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VORREI VIVERE A LUNGO

Vorrei vivere a lungo.

Non perché mi interessi vedere il mio corpo disfarsi sotto le picconate del tempo, vorrei vivere a lungo per dare un senso al viaggio.

In Giappone, questo senso, lo chiamano Ikigai, il senso della vita, quel fuoco sacro che brucia dentro di noi facendoci attraversare tempeste pur di realizzare il fine per il quale sentiamo di esistere.

Vorrei vivere a lungo perché il mio Ikigai si è nascosto sotto il tappeto. Ma io non ho nemmeno un tappeto perciò provo un discreto imbarazzo quando pongo a me stessa la domanda “Pimpra ma il tuo scopo quale è?”

I giapponesi sono un popolo gentile e saggio, perciò ti offrono la soluzione a questo tuo problema esistenziale dicendoti “Il tuo ikigai è TROVARE il tuo ikigai” che, a pensarci bene, è una proposta assolutamente intelligente.

I creativi e gli artigiani e tutti coloro che sentono di avere una forte motivazione a percorrere una strada, a realizzare un progetto, hanno la mia profonda stima. E pure la mia (sana) invidia.

E provo a ricordare se per un istante una specie di senso da realizzare lo avessi avuto pure io. Cerco nel tempo passato, cerco nella mia infanzia e scopro alcune interessanti cose.

Volevo andare alle olimpiadi per salire sul podio e sentire il mio inno nazionale indossando la medaglia più preziosa. Poi ci ripenso e mi accorgo che quello era il sogno di mio padre. Io volevo fare la ballerina classica e lui mi ha buttato in piscina.

Cresco e capisco che il mio paese d’elezione, quello in cui avrei voluto vivere era la Francia ma mi manca il coraggio di fare il salto, e mi faccio convincere che partecipare ai concorsi pubblici sarebbe stata la panacea lavorativa, così faccio, li vinco pure e sottoscrivo con il sangue la mia condanna a morte cerebrale.

Non faccio figli, ma forse meglio così. Ah sì, da oggi sono ufficialmente divorziata. Ecco meglio non averli fatti.

Nel frattempo invecchio, di brutto. Ma la mia testa, incredula, pensa sempre di aggirarsi tra i 20 e i 30 anni di età.

I miei anni si vedono tutti, da qualunque parte li osservi.

E questo dannato ikigai ancora non si palesa, ancora non lo so leggere, ancora non so dove si sia nascosto.

Però i giapponesi mi dicono di mantenere il sorriso, di accettare il cambiamento, di diventare “antifragile” che vuol dire che le avversità mi rendono più forte, insomma resilienza come se non ci fosse un domani.

E ci provo, e trovo il sorriso dell’accettazione quando, al lavoro, i miei superiori mi affidano compiti equiparabili a “Scava la fossa, riempi la fossa”, e io porto a termine con precisione e accuratezza quanto richiesto, senza perdere la testa, senza diventare una furia umana, senza entrare nel tunnel della frustrazione più nera.

Sii un’artigiana, una takum, cura il dettaglio e trasforma ciò che puoi in qualcosa dalla sofisticata semplicità. Il concetto mi pare molto bello e mi permette di entrare nel flusso che mi connette con il senso, con quel viaggio di cui, alla nascita, ho staccato il biglietto, ma di cui ancora non conosco la destinazione…

Ecco, vorrei vivere a lungo per scoprirlo.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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VOLA BASSO

L’amico e grande tanguero Bobo, ieri ha pubblicato una personale riflessione sul tango che riporto integralmente qui e che mi ha fatto tanto pensare:

VOLA BASSO, e vedi di ballare meglio!

All’ultimo festival di tango, forse il più famoso in Europa, sicuramente tra i più importanti, non ho ballato con chi avrei desiderato, specie con ballerine davvero bravissime che conosco anche personalmente, professioniste o meno, argentine italiane o di qualsiasi altro paese: un dramma, o quasi.

Pensiero ricorrente, sia maschile che femminile:

ballano tra di loro, se non sei nella cerchia eletta non ti cagano, sono snob, fino a qualche anno fa ti chiedevano loro di ballare, oggi che sono in tour quasi non ti salutano ed hanno l’ansia di guardarti, sia mai tu fraintenda che vogliano ballare con te.

Ecco, in questo festival a me è successa sta cosa e devo dire che ci ho pensato e pensato, ed alla fine sono giunto alla conclusione che segue:

caro bobo, vuoi ballare con quelle brave? Quelle bravissime? Bene, studia di più, forse ci ballerai, forse.

Vola basso e balla meglio!

Da domani intensifico il mio studio del tango, forse mi sono accontentato un po’ troppo di me stesso, avallando una considerazione più alta del mio tango effettivo, che forse è un po’ noioso o certamente di livello inferiore a quello che ho visto ballare dai ballerini con cui le mie desiderate ballerine stavano ballando, che ballavano in maniera incredibile.

SOTTOLINEO: non è solo tecnica e livello, ma condivisione di un tango che forse è diverso dal nostro!

NON BALLANO TRA LORO, è che condividono un tango diverso da quello che puoi offrire tu.

E poi oh, la verità è che magari a quel Tango tu non ci arriverai mai, il che non ti deve far smettere di criticare te stesso e provare a migliorare.

Ora cerchiamo uno stage adeguato 🙂

e W il tango.

P.S.

Le ballerine con cui ho ballato SONO BRAVISSIME! E pure professioniste, ecco…. non vorrei essere frainteso da loro; infatti non è solo una riflessione sul livello di tango e di tecnica, spero si sia inteso, ma di condivisione di certo tango.

VOLA BASSO E STUDIA DI PIU’.

In senso assoluto, condivido il postulato al 1000% e lo estendo a più settori della vita. Cercare di perfezionarsi ed avere contezza che ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Accettarlo e continuare a lavorarci su. Tutto positivo, costruttivo, molto formativo.

Ma non è questo il fulcro: dopo anni e anni passati a calcare le piste, qualcosa nell’animo del tanguer@ si modifica.

Da una parte ci sono coloro che si sentono arrivati, quelli che sono persuasi di avere conquistato la vetta e di rimanerci issati che di meglio non si può fare.

Dall’altra parte ci sono coloro che continuano a studiare e mantengono una sorta di “basso profilo”, perché la consapevolezza intellettualmente onesta racconta che nella danza e nella vita non si arriva mai. E fanno pace con questa idea.

Sono assolutamente convinta che noi i “non argentini” e dico TUTTI, abbiamo storpiato il significato originario del tango: il piacere, il divertimento, un momento da dedicare a noi stessi e da condividere con l’altro.

Noialtri, i non nativi, abbiamo portato dentro l’abbraccio le nostre frustrazioni.

Fatico a comprendere perché un tanguero di indiscusso talento si senta a disagio verso un modo di leggere, interpretare il tango che è diverso dal suo “(cit.) condivisione di un tango che forse è diverso dal nostro! “.

Se accettiamo il fatto che si possa associare a un linguaggio, la bellezza sta nella differenza, perché funziona da stimolo, ci si può avvicinare e comunicare a gesti, oppure non ci si guarda neppure perché troppo simbolicamente “distanti”. Non è sempre possibile entrare in relazione con tutti, anche se siamo innegabilmente bravi e talentuosi.

Non possiamo pretendere di “abbeverarci con la vita tanguera” di un’altra persona. Il percorso di ognuno di noi è quanto di più soggettivo, unico, assoluto, possa esistere.

Parlo di frustrazione perché stiamo troppo spesso perdendo di vista il puro divertimento, quello leggero, soave.

Forse per le ballerine donne è più facile da comprendere poiché il gioco del tango prevede l’attesa, il rifiuto, o, meglio, l’impossibilità di esercitare una persuasione con lo sguardo. La situazione ci è nota e così impariamo da subito a convivere e a sopportare la frustrazione.

Le donne che non ce la fanno, dopo un po’ abbandonano. Le altre imparano, milonga dopo milonga, a divertirsi sempre di più.

A chi non piacerebbe essere l’interesse tanguero indiscusso, l’idolo della pista quello con il quale tutti/e vogliono ballare, quello che quel tango è solo suo? Certo tali fenomeni esistono ma, attenzione, durano lo spazio della loro generazione. Ne ho visti tantissimi passarmi sotto agli occhi, sbocciare, fiorire e spegnersi, come essiccati dalla loro stessa fama.

A conclusione di questo infinito pippolotto, sento di dire, a me stessa in primis, di cercare il divertimento quando ballo e di farlo con lievità e la generosità di donare al mio partner la versione migliore di me come ballerina. In questo scambio a due, quello che più conta, secondo me, è regalare all’altro qualcosa, sia un’emozione, un sorriso, un momento di sintonia e rilassatezza, di gioco. Ricordiamoci che, per noi, non è un lavoro.

Tutto il resto sono sovrastrutture che ci fanno male. Inquinano il nostro tango e l’atmosfera magica della milonga.

AMEN.

Pimpra

PS

Ritengo doveroso riportare una chiosa che lo stesso Roberto Bobo Corsano ha fornito su FB che chiarisce, in termini inequivocabili, la sua posizione e che, a mia volta, sento di condividere assolutamente. Buona lettura.

Grazie per avermi condiviso, Pimpra 🙂 forse il mio post necessita una riformulazione necessaria a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti che, evidentemente, si sono creati tra i lettori tangueri 🙂 Il focus del mio post non era precisamente sulla mia crisi, quello era il pretesto. Ora, mi fa piacere che ci siano persone che mi considerano vivente nello spazio e che con il mio post sono sceso sulla terra, ma mi piacerebbe che Elisabetta conoscesse un po’ della mia storia tanguera e forse capirebbe che sulla terra ci sono fin dai miei primi passi, quando per un uomo privo di alcuna cultura propriocettiva e di danza in generale, non più giovanissimo e molto grasso, ho dovuto passare anni a bordo pista con l’ansia di ballare ed entrare in pista come il più grasso di tutti, con la certezza che nessuna donna avrebbe mai accettato di ballare con un uomo grasso con la pancia perché proprio non si poteva immaginare che uno con questo fisico potesse ballare.

Quindi sulla terra ci sono da molti anni, ed il mio focus era proprio dalla terra, è proprio da lì che l’ho scritto.

Il focus del mio post, infatti, non era il livello di ballo ma la riflessione su sé stessi, che secondo me manca nel tango, e non solo nel tango, poiché il tango è vita reale, almeno per me.

Il focus era proprio incentrato su quelle che Pimpra chiama “sovrastrutture” a cui lei pare non essere interessata, ed invece per me fanno la differenza, e mi spiego.

E’ ricorrente il lamento a bordo pista di chi non balla, sia uomo che donna, ed è rivolto sempre a chi non ci invita ed a chi non ha accettato il nostro invito, sempre, sempre e sempre; questa situazione non ha mai esiti di riflessione sul proprio tango, mai e, secondo me, come ha detto Fernando Sanchez, manca proprio tanto nel tango.

Ognuno ha le difficoltà a bordo pista, questo era il focus, a tutti i livelli, il punto è che, e riporto una mia frase scritta in un’altra mia riflessione, dopo molti anni di tango la verità vera è che “smetti di giudicare il tango altrui e giudichi solo il tuo tango”.

Il mio post voleva ribadire questo; null’altro. Non il livello, non la bravura, il punto è che non potremmo ballare tutti con tutti,certo, ma non è così banale; il mio anelito non è quello di migliorare il mio tango, ma di allargarne la comprensione, il suo linguaggio, dominarne ogni aspetto, aumentare il mio lessico tanguero per poter meglio “parlare/ballare” di tango.

Invece non riesco mai a condividere questa cosa con nessuno, perché tutti ogni volta vomitano addosso ad altri le loro frustrazioni, tanguere e non, ed anche a Porec ho sentito questi lamenti, insistenti ma aridi perché autoreferenziali.

Temo dovrò riscrivere il mio post 🙂

Roberto Bobo Corsano

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VIBRANTI ARMONIE

L’estate è entrata prepotente, come una folata di vento inaspettata, e ha conquistato subito tutto: pelle e cuore.

Le prime luci del giorno mi accolgono con una carezza tiepida avvolta dai profumi morbidi dei fiori ancora freschi di notte.

I tigli stanno fiorendo e benedicono del loro languido sospiro profumato le strade cittadine. D’un tratto sei dentro una nuvola avvolgente che porta via i pensieri, e ti lasci andare a ricordi e dolcezze antiche.

Estate sono progetti di vacanze, scorribande serali in sella agli scooter alla ricerca del posto migliore dove farsi un tuffo. Di giorno e di notte.

Questa luce alta nel cielo che ci accompagna fino a tardi, quasi a volere trascorrere con noi anche la notte, questa luce, riesce ad illuminare anche le stanze più nascoste dentro di me.

Ho salutato un caro amico che, troppo presto, è partito per il suo viaggio. Il volto immerso in una beatitudine di cui ho solo sentito parlare e che ieri, per la prima volta, ho letto sul suo viso. Le lacrime sono sgorgate copiose perché non è mai facile dirsi arrivederci.

Eppure, nonostante tutto, ho letto la vibrante armonia della vita stessa che nulla butta via, ma tutto trasforma.

Pimpra

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IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

NE VALE LA PENA?

Stamane maggio si è presentato con l’abito svolazzante a fiori con il quale siamo abituati a riconoscerlo a braccetto di un tiepido sole che ha fatto capolino dopo giorni di umido grigiore.

Scivolare per le strade in scooter, percependo i sottili aromi che erbe, alberi, gemme fiorite rilasciano nell’aria, mi mette sempre il buonumore.

Il cavallo d’acciaio ha bisogno del suo fieno liquido e mi fermo alla pompa di benzina. Mi serve Luca, un ragazzone alto e muscoloso, già abbronzato per le lunghe ore trascorse all’aperto. Ha gli occhi azzurri come una piscina, oggi particolarmente liquidi.

“Sei stanco Luca? Ti sei allenato tanto?”

“No, non è quello, è un periodo giù”

“La tua compagna fa la matta?” affermo scherzando, inconsapevole di aprire il vaso di Pandora.

“Se finisce male ho chiuso”.

“Ma che dici mai? Sei giovane, non puoi chiudere all’amore”.

“Lei è la donna che ho sempre cercato. Non ci sono dubbi. Se va male, ho chiuso per sempre”.

L’ho esortato a pensare positivo, illudendolo e illudendomi che l’amore vince sempre su tutto.

Nella nostra esistenza troviamo un “ne vale la pena?” e noi lo siamo per qualcuno?

Sembra una banalità ma forse non lo è.

Quante volte ci accovacciamo in una comfort zone che ci allontana dai sapori pieni della vita?

Il pensiero che mi ha ispirato la sosta benzina di oggi è questo: estirpare le mie comfort zone e scoprire quello che succede.

Sticazzi.

Pimpra

TANGO E COMPETIZIONI.

Da quanto ho visto si è appena conclusa la fase regionale dei campionati di tango metropolitano. Ho visto tantissime foto di coppie felici con la loro medaglia, la coppa, riconoscimento tangibile delle ore di allenamento e di studio.

A tutti il mio plauso. Apprezzo l’impegno di coloro che hanno una passione e vi si dedicano anima e corpo.

Non nascondo che, da qualche parte dentro di me, lo spirito sportivo e agonista di cui sono portatrice sana, scodinzola alla sola idea di poter sperimentare ancora l’adrenalina da gara. Ma un’altra parte di me, non contempla affatto questa possibilità.

La domanda è: perché affrontare una gara di tango argentino?

Il quesito può sembrare strano, specie se posto da chi, come la sottoscritta, ha gareggiato sempre, in tutte le specialità sportive in cui si è cimentata, in tutte, meno che nel tango argentino e le proposte per farlo non sono mai mancate.

Se da un lato apprezzo e comprendo i competitori dei balli “standard”, caraibici e quanto altro, faccio molta fatica ad immaginare una gara di tango argentino.

Con quali criteri le performances dei ballerini vengono giudicate, bisogna, come nel pattinaggio artistico, portare nella propria tanda alcuni elementi obbligatori? Ci sono due distinte votazioni, una per il carattere tecnico e una per l’espressione artistica della coppia? Ecc. ecc. ma la questione di fondo, ovviamente non è questa. Le regole, le norme forse esistono già oppure si creano ad hoc, non è quello il problema.

La domanda che mi pongo sta da un’altra parte. Sta nel significato intrinseco che ha il tango come espressione di un sentire unico, sempre nuovo, senza regole scritte, peculiari, basato sulla sensazione scaturita da un abbraccio conosciuto o nuovo, dal mix di energia, feeling e connessione che nascono spontaneamente.

E’ un linguaggio universale, un po’ come l’inglese parlato nel mondo dai non nativi, una lingua che è tessuta di infiniti fili, di significati e sfumature. Per questo faccio così fatica a immaginare una gara per i non professionisti.

Altro è per chi, di mestiere, fa il ballerino e/o insegna, un campionato del mondo è vetrina incomparabile, biglietto da visita, curriculum lavorativo. La mia riflessione è rivolta a noi, gli “amatori” che è pure una categoria di gara, da quanto ho visto.

A noi, amanti cortesi del bel tango, cosa regala in più la coppa vinta? Balleremo meglio con gli altri perché ci siamo tanto allenati? Faremo un meritatissimo bagno nella saettante infiltrazione di adrenalina che la gara produce? Godremo per il solo fatto di esserci messi alla prova?
Probabilmente tutto questo e molto altro ancora, ne sono certa e, sia chiaro, rispetto le scelte dei competitori e plaudo ai loro sacrifici.

Con rispetto e massima apertura al dialogo chiedo a tutti gli amici che hanno sperimentato la competizione, di raccontarmi le loro motivazioni a partecipare, l’esperienza di gareggiare e la sensazione del dopo, a luci spente.

Personalmente continuo a sentire una vocina che mi dice che il tango è altrove, il tango scappa dai riflettori, il tango chiede il silenzio dei due respiri che si intrecciano, vuole la luce soffusa di una sala dove l’intimità racconta di emozioni sussurrate.

Pimpra

IL SOGNO

Sospesa tra cielo e mare

Mi dicono che tra poco, finalmente, il pesante Saturno si porterà in una posizione più favorevole per la sottoscritta, alleggerendo di molto il percorso esistenziale.

C’è tanto da apprezzare e da godere e da imparare, non si smette mai. Basta avere la voglia e mantenere lo sguardo aperto sul mondo.

Stanotte ho fatto un sogno di cui ricordo solo la parte conclusiva: nuotavo al largo della costa di Barcola, insieme a mia madre (che ero io), a me stessa e a mio fratello piuttosto piccino (ma ero io pure lui). L’acqua aveva quel color verde piombo che tanto mi inquieta perché è impossibile scorgerne il fondo.

A un certo punto, nel nostro raggiungere la riva, incontriamo una grande lamiera rossa, spessa, come una grande porta rettangolare dotata di una maniglia, mia madre la scosta, io mi inquieto vieppiù e dico a mio fratello di evitarla. Mia madre per spostarla la tocca e questa grande lama di ferro pesantissima (a livello fisico è impossibile potesse galleggiare!) inizia piano piano a inabissarsi, capisco che è solo una questione di equilibrio nel rapporto superficie piana- spinta dell’acqua, così, con una vigorosa pressione ne modifico ulteriormente l’assetto e questa si inabissa.

Eliminato l’ostacolo, nuoto con più foga per raggiungere la riva, aiuto il fratellino mentre mi assicuro che mia madre sia anch’essa giunta a riva.

Lei ha mantenuto la calma godendo della nuotata e così ha raggiunto la costa, mentre mio fratello ed io abbiamo affrontato il turbamento di quell’acqua scura, torbida, e la sorpresa di quella lamiera rossa di ferro, quasi una porta.

Se fossi una psicoanalista andrei a nozze con questo sogno ma siccome non lo sono, in attesa di comprenderne il significato, trattengo la bellissima sensazione di quando sono uscita dall’acqua, completamente nuda, di quando è uscito mio fratello, nudo anche lui, e del modo bello in cui ho guardato il mio corpo pensando “E’ merito suo se il mare oscuro non mi ha inghiottita”.

Tutto questo per dire che, in qualche modo, se ne esce sempre e mi pare un gran bel pensiero positivo!

Pimpra

Foto mia.

UN CANDIDO BUONGIORNO

Continuo a pensare che la neve che si presenta in città sia sempre un grandioso fastidio. Problemi di viabilità come minimo, per non parlare poi quando il manto innevato candido prende i colori dell’urbe, divenendo grigio e sporco come l’asfalto. E’ deprimente vedere tanta bellezza deturparsi.

Stamattina la bora ha placato il suo canto roco, le Gattonzole, stranamente, non mi hanno buttato già dal letto al terzo ripetersi della sveglia, al contrario, hanno preso posto vicino a me. Me ne accorgo perché, all’improvviso, qualcosa ostacola i movimenti, sono i loro corpi appoggiati al mio. Si avvicinano e si sistemano accanto mentre sono completamente dentro ai miei sogni, non so come sanno capire quando la loro umana è perduta tra le braccia di Morfeo. Ma lo sanno.

Facciamo colazione in compagnia, i gesti sono sempre gli stessi, la nostra danza del risveglio: loro mi precedono festanti in cucina, con le code bene alzate, ad uncino, miagolano gorgheggiando, si strusciano sulle mie gambe mentre preparo le ciotole con il loro cibo e poi, più gioiose che mai, intingono la testa nel recipiente iniziando a sgranocchiare.

E’ il mio momento di pace, accendo a basso volume la radio e guardo fuori dalla finestra. Ogni giorno il paesaggio subisce una variazione, sia per il colore dell’alba e i riflessi delle nubi, se piove o se c’è vento. La finestra diventa un arazzo regalato da un artista ignoto, ed io quel paesaggio lo godo, vedendolo diverso e sempre uguale.

L’emozione più grande la regala la neve, specie quando arriva inaspettata.

La tazza di orzo fumante tra le mani che solo a guardare il paesaggio un brivido mi corre lungo la schiena.

E’ il momento di accertarmi di quanto sia bassa la temperatura, esco sul balcone e aspiro l’aria pungente come fosse un nuovo profumo da scoprire. La sorpresa non manca, perché l’aria profuma di neve.

Ad ogni nevicata, negli anni più verdi della vita, corrispondeva una giornata speciale, il pupazzo allestito in giardino, la battaglia a palle di neve, la vespa 50 special che, impunita, mi lasciava a piedi che lei, il freddo e la pioggia non li gradiva e decideva che basta, non voleva accendersi più.

Ricordo le mani e i piedi eternamente gelati, i jeans stretti che sembravano puntellati di infinitesimali spilli, il naso rosso e lacrimevole di brina, gli occhi che pizzicavano per il freddo e per i cristalli di neve che entravano.

Sono passati gli anni, tanti, ma le emozioni sono sempre le stesse, uguali a quelle di sempre.

Dentro un fiocco di neve, ritrovo tutte le piccole me che sono stata. Oggi, ne ho aggiunta una nuova.

Pimpra

FOTO MIA

50 SONO I NUOVI 30.

Arriva il giorno in cui, uno scrittore francese, tale Yann Moix, decreta che le donne a 50 anni non sono più… trombabili
(mi si passi l’eufemismo)  “Mai a letto con una 50enne” (cit.).

Lui di anni ne ha 50 e dichiara che le donne coetanee non sono visibili le sole da tenere in considerazione sono le 25enni dai corpi superlativi.

Mi fa male sprecare anche una sola parola per definire un soggetto che, nella sua totale libertà di pensiero/espressione, attacca un’etichetta così drastica a tutta una categoria di persone. Le generalizzazioni sono un errore di principio.

Apprestandomi a entrare nel dorato mondo degli “anta anta”, non posso che verificare come, una volta di più, le età della donna vengano malamente colpite, quasi a voler annientare la forza interiore che, noialtre, crescendo, abbiamo acquisito.

Pertanto, se da un lato la suggestione del signor Moix mi scivola di dosso, dall’altro una riflessione si impone.

Ma io, come mi sento adesso? Questa fatidica soglia segna così negativamente una donna o è solo un numero sulla carta di identità?

Difficile rispondere, secondo me. Da un lato c’è la società che etichetta per cui, volenti o nolenti, siamo nella schedatura del “in fase di scadenza/quasi scaduto”, dall’altro lato però, se abbiamo lavorato bene con noi stesse, credo si possa parlare finalmente di un giardino che ha preso la sua forma, i suoi colori, la sua massima espressione di bellezza.

Il nodo centrale, al solito, è sempre lì: la bellezza del corpo.

La giovinezza domina sull’altra bellezza, quella dell’essere che, all’opposto, migliora e si arricchisce con il tempo e non corre rischi di sfiorire.

Come affrontare dunque il momento? Di certo non dando peso alle parole di un uomo qualunque.

Conosco molti amici che la pensano allo stesso modo e vedo, da sempre, accompagnarsi a donne giovanissime. Per loro è una ricerca senza fine, la forbice della differenza di età con le partner aumenta all’aumentare dei loro anni, producendo coppie sgraziate in cui l’uomo da compagno diventa padre quando non nonno. Si vedono andare abbracciati alle loro “bambine” che li guardano con occhi carichi di meraviglia e loro gonfiano il petto di orgoglio per questa giovinezza di riflesso che li accompagna.

Non giudico le scelte di nessuno che sono e devono restare libere. Non accetto però etichettature e date di scadenza, ognuno è come è, ognuno vive e ama e scopa come meglio gli pare e con chi preferisce.

Purtroppo, il peso sociale che porta la perdita della gioventù rimane a carico delle donne, l’uomo, invecchiando, migliora. Tradotto potrebbe leggersi che – forse – diventa meno coglione (quanti eufemismi oggi!). Ma la regola non vale per tutti, sia chiaro. La donna non ha chances, su di lei l’invecchiamento biologico fa perdere ogni charme, ogni interesse, ogni carisma perché domina esclusivamente il fattore corpo.

Credo fermamente che tutte queste siano solo gabbie mentali, credo che il valore, la bellezza assoluta di ognuno di noi sia un mix plurivalente di elementi, di esperienze, di sfumature.

Mi accingo a varcare la soglia con il sorriso e con la consapevolezza di chi sono. Certo, guardo agli anni verdi con un delicato ricordo e una spruzzatina di malinconia perché, la donna che sono diventata oggi, se li sarebbe goduti molto di più.

Ingrediente essenziale di “gioventù” è l’amore per noi stessi. Senza siamo già vecchi a 20 anni.

Quindi, per celebrare coerentemente questo lungo panegirico, vado in palestra perché gli edifici d’epoca, richiedono maggiore manutenzione.

Olè.

Pimpra

BUONI PROPOSITI 2019. Come impone la blogger_tradizione

Come tradizione vuole ecco sfornato il post sui buoni propositi per l’anno che verrà.

Stavolta, strano a dirsi, mi vien giù facile: “continua così” auguro a me stessa.

Al di là delle ovvietà che non sono neanche più annoverabili nei “buoni propositi” come mettermi a dieta, condurre uno stile di vita sano, fare sport (…) credo varrà la pena di provare a realizzare un sogno nel cassetto, uno di quelli che ti sei sempre detto “Tu non puoi, figurati se ce la fai”.

Se la vita è fatta di cicli è bene capire a che punto siamo e… assecondare il cambiamento in atto.

Sono sempre più convinta che sia “cambiamento” la chiave di volta che sostiene, sorregge e dinamizza le nostre esistenze.

A ben guardare dalla Natura in poi ogni cosa cambia, muta e diviene.

Se lo facciamo anche noi, consapevolmente, assecondando le situazioni difficili non opponendo resistenza ma flessibilità, se seguiamo la corrente della nostra vita con pienezza, sono certa che si compie il miracolo: siamo vivi e vibranti, circondati di cose belle e buone per noi.

Alzo quindi il mio calice per brindare al nuovo, a ciò che non conosco, al colore che devo ancora scoprire, all’emozione che avevo dimenticato.

Brindo a voi, Amici miei, che mi riempite la vita di affetto e vi prendete il pacco dono senza sconti.

Brindo all’allegria dell’intelligenza, alle passioni brucianti, al giorno che devo ancora vivere.

Brindo a noi due, alle Gattonzole adorate e a me.

Che sia un anno di quelli proprio belli, da ricordare, per tutti!

EVVIVA!

Pimpra

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