballare, banalmente andare a cena alla sera, ci sono preclusi. Ancora non si può e non si sa per quanto sarà così. Le nostre serate scadono alle 22.00, ogni giorno.

Tutto questo, come ci ha cambiati?

Ne parlavo con la mia più cara amica che a forza di lavorare a casa, oramai è spaventata dalle persone, associa la gente per strada (e non parlo di un assembramento vero e proprio) ad un potenziale pericolo. In molti sono caduti in questa rete di paura, tanti altri, al contrario, sfidano le norme con comportamenti decisamente inappropriati per il periodo.

Voi, dove siete? Come vi sentite?

Da un giorno all’altro è come se l’intera umanità fosse piombata dentro una guerra silenziosa e letale, senza preavviso alcuno, senza proclami, senza la possibilità di prepararsi, almeno psicologicamente.

E’ passato il primo anno di pandemia.

Siamo ancora qui.

Speriamo di intravvedere i primi fotoni di luce alla fine del tunnel, nel frattempo credo che la strategia migliore sia adattarsi, assecondando le raffiche che quasi ogni giorno, provano a buttarci a terra.

Pimpra

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TANGO E PANDEMIA. Una ricorrenza che non avremmo voluto celebrare

Tempus fugit. Meno male, dico a me stessa, mentre constato che sono circa 365 giorni che non frequento più una milonga, per non parlare di una maratona, festival o weekend “tango esclusivo”.

Nella mia carriera di tanguera, non ho mai superato le due settimane di inattività, se e quando accadeva, il motivo era sempre e solo uno: l’infortunio.

365 giorni sono una piccola vita. Un bimbo che inizia a muovere i primi passi nel mondo, a gorgheggiare le prime parole.

Un anno di stop per me e per moltissimi appassionati rappresenta un sacrificio enorme, di certo impossibile da paragonare rispetto a coloro – e ne conosco un’infinità -che nel tango esercitavano la professione, si guadagnavano da vivere, mantenevano la famiglia.

Per questa gloriosa comunità spero che la luce in fondo al tunnel non tardi ad arrivare, anche se, fatico ancora a credere la fine della pandemia sia vicina. Possiamo solo aspettare.

Nel frattempo spesso mi chiedo come sarà quella prima volta in cui rimetterò piede su una pista da ballo. E’ un sogno che faccio spesso, ripercorrendo con la mente i luoghi che mi sono più cari. L’immaginazione mi sta giocando uno scherzo crudele poichè li presenta alla memoria sempre vuoti.

Torna dinnanzi allo sguardo il salone a vetrate della Tosca, percepisco la musica e i ballerini in ronda con il musicalizador al centro, degno deus ex machina, burattinaio delle danze e del divertimento. Ho negli occhi i colori degli abiti delle donne, sgargianti, seducenti, espressione unica di una femminilità conquistata e vissuta con allegria e consapevolezza. E gli sguardi, quanto mi mancano quegli sguardi che, magnetici, si agganciavano nell’etere per poi convergere in un abbraccio denso di promesse e di misteri che la tanda avrebbe raccontato.

Ho ballato per tre lustri senza mai fermarmi, con ardore, mossa da una passione che bruciava e mi spingeva a continuare, a cercare, a scandagliarmi, in ogni abbraccio che ho dato e che ho ricevuto.

Oggi è come essere rimasta orfana di una parte importantissima di me, di quel lato prezioso e intimo, ma anche estroverso e solare, la sensibilità del corpo e dei sentimenti come rarefatta e in attesa.

Mi chiedo spesso se avrò paura di avvicinarmi all’altro, di appoggiare con fiducia il mio corpo al suo, di abbracciarlo come se tra di noi non ci fosse ostacolo alcuno, perfetta simbiosi di due essenze in una sola, come nell’amore.

Sono molto stanca di avere paura, perché amo profondamente la mia comunità tanguera, nelle sue infinite sfumature e provenienze.

Ma mi chiedo come sarà, come sarò e non trovo la risposta.

Il salone delle feste del giardino d’inverno di Villa Castelletti è ancora chiuso, le luci spente, la musica silenziosa, il parquet perfettamente lucido. Solo la goccia di una lacrima cade a terra, è la mia.

Ma torneremo, ne sono certa.

Pimpra

SIX.Q L’INTERVISTA DOPPIA. MICHELE GAMBA E SILVIA GIANARDI

Chi mi segue da tempo sa che accanto alla giaguara tanguera dentro di me vive anche una scalcinata “ForrestPimpra”.

Scalcinata perché, da quando iniziai a correre a 30 anni suonati, non è passato giorno in cui il mio corpo non mi presentasse il conto di mille e uno dolori/doloretti come a volermi convincere di smettere. Ho combattuto per 10 anni prima di essere costretta ad appendere quelle scarpette al chiodo, ma, dentro di me, ForrestPimpra è sempre viva e vegeta e, di tanto in tanto, con molta dolcezza e tranquillità, si concede ancora di correre o, almeno, di camminare veloce.

Ho sempre ammirato gli atleti, quelli veri, di tutti gli sport. Appena mi è stato possibile, ho colto l’occasione per proporre la SIX.Q a un runner professionista e alla sua compagna.

In tempi di COVID, di forzata chiusura di impianti sportivi e di palestre, tempi in cui si lavora in smart working, si passa tanto tempo senza fare attività fisica, è quindi bene trovare una motivazione per indossare le scarpette e … mettersi a correre.

Il resto verrà da solo.

Godetevi quindi l’intervista a Michele Gamba e Silvia Gianardi che ringrazio di aver partecipato.

***

1. Condividere la stessa passione sportiva aiuta la coppia? Se sì in quale modo?

M. Sicuramente condividere la stessa passione sportiva unisce ancora di più una coppia e soprattutto se lo sport in questione è la corsa, perché non è solo un’attività per mantenersi in forma, ma un vero e proprio stile di vita che si ripercuote sulle tue abitudini e sulla tua quotidianità.

S. Avere la stessa passione per la corsa, almeno per noi, è un fattore molto importante.

Condividere la stessa mentalità da “runner” ti porta inconsapevolmente a fare scelte comuni come svegliarsi all’alba per fare km e rinunciare quindi a serate con gli amici o scegliere mete per le vacanze in cui si possa correre… Per noi questo è un collante perché è condividere il nostro tempo libero facendo quello che più ci appaga e insieme.

2. Michele nella corsa ha trovato la sua professione, mentre la Silvia una grande passione. Correre, ha aggiunto qualcosa alla vostra vita di coppia, qualcosa vi ha tolto?

M. Noi ci siamo conosciuti correndo quindi direi che la corsa ci ha uniti e continua a farlo grazie anche all’impegno che entrambi dedichiamo alla nostra società A.S.D. Promorun e alle manifestazioni che organizziamo. 

S. Come “coppia di sportivi” ci ha unito e ci rende ogni giorno più complici, come “coppia che organizza eventi” spesso invece è stata causa di confronti animati  (d’altronde siamo due pignoli, testardi e perfezionisti 🙂 ) e ci ha tolto molto del poco tempo libero che abbiamo.

3. A una coppia che non ha mai praticato sport suggerireste di avvicinare il mondo del running e di farlo insieme? Quale è l’approccio che proporreste?

M. Assolutamente si, purché sia un desiderio di entrambi.

Il suggerimento che posso dare è quello di non avere fretta e di non fare il passo più lungo della gamba. È fondamentalmente all’inizio seguire un programma che ti aiuti a crescere e che allenamento dopo allenamento ti faccia vedere dei miglioramenti e ti invogli a continuare a correre.

S. Sono d’accordo con Michele correre è uno sport faticoso, ma faticare in due è sicuramente più confortante e soprattutto all’inizio ti aiuta a non arrenderti e a rispettare le tue sessioni di allenamento.

4. Quali sono i benefici fisici/mentali che ricavate correndo? E quando vi allenate insieme?

M. I benefici fisici e mentali della corsa se ti alleni con regolarità si notano subito. Oltre alla perdita di peso e alla tonificazione, che sono i motivi principali per cui i neofiti si avvicinano a questo sport, la corsa ti aiuta a essere più energico e ad affrontare meglio la giornata.

Generalmente corro con Silvia quando deve fare degli allenamenti specifici e impegnativi in previsione di una maratona. Grazie alla mia esperienza come atleta professionista, riesco a guidarla nei momenti di sforzo più intensi con equilibrio  aiutandola a portare a termine il programma nel modo più efficiente possibile. 

S. I benefici mentali per me superano quelli fisici. La corsa mi aiuta ad affrontare le giornate con il sorriso e a combattere lo stress.. merito delle endorfine, provare per credere!!

Noi ci alleniamo a volte insieme, a volte in gruppo, ma anche soli. Non abbiamo una regola fissa, non dobbiamo per forza fare sempre tutto insieme. Spesso abbiamo voglia di correre soli, magari ascoltando un po’ di musica, al nostro ritmo e preservando i nostri spazi. 

5. Quale è stata la scintilla o il caso o la motivazione che un bel giorno vi ha fatto venire voglia di macinare km?

M. S. Per entrambi la risposta è una e una soltanto: LA MARATONA.

Avremmo comunque corso km e km per il piacere e le sensazioni che ti dà la corsa, ma un obiettivo importante come quello di correre una maratona non si raggiunge senza avere tantissimi km sulle gambe.

6. Fate un appello a chi ci legge: perché smettere lo “sport del divano”, alzarsi, indossare le scarpette e via come Forrest Gump

M. Per sentirsi meglio, per stare meglio con se stessi perché correre ti connette con la  parte più profonda di te e con la natura e i posti che vedi e scopri correndo.

S. Aggiungerei per scoprire quanto sei forte e determinato, per dimostrare a te stesso che se vuoi raggiungere un obiettivo, con tanta fatica e impegno, ce la puoi fare. 

***

Se vi è venuta voglia di provare ecco i riferimenti di contatto:

ASD Promorun Trieste

info@promorun.it 

ASD PROMORUN TRIESTE   Via Coroneo 17 – 34133 Trieste 

E BORA FU

foto dal web

L’aspettavo. Senza nemmeno rendermene conto. Una chiamata dal profondo, la mia personale nota d’inverno.

Trieste senza bora perde uno dei suoi colori più brillanti, i triestini la amano di un sentimento ondivago, a tratti scolpito da un profondo fastidio, per dimenticarsene poco dopo.

Mancano una manciata di giorni alla fine di questo anno orribile e ci stiamo chiedendo come ci destreggeremo tra i mille ostacoli dei DPCM che, come caselle del calendario dell’avvento, tracceranno la strada verso le festività.

Personalmente non ne faccio un problema, non fosse il fatto che gli spostamenti sono vietati e non sarà possibile ripetere il natale al sud dell’anno passato, uno dei più belli di questi ultimi anni.

L’importante è scollinare il 2020, credo sia il sentimento di tutti, in un modo o nell’altro, ritrovarsi nell’anno nuovo per ricominciare a sperare di avere una vita, se non proprio uguale a prima, almeno molto somigliante.

Credo che il 2020 sarà immediatamente rimosso dalla mia memoria, non c’è una cosa che voglio ricordare, non una.

Non amo guardare indietro, perciò mi sto preparando ad immaginare lo scenario migliore, quello più bello per l’anno a venire. Lo voglio positivo, risolutivo, pieno di carica vitale, radioso, brillante. Lo voglio immaginare così, senza soffermarmi sul dolore, sui problemi, su tutto quello che non va.

Finalmente bora fu.

È lei che ripulisce i miei pensieri, elimina la negatività, mi fa tornare la gioiosa bambina che amava stare all’aperto a sfidare le raffiche.

Aspetto la spruzzatina di neve per chiudere il cerchio in bellezza.

Pimpra

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